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Il Covile - N.o 410 (20.10.2007) “Conservare le nazioni”, il commento di Armando Ermini

Tre libri


Ci sono tre libri che più che suggerire amerei poter dare per letti nel Covile. Il primo è il grandissimo La strada di Cormac McCarty (dello scrittore americano ci stiamo occupando dal lontano dicembre 2001, v. n° 35, grazie alla segnalazione di Claudio Dettorre - Omar Wisyam ); non possiamo per ora parlare di La strada perché rovineremmo a qualcuno il piacere della lettura, ma fra qualche settimana dichiareremo il tempo scaduto ed inizieranno i commenti. Il secondo è il Manifesto dei conservatori di Roger Scruton del quale abbiamo presentato un brano nel recente n° 406; sul Manifesto a Firenze il Circolo dei liberi ha anche avviato un seminario, dai materiali del quale è tratta la riflessione di Armando Ermini che trovate sotto. Del terzo libro parleremo prossimamente.
 

Armando Ermini commenta “Conservare le nazioni”


La lettura del primo capitolo del libro di Scruton, Conservare le nazioni, mi suggerisce alcune osservazioni, ovviamente centrate su ciò che meno mi convince più che su le tante cose su cui mi trovo in sintonia.
Mi convince la critica agli organismi sopranazionali (Onu, Ue, Wto), ai guasti della globalizzazione e del commercio internazionale sottratto ad ogni vincolo, ed al superpotere delle multinazionali. C’è grande assonanza, fra l’altro, con quanto scrive Tremonti in quel pamphlet di cui ti inviai la recensione. Si sta verificando un apparente paradosso. La critica al liberismo viene da sponde opposte. Conservatori da una parte, sinistra massimalista dall’altro, mentre ne rimangono convinti sostenitori solo i “progressisti” genericamente definiti, di dx o sx che siano. Capisco che ciò possa provocare un qualche disagio che però, ad un più attento esame, non ha motivo di esistere. Mentre i Conservatori esprimono le loro critiche a tutto campo (economico, giuridico, sociale) ed in nome del mantenimento dei benefici offerti dall’integrazione sociale di comunità più piccole, la critica da sinistra verte solo sull’economia ed è condotta in nome dei “diritti universali”, proprio quelli perseguiti da organismi come l’Onu e le sue ramificazioni settoriali, di cui, non per caso la sinistra è convinta sostenitrice.
 
È evidente come questa posizione sia parziale e contraddittoria, essendo proprio la definizione astratta dei diritti e della loro applicazione, l’interfaccia a livello culturale ed anche giuridico, della globalizzazione economica. Entrambi ci propongono un modello umano indifferenziato, astratto e astorico, che vive in un mondo cosmopolita. La vocazione internazionalista della sinistra coincide perciò con quella del capitale finanziario: non dimentichiamo che la dottrina staliniana del “Socialismo in un paese solo” è stata un aggiornamento teorico a posteriori, per far fronte ad uno stato di fatto, mentre era più vicina allo spirito originario del marxismo la teoria della “Rivoluzione permanente”. Proprio ciò che almeno in campo economico accade con la globalizzazione, a cui dunque i nostri sinistri, fossero minimamente preveggenti, dovrebbero inneggiare. Problemi loro. Sta di fatto però che la critica conservatrice è più compiuta e coerente.
 
Quello che mi lascia invece perplesso, come ho già detto in sede di riunione di seminario, è lo Stato Nazionale come entità di riferimento di quella critica per il resto puntuale.
 
