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Il Covile - N.o 404 (10.7.2007) Donmilanismo 8 (Maurizio Grassini, Armando Ermini) - Il ritorno di Michael Kohlaas

Questo numero


Prosegue l’approfondimento sul donmilanismo con due interventi importanti. Il primo è la testimonianza di uno dei non pochi “figli del popolo” arrivati all’insegnamento universitario per merito solo del proprio talento e di quella scuola classista e selettiva che oggi non esiste più grazie alla realizzazione della “riforma” donmilaniana. Al secondo, che coglie risvolti inaspettati della figura di Michael Kohlaas, aggiungo una postilla.
 

Don Milani, il profeta del ’68 (di Maurizio Grassini)


Torinese, con padre ufficiale di marina (con tanto di monocolo), madre pianista, casa in collina e villa a Pino Torinese, mio compagno di studi al Collegio Antonio Pacinotti (ora Scuola S. Anna) mi annunciò con solennità e rallegramento l’apparizione di Lettera a una professoressa, un libro scritto da un certo Lorenzo Milani, un prete tanto intelligente che con spirito democratico faceva apparire l’opera come il frutto di un lavoro collegiale dove l’autore sarebbe stato la “Scuola di Barbiana” da lui fondata, inventata e gestita in una frazione montana del Mugello. Tra le scoperte sulle quali veniva richiamata la mia attenzione c’era quella dell’estrazione sociale quale elemento condizionante l’accesso e il successo negli studi. Era più facile, sosteneva il sacerdote, laurearsi se il genitore o i genitori erano laureati, mentre era molto più difficile giungere ai livelli più alti dell’istruzione per un giovane cresciuto in campagna, lontano dai luoghi con vita culturale vivace e con genitori analfabeti. Il mio compagno con sincerità riteneva, sostenuto da quanto contenuto in questo libro, di rivelare questa grande verità a me con padre con la quinta elementare e madre casalinga, sarta, molto intelligente ma con la terza elementare. Lui ci magnificava la sinfonia Dal nuovo mondo di Dvorak e ascoltava i concerti brandenburghesi di Bach; la cultura musicale che respiravo io in famiglia spaziava tra Grazie dei fior e Buongiorno tristezza. Solo molto più tardi scoprii che nei miei parenti viveva l’eco delle arie pucciniane e del mito di Pietro Mascagni, un tratto popolare e nobile tipico della gente della costa toscana.
Colpito da tanta banalità nell’annuncio entusiastico del compagno torinese, andai, come si dice, alle fonti, cioè lessi il libro Lettera a una professoressa. Una lettura che consiglio perché consente di capire soprattutto come mai tanta fama circondi il prete di Barbiana e soprattutto in quali ambienti ne viene tuttora coltivata la memoria.
Questo libro riproponeva un’analisi della realtà già introdotta con grande clamore da Ugo La Malfa quattro anni prima nella “Nota aggiuntiva”, un supplemento straordinario alla Relazione sulla situazione economica del Paese che, in qualità di Ministro del Bilancio, licenziò nel marzo del 1963. L’innovazione consisteva nell’affrontare e commentare fenomeni economici e sociali facendo uso delle statistiche. Percentuali, indici e tabelle consentivano di dare una dimensione concretata della realtà a differenza delle denunce basate sulle emozioni generate dall’oratoria tribunizia. Un’innovazione che avrebbe dovuto migliorare il confronto politico, ma che è stata coronata da totale insuccesso.
Un secondo messaggio contenuto nel libro è il continuo richiamo alla divisione del mondo in due classi: i ricchi e i poveri; un’esortazione, questa, a guardare la società che ci circonda con gli occhiali dell’ideologia comunista. Un po’ come il libro dal titolo La lotta di classe in Tanzania che mi capitò di vedere nelle vetrine delle poche librerie di Dar es Salaam, un paese a quel tempo comodamente accoccolato nelle mani dei consiglieri sovietici.
Ma l’idea fissa di don Lorenzo Milani era quella di imporre l’uguaglianza volutamente definita nella sua irrealizzabilità, cioè eliminare ogni differenza inclusa quella indotta dai propri genitori, una differenza che sarebbe eliminabile solo se fosse possibile sceglierseli. L’impossibilità biologica dell’assunto indusse furbescamente il prete di Barbiana a sentenziare che a scuola nessuno doveva rimanere indietro e tutti erano tenuti a fermarsi per seguire i tempi di apprendimento dello svogliato e comunque non umiliarlo mettendolo di fronte a intelligenze più vivaci. La maestra elementare di Robert Oppenheimer (il fisico teorico americano che è stato direttore del progetto Manhattan a Los Alamos, New Mexico), invece, fece notare al suo alunno che con la sua mente aveva il dovere di non puntare al facile obiettivo di essere semplicemente il primo della classe. Il pedagogo di Barbiana, al contrario, sentenziava, “Perché il sogno dell’eguaglianza non resti un sogno vi proponiamo tre riforme” di cui basta ricordare la prima - “Non bocciare” - per comprendere a pieno gli effetti di queste predicazioni sull’evoluzione della scuola dal sessantotto alla riforma dell’università di Luigi Berlinguer. Così, con la scusa che la miscela genitori-origini sociali genera disuguaglianza e, di conseguenza, frustrazione in molti ragazzi che affrontano la scuola, i seguaci del prete di Barbiana hanno pensato di realizzare l’eguaglianza distruggendo l’insegnamento dalle elementari all’università. Ci sono riusciti e taluni ora chiamano don Lorenzo Milani “il profeta”.
 
