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Il Covile - N.o 402 (3.7.2007) Donmilanismo 6 (Stefano Borselli)

Questo numero


Sono veramente contento di come sta andando quest’ultima conversazione, che mi sta molto a cuore per una serie di ragioni che più volte ho cercato di spiegare. Avendola aperta in modo molto critico sapevo di essere obbligato a rispondere a qualche amico che, grazie a Dio, la pensa diversamente.
 

Don Milani e il donmilansimo. Facciamo il punto (di Stefano Borselli)


L’intervento di Armando Ermini: precisazioni


Mi soffermo solo su due affermazioni:
  1. “Prendiamo la scuola ed il suo stato pietoso. A me sembra inappropriato attribuirlo a quarant’anni di buonismo donmilaniano.”
  2. “Quelle altre sinistre […] Possono rivendicare legittimamente l’eredità di Don Milani come intendono fare Bertinotti e Veltroni col suo I care che intende riallacciarsi direttamente al donmilanismo? […] La risposta […] è un no netto. Don Milani faceva parte di un altro mondo, nel male e nel bene. Cosa c’entrino con lui il matrimonio omosessuale, l’indifferenza etica verso la cannabis, o la procreazione artificiale […] proprio non si capisce.”
Per quanto riguarda la prima, credo di avere, forse in modo troppo contratto, già giustificato quel mio fermo convincimento che Armando dice di non condividere. Poiché mi spetta l’onere della prova mi ripropongo di spiegarlo in maniera più organica in un prossimo numero. Alla seconda devo solo fare un’aggiunta. È verissimo, per quanto se ne può capire, che don Milani (e del pari La Pira) avrebbe aborrito i DICO e la procreazione artificiale. E Giannozzo Pucci è stato sempre fermo su quella linea. Ma che ne è stato dei donmilanisti e dei lapiriani in genere? È possibile saperlo “scientificamente” tramite quella cartina di tornasole che è stato il referendum del 12 giugno 2005 “sulla fecondazione tecnologica”, come lo definì Giannozzo nel suo appello all’astensione che pubblicammo nel n° 258. Ebbene, nonostante gli appassionati sforzi di Giannozzo e di qualche altro (come l’amica Gabriella Antonini, verace lapiriana), la stragrande maggioranza di quell’area, compresi Mario Primicerio, Presidente della Fondazione La Pira, e Michele Gesualdi, il più celebre allievo di Barbiana, si schierarono per il Sì o fecero i furbi, non pronunciandosi (per non urtare gli amici rifondaroli?) come Alex Zanotelli, che firmerebbe anche l’appello per la riparazione della fontana di Roccacannuccia, ma su quel referendum disse di non saperne niente. Giannozzo restò praticamente solo. Perché? Tutti traditori? O c’era qualcosa già nel pensiero dei due padri fondatori che lo consentiva? A mio modesto avviso la spiegazione è nella lucida analisi di Augusto Del Noce, che già nel 1978, in Suicidio della rivoluzione, previde la trasformazione del PCI in partito radicale di massa. Quello che Del Noce aveva previsto (che la cultura marxista, “fallita sul piano suo proprio del costruttivismo sociale”, avrebbe provato a sostituirlo con un “confuso costruttivismo antropologico”, come scrive Gaetano Quagliariello) e che è effettivamente successo ai comunisti del PCI (ma neppure loro sono tutti, per fortuna, divenuti radicali: si pensi a Pietro Barcellona) è successo anche ai cattocomunisti, pure lapiriani e donmilaniani i quali sono passati alla aprioristica difesa dei non meglio identificati “diritti dei diversi”. Insomma parrebbe che Bertinotti e Veltroni abbiano, o meno, diritto di proclamarsi eredi di don Milani quanto Mario Primicerio e Michele Gesualdi.
 

L’intervento di Giannozzo Pucci.


Considero troppo impegnato nella comprensibile difesa ad oltranza degli scritti di don Milani l’intervento che ci ha inviato Giannozzo Pucci e voglio discuterne. Per poter entrare nel merito devo però prima sgombrare il campo da alcune questioni metodologiche.
 