Ripropongo la mia domanda: se la nazione non si definisce in funzione dell’etnia o della religione, se il Contratto sociale non è costitutivo della nazione, ma è invece reso possibile da un preesistente vincolo di fiducia (potremmo definirlo comunitario) fra gli abitanti di un territorio, cosa rende possibile il formarsi del vincolo? Ossia, intorno a cosa si definisce una Comunità?
Scruton scrive: “le nazioni sono il sottoprodotto spontaneo dell’interazione sociale. Il risultato dipenderà dalla mano invisibile anche nel caso ci sia una consapevole decisione costruttiva di una nazione.”
A me sembra che la categoria “mano invisibile” sia quanto meno impalpabile. Ossia, rimane senza risposta la domanda: da cosa dipende la possibilità dell’interazione sociale? Lo stesso Scruton sembra rendersi conto della fragilità del suo argomento quando scrive: “Il processo della mano invisibile, che è stato brillantemente discusso da Adam Smith, dipende, ed è segretamente guidato, da una struttura legale e istituzionale”. Il che però è in contraddizione con l’affermazione che l’esistenza di una legge comune e condivisa, ossia di un contratto sociale, presuppone il preesistere del NOI, cioè un vincolo comunitario.
Allo stesso tempo non dobbiamo pensare alla giurisdizione territoriale come a un accordo puramente convenzionale: una sorta di accordo stabilito e rescindibile del genere che piaceva ai fautori illuministici del contratto sociale. Essa comporta un genuino “noi” di appartenenza: non viscerale quanto la consanguineità, non esaltante quanto la devozione religiosa, ma proprio per queste ragioni più adatto al mondo moderno e a una società di estranei tra i quali la fede sta diminuendo o più non esiste.
 
La circolarità del ragionamento mi sembra evidente.
 
Discutibile mi sembra anche un’altra affermazione di Scruton: “le nazioni non sono definite da una affinità o da una religione, bensì da una patria. L’Europa deve la sua grandezza al fatto che le lealtà primarie dei suoi popoli sono state separate dalla religione e ricondotte alla terra”.
 
Partendo da questa definizione riduttiva Scruton può scrivere che “le lealtà nazionali possono essere molteplici e accoccolarsi una dentro l’altra senza che vi sia conflitto (pag. 23) e che nel momento in cui le lealtà [nazionali] sono definite dal territorio, proprio come i territori possono essere incluse l’una nell’altra.” (pag. 24). Sembra così possibile l’esistenza di uno stato nazionale che includa più nazioni. Contraddizioni in termini insuperabile: o ciò che è incluso nello stato nazionale non sono nazioni, oppure quello stato non si può definire nazionale, a meno che si dia al termine nazione un significato così vago da renderlo inusabile. A parte il fatto che in realtà la grandezza dell’Europa, il suo essersi fatta faro di civiltà nel mondo è dovuto proprio alla religione cristiana che ne è stato il cemento spirituale ed anche la premessa del suo sviluppo economico e tecnico, è il concetto di Nazione assimilato a quello di Patria che mi sembra debole.
 
In altra parte del capitolo (pag 17) Scruton definisce così la nazione: “Con nazione voglio indicare una popolazione insediata in un certo territorio, che condivida lingua, istituzioni, usi, senso della propria storia e che si consideri parimente impegnata nei confronti sia del luogo luogo sia del processo legale e politico che lo governa”.
 
Fosse esatta quella definizione, gli immigrati di seconda o terza generazione non dovrebbero avere difficoltà a offrire alla nazione/patria la loro lealtà. Ed invece, proprio in Inghilterra le seconde generazioni di immigrati musulmani, nati, cresciuti ed educati sotto le leggi britanniche si considerano estranei alla nazione inglese. Ma anche tralasciando l’immigrazione rimane da spiegare perché le tendenze separatiste sono vive ancora oggi in Scozia, o perché la nazione Basca o quella Catalana reclamino i propri diritti dopo secoli di giurisdizione comune. La stessa nascita della Lega Nord in Italia, a parte la volgare beceraggine di molti suoi dirigenti, non si spiega certamente con la sola categoria dell’egoismo dei ricchi nordisti, come non si spiega con le stesse ragioni la diaspora dell’ex Jugoslavia dopo decenni di federalismo titino.
 
