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Il Covile - N.o 407 (23.9.2007) Ernesto Rao Limata recensisce il libro di Tremonti

Questo numero


Caro Stefano, come ti avevo promesso ti invio allegata questa recensione di un pamphlet di Giulio Tremonti del 2004, Rischi fatali, trovato sulla rivista Incursioni, n. 3 - maggio 2007.
Premesso che colpevolmente non ho ancora letto il pamphlet, mi sembra tuttavia che gli stralci riportati nella recensione diano un contributo importante per capire cosa sia accaduto in questi ultimi anni.
Abbiamo sottolineato spesso il debito che la civiltà occidentale ha contratto con il Cristianesimo che ha creato le premesse spirituali e culturali (ed anche economiche) per il suo diffondersi a livello planetario e segnare di sé la storia del mondo. Mi sono chiesto spesso come sia stato possibile che proprio l’Occidente stia contraddicendo le lontane premesse da cui è nato, e si stia allontanando da esse rinnegandole. Gli argomenti di Tremonti mi sembrano rievocare certi discorsi di Giovanni Paolo II ed anche di Benedetto XVI, e cercano di dare una risposta che a me sembra molto interessante.
Ci fanno vedere un aspetto della modernità trascurato, implicano una identica matrice culturale fra marxismo e liberalismo nell’accezione globalizzatrice, e decretano l’obsolescenza delle categorie con cui abbiamo cercato di interpretare le grandi contraddizioni del secolo scorso.
Con ciò pongono un problema che la politica, nel suo guardare ansiosamente al presente, non riesce pienamente a comprendere, e cioè che la faglia di cesura, il confine fra le due Weltanschauung contrapposte non si situa più dov’era nel secolo passato. Né a livello di concezioni economiche, né a livello di concezioni antropologiche e filosofiche, come sta dimostrando il dibattito sulle questioni di bioetica.
Non la sinistra riformista, che anzi sembra accettare pienamente e consapevolmente i fondamenti e gli effetti della modernità, non la sinistra massimalista che non vede l’intima coerenza fra la globalizzazione e la declinazione moderna dei “diritti” che pienamente fa propria, con ciò finendo per diventare la mosca cocchiera proprio di ciò che dice di voler combattere. Ma anche dall’altra parte dello schieramento mi sembra non ci sia molta consapevolezza, tanto che dubito molto che gli “strani” discorsi di Tremonti vengano capiti davvero. E’ però significativo, e offre una speranza, che certe riflessioni escano dagli spazi chiusi delle accademie universitarie e inizino a circolare negli ambienti politici, ed altrettanto che provengano da ambienti estranei alla cultura di derivazione o passato marxista.
Molto è il disordine sotto il cielo. La mia speranza è che le parole di Tremonti suscitino tutto il dibattito che meritano. Sarebbe un bel passo avanti.
 