Prima questione di metodo


Giannozzo chiude con la solita mozione, inappellabile, della santità: “[…] nel classismo di don Milani schierato coi poveri […] c’è la radicalità dell’appartenenza a un Sovrano che ha emanato un decreto incancellabile secondo cui tutto ciò che sarà fatto a uno dei più piccoli sarà fatto a Lui”. Da ciò ne discende che, ad esempio, i coevi cattolici che non erano d’accordo con lui non facevano la volontà del Signore ed erano meno caritatevole ed attenti ai “piccoli”. Questo è anche il tono della lettera di La Pira a Pio XII contro don Sturzo “quando don Sturzo scrive i suoi articoli sul Giornale d’Italia (!) articoli astratti, scritti da chi non conosce che certi schemi mentali scambiati per principi” che opportunamente Daniela Nucci ha ricordato. Testimoni dell’epoca mi hanno inconsapevolmente raccontato come La Pira spiegasse ai suoi che tutti i cattolici che “lo ostacolavano”, cioè che la pensavano diversamente, erano “massoni”. Non ci sto. Razionalmente voglio poter conoscere e discutere gli argomenti e le idee di La Pira e don Sturzo, di don Milani e dei suoi avversari (di quest’ultimi non vi viene in mente un nome, vero? A tanto è arrivato il potere del donmilanismo dominante…) senza entrare nel merito, che non mi compete, della santità o meno di nessuno. Anzi, dirò, che questa mozione della santità ha anche un altro nome, quello della manzoniana donna Prassede la quale «[…] come diceva spesso agli altri e a se stessa, tutto il suo studio era di secondare i voleri del cielo: ma faceva spesso uno sbaglio grosso, ch’era di prender per cielo il suo cervello».
 

Seconda questione di metodo


Giannozzo scrive che tutti coloro che criticano don Milani lo fanno per preconcetti (“chiusura totale”) e per trovare argomenti rovistano “nei secchi della spazzatura”. Andiamo! Il sottoscritto non ha mai rovistato nella spazzatura. Daniela Nucci ha commentato Lettera a una Professoressa: spazzatura anche quella? Giannozzo non ha bisogno di scusarsi per aver usato quei termini, figuriamoci: poteva essere più urbano ma, come diceva Peguy, al diavolo la politesse! Il fatto grave è che in quarant’anni nessuno dei donmilanisti ha mai risposto se non con insulti ad uno, dico uno, degli argomenti che pochi, oscurati, critici hanno pacatamente, razionalmente e documentatamente sollevato. Per tutti si legga, di Roberto Berardi, “Lettera a una Professoressa” - Un mito degli anni Sessanta, Shakespeare and Company, 1992, Milano.
 

Un disinvolto stravolgimento della realtà


Giannozzo fin dall’ossimorico titolo, La descolarizzazione del tempo pieno, non parla del don Milani reale, storico, ma di una figura ideale nella quale confluiscono una serie di sue idee contradditorie insieme a vario materiale mitologico: Ivan Illich, Gandhi, Lanza del Vasto. Ogni rapporto con realtà, fatti, testi è stravolto, la verità non interessa. Siamo alle solite: tanto peggio per i fatti. Nel testo citato, del 1992, Roberto Berardi scrive a proposito della “riforma” della scuola pubblica proposta da don Milani (e che sarà in gran parte purtroppo attuata), il grassetto è mio:
“Il primo punto, «non bocciare», merita invece di essere approfondito. Milani, innanzi tutto, non dice mai che è la legge che prevede la ripetenza, non propone di modificarla, né chiede l’abolizione legale dei titoli di studio, che risolverebbe alla radice il dilemma bocciare – non bocciare. Se la prende unicamente con i docenti, come se lo scrutinio finale e l’esame fossero sadismi inventati da loro; e contro di loro aizza genitori e alunni.”
Giannozzo conosce bene queste critiche e risponde attribuendo a don Milani le idee, peraltro posteriori, di Illich (e in questo caso anche di Berardi)
“Istituzionalmente per non bocciare mai bisognerebbe abolire il valore legale dei diplomi.”
Siamo alla disinformatja. Tommaso d’Aquino, pure lui spesso mitizzato da Giannozzo, si rivolta nella tomba di fronte a questa disinvolta falsificazione.
“La lettera si rivolge ai genitori” scrive. Ma come, non è ad una professoressa?
“Le stesse tre riforme: «1) non bocciare, 2) a quelli che sembrano cretini dargli la scuola a tempo pieno, 3) agli svogliati dargli uno scopo», sono una provocazione alla conversione personale dei genitori e degli insegnanti, ma una rivoluzione permanente per la scuola di stato.”
Insomma, era uno scherzo, una provocazione. Ci si arrampica sugli specchi per non dire “su questo don Milani ha sbagliato”. La conversione degli insegnanti consistette in una perdita di identità generalizzata causata dalla paura di essere infamati come nemici del popolo (anche da don Milani medesimo o dai suoi amici e parenti, come documenteremo) in caso di bocciatura e nella facile soluzione della promozione generalizzata (verso la quale nessun donmilanista ha mai protestato), anche se questo voleva dire squalificare la scuola togliendole il ruolo di occasione di crescita per i più poveri. Ma tanto l’importante è sentirsi buoni…
 