Maurizio Grassini
 

Michael Kohlaas, il ribellismo nichilista e il Donmilanismo (di Armando Ermini)


Scrive Stefano:
“Un testo chiave sulla nascita del mondo moderno è Michael Kohlhaas di von Kleist. Nel romanzo, Michael, mercante gentiluomo dal cuore generoso, «uno degli uomini più giusti e insieme più terribili del suo tempo», si trova a subire una prepotenza grave e del tutto arbitraria da un don Rodrigo locale. Un’ingiustizia di quelle che gridano vendetta al cielo. La certezza della gratuità del torto subito e l’ansia di un’urgente e piena riparazione trasformano quel fatto, agli occhi di Michael, in un buco nero nel quale implode (con la forza d’attrazione della complicità, diretta e indiretta) l’intero universo. Mentre il mondo s’annichilisce, l’ego della vittima si dilata fantasticamente, fino a sentirsi in grado di giudicare chiunque col metro di quel torto. Michael brucerà le città che non si dimostrano pronte alla sua sete di giustizia. Il sentimento di un’ingiustizia radicale apre le porte ad una paurosa semplificazione del mondo: «qualsiasi cosa (anche il nulla) meglio di questo».”
La descrizione si attaglia alla perfezione alla tipologia del terrorista ma anche al “black block” o ai vari “movimenti”, a tutti coloro insomma che sentono l’insopprimibile bisogno di individuare un “colpevole” per uno stato di cose che non li soddisfa e distruggerlo, letteralmente. Il “capitalista”, Bush, il patriarcato, il “maschio oppressore” o chiunque, anche nelle cose di tutti i giorni, appare come un ostacolo alla realizzazione del proprio ego, e dunque anche il tifoso della squadra avversaria, l’automobilista che ti frega il posto al parcheggio, la fidanzata che ti ha lasciato, il marito “noioso” da far fuori accusandolo di molestie sui figli, e via elencando in una casistica pressoché infinita. Cose molto diverse l’una dall’altra, si dirà. Vero, ma tutte con due importanti cose in comune.
 
— Una semplificazione estrema dei concetti di torto o di ingiustizia, mai mediati dalla riflessione sulla complessità della storia e dei rapporti umani, ma rapportata alla propria percezione immediata e soggettiva, che a sua volta risulta essere spesso distorta dal rifiuto di guardare anche dentro se stessi, e quindi considerare gli aventi come frutto di interazioni dalle quali nessuno può trarsi fuori reclamando la propria estraneità e “innocenza”. A me sembra che questo meccanismo psichico riguardi tanto singoli soggetti che interi popoli, spesso insieme al suo opposto, l’assumersi masochisticamente la colpa di tutto, che però è solo l’altra faccia della stessa, unica, dinamica.
 
