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Il Covile - N.o 417 (2.12.2007) Ancora libri

Libri


Oggi parliamo di nuovo di libri. Cominciamo, grazie alla segnalazione dell’attento Luigi Puddu (“Un pezzo un po’ stitico, ma ... tutto fa brodo! E cmq è una bella notizia. Spe salvi !!!”), con la riproduzione della breve presentazione di Antiarchitettura e demolizione comparsa ieri sul Corrierone; poi c’è il commento-introduzione di Vincenzo Bugliani al secondo capitolo dell’aureo Manifesto dei conservatori di Roger Scruton; per finire, novità, con due presentazioni della terza fatica di Roberto Corsi, di cui già nel n°352.
 

E un fisico attacca l’architettura moderna


Fonte: Corriere della sera, 1° dicembre 2007

Si ritiene che l’architettura decostruttivista, con le sue audaci volumetrie, sia espressione di grande conoscenza matematica. Invece proprio un matematico - fisico teorico, Nikos Angelos Salingaros, ha applicato le sue intuizioni teoriche per attaccare queste costruzioni. In Antiarchitettura e demolizione. La fine dell’architettura modernista (Libreria Editrice Fiorentina, € 22) parla espressamente del “Decostruttivismo come nuova fase nella formazione del mondo disumano sognato dai modernisti” e attacca la “retorica” di Libeskind, la deformazione antigeometrica degli spazi e la “teoria” di Bernhard Tschumi e il museo dell’Ara Pacis di Meier (“sterile sciccheria di una sala d’attesa di un dentista”). Al loro posto invita a ripertire dalle connessioni tra armonia e rapporti geometrici istituita da Sant’Agostino e a rileggere La natura dell’ordine di Christopher Alexander.
 
r.c.
 

Conservatori ed ecologisti (di Vincenzo Bugliani)