La conversione


Giannozzo sostiene che i lettori della Lettera si dividono in due sole categorie: 1) chi lo ha rifiutato 2) chi “non è rimasto immune da un bisogno di conversione personale”. Siccome non ci sono altre categorie, ne discende che Bertinotti e Veltroni dobbiamo metterli tra i convertiti. Il bello è che è vero. La carica emotiva del testo è così forte da far scrivere a Daniela: “rileggendo tempo fa Lettera ad una professoressa (libro che avevo letto da giovane e che mi aveva molto esaltata), […] mi sono resa conto [… di] quanto pericoloso fosse quel libro per quanti non erano sufficientemente ‘preparati’ a leggerlo. È un libro in cui trasuda un odio di classe tale che spiega benissimo perché Bertinotti si augura oggi che venga letto in tutte le scuole.”. La Lettera rappresenta uno dei materiali che alimentarono il ’68: chi leggeva Lettera ad una professoressa, chi Della miseria nell’ambiente studentesco, chi Operai e Capitale, chi il libretto di Mao e tutti si convertivano: quante giovani figlie della ricca borghesia fiorentina ho incontrato a volantinare all’ingresso del turno delle 6 alla Fiat o al Pignone... Erano testi (soprattutto i primi due) che incarnavano lo spirito del tempo, scritti nel modo giusto al momento giusto, capaci di catturare. Ecco come, a buon diritto e non senza un certo compiacimento letterario, scrive Guy Debord del suo gruppuscolo rivegauchiste: (Opere Cinematografiche Complete, Arcana editrice, Roma 1980, pagg. 264-265)
“[…] questo luogo che fu la breve capitale della perturbazione […] Era il labirinto migliore per trattenere i viaggiatori. Quelli che vi si fermarono due giorni non ne ripartirono più, o almeno non fintanto che esistette; ma i più vi hanno visto venire prima la fine dei loro anni poco numerosi. Nessuno lasciava queste poche strade e questi pochi tavoli dove il punto culminante del tempo era stato scoperto.”.
Era il ’68, si trattava di cambiamenti, di conversioni. Alcune idee erano buone, ma la mentalità di fondo era sbagliata, e quelle “conversioni” non erano certo del tipo “convertitevi e credete al Vangelo”.
 

Fare i conti col ’68


Ho iniziato questa lunga discussione con una dura frase di Nicolas Sarkozy contro il ’68: “Hanno imposto l’idea che tutto si equivale, che non c’è ormai nessuna differenza tra il bene ed il male, nessuna differenza tra la verità ed il falso, tra il bello ed il brutto […] Hanno cercato di fare credere che l’allievo vale il maestro, che non bisogna mettere note per non traumatizzare i cattivi allievi, e che soprattutto non occorre classificare. Che la vittima contava meno del delinquente […] si tratta di conoscere se l’eredità di maggio 68 deve essere perpetuata o se deve essere liquidata una buona volta per tutte”. Poiché sono fermamente convinto che Sarkozy abbia ragione e che quella mentalità buonista, politicamente corretta ecc. ecc. che è stato il naturale sviluppo delle idee di quell’epoca rivoluzionaria vada liquidata, non posso tacere su quanto del donmilanismo sia all’origine di quell’eredità.
 

Don Milani un prodotto della civiltà contadina?


