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Il Covile - N.o 401 (2.7.2007) Donmilanismo 5 (Armando Ermini, Giannozzo Pucci, Enrico Delfini)

Questo numero


Riprendiamo quindi la nostra conversazione sul donmilanismo con altre tre lettere, sempre in ordine cronologico. Voglio sottolineare l’importanza dell’intervento di Giannozzo Pucci (non so se una rielaborazione o tale e quale la sua presentazione alla nuova edizione della Lettera) perché la sua testimonianza, per una serie di ragioni, è quella più interna: se dovessimo parlare di un “erede” del pensiero e dell’esperienza donmilaniana, questi sarebbe senz’altro Giannozzo. La mia la dirò forse nella prossima.
 

Su don Milani (di Armando Ermini)


“A Cesare ciò che è di Cesare, a Dio ciò che è di Dio”, è un criterio valido sempre. Intendo che per penetrare la verità di quegli anni, non solo il fenomeno Don Milani ma anche ciò che è accaduto in Italia ed in particolare nella sinistra, occorre separare, distinguere.
Prendiamo la scuola ed il suo stato pietoso. A me sembra inappropriato attribuirlo a quarant’anni di buonismo donmilaniano.
Mi risulta che don Milani, quando entrava in classe, esigesse che gli alunni si alzassero in piedi e che se non si impegnavano a fondo nello studio, li stangasse senza tanti complimenti. E sono convinto che oggi, di fronte ai ragazzi che filmano e toccano le parti intime della professoressa senza che costei reagisca come di dovere, esploderebbe in una collera maestosa e terribile. In realtà da questo punto di vista il priore di Barbiana era un cattivista, e dei peggiori, così come lo era Giorgio Amendola, per il quale l’esame di maturità era in sé una prova iniziatica, il primo vero confronto del giovane studente col mondo esterno, senza il riparo dell’utero materno costituito da professori , che poi sono in maggioranza professoresse, ben conosciuti nei 5 anni di superiori. Sempre a proposito di buonismo, non diversamente si comportava Turi Toscano, leader del Movimento Studentesco della Statale, quando un militante mostrava propensioni da fricchettone magari e si faceva qualche canna. Una parte importante della sinistra di allora non era né buonista nè contraria al principio di autorità, lontana dunque dalla volontà di “uccidere il padre”. Vedeva anzi nel rigore, nell’impegno e nella disciplina, un’arma di cui le classi subalterne si dovevano appropriare per cambiare il mondo. Il prete Don Milani apparteneva senza dubbio a quel mondo ormai scomparso. Altra cosa, naturalmente, è il “come” e il “verso dove” il mutamento si sarebbe indirizzato. Ormai sappiamo che il furore ideologico e l’utopia dell’uomo nuovo hanno generato tragedie immani. Il parallelo che fa Stefano con Pol Pot non è fuori luogo, perché quelle utopie erano essenzialmente antiumane. La distanza con la saggezza millenaria del vecchio vescovo che non si scandalizza per il sensuale Tango (ballo bellissimo, a parere di chi scrive) è evidente e al tempo stesso smentisce l’idea di un Don Milani campione dell’antiautoritarsimo e del libertarismo di massa.
Se non teniamo ferme queste distinzioni ci precludiamo la possibilità di capire cosa è accaduto alla società italiana ed alla sinistra, che hanno subito una metamorfosi parallela. La società è rapidamente cambiata da agricola a industriale prima, poi diventando la società consumistica di massa odierna. La sinistra, di fronte allo sgretolarsi dell’ideologia e al fallimento storico del comunismo aveva di fronte più strade. Scartata la via maestra di un vero ripensamento delle proprie matrici culturali, equivalente all’autoliquidazione, non rimaneva che accentuare la chiusura ideologica e il rigore metodologico fino all’isolamento disperato e alla lotta armata, o sposare in pieno il libertarismo antiautoritario nell’illusione che quella fosse la strada del cambiamento o cercare di amministrare l’esistente vivendo alla giornata perchè ormai priva di idee forti e di un progetto autonomo. Grosso modo da una parte le BR, dall’altra i diesse ed in mezzo Rifondazione, curiosa formazione che andrebbe studiata con cura antropologica perché vi convivono, ancora per poco, l’ideologia comunista classica delle correnti trotzkiste e classiste e l’antiautoritarismo libertario dei diritti civili e di certo femminismo di cui sembra diventata la succursale, quello, per intendersi, secondo cui “l’unica legge è il desiderio”. Lasciando da parte la deriva della lotta armata, le domande che ci interessano sono:

