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Il Covile - N.o 399 (28.6.2007) Donmilanismo 4 (Salvatore Angelo Fiori, Fabrizio Zaccarini, Luca Pignataro)

Questo numero


La casella postale del Covile sta scoppiando, bene! Per darvi il tempo di leggere le numerose lettere arrivate senza restare troppo in arretrato ho pensato di procedere così: in questo numero pubblichiamo, in ordine cronologico, una parte dei contributi, nel prossimo, il 400 dovrà essere speciale, faremo una pausa con due recensioni di grande interesse, nel successivo, nel quale avrete una riflessione di Armando Ermini ed un corposo intervento di Giannozzo Pucci, riprenderemo la discussione su don Milani e il donmilanismo.
 

Una lettera di Salvatore Angelo Fiori


Egregio Stefano, mi rivolgo a Lei senza inimicizia, anzi ritengo la sua opera assai importante e dunque ammirevole, perciò spero che si protragga il più a lungo possibile nell’avvenire. Però, mi creda, ho colto una lieve asprezza nella sua risposta già dall’inizio della mail [la n° 397], quando concludendo la descrizione del sommario... afferma: “[...] e un intervento critico di Salvatore Angelo Fiori, al quale rispondo in ultimo [...]”. Mi son detto tra me e me... “adesso mi sistema per le feste”. Ed ecco subito le mie scuse per non essermi presentato prima ancora di scendere in campo.
Le confesso che il mio disappunto sarà dipeso, sicuramente, dalla mia sensibilità per ciò che riguardi l’educazione dei ragazzi, forse perché l’ho sofferta in prima persona. Il mio carattere è da assimilarsi fra quelli che possono andar fieri per non aver mai copiato un compito in classe; il che non tanto per orgoglio, bensì per una giusta stima di se stessi. Non ho avuto le vicissitudini di coloro che hanno approfondito gli studi umanistici e classici (anche se oggi cerco di rimediarvi in qualche modo) avendo frequentato un istituto industriale.
Però, ad essere sincero, una fortuna credo di averla comunque avuta, perché la mia scuola era proprio formidabile, anzi: una media “superiore” davvero! Parlo della Scuola Mineraria d’Iglesias istituita con Regio Decreto n°472 del 10 Settembre 1871. Posso garantirLe che il turbolento 68, seppure agitò fortemente i mari delle scuole, potremmo dire del mondo intero, lasciandovi lo scompiglio che sappiamo, e anche sulla mia scuola la tempesta fu ugualmente forte, pur tuttavia, non la fece affondare.
Si verificò ciò che in fisica-chimica è noto come principio di Le Chatellier; cioè quel fenomeno di conservazione che tende a ripristinare l’equilibrio precedente del sistema, in quanto, probabilmente, più garante di stabilità. In poche parole, io che ero al quinto ed ultimo anno, essendomi documentato sul reale contenuto della protesta, ed essendo stato educato a ragionare con il proprio intelletto, e non sulla scia di un certo fanatismo Marcusiano di quegli anni, mi ribellai contro il 68, anche perché la mia scuola, pur essendo severa senza limiti, niente aveva a che vedere con la pretesa convinzione che tutti gli allievi fossero improvvisamente migliori e più preparati dei loro maestri. Poiché se davvero lo fossero stati, allora a maggior ragione avrebbero dovuto portar loro ancora più rispetto, perché quando l’allievo supera il maestro, significa in primis che il maestro era sicuramente bravo.
Purtroppo fu negli anni che seguirono, che le varie riforme ministeriali la snaturarono a tal punto che oggi, oramai, è rimasta un museo per i posteri. Cosa aveva di speciale la mia scuola è presto detto: non vi era disciplina che non avesse l’immediato riscontro pratico; infatti per ogni materia, diconsi per ciascuna, oltre all’aula preposta, si affiancava un laboratorio, il gabinetto del professore, ed il salone museale. Pensi che pure il bidello, un certo Sig. Masala, citava con erudizione la Commedia di Dante, ed era in grado di svolgere una analisi chimica senza difficoltà.
In quella scuola, tutto lo scibile dei vari programmi era inculcato con severa disciplina, perciò se non si imparava la matematica, la chimica, la fisica, l’Arte mineraria... e non ultima la letteratura,... si veniva bocciati senza appello; non solo in quell’anno, ma negli anni a venire, fino a quando perdurava l’insufficienza.
Tantissimi finivano ad andar soldati, e solo dopo il loro congedo, completavano la maturità, qualche volta perfino da neosposati. Proprio per questo era l’unico istituto in cui era richiesta la certificazione sul test della reazione Wasserman ogni anno all’atto dell’iscrizione per qualunque anno.
Ecco perchè ho ritenuto il metodo di Don Milani in qualche modo innovativo: Lui non andava avanti fino a che tutti quanti non assimilavano il nuovo concetto; facendo però in modo che chi aveva capito non si annoiasse, e, proponeva quindi che spiegassero da loro stessi a chi non lo avesse ancora ben chiaro. Tanto più che il numero degli allievi per ogni classe della mia scuola, era ben inferiore a quello dei ragazzi del Priore di Barbiana. Un tale sistema in altri ambienti educativi (ad es. lo scoutismo) è più noto come “trapasso delle nozioni” ed è senz’altro l’unico che garantisce il massimo rendimento cumulativo, in questo caso nell’ambito dell’intera scolaresca. […]
Mi scusi se sono stato un poco prolisso ma da questi pochi elementi penso che non farà fatica ad inquadrare la mia personalità. Le rinnovo i complimenti per la cura che ripone in questa Sua lodevole fatica culturale […]
 
