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Il Covile - N.o 413 (10.11.2007) Siti freschi (10) Doctor Blue

Lieto evento


Prima di tutto ci rallegriamo per il fiocco azzurro in casa di Iacopo Cricelli, il nostro prolifico webmaster: il 7 novembre, a tener compagnia alla piccola Camilla è arrivato Federico, all'indirizzo camillaefederico.net troverete le sue prime foto. Evviva.
 

Siti freschi (10) – Doctor Blue


Merita una menzione nella nostra esclusiva lista il blog di Valter Binaghi, un poliedrico scrittore milanese dal percorso non dissimile da quello di molti amici del Covile, come potete constatare leggendo il testo qui sotto.
 

Prima e dopo il '68. Il porcellino e il maiale (di Valter Binaghi)


Fonte: Il Domenicale, 28 luglio 2007

Giusto quarant'anni fa ero in quinta elementare. La scuola iniziava in ottobre, allora.
 
Il primo giorno convenevoli e prolusione del pedagogo incravattato e deamicisiano, il secondo e il terzo vedere i compiti delle vacanze, il 4, san Francesco, era già festa. Il quinto giorno, puntuale come la morte, entrava in classe il direttore, accolto dal maestro con sussiego: era per distribuirci il solito regalo della Cassa Rurale.
 
Il porcellino. Il salvadanaio di terracotta, accompagnato dal fervorino con cui il direttore esaltava la virtù civica e privata del risparmio, e avviava alla banca locale nuovi clienti.
 
I genitori a casa approvavano, posavano l'oggetto in luogo visibile e invitavano il piccolo a mettere lì almeno un avanzo della mancetta della domenica (non erano previste elargizioni infrasettimanali, per i piscialetto degli anni Sessanta). Avevano patito la fame in guerra, i nostri vecchi, adesso c'era lavoro e paga, si poteva comprare a rate, ma non si fidavano troppo: contadini nell'anima, temevano la grandine dopo il bel tempo.
 
E neanche si risparmiava per ammucchiare palanche. La casa: la casa di proprietà, via dalla promiscuità dei cortili, del cesso sul ballatoio. Una generazione di coppie di operai che si sono pagati un villino in dieci anni (a pensarci oggi, vien da piangere).
 
Erano tirchi, sì. Tiravano su casa e spesso vivevano in cantina, lasciando la sala bella per le visite e le camere per la notte soltanto. Ma tenevano con sé i nonni, quasi sempre, dalle mie parti l'ospizio era istituzione remota. Come la baby sitter. I nonni badavano ai bambini: avevano allevato i figli rudemente, e compensavano viziando i nipoti.
 
Era una società coi piedi nel passato: per questo poteva permettersi un futuro.
 
Poi, alla fine dei '60, è arrivata una doppia comunicazione.
 
La prima dalla realtà: la Golden Age del capitalismo, quella dell'economia di scala che portando il frigorifero a tutti gli abitanti del pianeta ci dà una produttività sempre calda e un pianeta fresco, quella propagandata dal sorriso iperdentato dell'American Way of Life per intenderci, la Golden Age era finita: solo un'appendice della dottrina Truman, per convertire alla democrazia del dollaro il resto del mondo.
 
Adesso basta. Perché prima di tutto finiva la benzina, cioè la capacità delle Sette Sorelle di tenere artificialmente basso il prezzo del petrolio nonostante le riserve calassero in progressione geometrica: nasceva l'OPEC dei paesi produttori, in maggioranza arabi e incazzati. Inoltre risultava sempre più chiaro a molti che un pianeta fresco con un'economia calda è come il ghiacciaio in fiamme, o la fuga del cavallo morto, falsi titoli di film con cui ci prendevamo per il culo all'oratorio.
 
Prenderne atto, e tornare a concepire il mondo come forma e non solo come slancio, rivalutare la sostenibilità e il limite che proteggono la vita, sarebbe stata la cosa più ragionevole.
 
Ma non andò così. La seconda comunicazione era esattamente opposta alla prima, e arrivava dall'ideologia dei movimenti giovanili. Diceva: l'ordine è autoritario, la rinuncia è alienante, il sogno è più reale del reale, vietato vietare.
 
Non era il solito scarto generazionale, come accade da che mondo è mondo.
 
Era una nuova religione, né più né meno: come ha ben visto Max Weber, solo una religione riesce a trasformare l'aberrazione in rito. La logica indomabile del capitalismo ne ha mantenuto lo slancio nell'unico modo possibile, cioè scambiando la religione protestante del lavoro con la mistica dell'eros perennemente protestatario, ovvero della spesa perpetua e dell'indebitamento cronico, meccanismo inevitabile quando si rimuove il senso del limite. Se il desiderio è in perenne rilancio, la soddisfazione diviene impossibile, ridotta alla propria rappresentazione immaginaria. Non a caso Imagine di J. Lennon è proclamata la canzone del secolo. Dopo la Bibbia di Lutero, il profetismo adolescenziale dei Beatles è stato il più grande contributo all'industria culturale dell'età moderna, anche se forniva solo il gergo popolare al nuovo credo alimentato da diversi affluenti teorici.
 