Armando Ermini
 

Ernesto Rao Limata recensisce il libro di Tremonti


Fonte: Incursioni di un pensiero non conformista, n. 3 - maggio 2007

Giulio Tremonti, RISCHI FATALI. L’Europa vecchia, la Cina, il mercatismo suicida. Come reagire, Mondadori 2004
Non è per nulla facile ripercorrere tutte le tappe, le repentine svolte e le accelerate della storia degli ultimi anni. L’agenda dello storico appare fitta di date relative a guerre, eventi politici, presunti attentati terroristici, accordo economici. Il rischio si palesa in tutta la sua evidenza: non riuscire a ricalcare lo schizzo, artatamente amorfo, disegnato da chi ha deciso il presente che viviamo e continuerà a decidere il nostro futuro.
Rischi fatali è un pamphlet che raggiunge questo obiettivo e, in questi termini, sconcerta il lettore, non solo per la perizia con cui ritesse la trama degli eventi moderni, ma anche e soprattutto per la sua firma: il prof. Giulio Tremonti. L’autore, con la lucidità tipica dell’economista, ancora il fenomeno della globalizzazione, da intendersi non solo come fenomeno economico ma come vera e propria Weltanschauung dei nostri giorni, a due date: la prima, il 9 novembre 1989, il crollo del muro di Berlino e la seconda, il 15 aprile 1994, la stipula a Marrakech dell’accordo WTO sul libero commercio mondiale. Cinque anni, tra il 1989 e il 1994, in cui è crollato un mondo e ne è rinato un altro, o per meglio dire, in cui il vecchio mondo ha partorito la propria transgenica evoluzione. Facendo perno su queste due date, su questi due eventi apparentemente così diversi per merito e notorietà, il Giulio Tremonti riesce a spiegare velocemente, senza estenuanti ghirigori accademici, il senso di una accelerazione della storia che, in fin dei conti, tutti avvertono, al di là del proprio grado di conoscenza dei fatti che hanno determinato il presente. Così, la fotografia dell’autore si manifesta in tutta la propria reale crudezza e fenomeni, di cui solo da poco i più cominciano a percepire il pericolo, come il colosso Cina o la debolezza politica dell’Europa, vengono spiegati con naturale semplicità grazie a quella che si può definire una teoria ed al tempo stesso una ricostruzione storica, la teoria del Mercatismo suicida. Orbene, questo è il cuore del saggio ed è questa la parte che merita l’attenzione e lo stupore del lettore. Il Mercatismo quale sintesi del liberalismo e del comunismo, almeno in una prima superficiale approssimazione. Due date, si diceva, una calda, politica, come l’era che stava per concludersi con essa: il crollo del muro di Berlino e il relativo crollo delle ideologie e della Politica, dello spazio dove chi deve e può prende le decisioni per chi non può e non deve, creandosi riconoscimento; l’altra data, quella fredda, vettore dei tempi odierni, l’accordo del WTO, momento di grande asetticità, ma, per quanto nello spazio economico, comunque momento Politico: per meglio dire, il momento della nuova Politica. Ecco, Tremonti elabora l’idea di Mercatismo:
“Il liberalismo si basava su di un principio di libertà applicato al mercato […..], il comunismo su una legge di sviluppo applicata alla società[….]. il mercatismo è la loro sintesi [….] perché applica al mercato una legge di sviluppo lineare e globale […] il mercatismo fa infatti convergere a forza e sulla stessa scala offerta e domanda, produzione e consumo […] e per farlo normalizza tutto, standardizza e spazza via tutti i vecchi differenziali[…] postula e fabbrica prima un nuovo tipo di pensiero, il pensiero unico, e poi un nuovo tipo ideale di uomo-consumatore: l’uomo a taglia unica […] fonde insieme consumismo e comunismo […] e così sintetizza un nuovo tipo di materialismo storico: mercato unico, pensiero unico, uomo a taglia unica.”

Germi del liberalismo e germi del comunismo creano un nuovo virus, i cui portatori sani più idonei appaiono essere proprio gli ex comunisti:
“Il comunismo è in specie riuscito a trasportare e trapiantare proprio nel campo opposto, nel dominio del mercato, il suo DNA [….] l’idea che la vita degli uomini sia mossa e possa essere mossa da una legge[…] è così che all’utopia comunista si è sostituita l’utopia mercatista: from Marx to Market”.

Il prof. Tremonti è un reazionario? Il Professore è un incallito liberale anticomunista? È a caccia di fantasmi in preda a schizofrenia paranoica, infettato dall’azzurro cavaliere? Probabile, o comunque irrilevante; il dato che stupisce è che tutto ciò che questi ha scritto è vero e l’unica ammenda che di può formulare risiede nell’omissione, da parte dell’autore, del rilevare la genesi della promiscua nozze tra liberalismo e comunismo: il giacobinismo. Spunti questi, che vanno lasciati tali. L’indagine dell’autore si arricchisce anche di un registro stilistico forte e d’impatto, per quanto inusuale per un breve trattato di politica economica, lì dove argomenta circa il WTO
“il pantheon del nuovo rito mondiale [….] pressati dalla miopia del profitto[…] ubriacati dall’ideologia mercatista, ignorando la reale estensione della nuova geografia economica e sociale che si apriva, senza alcuna seria e reale simulazione e prospettazione sulla tempistica e sulla magnitudine delle onde di ritorno, è così che gli apprendisti stregoni del WTO hanno aperto di colpo il vaso di Pandora […] nella storia il tempo è strategico[…] il tempo del WTO è stato un tempo suicida.”

