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Il Covile - N.o 415 (20.11.2007) Situazione politica: le idee di Baget Bozzo

Questo numero


L’intermezzo politico prosegue con un’illuminante intervista che forse anticipava quello che sta succedendo in questi giorni.
 

Prima che sia la rivolta (Luigi Amicone intervista Baget Bozzo)


Fonte: Tempi num.43 del 25.10.2007

Questa conversazione con don Gianni Baget Bozzo è nata per caso. Volevamo che il nostro amico e collaboratore leggesse in anteprima l’autobiografia (in uscita il 30 ottobre per i tipi della Cantagalli) del cardinale Giacomo Biffi (dice di lui don Gianni: «L’unico vescovo che ha capito tutto del suo tempo e dell’Italia»). E invece eccoci qui, all’ottavo piano di un condominio popolare di Genova. Come vele strambate all’intuire di un buon vento di poppa, ad assecondare un’urgenza appena accennata in un colloquio telefonico. Troviamo don Gianni in salute, sprofondato su una poltrona blu, accanto alla finestra, ad abbeverarsi della luce del mezzogiorno, davanti a una pigna di giornali. Corriere della Sera, Repubblica, Il Foglio, El País, Financial Times. E libri di teologia francofoni. Il viso è più giovane dell’ultima volta che ci siamo incontrati. Sarà stato tre anni fa. «I miei tre anni di tormenti e tentazioni nel deserto. Ma ne sono uscito. Mi sento proprio bene. Finalmente, totalmente libero. Forza Luigino». Il problema è che prima che uno formuli la domanda siamo già all’ouverture del politologo in clergyman. «Devo dire che noi siamo il paese in cui è esistita la più lunga tradizione rivoluzionaria d’Europa. Ancora oggi abbiamo al governo due partiti comunisti. Ciò dipende dal fatto che il Pci non ha mai fatto la scelta socialdemocratica. Si è pensato come un partito comunista diverso da quello sovietico. Diverso, ma solo perché italiano. In realtà il Pci non fece mai la scelta di una accettazione difficile del capitalismo e della nazione al posto dell’internazionale. Ha compiuto scelte di fatto, mai di principio. La grave crisi nel Partito comunista è stata questa: pensando di essere intatto in quanto comunista italiano, non ha mai fatto la scelta che tutti i partiti democratici hanno fatto. Non ha assunto la nazione a punto di riferimento. Mentre ovunque è accaduto questo. In Spagna, ad esempio, prima di accettare la leadership del Psoe, Felipe Gonzales pose al congresso socialista la condizione di una chiara, esplicita rinuncia al marxismo e all’alleanza con l’estrema sinistra. Anche adesso, nonostante lo strappo iniziale, Zapatero tende a ripetere quello schema in vista delle elezioni politiche del prossimo anno: mette in parentesi la questione omosessuale, si schiera contro l’eutanasia e difende duramente l’unità della Spagna contro l’Euzkadi basco. La forza della sinistra spagnola sta in questo. Quando mai il partito comunista italiano ha fatto una revisione storica?».


In effetti anche il leader del Partito democratico ebbe un ruolo tra le “guardie rosse” di Enrico Berlinguer. Salvo poi, caduto il Muro di Berlino, dichiarare di non essere «mai stato comunista».
 
Il fatto drammatico che per identificarsi con se stesso abbia voluto la morte del segretario del Partito socialista italiano, costringe alla fine il Pci a giocare di sponda con la Democrazia cristiana. Lo costringe, paradossalmente, a non essere se stesso. Tanto è vero che, oggi, se il Pd ha un senso, i postcomunisti accettano con i postdemocristiani di sfidare insieme la sinistra estrema. Ma il Pci-Pds-Ds non ha mai fatto una scelta di questo tipo. Ecco perché sfidare la sinistra antagonista è un problema. Perché deve di nuovo fare una scelta di fatto senza averne mai fatta una di principio.