— La reazione, conseguente a quella percezione, distruttiva (o autodistruttiva) e priva di limiti. Tanto il torto e la ferita sembrano assoluti, tanto assoluta dovrà essere la risposta per ristabilire l’equilibrio infranto.
 
Ebbene, la psiche infantile funziona esattamente nello stesso modo, con l’ovvia considerazione che in quel caso è naturale che sia così. Siamo dunque parte di un mondo regredito allo stato d’infanzia? La mia risposta è si. Viviamo una profondissima e pericolosissima regressione, alla cui base è la progressiva emarginazione, fino alla scomparsa, del padre: del significato simbolico della sua figura e delle funzioni reali e concrete che era chiamato a svolgere nella famiglia e nell’educazione dei figli. In altri termini la femminilizzazione e maternizzazione della società, contrariamente a quello che si pensava, non giovano affatto né alle donne, né alle madri. Piuttosto nuocciono a tutti.
“Se non sopravviene una nuova regolamentazione di questa situazione di tipo primario, l’individuo rischia di non avere altra scelta che tra sottomissione totale e totale aggressività”, scrive G. Mendel. A livello di psiche collettiva ciò corrisponde, secondo Neumann, al processo di regressione della coscienza ad uno stadio di sviluppo precedente che definisce come “ri-collettivizzazione” delle masse e tracollo della “maschilità della coscienza”.
Perché il padre? Perché è lui che insegna ai figli a sopportare le ferite, tramite quella originaria che imprime loro staccandoli dalla simbiosi con la madre, mondo di appagamento totale e onnipotente che il bambino sperimenta nei primi tempi della vita (e guai se così non fosse). È il padre, o in mancanza un suo sostituto maschile, che imponendo la sua legge - “La madre è mia” - permette al figlio di rinunciare all’assolutezza dell’onnipotenza infantile, aprirsi ad una vita adulta di relazione, dargli un senso, contenere l’aggressività e darle forma mentre la valorizza come fonte di energia e trasformazione del mondo, e introiettare infine la necessità del limite come condizione di libertà. “[...] Pronunciando la Legge, lega in un’esperienza più ampia lo spazio, la regola e il linguaggio”, scrive M. Foucault. La pretesa, propria della modernità, di poter fare a meno del padre, al massimo riducendolo al ruolo di sostentatore economico e di fuco riproduttore (ma ormai nemmeno questo) produce personalità patologiche oscillanti fra sadismo e masochismo, e società che riflettono queste patologie, di cui quotidianamente vediamo le manifestazioni. Non solo nel terrorismo, nel ribellismo nichilista o nella violenza caotica (e stupida) che infesta la vita delle città, ma anche in slogan sciagurati come “l’unica legge è il desiderio”, nella cultura dei diritti (scaturiti dai desideri) slegati dai doveri, fino alla pretesa, mostrata come conquista di progresso, di sbarazzarsi degli esseri umani non conformi agli standard individuali o collettivi di “dignità” della vita.
 