Coll’avanzare dell’età e coll’esperienza (ma c’è chi non fa esperienza), di solito si diventa conservatori; chi non lo diventa, per lo più si avvia ad essere una macchietta. Però, teorizzare il conservatorismo, secondo me, è impossibile. È più un atteggiamento mentale e una visione del mondo che un teorema politico. Si possono indicare criteri, enunciare principi, denunciare le malefatte dei progressisti. Si può anche ricordare che i progetti di migliorare l’umanità e il mondo hanno fatto disastri e che i pensatori e gli storici hanno perso la fiducia che esista una storia indirizzata al meglio e sostengono che il progresso è un non-concetto. D’altra parte, basterebbe considerare quello che i progressisti giudicano il male; sul bene sono più confusi. Già la distruzione per loro è un bene.
Ho letto di recente l’opera di R.Scruton, Manifesto dei conservatori e ne ho introdotto il secondo capitolo (“Conservare la natura”) in una discussione nel Circolo dei Liberi. Un po’ ripeto quello che ho detto in quella occasione. L’autore comincia notando che gli ambientalisti moderni sono di sinistra perché hanno dedotto le loro idee dal grande principio della giustizia sociale, mentre in passato gli ambientalisti (aggiungo io: i naturisti, gli animalisti, gli igienisti...) erano tradizionalisti, per esempio gli aristocratici che erano ostili alla rivoluzione industriale. È vero che anche gli ambientalisti hanno riconosciuto da subito i gravissimi danni ambientali che ha provocato il socialismo reale. In realtà per loro è una forma di capitalismo, ed è anche vero. Gli ambientalisti moderni di sinistra sono ancor più profondamente di sinistra perché la sinistra ha ereditato una visione del mondo propria di correnti cristiane eretiche: il mondo è il regno di Mammona e il danaro è lo sterco del diavolo (cosa ancora presente nei Cristiani); il mondo si regge nel dualismo Male-Bene e vince sempre il Male; l’iniziativa privata e il libero mercato sono distruttivi e tutto il Bene eventuale viene dallo Stato (lo Stato etico); vanno bene solo alcune libertà generate dal capitalismo e dal libero mercato (ma loro non lo sanno) e dallo scontro dei poteri e degli interessi, per esempio i diritti. Gli ambientalisti che conosciamo noi in Europa sono per l’aborto, per la manipolazione genetica per l’uomo (ma non per le piante e gli animali) e per gli esperimenti sugli embrioni umani, sono per l’eugenetica e per l’eutanasia, sono contro la famiglia e per i matrimoni degli omosessuali. Scruton crede “che conservatorismo e ambientalismo siano per loro natura fatti l’uno per l’altro” (p.43). Lo credo anch’io, a patto che i conservatori si assumano le loro responsabilità e distruggano l’ambientalismo di sinistra. Solo che anche Scruton propone una specie di utopia, che si riassume nella frase “Abbiamo bisogno della libera impresa, ma anche del principio di legalità che la tenga a freno”(p.43). D’altra parte Scruton sa indicare alcune criteri (già presenti nei Verdi fiorentini, specialmente in Giannozzo Pucci), secondo la grande lezione di E.Burke: il principio ereditario “come deterrente psicologico per chi avesse voluto allungare le mani sulle proprietà, i beni, gli edifici appartenenti alla Chiesa e alle istituzioni e le raccolte di tesori che avevano in precedenza salvaguardato il patrimonio nazionale della Francia” (p.51); analogo il principio che lega i morti, i vivi e i nascituri — però Scruton sa che “Le società moderne sono società di estranei” (p.47); la gestione parsimoniosa delle risorse: “mantenere una resistenza vigile nei confronti delle forze entropiche che erodono la nostra eredità sociale ed ecologica” (p.43); l’abitudine al sacrificio: “In poche parole, dobbiamo cambiare il nostro modo di vivere” (p.46-47); “... in un equilibrio sociale a lungo termine deve essere contemplato l’equilibrio ecologico” (p.45); “Invece di tentare di porre rimedio ai problemi sociali e ambientale a livello globale, i conservatori mirano a controlli locali e a una riasserzione della sovranità locale in ambienti conosciuti e regolati” (p.53).
E ecco il suggerimento centrale: “L’amore condiviso per la nostra casa: nessuno sembra aver individuato una motivazione migliore di questa per servire la causa dell’ambiente. È una ragione per la gente comune; può essere il fondamento sia di un approccio conservatore alle istituzioni sia di un approccio consevativo per la terra; ci potrebbe permettere di conciliare la domanda di una partecipazione democratica con il rispetto per le generazioni assenti e il dovere di curatela”(p.54-5). Però qui i dubbi sono enormi. Perché non è successo nel passato e tuttora non succede? Nel presente, in Italia, basterebbe evocare Campania e Napoli e i rifiuti.
Alla fine, Scruton si augura: “Mi piacerebbe vedere una rivista dal titolo Ecologist, che nella sua struttura dia spazio ai vecchi valori Tory di lealtà e fedeltà”. Anche nell’edizione inglese, l’Ecologist si ispirava a princìpi conservatori, nell’edizione italiana ancora di più.
 
Vincenzo Bugliani
 

Vivere oltre i fischi e i fiaschi di politica e dintorni (di Maurizio Schoepflin)