In base a questa definizione, inoltre, una gran parte degli stati europei attuali, per non parlare di quelli asiatici o africani, non può definirsi nazione. Non la Spagna, pure unita da secoli, perché la lingua catalana è diversa dal castigliano o dall’idioma dei paesi Baschi, non l’Italia la cui unificazione, frutto di azione militare, riunì a forza sotto una unica legge popolazioni alle quali la lingua italiana era sconosciuta con l’eccezione delle élite borghesi, e che avevano usi, costumi e tradizioni molto diversi e la cui lealtà al nuovo processo legale era del tutto opinabile, se è vero che il banditismo non fu un fenomeno di criminalità ma una autentica rivolta popolare contro l’estraneo piemontese. E’ dubbio che anche la stessa Francia possa fregiarsi del titolo autentico di nazione, se solo consideriamo la sua formazione della quale la Rivoluzione non fu che l’ultimo atto, preceduto da un processo di accentramento amministrativo e burocratico già largamente in atto sotto la monarchia assoluta che estirpò l’autonomia legislativa delle comunità locali. La rivolta della Vandea, col tipo umano vividamente descritto da Alexis De Tocqueville, fu l’estrema resistenza ad un processo forse ineluttabile, ma niente affatto pacifico e naturale. E gli stessi Stati Uniti, pur provenendo da una storia del tutto diversa e molto più recente, non si sono costituiti in nazione per osmosi naturale e per processi giuridici pacifici. Il film Gangs of N.Y. ci offre una versione della nascita della nazione americana come processo forzato e violento che ruppe tutte le precedenti lealtà, in quel caso di origine religiosa ed insieme etnica.
 
Si pone dunque il problema della nascita degli Stati autodefinitisi nazionali, dei loro rapporti con le comunità che vi sono incluse e del significato stesso del termine Nazione. A me sembra che i concetti di Scruton, nonostante lo neghi, rimangano nell’alveo della tradizione razionalista e illuminista del contratto sociale. Manca in essi quello che per Walker Condor, grande studioso di nazionalismi etnici, è l’elemento essenziale perché si possa parlare di nazione: “L’unico connotato indispensabile per l’esistenza di una nazione è che i suoi membri condividano una convinzione intuitiva circa l’origine e l’evoluzione del gruppo, come separate (da quelle altrui). Affermare che qualcuno è membro della nazione giapponese, tedesca o tailandese significa identificarsi con quei popoli attraverso il tempo. O piuttosto al di là del tempo. … Le convinzioni che riguardano le particolari origini e l’evoluzione di una nazione appartengono alla sfera del subconscio e del non razionale.”

Secondo questo studioso “la chiave della nazione non è la storia cronologica o fattuale, ma la storia come viene sentita e percepita”.
 
Se non si tiene conto dell’elemento non razionale o lo si svaluta come residuo tribale, lo stesso concetto di terra e di patria si riduce a mero luogo geografico e perde le sue forti connotazioni mitiche e simboliche. Per questo la Patria degli ebrei “doveva” essere la Palestina o parte di essa, e il movimento sionista avrebbe rifiutato ogni altra collocazione. La proposta di Akmajinejad all’Occidente di destinare al popolo ebraico una terra da qualche altra parte del mondo è una provocazione irridente proprio perché non tiene volutamente conto dell’elemento mitico. E, fatte le debite proporzioni, è sciocco anche irridere alla cerimonia dell’ampolla di acqua alle sorgenti del Po’ da parte della Lega Nord. Si tratta dei difetti tipici del razionalismo che non mi sembrano del tutto superati in Scruton e che non sono privi di conseguenze. Infatti la lotta contro gli organismi sopranazionali in nome degli attuali stati definiti nazionali, perde legittimità e si indebolisce nel momento stesso che le entità in nome delle quali si combatte presentano al loro interno gli stessi problemi, e potrebbero a loro volta essere definiti come piccoli organismi sopranazionali.
 
Non si tratta di prendere posizione in favore della Nazione/Patria o della Nazione/identità etnica, né di stabilire quale forma-nazione è più funzionale in astratto alla pace o allo sviluppo economico, ma di prendere atto di due verità storiche.