Di fatto o di principio, questa scelta è avvenuta. Il 14 ottobre è nato un nuovo partito e il suo segretario si chiama Walter Veltroni. Cosa cambia grazie al Partito democratico nel quadro politico italiano?
 
Cambia che adesso il vero nemico non è a destra, ma a sinistra. Il nemico sono i dossettiani di Romano Prodi e la sinistra antagonista. Sarà un braccio di ferro notevole. Una bella prova del fuoco per gli ex comunisti.


Mentre per bertinottiani, dilibertiani, verdi e disobbedienti vari è ricominciata la corsa in ordine sparso verso la famosa, vecchia “Cosa Rossa”.
 
Per quella mancata cesura di cui dicevamo sopra, l’Italia si trova a essere l’unico caso in cui la sinistra rivoluzionaria chiede la fuoriuscita dal capitalismo ponendo come attuali tutte le rivendicazioni sociali precedenti la globalizzazione. Perché la linea della sinistra antagonista è la negazione del presente storico e la riproposizione di uno Stato sociale com’era e dov’era prima. La sinistra antagonista è rivoluzionaria in quanto reazionaria. Non ha contenuti nuovi. Salvo uno, antinazionale: gli immigrati che il ministro Paolo Ferrero sollecita ad andare in piazza. L’aspetto rivoluzionario sono gli immigrati. Quello reazionario, un welfare che prescinde dalla globalizzazione. Insomma una sinistra completamente fuori dalla storia.


Però è una sinistra che è andata al governo. Come si spiega?
 
Si spiega col dossettismo. La sinistra fuori dalla storia va al governo perché c’è una corrente cattolica antipapale. Perché don Giuseppe Dossetti è stato un antipapa e, in un certo senso, anche un anticomunista. Infatti, ancora oggi il dossettismo fa lega solo con gli antagonisti. I quali sono in qualche modo la larva della Chiesa dei poveri. Quindi: dossettismo. Postcomunisti che non hanno fatto nessun serio revisionismo storico. Un’estrema sinistra che è cascame di una storia italiana che si trascina fino ad oggi attraverso il Sessantotto, gli anni Settanta e sopravvive al Muro di Berlino. Insomma, cosa cambia con la nascita del Pd? Bè, se il Partito democratico riesce a far fronte a tutte queste cose, cambia la storia.


E Prodi dovrà prima o poi arrendersi all’evidenza debenedettiana che la sua missione di “amministratore” in attesa del Pd è finita. Sarà indolore la sua uscita di scena?
 
Prodi è una forza. E il dossettismo è anche nella Chiesa. Entrambi hanno un braccio armato nella sinistra rivoluzionaria-reazionaria. Ci sarà un momento che contro Veltroni e contro il Partito democratico si scatenerà un’ira funesta. Di cui la campagna antiveltroni di Rosy Bindi durante le primarie è solo un pallido assaggio.


In effetti Veltroni è sembrato sinceramente sorpreso dei pesanti attacchi di Rosy Bindi nei suoi confronti.
 
Ma certo! La nascita del Pd ha espulso il dragone. Ma il Partito democratico non avrà la forza di difendersi da solo dal dossettismo e dal suo braccio armato. L’unica via è un’alleanza col centrodestra. Non ne vedo altre.


Non mi dire che sei favorevole a una Grosse Koalition.
 
E invece sì. Credo che non ci sia alternativa a un governo di larghe intese. Non vedo come sia possibile che il Pd, con i nemici che ha, possa sostenere da solo la situazione del paese. Dove il semplice camminare per strada è diventato un problema, le esportazioni sono il destino della vita, la proprietà privata diventa fondamentale e quindi fondamentali diventano i cambiamenti della Costituzione. Se tutto questo deve avvenire per interpretare la società che cambia, occorre che due forze si uniscano. Perché da sole né l’una né l’altra sono sufficienti. Tutto il sistema è caduto. Bisogna passare a questo popolo. Non vedo proprio come il Partito democratico possa fare questo passaggio da solo.