Schematizzando un po’, nemmeno troppo, troviamo in don Milani tre temi (di per sé già contraddittori): a) un forte classismo militante, b) l’assunzione di principi nonviolenti-gandhiani e c) la critica al consumismo ed alla tecnica unite a quella che si potrebbe chiamare la difesa della civiltà contadina. Il tutto con lo spirito radical-rivoluzionario, proprio dell’epoca che si sostanzia nella rivolta contro il padre: L’obbedienza non è più una virtù non è un titolo casuale ma rappresenta la versione cattolica del Vietato vietare dei situazionisti di Nanterre. Essendoci passato attraverso ho dovuto, per liberarmene, fare i conti con quella che per me (per mia esperienza, del mondo che ho visto) è l’essenza del tipo del rivoluzionario. Riuscii a descriverlo nel 1985, criticando un articolo contro la caccia di Adriano Sofri su Reporter scrivevo:
“Un testo chiave sulla nascita del mondo moderno è Michael Kohlhaas di von Kleist. Nel romanzo, Michael, mercante gentiluomo dal cuore generoso, «uno degli uomini più giusti e insieme più terribili del suo tempo», si trova a subire una prepotenza grave e del tutto arbitraria da un don Rodrigo locale. Un’ingiustizia di quelle che gridano vendetta al cielo. La certezza della gratuità del torto subito e l'ansia di un’urgente e piena riparazione trasformano quel fatto, agli occhi di Michael, in un buco nero nel quale implode (con la forza d'attrazione della complicità, diretta e indiretta) l'intero universo. Mentre il mondo s'annichilisce, l’ego della vittima si dilata fantasticamente, fino a sentirsi in grado di giudicare chiunque col metro di quel torto. Michael brucerà le città che non si dimostrano pronte alla sua sete di giustizia. Il sentimento di un'ingiustizia radicale apre le porte ad una paurosa semplificazione del mondo: «qualsiasi cosa (anche il nulla) meglio di questo».”
[da: Ora tocca alla caccia]
Se una serissima professoressa boccia un tuo protetto, ecco che l’intero mondo può essere messo sotto accusa, che importa se le proposte non ci sono, prima ci vuole la distruzione totale: “Tutto ciò che esiste merita di perire”. “Io so cosa pensa un montanaro quando sta zitto e so la cosa che pensa mentre ne dice un’altra.” Altro che montanaro, qui abbiamo una titanica testa di moderno, come ho già ampiamente dimostrato.
 

Tutto da buttare?


No. Prima di tutto don Milani va collocato nel suo, ahimè breve, tempo, come ha scritto giustamente Bruno Terlizzo in una lettera che non ho avuto modo di pubblicare:
“Occorre storicizzare sempre e collocar gli uomini e le opere nelle coordinate del loro tempo. Me lo ripeteva negli anni '60 a Macerata l'allora giovane prof. Paolo Grossi: occorre stare attenti alle lenti deformanti nel valutare pensieri ed eventi: non si può giudicare il passato con gli strumenti e le mentalità del presente. E questo vale anche per gli scritti, le parole e le azioni di don Milani.”
Il problema è quando i Bertinotti e i Veltroni (ma anche i Pucci) dal contesto lo tolgono per riproporlo sic et simpliciter. E non va dimenticato che nel contesto c’erano anche i suoi avversari i quali su gran parte delle cose sbagliate che diceva don Milani la dicevano giusta. Questa come la mettiamo?
In secondo luogo, la prematura morte, avvenuta il 26 giugno 1967, quasi contemporanea alla pubblicazione della Lettera, lo ha fissato. Molti, purtroppo però sempre troppo pochi, negli anni settanta hanno riflettuto e cambiato qualche parere. Ci capisco davvero poco in queste materie, ma pare che vi si siano diverse differenze tra lo Joseph Ratzinger del 1967 e l’odierno Benedetto XVI. Se fosse campato, chissà come la penserebbe oggi don Milani.
In terzo e ultimo luogo, nell’opera e negli scritti di don Milani, insieme a tante cose caduche (come il soggettivismo esasperato, il classismo e l’odio per ogni tipo di disuguaglianza, questo di chiara matrice gnostica) vi sono delle domande, in particolare sulla questione della cultura contadina e della tecnica, che ancora non hanno trovato risposta. Sono domande che si ponevano anche Giorgio Cesarano, Guy Debord ed altri, non tutti, “pazzi” del ’68, domande sulle quali il Covile non vuole cessare di indagare. Ma l’unico modo di rendere giustizia a questi grandi inquieti non è farne delle immaginette; l’ha espresso bene frate Fabrizio Zaccarini:
“Certo io adesso mi sento chiamato a prendere le distanze dalla sua logica tripartita «utile, inutile o dannoso». Avverto, e avvertivo già quando scrivevo la mia tesi di laurea, ma allora non ero ancora pronto a riconoscerlo a me stesso, una venatura giansenistica nel no di don Milani alla ricreazione e alla gioia inutile del ballo. Tuttavia se un giorno ho issato le vele e ho preso il largo, operazione per altro mai finita, lo devo anche a lui e al mito che di lui mi ero fatto.”
Stefano Borselli