Ma è quando l’autore indaga sul reale cambiamento di questi ultimi anni, che davvero spiazza, positivamente, il lettore, per la inimmaginabile precisione di ciò che dice e per la volontà di parlare dei tempi moderni a tutto tondo, investendo anche la sfera, per così dire, filosofica e sociologica
“il mercato unico è diventato la base totalitaria del pensiero unico […] è così che prima nell’economia e poi nella società si è impiantata la fabbrica del nuovo uomo post-moderno […] un tipo umano che non solo consuma per esistere, ma esiste per consumare[…] un soggetto che pensa come consuma e consuma come pensa, per cui i vecchi simboli civili e morali sono sostituiti dalle icone e dalle immagini commerciali[…] per cui i jeans e le scarpe sono una divisa e la divisa un sostituto dell’anima, per cui il turismo sublima l’avventura umana, la musica metallica spiritualizza l’esistenza, i concerti sostituiscono provvisoriamente la comunità […] l’uomo a taglia unica non è solo la forma ideale del consumismo di massa diffuso su scala globale […] è l’uomo normale idealizzato dal comunismo […] è così che consumismo e comunismo si sono infine trionfalmente fusi in un nuovo materialismo”.

E ancora, il registro diventa sempre più forte e i toni appaiono antisistemici,
“la modernità è nel mercato e dunque il difensore dei consumatori è il nuovo tribuno della plebe, il supermarket il nuovo agorà, le banche sono il nuovo sinedrio della democrazia, le élites identificano e sostituiscono rappresentandola la volontà dei popoli […] il territorio è dominato dai nuovi totem del mercato […] la realtà è sempre più nell’economia e l’economia è sempre più dominata da un pensiero unico che tende a travolgere, demonizzare, cancellare le vecchie diversità […] il comunismo non è dunque finito del tutto […] si è solo trasformato […] si è alleato col capitalismo è…] si è strumentalmente spostato, dal controllo dei mezzi di produzione al controllo prima dei prodotti e poi dei consumatori […] è in specie il comunismo che ha fornito al consumismo il codice di forza necessario per la sua diffusione lineare su scala globale [..] non tutto è stato pianificato […] ma tutto alla fine si è saldato…per ora”.

Questo saggio affronta, in poche pagine dalla gradevole e fluida lettura, davvero molti temi. E’ per così dire un saggio di spunti, di brevi riflessioni, almeno sui massimi sistemi, che meriterebbero ulteriori attenzioni e che soprattutto fanno nascere una strana curiosità in chi legge: quanto sa il prof. Tremonti? E soprattutto quanto vuole o può dire? Il saggio entra anche nel merito di alcuni temi, come la folle macchina burocratica europea, e si conclude con un addendum, un elenco di otto proposte, tutte orientate al riscatto dell’Europa. Su questo terreno, si ricompongono i distinguo, che sembravano scomparsi nella fase dell’analisi della globalizzazione, ma d’altronde Tremonti è un liberale atipico, e quando pensa al futuro lo fa da liberale. C’è però ancora un punto su cui è possibile convergere, c’è ancora un passo in cui Tremonti palesa tutta la propria anomalia, lì dove entra nel tema della Politica; è un bel passo e ha il segno dell’augurio:
“La politica, espulsa dal mercato globale e sublimata prima, per poi essere cristallizzata in Europa, deve ritrovare il sogno, la fede nella sua capacità di risolvere i problemi […] dobbiamo ritrovare in Europa la capacità di governare il nostro continente nel nuovo spazio, nel nuovo tempo […] dobbiamo ritrovare il nomos della terra”.

Rischi fatali è un saggio che va letto.
 
Ernesto Rao Limata