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Il Covile - N.o 416 (24.11.2007) Riccardo De Benedetti presenta qualche pagina anti sessantotto

Qualche pagina anti sessantotto... (presentata da Riccardo De Benedetti)


Arginare la valanga di stupidaggini improvvide che leggeremo, nostro malgrado, intorno al quarantennale più inutile tra i quarantennali, mi sembra cosa... utile. Queste pagine di Vladimir Jankélévitch possono fornirci al riguardo un efficace antidoto.
Il tema è l’arcifamoso «vietato vietare». Un mortaretto infrasituazionista che sarebbe passato agli archivi come i lucchetti di Moccia se non avesse incontrato il marketing, anzi se non lo avesse inventato. Non credo ci siano carriere pubblicitarie che abbiano potuto fare a meno di meditare sulla potenza comunicativa di questo paradosso al cui confronto quello di Epimenide è solo un curioso calvario logico. Naturalmente, cambia la maschera e al mentitore cretese è stata imposta quella del libertino sfrenato. Beninteso, è un libertino per modo di dire. Sembra appena uscito dall’oratorio dopo un innocuo sberleffo al parroco e ha più le movenze del masturbatore folle che dell’orgiasta sadico. Poi, forse, lo diventerà... da adulto. Per allora, però, quando comparve sulla scena sociale il suo marchio era, appunto, «vietato vietare». Non si è più mosso... tristemente documentato dagli idioti dreamers di Bertolucci.
Jankélévitch [Il paradosso della morale, 1981; nella traduzione di Ruggero Guarini per Hopefulmonster, Firenze 1986, pp. 38-41] ne traccia il ritratto morale. Paragonate alle riflessioni sul 68 consegnate alla storia letteraria (ma quanto realmente filosofica?) dai vari Deleuze, Foucault, Guattari, de Certeau, Blanchot ecc., è il tono che spiazza. Mi pare siano sulla strada giusta per evitarci, elegantemente, la chiacchiera che ci sommergerà.
«È proibito proibire: è ciò che la contestazione infinita ha scritto recentemente sui muri a lettere nere-nere come la nera bandiera dell’anarchia. Così come la negazione di una negazione equivale a un’affermazione e il rifiuto di un rifiuto a un’accettazione, l’interdizione di un’interdizione equivale a un’autorizzazione: essa è la perifrasi in qualche modo pudica di un’autorizzazione che non vuole dichiararsi come tale. Se l’accento verte sulle stesse proibizioni, dopo che queste sono state revocate una dopo l’altra, il rifiuto di tutte le proibizioni sfocia da ultimo nella licenza universale, e conseguentemente nel capriccio, nell’arbitrio, e in fin dei conti nell’indifferenza quietista: il piuttosto-che potius quam non ha più corso; la libertà si definisce soltanto attraverso il rapporto a certe cose proibite: un senso vietato, un passaggio interdetto, un ingresso vietato; ciò che non è espressamente proibito è tacitamente permesso; e in effetti il permesso, a questo proposito, ha un senso determinato. Ogni determinazione è negazione, implica una limitazione che consacra l’avvento all’esistenza del finito. Ma quando tutto è lecito, non c’è più posto che per la licenza, e questa non è affatto preferibile alla paralisi totale. Tutto è permesso, anche le contraddizioni che si distruggono e smentiscono a vicenda. La liceità generale, e il baccanale che ne consegue, impedisce che si formi un ordine, fosse anche l’ordine del disordine, e che si instauri un regno, fosse anche il regno dell’anarchia.
 