Ma, si dirà, Von Kleist scriveva intorno al 1810, quando la prevalenza paterna in ambito familiare e quella maschile nel sociale non erano in discussione. È vero, ma già allora le antiche funzioni paterne erano intatte nella forma esterna mentre procedeva il loro erodersi nella sostanza. La storia del declino della paternità è lunga, datando almeno dall’epoca della Riforma. Secondo Dieter Lenzen:
“La dottrina pedagogica di Lutero contiene molto di più di un semplice trasferimento delle competenze paterne alla madre […] Poiché questa dottrina non rimase pura teoria, ma ben presto uscì dalle case dei pastori e divenne il normale modello educativo, l’inizio della Riforma segna dunque irrevocabilmente la fine di un’epoca per ciò che riguarda la concezione della paternità, sia sul piano pratico che su quello teorico. Poche generazioni dopo, nessuno sapeva più, quanto meno nella tradizione protestante, cosa avesse significato paternità.”
In sintonia con Lenzen, Claudio Risè indica a sua volta nel processo di secolarizzazione della società e nella rottura del legame fra paternità terrena e Paternità divina, la causa dell’eclisse del padre. Al quale, non più “custode familiare per conto dell’ordine naturale simbolico e divino, e…. neppure rappresentante sociale della legge del Padre”, restano solo le funzioni economiche mentre l’antica autorità, svuotata di senso, finisce per essere percepita come arbitrio e oppressione, e spesso a ragione.
In questo lungo processo storico il ‘68 rappresenta un punto di passaggio, in cui si confrontano ancora, spesso nei medesimi soggetti, spinte al “nuovo” e riflessi antichi. Don Milani e il donmilanismo, non diversamente da una parte dell’allora PCI e della sinistra extraparlamentare, ne sono, mi sembra, un esempio. Il Don Milani della scuola senza bocciature è in sintonia con la spinta culturale (ed anche economica, altro argomento da prendere in considerazione) che vuole eliminare il codice paterno, mentre il Don Milani insegnante severo tale codice, peraltro già svuotato nella sua essenza, lo usa tranquillamente. Non è un caso allora, come Stefano sottolinea, che i seguaci di Don Milani oggi si riconoscano tutti in certe posizioni, come gli eredi del PCI. L’unico che già allora ebbe coscienza del vero significato del 68 fu Pier Paolo Pasolini, lucido testimone del suo tempo fra denuncia della sclerotizzazione di un potere culturalmente delegittimato e visione del disastro antropologico e sociale che ci aspettava.
Credo che non si possa riesaminare quel momento della nostra storia e fare operazione di verità senza tenere conto delle contraddizioni che lo attraversarono, soprattutto pensando al futuro. Perché qualsiasi ritorno del concetto di autorità, di dovere, di merito (nella scuola e fuori) , che non ri-prenda in considerazione il padre ed il suo codice o non avrà effetti o dovrà essere imposto da uno Stato che assumerà caratteri autoritari.
 
Armando Ermini
 
Bibliografia:
G. Mendel, La rivolta contro il padre. Introduzione alla socio-psicanalisi, Vallecchi, Firenze 1973.
E. Neumann, Storia delle origini della coscienza, Astrolabio, Roma 1978.
M. Foaucault, “Il Non del padre”, in Archivio Foucault 1 - Follia scrittura discorso, a cura di J. Revel, Feltrinelli, Milano 1996.
D. Lenzen, Alla ricerca del padre. Dal patriarcato agli alimenti, Laterza, Bari 1991.
C. Risè, Il padre. L’assente inaccettabile, S. Paolo, Milano 2003.
 

Postilla


Confesso che è per me un certo piacere vedere che si torna a parlare di Michael Kohlhaas. Nel n° 402 ho presentato il mercante giustiziere di von Kleist come “l’essenza del tipo del rivoluzionario. Riuscii a descriverlo nel 1985, criticando un articolo contro la caccia di Adriano Sofri […]”. A questo punto vale la pena raccontare tutta la storia: fu Vincenzo Bugliani, che all’epoca era nella redazione di Reporter, a chiedermi di rispondere ad un articolo di Adriano Sofri contro la caccia, con l'intenzione di aprire un dibattito sul giornale. Sofri lesse il mio pezzo ma, considerandolo un attacco personale, decise di non pubblicarlo, così il testo circolò solo tra gli amici. Anni dopo ho scoperto che forse qualche eco era rimasta: dall'intervento di Gianni Sofri all'Assemblea nazionale dei Verdi, Montecatini Terme, 13 marzo 1999 (in rete a http://www.sofri.org/gianni0399.html ): “Una persona cui sono molto legato, anzi la persona a me più cara, mi ha esposto tempo addietro un dubbio per lei angoscioso: che da parte nostra non si stia ripetendo la tragedia di Michele Kohlhaas.”.
 
S. B.