Intanto il governo è sempre periclitante. Adesso Berlusconi pare che sia persuaso che Lamberto Dini e Clemente Mastella ne decreteranno la fine. Che ne pensa?
 
Guarda, se cade il governo non è perché Dini o Mastella se ne sono andati. Ma è perché Veltroni e quel che rimane del mondo dei Ds e dei popolari hanno capito che governare con Prodi è impossibile. È impossibile perché Prodi e i suoi fedelissimi sono fuori dalla realtà.


Perché dici che sono “fuori dalla realtà”?
 
Perché rappresentano un’idea di società preglobalizzata, lo schema di un mondo che non esiste più e per di più lo rappresentano con una punta di antinazione, quindi antisocialdemocratica, che usa gli immigrati come base di sfondamento politico-sociale. Una linea reazionaria-rivoluzionaria con cui naturalmente bisogna fare i conti.


E farci i conti significa.
 
Che la salvezza dell’Italia è rompere con Prodi e con gli antagonisti. E questo può essere fatto solo con una grande intesa, io credo, tra Forza Italia e il Partito democratico.
E delle eventuali elezioni anticipate che, visti gli indici di fiducia del governo, riconsegnerebbero senz’altro il paese alla Casa delle Libertà, cosa pensi?
La Casa delle Libertà ha questo difetto: ha contro il sistema culturale del paese, che è radicato nella Costituzione, nella magistratura, nei giornali, nelle accademie e così via. Un sistema delegittimante, tant’è vero che le maggiori difficoltà di Berlusconi sono venute dal Quirinale e dalla Corte costituzionale. Di fatto, per motivi singolari, la linea liberale non ha cultura in Italia. Dopo il fascismo il mondo cattolico ha avuto i dossettiani, l’università cattolica e una Costituzione postfascista ma non socialdemocratica. Il partito socialista non è nato. È stato Craxi a fare il cambiamento, ma i socialisti erano rimasti marxisti. Se Craxi è ricorso poi alle clientele è perché non aveva consenso culturale. E da Craxi nasce Berlusconi. Ma è troppo tenue. Berlusconi è legato alla base reale del popolo ma non ha cultura. In realtà, il sistema culturale e istituzionale italiano è un sistema interamente legato alla sinistra. Dunque è, per sua natura, delegittimante ogni autentico gioco di alternanza democratica. Noi dobbiamo coprirci, col Partito democratico, dalla fine delle istituzioni.


«Dobbiamo coprirci col Pd dalla fine delle istituzioni». Cosa significa?
 
Il Partito democratico ci difende dal peso delle istituzioni, della cultura dominante, dalla tradizione del sistema postfascista italiano. Perché, ripeto, il vero problema di Berlusconi è stato il sistema (dal Quirinale ai giudici, dalla Corte costituzionale ai giornali), non il popolo. La scelta che la sinistra ora fa con il Pd è di difendere la democrazia dalle istituzioni. Che oggi sono antidemocratiche. Ecco perché, nascendo il Pd, coloro che Giuliano Ferrara chiama giustamente i “parrucconi”, gli Scalfaro e compagnia bella, si sono affrettati a scrivere l’ennesimo appello in difesa dell’intangibilità della Costituzione (e Prodi ha piazzato la Bindi contro Veltroni). La Costituzione fu fatta da comunisti e democristiani che, da Dossetti a Moro, da La Pira a Lazzati, pensavano che il modello da imitare fosse quello dell’Unione Sovietica, non quello americano, perché la Costituzione sovietica indicava come realizzare i princìpi.


Bella roba.
 