Ma si può forse parlare di “instaurazione” La situazione non è meno bloccata allorquando, anziché sfociare per estrapolazione o generalizzazione nella liceità universale lasciando cadere uno dopo l’altro tutti i divieti, si comincia dalla stessa asserzione proibitiva: ciò che ora viene proibito, non è questa o quell’altra cosa proibita; non si tratta di proibire questo o quello — interdizione al dettaglio la cui revoca estenderebbe man mano la latitudine del nostro agire — no! quel che è proibito, in qualche modo alla seconda potenza, è in generale e globalmente il fatto di proibire, e l’intenzione stessa di proibire. Ogni velleità di proibire, anche allo stato nascente, viene repressa a priori. È proibito proibire è un’asserzione generale, e questa asserzione con esponente non cade a sua volta sotto i colpi di una nuova proibizione che potrebbe renderla facoltativa: questa sarebbe un’assurda regressione all’infinito e forse un circolo vizioso come quello in cui il sofisma di Epimenide ci fa girare in tondo; è proibito proibire è dunque un veto a senso unico, un’asserzione irreversibile; nessun divieto di senso inverso potrebbe risorgere dal luogo di questa proibizione generale per annullarla o fagocitarla; nessuna proibizione regressiva potrà neutralizzare la proibizione di proibire.
 
Del resto, se tutto in definitiva è permesso, sarà permessa anche la proibizione di proibire; non è proibito, è al contrario molto utile, ossia persino raccomandato, ricordarsi che la proibizione è in linea di principio sistematicamente proibita: questa proibizione viene affermata senza possibilità di appello, ma l’affermazione di questo divieto del divieto sfugge essa stessa al divieto. Eccezione necessaria affinché il discorso abbia un senso. Se non ci viene concessa questa aerazione, il nostro solo rifugio è il silenzio. È proibito proibire: voi non potete impedirmi di professarlo, di giustificare il diritto di proibire qualsiasi proibizione e alla fine, in nome di una filosofia pericolosamente dogmatica della libertà, di far rispettare questo diritto e, all’occorrenza, di reprimere ogni infrazione al divieto dei divieti; è proibito pensare diversamente, proibito opporsi alla filosofia della liceità universale, sabotarla con l’astuzia, limitarla con l’ipocrisia. Questa proibizione di proibire alcunché si formula anch’essa in termini minacciosi; la permissività assoluta, assicurante l’esercizio di tutte le libertà senza limiti e senza ostacoli di sorta, viene garantita, se occorre, a randellate. La libertà ci viene dunque imposta autoritariamente, e in un linguaggio intimidatorio atto a convincere gli indecisi. La libertà del tutto è permesso il terrorismo virtuoso dunque si ricongiungono, o meglio fanno tutt’uno. La proibizione di proibire, ridotta all’impotenza dalla sua interna contraddittorietà, trova almeno il suo fondamento in una filosofia morale libertaria.
 
La proibizione nasconde sempre, più o meno, una tentazione terrorista. Ora la proibizione che non è soltanto proibizione diretta delle cose proibite, ma proibizione dello stesso proposito di proibire, e non soltanto proibizione di questo proposito, ma radicale proibizione di ogni proibizione — questa proibizione infinita apre la strada al rilancio del fanatismo moralizzatore. Tuttavia, la restaurazione di un terrorismo virtuoso si può attuare in modo molto più semplice e in qualche modo meccanico. Dal momento in cui la morale è diventata per il profanatore una specie di piacere proibito (giacché ogni virtù è impura e ogni disinteresse sospetto), è il piacere a fare la legge. Ci sarà un dovere del piacere, e anche una religione del piacere, e persino una teologia del piacere! A tal punto il “rovesciamento” dei valori si riduce in generale a un trasloco del valore, trasferito da un estremo all’altro. Questo rovesciamento, d’altra parte irreversibile (giacché esso non implica affatto l’inversione che, al termine del movimento di andata e ritorno, ristabilirebbe lo statu quo), è piuttosto un’inversione, una semplice permuta dei ruoli. Scambiare i ruoli, non è affatto trasformare intrinsecamente il senso dei valori; invertire i carcerieri e i prigionieri, non significa abolire i carcerieri e le carceri, né sopprimere lo stesso principio di ciò che oggi si chiama “universo carcerario” In galera il divieto! In galera il dovere e la legge morale! Mentre le sfrenatezze del piacere dominano la scena, il divieto è diventato a sua volta martire! Gli ultimi saranno i primi, dato che i primi sono stati retrocessi... Ma ci saranno ancora dei primi e degli ultimi. Questa rivoluzione, che consiste nel cambio dei carcerieri, non è una beffa sinistra?»