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Il Covile - N.o 414 (18.11.2007) Partiti liquidi e sòle decostruttiviste

Questo numero


Di tanto in tanto diamo uno sguardo anche alla politica, questa volta ci pensa Ermando Ermini, facendoci preoccupare, ma prima c’è una notizia che ci riporta alla pagina 112 di Antiarchitettura e demolizione, il saggio di Nikos Salingaros che abbiamo recensito tre numeri fa.
“Un’architettura che ribalti gli algoritmi strutturali per creare disordine — gli stessi algoritmi che in applicazioni infinitamente più complesse generano le forme di vita — cessa di essere architettura. Gli edifici decostruttivisti sono i simboli più visibili della decostruzione attuale. La casualità che incarnano è l’antitesi della complessità organizzata della natura. Ciò risulta chiaro nonostante le lodi della stampa per i nuovi esaltanti edifici accademici, come il Peter B. Lewis Management Building alla Case Western Reserve University a Cleveland, il Vontz Center for Molecular Studies al Medical Center della University of Cincinnati e il Stata Center for Computer, Information, and Intelligence Sciences al MIT, tutti di Frank Gehry. Ospitare un dipartimento scientifico di un’università all’interno del simbolo della sua nemesi deve essere l’ultimo grado di ironia.”

Boston, il Mit fa causa al super-architetto


Fonte: La Stampa, 8 Novembre 2007

Infiltrazioni di acqua e ghiaccio, crepe, muffa, porte di emergenza che si chiudono male e finestre che non riparano dalle intemperie. L’atto di citazione nel Massachusetts Institute of Technology (Mit) è una dura requisitoria contro Frank Gehry, il noto architetto americano che nel 2004 completò lo Stata Center di Boston riscuotendo una parcella di 15 milioni di dollari. Da quel momento in poi l’edificio, realizzato con un gioco di angoli e pareti cuneiformi, non ha fatto che dare grattacapi all’ateneo di Boston che, di fronte al moltiplicarsi di «danni strutturali e di design», ha deciso di affidare la pratica agli avvocati iniziando una causa legale destinata a trasformarsi in processo contro il progetto di Gehry. Anche perché i 300 milioni di dollari spesi dal Mit finora si sono dimostrati uno dei peggiori investimenti da parte dell’attuale consiglio di amministrazione.
 

Ricevuto l’atto di citazione Gehry è andato subito al contrattacco. «L’unica verità assodata — ha dichiarato al New York Times — è che il Mit sta tentando di riscuotere parte dell’assicurazione» con la quale vengono realizzati i progetti. Sul fatto che l’eccesso di angoli architettonici abbia causato irrisolvibili difetti strutturali l’architetto sembra scettico: «Ricevo email da docenti e alunni del Mit che sono stati in quell’edificio e non condividono la decisione presa dall’ateneo di intraprendere vie legali». Che qualcosa nel progetto non vada tuttavia Gehry non può negarlo ma la sua spiegazione è la seguente: «Tali questioni sono più complicate di quanto appare, simili progetti vedono il coinvolgimento di molte persone ed è difficile appurare cosa sia andato storto, un edificio simile comprende fino a sette miliardi di parti e la possibilità di terminarlo senza che qualcosa collida o non funzioni sono ridotte». Come dire: realizzare i progetti più all’avanguardia dell’architettura moderna comporta dei rischi, il Mit lo sapeva ed ora sta solo tentando di speculare su alcuni dettagli al fine di rientrare di parte dell’ingente somma investita nello Stata Center. La difesa a spada tratta preannuncia una lunga battaglia legale di fronte al tribunale della Suffolk County e l’accusa è pronta a portare a sostegno della propria tesi alcune dichiarazioni fatte dallo stesso Gehry al momento della consegna, quando disse che l’edificio assomigliava a «un party fra robot ubriachi che stanno assieme per festeggiare», ammettendo che era davvero assai anomalo nella sua struttura multiangolare.