Salvatore Angelo Fiori
 

Risposta


Caro Salvatore, la ringrazio per la Sua bella lettera. Mi fa piacere constatare che ha compreso che nella mia risposta c’era solo sincerità, forse troppo sbrigativa e, lo concedo, anche un po’ aspra.
Vede, anch’io ho fatto l’Istituto Tecnico Industriale, sono perito elettrotecnico, anche se da tanti anni mi occupo prevalentemente di informatica. La scuola nella quale ho studiato negli anni 60 (sono del 1950 ed ho potuto, per mia fortuna, fare l’Avviamento al lavoro) non era poi così dissimile dalla Sua, anche in essa “se non si imparava la matematica, la chimica, la fisica, […] si veniva bocciati senza appello”. Avendovi poi insegnato dal 1970 fino ad oggi, le posso assicurare che tutta la qualità della scuola è andata perduta. I programmi realmente svolti di matematica, fisica e delle materie tecniche sono ormai ridicoli (oggi succede e non fa scandalo che un diplomato in Elettronica non sappia risolvere un circuito in cc con due generatori e quattro resistenze o che un perito elettrotecnico non abbia idea di cosa sono i logaritmi) e tutto ciò grazie al principio, ormai indiscutibile, per il quale bisogna seguire principalmente gli ultimi ed è quindi proibito bocciare. Per quanto riguarda la scuola post elementare, i miei conoscenti che hanno, previo esame d’ammissione, frequentato la Media prima della sciagurata riforma del 63 si ricordano come vi fosse prassi, per ragazzi non eccezionali, fare versioni dal e in latino, mentre da parte mia posso testimoniare come il programma reale, cioè quello che un ragazzo normale alla fine sapeva, di Italiano dell’Avviamento (analisi logica compresa) fosse ben superiore a quello della Media unica attuale, non parliamo poi della Matematica.
Nel mio pezzo, non ho scritto che è solo il donmilanismo la causa di questo scempio, ma che è stata la causa prima e la più tenace. E questo purtroppo è la pura verità. Dedicherò un numero proprio a Lettera ad una professoressa […]
 
Stefano Borselli
 

Bye bye priore mio bye bye (di f. Fabrizio Zaccarini)