Negli USA il movimento dei diritti civili e l'anarchismo spicciolo dello studente piccolo borghese si fondevano con le aspirazioni misticheggianti della cultura letteraria (già potenti ben prima della beat generation, vedi Whitman o il vitalismo di Hemingway), dando luogo a una miscela esplosiva, cui si aggiungeva in Europa il marxismo universitario, cioè la sua involuzione speculativa. Se in Marx c'era il pragmatismo dell'azione ad arginare la deriva utopica, nel Marcuse di Eros e civiltà dominava lo sforzo del chierico di elaborare una teologia del soggetto rivoluzionario. Il "movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti" tornava ad essere una pedagogia dell'anima: riconoscere all'eros la dignità mistica di un sacro precristiano, il dionisiaco ma senza la misura apollinea, che ai greci aveva dato sostanza etica ed estetica di civiltà. Che c'entrano gli antichi dei con la società dei consumi?
 
C'entrano, c'entrano. La cultura non è mai stata altro che mitologia, come sapeva bene Nietzsche che la filosofia della cultura l'ha quasi inventata. Bisognava abbattere le difese immunitarie, prima di invadere l'organismo: l'autorità dell'età e dell'esperienza, unico freno alla mistica del Bengodi. Negli anni Settanta la saggezza prudenziale delle comunità tradizionali veniva fatta a pezzi dall'avvento di un nuovo soggetto globale di cui i movimenti giovanili erano l'avanguardia.
 
L'onda utopica riusciva a legittimare (rubandogli la scena) eventi epocali come la fine degli accordi di Bretton Woods, cioè il radicale divorzio della speculazione finanziaria dall'economia reale e delle strategie produttive dal computo delle risorse disponibili, sinistro retroscena del motto sinistrese: "l'immaginazione al potere". Mentre l'intellettuale parigino smetteva di giocare con le figurine dei surrealisti e s'improvvisava retore, i movimenti giovanili infrangevano tutte le barriere che i vecchi valori di sobrietà e pudore avevano eretto intorno all'intimità personale, e consegnavano nuovi territori al mercato: la pornografia diventava subito l'essenza del consumo, perché il linguaggio del desiderio è quello dello spettacolo, e l'accumulazione di spettacoli è la nuova forma della merce, come scriveva giustamente Debord in quegli anni. Vecchi slogan? Niente affatto: la teoria rivoluzionaria di una generazione sarebbe diventata il linguaggio pubblicitario della seguente. L'immaginazione oggi è davvero al potere.
 
Naturalmente non parlo delle sofisticate produzioni teoriche degli ultradialettici, ma di ciò che ne resta a livello di senso comune: il dionisismo d'accatto la cui dismisura diventa misura del vivere, il pensiero magico della nuova classe media.
 
Forse chi nel '68 ha aperto il vaso di Pandora non sapeva che l'occidente sarebbe precipitato in quello che Girard chiamerebbe l'inferno mimetico: la smania del possesso e dell'esibizione, che accumula frustrazioni come l'escalation militare testate atomiche, e suggerisce la micidiale sinonimia tra progresso e accelerazione.
 
Se l'errore dei ventenni di allora era scusabile, oggi perseverare è diabolico.
 
Eppure è tutta una gara, a destra e sinistra, a rivendicarne il potenziale libertario. L'esaltazione progressista delle tecnologie, dei profitti e dei consumi è persistente e trasversale, compatta nell'attaccare gli ultimi resti del senso della forma naturale e del limite, difesi per lo più solo dalle religioni tradizionali. Il consumismo sfrenato, l'avidità suina con cui l'uomo occidentale brucia quel che resta del mondo è l'esatto corrispettivo della macchina desiderante che l'ideologia continua a teorizzare in termini democratici.
 
Si finge di credere realizzabili il diritto universale al lusso (che è in sé un'aberrazione sociale: i ricchi di un tempo non esibivano le loro futilità, temevano l'invidia – mentre l'inferno mimetico d'invidia si nutre) e ad un'esistenza singolare, emancipata dai vincoli comunitari (il lusso dei lussi, se pensate a quanto costa una baby sitter o una badante, per ciò che un tempo la famiglia unita dava gratis).
 
Intanto il pianeta brucia. Le aspettative crescenti del consumatore occidentale, molto più che l'incremento demografico del terzo mondo, sono il principale ostacolo all'adozione di politiche di salvaguardia antropologica ed ecologica, ma questo non fa comodo ricordarlo, nè a sinistra nè a destra, perché proporre l'austerità non rende popolari.
 
Altro che porcellino: siamo indebitati fino al collo, prima che con le banche (che fanno a gara ad offrirci mutui o ad arrazzarci col miraggio di investimenti favolosi) con il perenne credito dei nostri desideri ormai ridotti allo spettacolo di se stessi, siamo la generazione dei Future, che si è già venduta il pianeta come se fosse l'ultima, e pianifica geneticamente figli belli e sani, per il Reality Show che è diventata la vita corrente.
 
In queste condizioni, quando chi dice di voler preservare continua a spendere, bisogna dire con forza insieme a Bruno Arpaia (Per una sinistra reazionaria, Guanda) che una cultura del limite, della sobrietà e dell'autorità è essenziale a qualunque politica che voglia salvaguardare l'essere umano e non una sua pericolosa astrazione.
 
Dato che il delirio narcisistico non è di destra né di sinistra (è impolitico per definizione), chiedo ai nostri politici un conservatorismo trasversale, per salvare questo paese.
 
Un appetito senza forma, uno stomaco che non ha tempo di digerire perché non si preoccupa di assimilare e tradurre in sostanza e sazietà il cibo (diritti, consumi, immigrazione) è peggio che bulimico: è l'obeso tristemente cantato da Gaber.
 
Mangi come un maiale, si diceva una volta.
 
Ridateci il porcellino, dai.
 

Valter Binaghi