Esiste naturalmente, come scrive Scruton, una grande differenza fra stati autoritari e stati democratici nel trattare il fenomeno del nazionalismo etnico (o dell’appartenenza di fede religiosa). Nei primi si procede a colpi di repressione militare (Russia/Cecenia, Cina/Tibet) , nei secondi si tenta di esorcizzarlo e svalutarlo con le categorie della razionalità, anch’esse però insufficienti a sradicare un fenomeno che poggia su basi affatto diverse.
 
C’è dunque da chiedersi, ponendosi come obbiettivo un ordine mondiale condiviso ed una pace autentica, quale politica sia più adatta a perseguirli e se davvero le lealtà nazionali di tipo etnico possano convivere all’interno degli Stati Nazionali moderni.
 
Scrive Claudio Bonvecchio in Europa degli eroi, Europa dei mercanti (Settimo Sigillo, 2004), che tre sono le opzioni su cui un’Europa unita può reggersi. Quella religiosa e spirituale, attraverso la riscoperta delle sue origini profonde e del suo legame col Sacro. Quella politica, poggiante su un’autorità suprapartes, e fondata sulla libertà dei popoli e delle patrie che ne facciano parte di coltivare le proprie specificità sul modello dell’Imperialità. Quella economica, che non diversamente da quanto auspica Scruton per gli stati nazionali, imponga al libero mercato tutti i limiti necessari.
 
Siamo molto lontani, dunque, dagli organismi internazionali odierni, che al contrario accompagnano in senso politico e giuridico la globalizzazione economica. In questo senso la critica di Scruton è pienamente centrata, solo che il capitolo d’apertura del suo Manifesto dei conservatori dovrebbe secondo me essere intitolato non “Conservare le nazioni” nel senso degli stati nazionali, ma “Conservare le nazionalità” nel senso di unità culturali, religiose, linguistiche e territoriali più omogenee.
 
Chiudo, infine, allargando la discussione ad un aspetto generale molto pertinente, che riprendo da Claudio Risè in La guerra postmoderna (Tecnoscuola, Gorizia. 1996). Scrive Risè che il conflitto tra Ethnos (i riferimenti simbolici primordiali del gruppo, il sangue, la terra) e Polis (l’organizzazione politica), è “un’archetipo della psiche umana, un’invariante psicologica ed affettiva con la quale l’uomo ha dovuto fare i conti, in ogni epoca, nei momenti di fondazione-rifondazione della Polis, su nuovi valori e prospettive”.
 
E’ interessante come quel conflitto archetipico, nel mito rappresentato dalla lotta fra le Erinni ed Apollo, sia stato ricomposto nella cultura greca. Le Erinni sono le rappresentanti dell’Ethnos con tutta la forze dei legami primordiali del gruppo, della tribù, e delle leggi del sangue che prescindono dal concetto di giustizia moderno e di norma giuridica valida erga omnes. Apollo, al contrario, è il rappresentante della razionalità, “della coscienza solare, esclusivamente maschile, attiva, diretta al visibile e svalutativa del passato, dell’oscuro, del materno e quindi, in definitiva, di ciò che consente, con la sua recettività, la costituzione dei legami primordiali”.
 
Si tratta di un conflitto distruttivo destinato a non avere mai fine, perché le Erinni, pure sconfitte, detengono un potere di vendetta formidabile, quello di “far cadere sulla terra un veleno che la isterilisce e uccide ogni cosa”.
 
La soluzione, nella tragedia Orestea, è offerta da Pallade Atena (figlia di Zeus e nata da una sua coscia), che preside il tribunale che deve giudicare Oreste, reo di matricidio commesso su ordine di Apollo per vendicare il padre.
 
Assolve Oreste, e con ciò assicura la difesa del padre, della norma transpersonale, della Legge valida per tutti, indipendentemente dai legami di sangue. Ma contemporaneamente offre alle Erinni la cittadinanza ateniese non solo al fine utilitaristico di scongiurarne la vendetta, ma come riconoscimento dell’importanza di ciò che rappresentano. Le terribili Erinni diventano così le buone Eumenidi, protettrici della Polis oltre che depositarie dei valori dell’Ethnos.
 
Come sempre il mito ci offre una strada, una possibilità di soluzione. Sta a noi percorrerla.
 
Armando Ermini