La risposta alla seconda domanda è un no netto. Don Milani faceva parte di un altro mondo, nel male e nel bene. Cosa c’entrino con lui il matrimonio omosessuale, l’indifferenza etica verso la cannabis, o la procreazione artificiale, ossia i tratti più autentici di Rifondazione, proprio non si capisce.
E d’altra parte, l’I care nell’accezione veltroniana mi sembra nulla di più di un generico appello buonista privo, almeno per ora, di contenuti chiari.
Don Milani, nella pericolosità della sua utopia, un’idea forte e alternativa di società l’aveva.
Ciò detto, rimane per tutti un quesito. Come sottoporre a critica serrata la sue esperienza senza schiacciarci sulla pura e semplice difesa dell’esistente che alle idee del priore di Barbiana non è attribuibile?
 
Armando Ermini
 

La descolarizzazione del tempo pieno (di Giannozzo Pucci)


Ho letto per la prima volta Lettera a una Professoressa nel 1967, quando stavo per laurearmi.
Da tempo tutta la mia attenzione era rivolta ai principali temi che ispirarono il ‘68, in particolare quelli del consumismo e della corrispondente crisi ecologica. Il 4 novembre 1966, giorno dell’alluvione di Firenze, ero in coda nella segreteria dell’università di Pavia dove studiavo, a fare le carte per andare in America a Berkeley: avevo letto della rivolta studentesca in quella università contro il consumismo e la burocratizzazione della società e pensavo di poter trovare laggiù qualche risposta ai problemi della mia generazione.
Leggere la Lettera e lavorare nel fango dell’alluvione nell’onda di fare gratis qualcosa che serviva, mi fece scoprire dei lati del popolo fiorentino che vietarono l’emigrazione. Dopo la laurea, tornato da un breve periodo fra i terremotati del Belice, scoppiò il ‘68 italiano e ci entrai sempre con una riserva sul tipo di analisi classiste in voga nel movimento, sia fra i militanti di Potere Operaio che fra quelli di Lotta Continua, i gruppi più diffusi in Toscana. In Lettera a una Professoressa avevo trovato una concezione della “classe operaia” piuttosto diversa dai testi marxisti che peraltro non mi sembravano utili alle nuove situazioni, perchè condividevano con il mondo borghese la concezione industrialista che stava disfacendo la terra.
Ricordo nel ‘69 una discussione nella cattedra di urbanistica di Leonardo Ricci, presso la quale ero addetto alle esercitazioni degli studenti. Alla mia proposta di comprendere nei piani territoriali per le aree agricole, almeno in alcuni casi, una limitazione a favore dell’agricoltura biologica, mi fu risposto dall’assistente, rappresentante del PCI nella facoltà, che queste cose erano superate perchè in futuro ci sarebbe stata solo l’agricoltura idroponica.
Nella Lettera, sotto e intorno alla parola “classe”, aleggiava invece un senso di popolo con una cultura “altra”, non solo composto di “servi scontenti e rivendicanti” del capitale, ma anche di contadini, uomini, donne, vecchi, bambini, analfabeti, competenti di boschi e campagne più di quanto dei laureati avrebbero mai potuto essere. Si sentiva una lingua e dei contenuti che sapevano di cose essenziali, dove gli uomini, la terra e le mani pesavano. La stessa Lettera sapeva più di cartoleria che di libreria e fu lei, insieme a Esperienze Pastorali che lessi di corsa subito dopo, a chiarirmi la contraddizione principale del classismo marxista: la mancanza di una cultura materiale alternativa a quella borghese, cioè articolata in tutti gli aspetti dell’esistenza dal modo di coltivare, di vestirsi, di costruirsi le case, di curarsi, di organizzare le città, di mangiare e lavorare. Il concetto di classe usato da don Milani conteneva infatti il bisogno di un’alternativa ampia, morale e materiale, alla società dei consumi che ci stava assediando. Quando la contestazione globale lasciò le università e si mise a seguire i “grandi viaggi” (es. verso l’India, le comuni e le campagne), mentre un vicolo cieco veteromarxista si chiudeva in una violenza autoreferenziale, specchio della violenza industriale, incontravo con Lanza del Vasto la nonviolenza gandhiana, che la Lettera portava in sé come un seme pudicamente protetto.
Nei confronti della Lettera a una professoressa ci sono stati, e ci sono ancora, due atteggiamenti opposti. Da una parte la chiusura totale, il rifiuto di seguirne il filo, la condanna preventiva, che va a cercarsi le prove dovunque: negli armadi, sotto i tappeti, nei secchi della spazzatura ecc.
Dall’altra parte chiunque si sia avvicinato a questo libro con un minimo di mancanza di pregiudizi non è rimasto immune da un bisogno di conversione personale.
Ogni conversione che conta è invariabilmente personale. Le istituzioni dovrebbero limitarsi a riconoscere, come fa la Costituzione Italiana del ‘48, in netto contrasto con lo stato etico del precedente regime fascista, che le principali fonti dei diritti si trovano prima e fuori dello stato: nei diritti comunitari, naturali e originari, nella coscienza morale dei singoli e dei popoli, nella loro conversione e vocazione alla verità, alla giustizia e al bene comune, senza la quale le istituzioni stesse non stanno in piedi.