I parenti di Gesù un giorno si recarono da lui per riportarlo a casa ritenendo che fosse uscito fuori di sé (cf Mc 3,20-21). Un don Milani folle si troverebbe dunque in buona compagnia: è esperienza comune di chi canta fuori dal coro sentirsi dire “tu sei matto”. I libri profetici ce lo confermano con forza e con abbondanza. Insomma per conto mio riconosco nel priore di Barbiana un profeta della schiera dei profeti di Adonai. Ero anche un seguace del suo mito. Gliene sono grato perché lui e la sua scuola sono stati un passaggio importante per la mia vocazione francescana (sono frate cappuccino) e presbiterale. Dall’innamoramento è importante passare alla distanza della riflessione critica, ma senza innamorarsi di un miraggio la carovana della vita non lascia l’oasi in cui già sta per raggiungerne un’altra. Certo io adesso mi sento chiamato a prendere le distanze dalla sua logica tripartita «utile, inutile o dannoso». Avverto, e avvertivo già quando scrivevo la mia tesi di laurea, ma allora non ero ancora pronto a riconoscerlo a me stesso, una venatura giansenistica nel no di don Milani alla ricreazione e alla gioia INUTILE del ballo. Tuttavia se un giorno ho issato le vele e ho preso il largo, operazione per altro mai finita, lo devo anche a lui e al mito che di lui mi ero fatto.
Prendo le distanze da quella logica perché credo che tanto ci sia nella nostra vita di INUTILE che, proprio in quanto tale!, dà gloria a Dio: il gioco del bimbo, lo scorrere dei grani del rosario nelle mani di chi ha fede, le parole libere dei poeti e, perché no?, anche il dondolare delle gambe e dei bacini nel twist, visto che “gloria di Dio è l’uomo vivente”, come mi pare che dica s. Ireneo. E così nell’oratorio della nostra parrocchia io, educatore milaniano distante 40 anni dal priore e chiamato ad operare in una cittadina di provincia (Faenza) e non sui monti del Mugello, con i ragazzi gioco pieno di gioia a ping pong e calcetto, nonostante gli anni e gli acciacchi dei miei 41 anni. Del resto in certa misura la severità della proposta milaniana si legava bene alla severità della vita che i suoi montanari semieremiti conducevano quotidianamente nelle isolate colline del Mugello. Il limite stava dunque nel presentare la propria esperienza come paradigma pastorale di valore universale?
In qualche modo credo di sì. Il priore rivendica il diritto di parlare come padre offeso dalle indegne condizioni di vita in cui versano i suoi figli. Ha gli spasimi e le angosce di un padre di famiglia, non l’equilibrio del docente di pastorale del lavoro o di teologia morale. Lo stesso don Milani di fronte a tutti i preti che dopo la pubblicazione di Esperienze Pastorali chiedono consiglio per le comunità che sono chiamati a presiedere si faceva scudo dicendo di aver raccontato solo la sua realtà. Se i lettori gli scrivono e chiedono consiglio avranno avuto però le loro ragioni. Don Lorenzo dal legame affettivo che lo stringe al popolo di Dio e, in esso, a quella manciata di ragazzi della scuola di Barbiana, ragazzi forse inutili, più probabilmente dannosi, per la scuola di stato che lui sente visceralmente come figli suoi; dal legame con quel popolo e con quei ragazzi, il priore sembra lasciarsi trascinare ad assumere toni vibranti e totali, che a molti hanno fatto credere che la sua esperienza pastorale possa funzionare da pass par tout magico per ogni porta senza bisogno di traduzioni e di distanza critica, di aggiustamenti e di ricerca faticosa e sofferta. Una ricetta già bella e pronta a tutti gli usi e in tutti i luoghi. Lo stesso priore avverte il pericolo, rifiuta il ruolo di consulente pastorale d’avanguardia perché non è disponibile a rinunciare alla misura totale con cui vive il suo mandato di padre e di pastore e, con avveduto discernimento, sceglie per sé il compito di smuovere e scomodare le coscienze, di muovere i cuori. Questo è il servizio che ha svolto al meglio nella Chiesa fiorentina e italiana che veleggiava verso il Concilio e nella società che doveva affrontare i marosi, più confusi che fecondi , mi pare, della contestazione studentesca… e questo è un giudizio che noi diamo, col senno del poi, a 40 anni di distanza, e che lui dà, ben più duramente, nella stessa Lettera a una professoressa (i suoi tempi sono ancora una volta quelli del profeta).
