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Il Covile - N.o 398 (26.6.2007) Donmilanismo 3 (Stefano Borselli, Riccardo De Benedetti, Andrea Poli)

Questo numero


Continuano ad arrivare mail sul tema del giorno. Davide Martinelli ci segnala un articolo di Michele Brambilla, Il Giornale del 24 giugno 2007, da cui traggo questa citazione che mi sembra confermare quanto ho scritto due numeri fa: “Eppure fu proprio Pasolini uno dei primi a bocciare l’esperienza della scuola di Barbiana, contestando duramente i suoi animatori: «La vostra posizione è più simile al maoismo che alla nuova sinistra americana... più simile alle posizioni delle Guardie Rosse».” Per la verità io avevo nominato Pol-Pot, ma dov’è la differenza con Mao? Martinelli segnala anche una lettera milaniana, sul comunismo, di notevole interesse: la trovate a www.barbiana.it/opere_lettere.html.
Ci sono poi gli interventi di Riccardo De Benedetti ed Andrea Poli che entrano nel merito di questioni strettamente collegate, ma intanto provo a riordinare un po’.

Consolidiamo qualche risultato


I contributi pubblicati nello scorso numero di Daniela Nucci e Luca Pignataro a mio avviso hanno già segnato dei punti acquisiti: Daniela, che ha riletto di recente Lettera ad una professoressa, da parte sua ha sottolineato “quanto pericoloso fosse quel libro per quanti non erano sufficientemente ‘preparati’ a leggerlo” e che quel libro, di fatto la Bibbia del donmilanismo, era sbagliato: un “grosso granchio”. Questo è verissimo e molto importante, lo tratteremo estesamente in un prossimo numero. Luca Pignataro, invece, ha mostrato la palese autocontraddittorietà dei donmilanisti ed ha revocato in dubbio le ragioni di don Milani contro il giovane vicchiese definito dal prete di Barbiana “un imbecille”. Su questi ultimi due punti voglio soffermarmi.

Disarmanti contraddizioni

  1. “Ha mai riflettuto sull’assurdo che a lodare la scuola di don Milani (una scuola privata, in fondo) sono i sostenitori dell’assoluta prevalenza della scuola statale?”
  2. “Per non parlare del fatto che ormai nelle scuole (compresa la media in cui ho insegnato io negli anni scorsi) i docenti devono decidere se organizzare la festa di carnevale per i ragazzi (‘perché sennò da soli si ubriacano’) o magari, al liceo classico (capita anche questo!), la settimana in montagna… Il bello è che a fare così sono gli stessi che poi proclamano di ammirare don Milani!”
  3. Assurdo è la parola giusta. Che dire infatti di donmilanisti assoluti come Alex Zanotelli, i quali, mentre portano all’estremo la logica utilitaristica, il pensiero calcolante, del nostro (ricordate? “una delle tre: o è utile, o è inutile, o è dannoso. Se è inutile è immorale, se è dannoso è immorale e se è utile tocca a qualcuno dimostrarmelo.” ) con perle come l’ “Appello ai sacerdoti, comitati feste patronali, politici e laici delle città d’Italia. - Meno fuochi d’artificio, più compassione”, allo stesso tempo propagandano le idee, certamente a noi più care ma diametralmente opposte, del M.A.U.S.S. Movimento antiutilitarista nelle scienze sociali?
  4. E che pensare di chi, i.a. lo stesso Zanotelli, da una parte ritiene (questa è la tesi di Lettera ad una professoressa: la scuola di classe) che il fatto, reale, che il figlio di un notaio abbia maggiori probabilità di diventare notaio del figlio di un idraulico sia un’ingiustizia che grida vendetta al cielo e dall’altra magnifica le gesta dei Griot, la casta chiusa dei musicisti-cantastorie africani che si tramandavano il mestiere rigorosamente di padre in figlio, ovviamente grazie a norme sociali che impedivano a chiunque non facesse parte della casta di suonare determinati strumenti.