La lettera si rivolge ai genitori, ai quali (come riconosce l’art. 30 della costituzione) appartiene il primo dovere e diritto di “istruire ed educare i figli”. In una lettera del ‘59 c’è una frase che aiuta a capire l’essenza della Scuola di Barbiana e del suo messaggio: “Eccoti dunque il mio pensiero: la scuola non può essere che aconfessionale e non può essere fatta che da un cattolico e non può esser fatta che per amore (cioè non dallo Stato). In altre parole la scuola come io la vorrei non esisterà mai altro che in qualche minuscola parrocchietta di montagna oppure nel piccolo di una famiglia dove il babbo e la mamma fanno scuola ai loro bambini” (cfr. a Giorgio Pecorini, 10.11.1959 in Lettere di don Lorenzo Milani, a cura di Michele Gesualdi, Oscar Mondatori pag. 135).
In questa luce è difficile leggere la Lettera a una Professoressa come una proposta di riforma della scuola di stato. Le stesse tre riforme: “1) non bocciare, 2) a quelli che sembrano cretini dargli la scuola a tempo pieno, 3) agli svogliati dargli uno scopo”, sono una provocazione alla conversione personale dei genitori e degli insegnanti, ma una rivoluzione permanente per la scuola di stato.
Istituzionalmente per non bocciare mai bisognerebbe abolire il valore legale dei diplomi e riportare la scuola agli alti livelli dell’accademia di belle arti dell’epoca di Giovanni Fattori, dove si andava per imparare a dipingere, non per prendere un diploma.
La scuola a tempo pieno, se non è fatta per amore ma per dovere e se non è espugnata dalla vita, ma resta una roccaforte di obblighi burocratici, come nelle scuole dei programmi ministeriali (pubbliche o private che siano), decade facilmente in parcheggio, dove i ragazzi imparano a star seduti ore al tavolino (e perciò saranno poi portati a farne un mestiere), addormentando le proprie intelligenze come invariabilmente avviene quando si è costretti ad apprendere in un anno ciò per cui bastano poche settimane. Una scuola parcheggio allontana ed espropria i genitori dal loro sovrano diritto/dovere di istruire ed educare i figli, producendo l’effetto opposto a quello proposto da Barbiana. E infine come fa a dare uno scopo agli svogliati una scuola il cui scopo è svolgere un programma ministeriale o un professore il cui scopo principale è portare a casa lo stipendio? Soprattutto in questo la riforma proposta dalla Lettera si dimostra possibile solo ai genitori e ai maestri convertiti in carne ed ossa, non alle macchine legali e istituzionali. Perciò Lorenzo Milani e Ivan Illich sono sulla stessa barricata.
Ecco alcune delle chiavi della Lettera:
“Se si sfoglia un sussidiario è tutto piante, animali, stagioni. Sembra che possa scriverlo soltanto un contadino.
Invece gli autori escono dalla vostra scuola. Basta guardare le figure: contadini mancini, vanghe tonde, zappe a uncinetto, fabbri con gli arnesi dei romani, ciliegi con le foglie di susini.
Anche sugli uomini ne sapete meno di noi. L’ascensore è una macchina per ignorare i coinquilini. L’automobile per ignorare la gente che va in tram. Il telefono per non vedere in faccia e non entrare in casa.
A lei le rombano sotto le finestre mille motori al giorno. Non sa chi sono nè dove vanno. Io so leggere i suoni di questa valle per chilometri intorno. Questo motore lontano è Nevio, che va alla stazione un po’ in ritardo. Vuole che le dica tutto su centinaia di creature, decine di famiglie, parentele, legami?
Lei se parla con un operaio sbaglia tutto: le parole, il tono, gli scherzi. Io so cosa pensa un montanaro quando sta zitto e so la cosa che pensa mentre ne dice un’altra.
Questa è la cultura che avrebbero voluto avere i poeti che lei ama. Nove decimi del mondo l’hanno e nessuno è riuscito a scriverla, dipingerla, filmarla.
Siate umili almeno. La vostra cultura ha lacune grandi come le nostre. Forse più grandi. Certo più dannose per un maestro elementare”.
Il programma di Barbiana era portare la forza della cultura contadina nella scuola statale. Oggi che la vita contadina e artigiana non esistono più, le campagne sono vuote e le botteghe colonizzate da negozi di prodotti estranei, forse si potrebbe scoprire che la merda di mucca, e la fertilità che potrebbe riportare ai nostri campi affamati, vale più di una scuola da dove il maestro genitore è stato soppiantato da un gruppetto di esperti specializzati a colpi di fotocopie e di schede/questionari a cui le ore non bastan mai, e dove chi ci sta di più impara meno, perché solo saziandosi di cultura vera, quella più che mai fuori della scuola, si può diventare sovrani.
Per tutto ciò la Lettera a una professoressa resta una proposta di conversione personale più attuale che mai. Anche perchè nel classismo di don Milani schierato coi poveri, c’è qualcosa di più di una teoria sociale o politica, qualcosa di più di una riforma istituzionale, c’è la radicalità dell’appartenenza a un Sovrano che ha emanato un decreto incancellabile secondo cui tutto ciò che sarà fatto a uno dei più piccoli sarà fatto a Lui.
 