Non vi è dubbio. La nascita del Pd scatena la battaglia. Per questo se Prodi non cade si apre un periodo di logorio fantastico. Perché se il prodismo resiste non erode soltanto Veltroni, ma anche Berlusconi. Logora i principali partiti di popolo e porta il paese in una via drammatica. Crisi dell’euro, turbolenza dell’economia mondiale con la Cina, drammatica lotta della piccola e media impresa italiana per stare nel mercato globale, mancata crescita, crisi americana dei subprime, crisi della giustizia, flussi migratori, insicurezza che la gente respira nelle strade e la percezione che il delinquente non sconta una giusta e certa pena. Insomma, credo che siamo in un momento drammatico per l’Italia. E se Prodi tiene, la violenza crescerà.


Non è un po’ troppo apocalittico tutto ciò?
 
No. E dirò di più. Se cade il supporto che Berlusconi dà al centrodestra, l’unica alternativa è la violenza. In sostanza, il problema è che venga definitivamente espulso il dossettismo, questo anticapitalismo reazionario-rivoluzionario che è contro la società italiana e che fa dell’Italia un paese tristemente unico in Europa. Avremo la crisi economica e la crisi politica. Quindi saranno tempi veramente drammatici. E la Chiesa italiana non è preparata ad affrontarli.


La Chiesa impreparata? Proprio di recente si sono aperte le sue Settimane sociali.
 
La Chiesa non capisce la gravità della crisi politica. Hai citato le Settimane sociali. Nella situazione complessa in cui ci troviamo, pensare di dare battaglia con lo schema del Family day vuol dire non tenere conto della realtà di crisi profonda in cui si trovano la società, lo Stato, la nazione. In questo senso, dare un incarico di rappresentanza, politica o parapolitica che sia, a Savino Pezzotta, che viene dalla Margherita, significa scegliere il Partito democratico. Capisco la preoccupazione di evitare una deriva laicista da quella parte. Però non credo che funzionerà. D’altra parte (e l’ho scritto al cardinal Bagnasco) se la battaglia si fa sui grandi temi della vita e della famiglia è sciocco delegarla ai laici. In sostanza i temi che la Chiesa oggi pone (tecnica, scienza, aborto, sesso) sono temi gerarchici. Vale a dire sono temi che la Chiesa ha posto in termini ecclesiali e sui quali deve quindi intervenire innanzitutto la gerarchia. Declinarli in politica diventa delicato. Adesso mettono Pezzotta perché i vescovi si sentono sotto pressione, hanno paura e dunque provano un antemurale. Ma evidentemente su questi temi è la Chiesa in battaglia.


E i cattolici?
 
Il tema del cattolico in politica, riguarda la politica, non la Chiesa. In sostanza il merito della Dc fu, in qualche modo, quello di interpretare la politica interpretando la Chiesa. Ora, nel momento in cui il partito cattolico non c’è più e non ha più alcun senso, la Chiesa non deve fare altro che quello che ha sempre fatto, cioè annunciare la verità. A questo punto bisogna fare un’impresa civile e politica, difendere la nazione italiana ed europea, cioè la tradizione. Che è quello che ha fatto Forza Italia.


Sotto questo profilo è chiaro perché la Chiesa sia oggi sotto attacco.
 
Sì, però anche nella Chiesa non si tiene conto che oggi c’è una crisi della fede che fa impressione. Le parrocchie sono in crisi e i preti scappano. Non c’è più metafisica, ontologia, anima, vita eterna. Niente. E, soprattutto, cosa che non era mai accaduta prima d’oggi, la fede non si tramanda più di padre in figlio. Eccetto forse che nel caso di movimenti come Comunione e Liberazione. Tu sai che io non ho mai aderito a queste forme comunitarie, ma adesso ammetto la funzione educativa che ha avuto Cl. Oggi che, come mai era successo prima, la fede non passa più dalle famiglie, i movimenti rappresentano questa possibilità. Certo, mi rendo conto della difficoltà del mondo d’oggi. Quando l’uomo è persuaso di essere diventato onnipotente nei confronti della natura e satura della sua ragione tecnica l’universo, chi è Dio? Cos’è il figlio di Dio? E Cristo risorto? E la vita eterna? Cade tutto. Davanti all’uomo che non sente più il mistero, non vede più la dipendenza dalla natura, cade il linguaggio naturale e soprannaturale. Si parla di anima solo quando si accompagna il cadavere in chiesa. Diventa totale il dominio sulla vita e sulla morte. Si fabbricheranno esseri umani in vitro e prima o poi anche l’eutanasia arriverà per via giudiziaria. L’uomo storico, l’uomo che va sulla luna, che riproduce le cellule e crea una umanità che diventa immortale, sfida la resurrezione di Cristo. Certo poi la gente capirà che dalla possibilità di un uomo perfetto, che passa per la selezione eugenetica dell’umanità, verranno un disordine e problemi ancora maggiori di quelli che abbiamo. Lo vediamo, no? La nostra onnipotenza non ci salva dall’angoscia di catastrofi ambientali o dalla minaccia di guerre nucleari. Intanto però la sfida per la fede è consistente.