Fonte: l’Occidentale

“Sempre sconfitto e mai sottomesso”: così, prendendo in prestito un’espressione di Tolkien, si definisce Roberto Corsi nell’Introduzione del suo ultimo libro, Anoressia della memoria. Oltre i fischi e i fiaschi di politica e dintorni: vivere (Aleph Edizioni, pagg. 288, euro 15). E non v’è dubbio che si tratti di una definizione particolarmente calzante. Corsi è un uomo al quale la vita ha riservato prove assai difficili, e lui le ha accettate e superate con la serenità e la forza che soltanto una bontà innata e una fede matura permettono di possedere. Lo riconosce, con spirito partecipe, anche Gaetano Quagliariello, che ha scritto l’intensa Prefazione del volume, nella quale viene opportunamente ricordata la levità tipica del Corsi uomo e scrittore, una levità che non è un frutto della rassegnazione, ma il risultato di un’intelligente e accorata passione per la vita e per gli uomini, dei quali, pascalianamente, vengono considerate grandezza e miseria.
Questa è la terza opera che, nel breve volgere di tre anni, Corsi manda in libreria: e sembra che egli voglia quasi scusarsi per questa prolificità, sembra che voglia scusarsi di non riuscire a tacere di fronte alla “follia” dei tempi. Forse ha ragione il suo amato Ambrose Bierce, che definisce la solitudine la “situazione di chi ha il difetto di dire la verità e di essere dotato di buon senso”. In questo senso, Roberto Corsi è uno che ama gridare nel deserto, soprattutto in quel deserto arido e insidioso che è diventato il mondo politico. I suoi Messaggi — così egli definisce i sessantacinque interventi che costituiscono la prima parte del libro – sono delle vere e proprie provocazioni, sassi lanciati nello stagno spesso maleodorante della politica. E dire che Roberto Corsi la politica ce l’ha nel sangue! Ma non sembri retorica affermare che la politica a cui egli pensa è quella con la P maiuscola. Intendiamoci: a lui non difetta il realismo, non manca la capacità dell’analisi spietata. Ma non ditegli che essere realisti significa scendere a patti con la coscienza, pensare soltanto alla carriera e ai soldi, accettare qualunque compromesso e praticare disinvoltamente il trasformismo.
Roberto Corsi sa bene che essere realisti significa saper tenere in equilibrio il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà. Il lettore se ne accorgerà: sorretto da un’arguzia toscana di notevole qualità, l’autore dice pane al pane e vino al vino, ma non cade mai nella disperazione, non ricorre mai alla cattiveria gratuita. Anzi, alla fine egli riserva sempre una parola buona per tutti e tutti guarda con un sorriso, perché, giustamente, vivere bisogna, ben oltre i fischi e i fiaschi della politica.
Corsi è un giornalista coi fiocchi e, afferma Quagliariello, “ne consiglierei l’assunzione a ogni direttore alla ricerca di una rubrica in grado di penetrare la politica con occhi non consueti e formule non scontate”: difficile dire quali siano i suoi pezzi migliori. Il felicissimo ritratto di Ivo Butini, autentico big della Democrazia Cristiana fiorentina, oppure quello di Eugenia Roccella, “femminista sui generis”? Le riflessioni dedicate alla presenza dei cattolici in politica, o le scudisciate riservate a quelli che ancora indossano una casacca colorata di una qualsiasi sfumatura di rosso? Tutti coloro che hanno a cuore le sorti della memoria che sta rischiando la propria sopravvivenza a causa di una terribile forma di anoressia ribelle a ogni cura, dovrebbero leggere il libro di Roberto Corsi, nutrimento salutare per il cuore e per la mente.
 
Maurizio Schoepflin
 

Roberto Corsi, l’intellettuale senza padroni (di Gaetano Quagliariello)