In una lettera a Michele Gesualdi don Milani mostra di capire la preziosità del confronto dialettico. Si tenga conto che Michele fu praticamente adottato dal priore, insieme al fratello Francuccio. In quel momento Michele sta conducendo un’esperienza di lavoro in Germania, alla Mercedes e nello scontro con la quotidianità del lavoro e della fabbrica si volge indietro, guarda alla formazione ricevuta e accusa la scuola di Barbiana e il priore con lei, di idealismo sganciato dalla realtà. Al suo figlio adottivo il priore risponde dicendo, e chi ha esperienze di paternità si immedesimi e veda se ha sviluppato un “ventre paterno” sufficientemente caldo e accogliente da concepire un’affermazione del genere, che lo scopo vero di una scuola è tirar su figlioli che siano in grado poi di bastonarla quella scuola, mettendola di fronte a sé stessa e ai suoi limiti. Don Lorenzo capisce che questa è la missione della sua scuola in un momento drammatico: ha appena sputato sangue e sorride, lui che andava dal dentista con gli occhiali da sole per evitare di svenire alla vista del sangue, e interpreta la cosa facendo riferimento alla sua origine ebraica per parte di madre, come il segno di un trasmissione di vita (il sangue è VITA nella concezione veterotestamentaria) che da lui passava ormai ad un figlio lontano e diventato adulto. Chi scrive così è un uomo onesto che cammina con fatica e non nasconde i suoi limiti... Un uomo pronto a misurarsi col Vangelo di Cristo fino al sangue, e nel suo sangue. Un matto, sì! Un matto d’amore per Cristo e per i poveri che la provvidenza gli ha donato come figli.
La scuola per lui è UN (non IL) luogo sacro perché gli uomini vi si preparano ad essere più pienamente ciò che sono e in ciò danno gloria a Dio, se è vero che Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza. Un luogo sacro, che ha, nella concezione di don Milani, lo stesso il ruolo di precursore che i Vangeli attribuiscono al Battista: preparare la strada a Colui che viene. S. Pietro nella sua prima lettera ci raccomanda di renderci capaci di rendere ragione della speranza che è in noi (Cf 1Pt 3,15). Capaci dunque di comunicare, di convincere e, forse, anche di vincere discussioni. Padroni della parola e perciò in grado di ascoltare e di annunciare la Parola di Dio. Sia detto per inciso: se nella scuola, nonostante i molteplici limiti, oggi si è più consapevoli della centralità veicolare dell’insegnamento della lingua e delle lingue, lo si deve anche alla esperienza di quel povero prete di montagna. E poi, lo spazio della sacralità non lo ha ampliato Cristo stesso fino ad abbracciare tutto l’uomo, tutto il mondo e tutto il tempo? I suoi anni di predicazione itinerante li ha fatti precedere da trent’anni di duro lavoro quotidiano da carpentiere. Viene crocifisso fuori dalla città santa e alla sua morte si squarcia il velo del tempio. Non è un caso se alla samaritana dice “è venuto il momento in cui non si adora Dio su questo o su quel monte, ma in Spirito e verità” (cf. Gv 4,21-24). E non è un caso se le prime comunità cristiane non hanno pensato a costruire edifici di culto trovando nient’affatto sconveniente celebrare la memoria del mistero pasquale nelle loro case.