Uno spettro si aggira nel PD: la crisi di “liquidità” (di Armando Ermini)


È nato il PD, viva il PD. Molti lo celebrano, altri sperano che porti una ventata di novità nella vita politica italiana cambiando radicalmente in senso moderno e “americano” la forma partito. Fra quest’ultimi anche Giuliano Ferrara, che si è spinto ad auspicare un partito senza tessere, con apparati leggeri, leggerissimi, e fatto di tanti centri d’interesse settoriali o associazioni sullo stile della galassia di Radicali Italiani, che abbiano parte fondamentale nel decidere la linea su questo o quel tema. Un partito orizzontale insomma, non ideologico, che è stato definito anche “liquido” per la sua mobilità e per la ricerca continua di contatto e rapporto con la società civile.
Personalmente credo che questa volta G. Ferrara stia prendendo un abbaglio non da poco. L’entusiasmo (e la speranza) di una rottura dei vecchi schemi partitici, già anticipata per certi aspetti da Berlusconi, gli fanno perdere di vista l’essenziale.
 
Nessuna nostalgia dei partiti ideologici o di quelli dei “signori delle tessere”, intendiamoci. Le ideologie del XX secolo sono morte e chi vi fa ancora riferimento, come il Diliberto che si aggira sulla piazza Rossa, somiglia al giapponese inconsapevole che la guerra è finita da un pezzo. E d’altra parte quando l’ideologia è morta ma la struttura partito resta com’era, è inevitabile che si trasformi in pura macchina di potere e dunque vi prevalgano i signori delle tessere.
Il secolo scorso ha perciò lasciato un vuoto ancora non riempito, anzi spesso neanche percepito come tale dagli attori sulla scena politica. Se la contraddizione principale (comunismo/anticomunismo, fascismo/antifascismo) non esiste più se non nella immaginazione di qualche nostalgico, intorno a cosa si definiscono le differenza e i campi d’appartenenza?
In Italia ha supplito fino ad ora la contrapposizione fra berlusconismo e antiberlusconismo, ma a parte la sua pochezza provincialistica, anche questa mostra la corda. Negli anni ‘90 aveva ancora un senso in quanto rimembranza di vecchi contrasti fra liberalismo e socialismo statalista, peraltro già molto pompata dai media e dai contendenti stessi per uguali e opposte ragioni identitarie e di occupazione del potere, ma oggi?
 
Le liberalizzazioni saranno poca cosa, saranno un pannicello caldo che lascia intatti i veri centri di potere corporativo, saranno state annacquate dalle estenuanti trattative con la sinistra comunista, ma è difficile negare ai pacchetti Bersani il carattere liberale o se si vuole liberaleggiante. E d’altra parte in cinque anni di governo del Polo non era stato fatto molto in questo senso.
Le tasse? Si, certo, ma a parte i “giapponesi”, chi è oggi che non conviene sulla loro esosità e oppressività? Veltroni si è espresso con chiarezza, più volte.
Stesso vale per la sicurezza (Cofferati e Dominici insegnino), per la quale si possono e si devono criticare i ritardi di presa di consapevolezza, la strumentalità elettoralistica, il rischio che misure repressive concepite in un contesto non liberale diventino strumento di un potere oppressivo e pervasivo. Tutto vero, ma non si può negare che Veltroni e il PD il problema se lo pongano.
Ed ancora, sulla legge Biagi, sul concetto di solidarietà e così via elencando, mi pare che fra gli orientamenti del Pd e quelli di ampie parti della Cdl, ci siano meno differenze che non fra settori interni ai due campi.
Non è un caso se oggi è concepibile scrivere un libro come quello di Giavazzi Il liberismo è di sinistra. Sarà una provocazione, ma molto ben riuscita. E che dire di Prodi che elogia la globalizzazione e l’invadenza economica cinese come una grande opportunità nello stesso momento in cui Tremonti scrive contro il mercatismo?
 