Fonte: l’Occidentale

A Roberto Corsi debbo gratitudine. Sono stato eletto Senatore della Toscana quasi due anni fa. E la mia conoscenza della regione, lo confesso senza remore, era allora limitata. Si fermava all’interno delle mura di Lucca: città tra le più belle del mondo che avevo frequentato con assiduità perché collaboratore del Presidente del Senato Marcello Pera e perché vi avevo fondato l’IMT, una Scuola d’eccellenza il cui avvio ha rappresentato uno degli impegni più ardui ed entusiasmanti della mia esistenza, al quale ha poi fatto seguito una delle delusioni più cocenti.
Lucca, però, non è la Toscana. Quanto meno, non lo è tutta. Per questo, al fine di comprendere lo spirito così peculiare di questa regione, è necessario spingersi fuori da quelle mura così protettive, all’interno delle quali, inevitabilmente, si condensano e si amplificano sia le virtù che i difetti. A tal fine, la conoscenza di Roberto Corsi — della sua persona ancor più che dei suoi scritti — mi è stata preziosa. Roberto, infatti, della toscanità esprime con immediata naturalezza la schiettezza, l’arguzia, l’irriverenza e, quel che è davvero particolare, assieme a tutto ciò una bontà non convenzionale. Lo fa con stile. Uno stile letterario, innanzi tutto, che sa mettere a frutto un’autentica passione per la politica nella quale si coniuga assieme la profonda comprensione delle sue dinamiche con la leggerezza (sarei quasi portato a dire — e in senso affatto dispregiativo —, con la superficialità) di cui è portatrice sana la saggezza popolare, che egli ritrova in motti, proverbi, citazioni tratte da canzonette. E poi uno stile umano, di vera apertura nei confronti del prossimo del quale prova sempre a cogliere l’essenza attraverso un rapporto ravvicinato, ricercato con un sorriso buono e sarcastico sulle labbra, autentico “lasciapassare” per la conquista di un rapporto autentico.
Tutto questo fa degli articoli di Roberto Corsi un prodotto originale; a volte persino sorprendente. A Roberto, infatti, è sufficiente un riferimento fulminante per aprire, nell’analisi di una notizia magari banale, uno squarcio che rimanda a questioni fondamentali dell’esistenza umana. E, anche per questo, la sua critica di un fatto o di un comportamento assai raramente si dissocia dal tentativo di penetrare l’animo dei protagonisti al fine di metterne a nudo, con indulgenza ma senza compiacenza, un tratto nobile, una peculiarità o, assai più spesso, una debolezza.
A Roberto il gioco riesce quasi sempre. Anche perché — lo si apprende approfondendone la conoscenza — egli sa cos’è la vita. Ne ha conosciuto la durezza, anche se questa ai suoi occhi non è mai riuscita ad offuscarne la bellezza. Per questo, vi aderisce con una lievità mai rassegnata. E qui, io credo, si trova il segreto dei suoi libri che egli — come dice nell’introduzione di quest’ultimo volume — ha ora il sospetto siano divenuti troppo frequenti: ben tre in tre anni.
Ma una scansione così ravvicinata, in realtà, ha una ragione che forse neppure Roberto Corsi vuole confessare a se stesso. In realtà, molti degli articoli, degli elzeviri, delle interviste che ha raccolto in volume avrebbero dovuto trovare spazio sulle pagine di un quotidiano. Roberto possiede la penna e i ritmi del cronista politico e, personalmente, ne consiglierei l’assunzione a ogni direttore alla ricerca di una rubrica in grado di penetrare la politica con occhi non consueti e formule non scontate. Per svolgere bene questo mestiere, però, è necessario arrendersi alla priorità dei fatti esterni dei quali, oltre che interprete, si diventa anche un po’ schiavi. Ed è il prezzo che Roberto Corsi non ha inteso pagare. Non per malinteso senso di superiorità ma, più semplicemente, per necessità e per scelta. Egli ha preferito confermare le priorità della sua esistenza, fatta di piccole incombenze, di cure familiari e persino, a quanto afferma nella prefazione, di panni da stirare. Roberto Corsi scrive quando vuole e quando può. Per questo, si è inventato un direttore immaginario al quale, a seconda dei casi, ha dato nome “cestino” o “bottiglia”. Non è stata una scelta d’isolamento: tutt’altro. Lo si comprende considerando le interviste che propone nei suoi libri, veri esperimenti scientifici di un ricercatore d’umanità che, al di là di ruoli e maschere, sa rintracciare le donne e gli uomini in carne d’ossa comunicando al lettore, con altrettanta efficacia, lo stupore di un incontro e la lenta sedimentazione di una consuetudine.
Questi suoi volumi usciti in serie debbono considerarsi, dunque, il surrogato di un’attività quotidiana che non appassisce: una raccolta di straordinaria freschezza giornalistica e umana. Di fronte a tale affermazione Roberto, ne sono certo, si schernirebbe. Per poi dirmi che in tutto ciò — per quel poco di vero che forse vi è —, non è certamente esente il contributo della sua fede e l’aiuto di quel Dio al quale crede con sincera schiettezza. Io penso di aver imparato a comprenderlo, pur continuando a ritenere questi suoi libri, innanzi tutto, un piccolo miracolo della laica religione del fare.
 
Gaetano Quagliariello