Lei sembra quasi Emanuele Severino.
 
No, perché quando ti rendi contro della realtà in cui vivi, capisci che le cose potrebbero andare molto peggio. E se non vanno peggio è solo perché c’è qualcosa di irriducibile alla menzogna, qualcosa che è più forte del grande Nemico della Chiesa e dell’umanità. Già, perché paradossalmente alla fine di questa disamina uno si chiede: come mai allora la Chiesa c’è, esiste, anche se è la cosa più lontana che si possa immaginare dalla cultura che oggi ci domina a livello planetario? La Chiesa culturalmente non c’è. Eppure c’è, esiste. Non solo. Esiste ed è un punto di riferimento, di sfida. In un modo o nell’altro, tutti ci devono fare i conti.


Questo cosa significa?
 
Significa che la fede c’è. E che la fede difende se stessa. Se la fede non difendesse se stessa, oggi sarebbe travolta. E questo la gente lo sa. Anche se confusamente, la gente lo sa. Questo orizzonte dominante avrebbe potuto fare più male di quello che non ha fatto. Il che vuol dire che la fede è rimasta. E si capisce la sua necessità proprio nel momento in cui essa sfida la ragione e la ragione sfida lei dicendo “io posso tutto”. Controprova ne è che il mondo che si affida esclusivamente alla scienza e alla tecnica crea problemi infinitamente maggiori. O meglio, crea un mondo ingovernabile. La prova di Dio è nel fallimento dell’uomo padrone del mondo. In fondo Dio si trova attraverso la sua sottrazione.


Già, come diceva il poeta: chi sei Tu che riempi il mondo della tua assenza?
 
Già, e poi il cardinale Carlo Maria Martini fa la prefazione al libro di Mancuso. Diciamolo, siamo messi un po’ così.


Parli di Mancuso, Vito Mancuso, il teologo, non il magistrato?
 
Sì, Mancuso, il teologo. Lo conosco molto bene, è un ragazzo intelligente, il suo libro, L’anima e il suo destino (Cortina), è ben scritto e magari aiuterà qualcuno che ha perso la fede a trovare un linguaggio che gli consenta di non perdere l’abito. Dice Mancuso: c’è l’evoluzione teleologica che è guidata verso l’uomo; c’è la coscienza; la coscienza raggiunge il suo vertice nell’idea di perfezione; l’idea di perfezione è l’idea di Dio. Punto. E Martini scrive una prefazione a un libro così? Vedo però che Ferrara se ne è innamorato.


Capita anche nelle migliori famiglie.
 
Anche se, a dire il vero, poi Ferrara ha detto la verità sul libro di Mancuso. Ha scritto che è un testo «eretico». E il cardinal Martini gli fa la prefazione?


Almeno con Ferrara, però, abbiamo una grande sintonia.
 
Non c’è dubbio. Giuliano Ferrara è la persona più importante che abbiamo. Ha creato un linguaggio e un giornale che è l’unico giornale veramente cattolico che c’è. Per me Ferrara è un miracolo nel mondo di oggi. E dopo Berlusconi è la cosa più interessante apparsa sulla scena politica italiana.