Grande è il disordine sotto il cielo, diceva Mao Tse Tung, e grande è la confusione e il disorientamento che regnano in Italia. Mi piacerebbe fare un esperimento: che agli elettori venissero sottoposte le diverse soluzioni su tutti i temi economici e sociali senza dichiararne preventivamente l’appartenenza. Sono convinto che ne vedremo delle belle.
 
La nascita del Pd non contribuisce a sbrogliare la matassa, anzi il contrario, perché sono saltate le antiche linee di divisione e non si riesce più a capire dove si situino le nuove, che pure esistono e sono anche più importanti e radicali delle vecchie.
Scriveva il 9 ottobre 2004 Aldo Schiavone su La Repubblica che quello che sta accadendo (clonazione, staminali, libertà di ricerca, fecondazione assistita, matrimonio omosessuale),
“segue lo svolgimento di un’unica trama […] si sta disintegrando qualcosa che ci ha riparato e protetto per un tempo molto lungo, e nella cui ombra si è svolto tutto il nostro cammino di moderni […] una percezione della realtà e della natura, dentro e fuori di noi, come base e cornice immodificabile delle nostre azioni e delle nostre scelte. L’inaudito accumulo di potenza prodotto dall’integrazione totale fra tecnica ed economia, è un fatto davvero rivoluzionario oltre il quale cominciamo ad intravedere un continente nuovo: il mondo del postnaturale.
La prima differenza, elementare ma essenziale, è fra chi accoglie il nuovo tempo che si apre e chi lo maledice, come prodotto del demonio. Gli interventi umani tesi a modificare la natura, finora non toccavano in modo profondo le forme intrinseche della vita che ci è stata concessa di vivere: i grandi ecosistemi, le strutture biologiche fondamentali, il programma genetico che ha reso la specie umana quello che è. Adesso non più, stiamo arrivando a toccare il nocciolo duro della naturalità come presupposto inalterabile, e ad agire su di esso, trasformandolo in un risultato delle nostre scelte – meccanismi riproduttivi, progetto genetico, macroequilibri ambientali. È come se l’umano avesse cominciato ad inghiottire dentro di sé, nel raggio della sua intelligenza trasformatrice — il 'naturale' e lo facesse svanire come limite e come vincolo. Questo passaggio ha implicazioni culturali inaudite. Finora l’intangibilità sostanziale della natura ha sempre funzionato con la forza di un radicato paradigma morale.”
Ne discende che anche tutta l’architettura teologica, tutto l’imponente lavoro culturale del Cristianesimo, teso ad incorporare la sacralizzazione etica della natura, sarà spazzato via.
“Questo vale anche per la famiglia. Il suo sganciamento dalle strategie riproduttive della specie ha una storia lunga […] Se accettiamo la fondazione del matrimonio su basi solo sentimentali ed affettive, come ormai tutti fanno, come non rendersi conto che il mutare dei termini storici in cui si esprimono emotività e sessualità, sempre meno legati alla differenza di genere, non può che riflettersi sulla sua struttura. La riforma spagnola non è una improvvisazione, è l’epilogo inevitabile di un percorso.”
Da ciò discende che
“dobbiamo pensare alla costruzione di una nuova morale, integralmente umana… fuori da ogni minorità verso una natura disciplinante, tutta al di fuori di noi. La natura è la storia, e la storia siamo noi.”
Aggiunge Schiavone che questa nuova etica umana necessita di un progetto politico fondato su un
“nuovo principio di uguaglianza, come una nuova idea di democrazia legata alle possibilità evolutive della specie. Vogliamo dire che questo è oggi di sinistra?”

Chiarissimo. Non c’è altro da aggiungere. Da una parte un uomo che identifica se stesso col cosmo e si crede onnipotente, dall’altro un uomo che si considera parte del cosmo e riconosce l’esistenza di limiti e vincoli, siano essi posti dalla natura o da Dio.
 