La lite a Vicchio e il suo segreto


Qualche tempo fa, a partire della lettura di Descolarizzare la società di Ivan Illich (v. il Quaderno del Covile n° 4), abbiamo discusso a lungo della coppia Epimeteo-Prometeo. Epimeteo è l’uomo che dice di sì, che accetta i doni degli Dei, mentre suo fratello Prometeo è colui che non dà niente per scontato, che progetta, che vuole creare il suo mondo con le sue mani e controllarlo totalmente:
“Per me sarebbe una umiliazione tremenda se uno mi domandasse: «Cosa stai facendo? Perché lo stai facendo?» e dovessi restare a bocca aperta senza rispondere. E educo i miei ragazzi così, a saper dire in qualunque momento della loro vita, cosa fanno e perché lo fanno.”
Epimeteo, che per Konrad Weiss è il Cristiano, non si pone troppe domande. Accetta fiducioso le usanze date senza cercarne la ragione, è perciò anche l’uomo della tradizione e della comunità: “le storie le raccontano i Griot, perché l’hanno sempre fatto”. Illich ricorda quanto i prometidi Greci lo rimproverassero: “il nome «Epimeteo», che significa «colui che capisce a posteriori», era considerato un sinonimo di «sciocco» o di «ottuso»”.
“Senti cara, due anni fa, mi trovai a fare una leticata in piazza a Vicchio. C’era un imbecille di giovanotto che diceva che lui portava la cravatta per parare il freddo. Fece fare una risata a tutti. Poi provò a dire: «Perché mi piace». Per l’appunto vedo che a tutti intorno piace la stessa cosa, sicché non ci credo. Difatti lui portava la cravatta non perché l’avesse scelta, ma perché la portano gli altri.”
Forse in quel giorno del 1963, nella piazza di Vicchio, si ripeteva la scena mitologica del dissidio tra i due fratelli titani, e questa volta Epimeteo indossava una cravatta mentre Prometeo portava un colletto da prete.
 
Stefano Borselli
 

Una considerazione brevissima sul linguaggio di La Pira (di Riccardo De Benedetti)


Non sono un esperto di La Pira, di cui ho letto, da sempre, solo gli encomi pubblicati sui giornali. Ma le frasi riportate da Daniela Nucci sono molto interessanti. Intanto sono del 1958, ma negli anni Trenta in Francia avrebbero trovato giusta collocazione nelle riviste dell’estrema destra. Le stesse, per esempio, dirette da Maurice Blanchot. Il linguaggio di La Pira mi suona familiare: ho prefato e curato una scelta degli articoli di Blanchot sulle riviste degli anni Trenta che hanno il medesimo tono e quasi lo stesso argomentare (La politica invisibile di Maurice Blanchot, Medusa, 2004). Con l’invasione tedesca della Francia le posizioni di Blanchot diventano quella della resistenza, in un primissimo momento ancora di tipo nazionalista (in La Pira manca il nazionalismo e questo ha attenuato l’eco di destra estrema che una cultura attenta come non è stata e non è la nostra avrebbe facilmente percepito se ci fosse stata qualche sfumature nazionale), successivamente «comunista», sebbene di un comunismo letterario che da noi sarà per tutto il dopoguerra largamente equivocato se non frainteso nel suo significato reale. Il riferimento a Blanchot, e non solo a lui ma anche al lavoro della rivista Esprit di quegli anni e a moltissimi tratti del personalismo di Mounier, è solo per segnalare l’anacronismo della lettera citata che consegna al Papa una discussione in larga parte morta e sepolta in Francia dagli orrori della guerra. Che nel nostro panorama politico La Pira prosegua, non so quanto consapevolmente, lo stesso linguaggio e lo stesso argomentare delle «terze vie» francesi largamente compromesse con il fascismo (Paul de Man ad esempio) è un altro segnale pesante dell’arretratezza ideologica e culturale del nostro paese, allora come ora. Allora, per l’ovvio motivo, quasi mai segnalato dalla nostra storiografia, di essere nazione perdente quindi costretta a ripercorrere in qualche modo ciò che altri avevano percorso e superato; ora, perché quegli stessi motivi che a un’attenzione realmente post-bellica sarebbero già apparsi come obsoleti e superabili, a noi paiono ancora capaci di discriminare i diversi posizionamenti politici e deporre a vantaggio o a svantaggio.
 
Riccardo De Benedetti
 

Ancora sulla cravatta (di Andrea Poli )


[…] Quanto alle osservazioni su Don Milani, Marcello Giannini mi ha raccontato una storia simile sull’allergia milaniana alle cravatte. Andato Giannini a intervistarlo in giacca e (appunto) cravatta, Milani lo sbeffeggia per questo di fronte ai ragazzi, in termini all’incirca come “ecco il giornalista vestito in divisa da borghese”: al che Marcello replica che anche lui, Dilani, era “in divisa da prete”; e Milani: “occhio ragazzi, il giornalista è furbo”
Ma da quanto capisco Milani era spigoloso di carattere, e non insisterei oltre sui suoi limiti, che poi potrebbero essere anche i nostri. Del resto, di Don Milano non è aperta nessuna causa di beatificazione.
Meno innocue invece mi sembrano le osservazioni di La Pira su Don Sturzo riferite da Daniela Nucci: si riconosce in filigrana il riferimento, come mi pare dica bene lei stessa, alla condanna del magistero di allora - e già ottocentesco - contro il liberalismo italiano ed europeo ateo etc. (mentre il liberalismo anglosassone e americano odierno non è ateo o laicista: e a questo evidentemente si riferiva Sturzo, che in America era stato cacciato); ma mi viene in mente che di La Pira è aperta la causa di beatificazione, e mi chiedo se quello scritto sia allegato agli atti. In caso contrario, sarebbe bene provvedere. Ma forse la posizione di La Pira era solo poco aggiornata. […]
 
Andrea Poli