E poi guardo i miei adolescenti, i ragazzi con il cavallo dei pantaloni a metà coscia e le mutande di fuori; le ragazze con le scollature che ti fanno pensare che il negozio di abbigliamento intimo si sia stabilmente trasferito in oratorio; quasi tutti griffati dalla testa ai piedi, sempre pronti ad armeggiare con telefonini, mp3 e play station... e poi penso alle madri che piangono un figlio falciato via dalla velocità shackerata con l’alcool, con i decibel pompati oltre ogni limite di umana sopportabilità e le pasticche di troppi colori diversi... e mi sento legittimato a pormi questo dubbio: quel twist a scuola, nella sua palese innocenza, non era una decentrata scintilla tra milioni di decentrate scintille d’accensione di quel motore che ci avrebbe condotti tutti al centro della paurosa sbandata in cui ora siamo finiti? Forse a tentare di impedire un ballo entro le mura della scuola don Milani non ha ottenuto molto. Se non altro ha fatto emergere una scintilla decentrata dandoci l’occasione, 42 anni dopo, di porla al centro di una riflessione. Quel suo spiacevole e non equilibrato giansenismo (lo definisco così per convinzione non per concedere qualche briciola all’ “avversario critico”) non sarà stato uno strumento utile a scoprire i primi cenni di quella società del consumo che in Italia stava appena decollando? Ha tutti i torti il priore quando sostiene che i ragazzi allora non ballavano, come non ballano oggi, ciò che volevano o vogliono, ma quello che, «a New York o a Parigi», altri hanno deciso che tutti dovevano allora, e devono oggi, ballare ? (e il verbo potrebbe essere sostituito con bere, indossare, ascoltare, consumare o addirittura vivere...) . Non fa riflettere che le stragi del sabato sera e l’impegno delle madri coraggio non abbiano nemmeno ottenuto orari d’apertura per le discoteche appena più plausibili? Tale è dunque il potere di quella lobby, sufficiente a contrastare, nell’interesse di pochi, il vantaggio di una comunità nazionale intera! La fabbrica del divertimento produce superficialità e sballo per alcuni, morte per altri. Ma va bene così: è ricchezza che gira e posti di lavoro che aumentano (sia in riviera che all’ospedale) e quando il successo è grande perché non dovrebbe essere celebrato e garantito (scusate la rozzezza) da un qualche sacrificio umano? In che misura allora è la scuola che ha rinunciato al suo ruolo educativo e in che misura vi hanno rinunciato i genitori, e tutti noi educatori con loro, appesantiti dai ritmi della giornata frenetica? In che misura ci ha rinunciato la comunità cristiana incapace di rinnovare la prassi della pastorale sacramentale?
Può darsi benissimo che esista nonostante il priore di Barbiana un donmilanismo buonista. Può darsi che molti nella scuola se ne facciano scudo, per censurare vertiginose lacune personali e di sistema. Io non lo so: nella suola di stato, nonostante la laurea in lettere, non ci ho creduto mai fino in fondo, neanche da studente, e perciò non ci ho mai voluto lavorare (esclusi 18 mesi in cui ho fatto da assistente di base ad un ragazzino gravemente disabile). Si tratterebbe comunque di un equivoco paradossalmente normale. Il profeta, una volta morto, lo neutralizzi così: lo fai santo (in questo caso ne fai un mito*… ma è solo la versione più aggiornata!!!), gli freghi qua e là qualche frasetta da dire senza riguardo al contesto vitale dal quale proveniva, fai attenzione soltanto che i fari, i microfoni e le telecamere siano accesi, e poi dichiari, ovviamente a sproposito, ma che importa se conquisti consenso?, che tu sei partito di lì. Basta non dire a nessuno adesso dove vuoi andare davvero, con chi e perché. Dopodiché fatta la festa, gabbato lu santo e bye bye priore mio bye bye.
*In questo caso il mito ti rincoglionisce invece di farti pensare; non contesta nulla di ciò che sai (o pensi di sapere) e di ciò che sei (o pensi di essere). Ti dice che tutto va già bene così com’è; ti chiede di rimanere ad oltranza dove stai ora, di non muoverti di lì perché non si sa mai. Non un miraggio dunque e neanche una visione piuttosto… un sonnifero. Sì, di quelli pesi però.
 