Questi sono i temi oggi discriminanti su cui la politica è chiamata a confrontarsi e su cui non possono non fondarsi non solo i progetti di società, ma anche le scelte politiche di ogni giorno.
Non si tratta “solo” di temi “eticamente sensibili” ininfluenti sulle altre scelte e quindi isolabili. Dubito che anche nel centro destra, in primis nel suo leader, la percezione dell’importanza del problema sia molto diffusa, ma quando Tremonti (non diversamente da Roger Scruton o anche Giuliano Ferrara a dimostrazione che la faglia di divisione non è fra laici e cattolici ma attraversa tutti), parla della necessità della tradizione, della famiglia, del mantenimento delle identità come fattori di equilibrio sociale in contrasto alla sradicamento generato dalla globalizzazione economica e giuridica che produce una totale relativizzazione della verità, ci sta dicendo che la politica deve calibrare le misure che è chiamata ad attuare in funzione di questi obbiettivi, o naturalmente degli obbiettivi opposti.
 
La reticenza del PD e di Veltroni non è casuale. È si dettata dalla necessità di tenere insieme concezioni antropologiche almeno in teoria diversissime, ma non solo, e meraviglia che Ferrara non se ne accorga. Un partito che ha bensì un leader fortissimo, ma che non esprime un nucleo d’idee forti intorno alle quali organizzare la politica, (il generico richiamo alla solidarietà non è certo tale), implica che le decisioni che di volta in volta si prendono sono decise dalla forza dei gruppi orizzontali che ne costituiscono, nelle intenzioni dei fondatori, l’ossatura portante, e che dunque potranno di volta in volta divergere in modo schizofrenico. In questo contesto il leader, ad onta delle apparenze, non guida ma recepisce e organizza al meglio ciò che da altri, la così detta società civile che altro non è che lo specchio dei luoghi comuni indotti dalla cultura dominante, è stato deciso. A me pare che un simile partito liquido, cangiante, mutevole, relativo, sia la traduzione sul piano politico della società che Baumann definisce la società liquida dei consumi, contrassegnata a livello sociale dallo sciame, raggruppamento mutevole per definizione che di volta in volta si costituisce e si scioglie in forza di obbiettivi limitati e temporanei. Sennonché, continua Baumann, la moderna società dei consumi rompe i vincoli e i legami familiari duraturi, considera la sobrietà degli stili di vita del passato un ostacolo al suo svilupparsi perenne, e rende l’individuo, in quanto privato della sua identità, perennemente insoddisfatto e pronto a cedere alle lusinghe del consumo.
 
Credo che Veltroni, quando insiste tanto sulla “sintesi” che si propone di operare fra istanze diverse, ci creda davvero, ma il fatto è che non tutto è sintetizzabile. Prendiamo l’esempio dei Dico o Pacs. Come ha onestamente riconosciuto Ida Dominijanni su Il Manifesto, la posta in giuoco non sono i diritti individuali che neanche la Chiesa nega, ma l’ordine sociale fondato sulla differenza sessuale e sul matrimonio eterosessuale che alcuni vogliono superare. Ed allora, o quell’ordine non viene scalfito neanche simbolicamente, o viceversa lo sarà. In ogni caso non ne risulterà alcuna sintesi, alcuna unificazione degli opposti. Cosa pensano esattamente Veltroni e il PD è ancora oggi un mistero, ed ho l’impressione che lo rimarrà. L’accantonamento del problema che si profila non significa che il nuovo partito abbia raggiunto una intesa stabile, ma soltanto che una sua parte, verosimilmente maggioritaria, attende tempi migliori per riproporre la questione nei termini che le sono propri, secondo uno schema collaudato di realpolitk. E nel frattempo lavora, con tutta la potenza dei media amici (tanti) e la dabbenaggine degli altri, affinché la così detta opinione pubblica muti le sue “convinzioni”. Questo è il significato della frase ascoltata da Barbara Pollastrini e da altri dirigenti, “il paese non è maturo per fare leggi avanzate come in Spagna”.
La vera domanda è dunque: “Quanto può essere affidabile e credibile un simile partito liquido?”
 
Armando Ermini