Giannozzo Pucci
 

Le Forze Armate di La Pira (di Enrico Delfini)


Caro Stefano, sempre più interessante lo sviluppo delle voci sul “topic” incentrato su don Milani & Co. Don Milani l’ho sempre seguito e considerato poco; meglio conosco, seppur per via indiretta, il sindaco la Pira.
Era conoscente, se non proprio amico di mia mamma e di suo fratello (lo zio Enrico) nella Firenze prebellica.
Io ne sentivo parlare negli anni ‘50 e ‘60, con un atteggiamento strano: quasi tutto quello che diceva o faceva veniva considerato sbagliato (da mia madre e da mio babbo che cercavano di spiegarmi le cose della politica), ma sempre il discorso terminava con qualcosa del tipo “ma La Pira comunque è santo”.
Tra i tanti aneddoti che ricordo, quello che più mi sembra incarnare la “follia” di GLP, costellata di buone intenzioni ma decisamente scollata dalla realtà, riguarda un suo tentativo (non so se presentato in Parlamento o solamente esposto in qualche convegno) di arruolare un certo numero di suore di clausura come dipendenti del Ministero della Difesa. Se compito delle Forze Armate è, per la Costituzione, la difesa e la promozione della Pace, perchè non considerare chi quotidianamente per la Pace prega alla stessa stregua di chi compie servizi armati ?
Nel 1989 ho avuto la fortuna di vivere i mesi del tracollo dei regimi comunisti, frequentando un monastero di Trappiste: ebbene, la sensazione che mi è rimasta è che, pur non volendo negare i meriti di un Reagan o di un Gorbaciov, non mi sento di considerare secondario l’apporto delle preghiere di qualche dozzina di anime nobili.
 
Enrico Delfini