f. Fabrizio Zaccarini
 

Spunti da approfondire (di Luca Pignataro)


Caro Stefano, per inciso segnalo il film televisivo su don Milani di dieci anni fa, con Castellitto, il quale a un certo punto si bloccava ad ascoltare Modugno che cantava Nel blù dipinto di blù. Gli sceneggiatori credevano di sottolineare il don Milani “innovatore”, invece hanno semplicemente travisato la sua figura, come l’episodio da te narrato sul “ballo mancato” spiega bene.
Dovremmo approfondire:
  1. l’anticonformismo che diventa conformismo, in altre parole coloro che si proclamano comunisti o almeno “di sinistra” e atei, sostengono di essere anticonformisti, ma di fatto sono la quintessenza del conformismo (nel mondo “culturale” e universitario non si fa strada se uno non si atteggia, se non proprio a comunista, almeno a nostalgico del comunismo o comunque a persona “di sinistra”, magari filo Prodi); esempio pratico: al sottoscritto capitò di fare il c.d. servizio civile in una situazione nella quale, del gruppo di dieci “obiettori” presenti, lui era l’unico “cattolico”, ma gli altri lo prendevano in giro per questo e sostenevano di essere “anticonformisti”;
  2. il consumismo che fa a pugni con la mentalità donmilaniana ma che di fatto si affermò proprio in quegli anni e venne interpretato, dalle masse di gente inurbata (dunque ex contadini potenziali “donmilaniani”), come un fatto di “progresso” (connesso con l’edonismo-erotismo tipico degli anni ‘60 e poi esploso dopo il ‘68), mentre le virtù della società precedente (il lavoro, il senso del dovere, la lealtà, l’onore, l’appartenenza a una tradizione familiare e comunitaria) venivano viste come qualcosa di arretrato o, più semplicemente, una rottura di scatole;
  3. più in generale, un aspetto problematico che mi interroga da tanto tempo ma al quale non sono capace di rispondere razionalmente: perché, se un individuo nella vita comune si comporta in maniera astiosa e polemica, se recrimina in continuazione, viene scartato dagli altri, se invece taluni movimenti politici si reggono sull’astio e la rabbia continui, riscuotono tanto successo?
  4. un giorno bisognerà affrontare anche l’ideologia veltroniana. Tralasciamo il Veltroni FGCI anni Ottanta che voleva togliere l’ora di religione dalle scuole (ma sarebbe bello rievocarlo). Non è che i tipi come Veltroni siano “buoni” perché interessati “al sociale” ma poi, “purtroppo”, hanno idee discutibili sulla famiglia e così via (ma tanto sono “tolleranti”). In realtà la coerenza (in negativo) c’è. Il cattolicesimo che va bene a Veltroni è quello che vive nel culto del “disagio sociale” interpretato come barboni, zingari, immigrati ecc. (che infatti vengono lasciati come sono), ma che non è capace di vivere la fede nell’ordinaria quotidianità (ama Dio e il prossimo, ogni prossimo, non solo quello simpatico perché politicamente manipolabile o psicologicamente affine). Dunque uno pseudocattolicesimo che pretende di “cambiare la società”, che si reputa “anticonformista”, che fa dell’assistenzialismo verso certe categorie (succedanee del vecchio “proletariato”) una sua bandiera (col sostegno statale, beninteso: vogliamo ricordare come tanti enti di “volontariato” [CRI, Caritas ecc.] si servissero comodamente degli obiettori di coscienza affibbiando loro anche i compiti che spettavano ai “volontari”?) Il risultato è, nella Roma delle persone comuni, un aumento del degrado e del menefreghismo, della maleducazione e dell’egoismo, tutto il contrario di ciò che Veltroni va predicando (o meglio: lui parla di Roma “accogliente”, in realtà è la solita Roma menefreghista). Questo il Papa l’ha capito benissimo, i vescovi nostrani no, oppure a loro va bene così? […]

Luca Pignataro