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Il Covile - N.o 418 (9.12.2007) W i cacciatori di Crema

W i cacciatori di Crema

“CREMONA, 8 Dicembre - Il procuratore di Crema definisce ‘caso palese di uso legittimo delle armi’ la sparatoria in cui i carabinieri hanno ucciso due banditi. Il procuratore ha ricostruito l’operazione che ha portato all’uccisione di un albanese e di un marocchino e all’arresto di un altro albanese e di un kosovaro. Il magistrato ha anche parlato di eroismo dei due carabinieri, che saranno indagati per omicidio come ‘atto dovuto’. Gli arrestati sono stati bloccati nella fuga dopo la sparatoria da due cacciatori.” (ANSA)
Del coraggio dei due cacciatori nessuno ha parlato. Lo fa il Covile con il titolo e, vengono perfette, con le recensioni di Armando Ermini dei due ultimi libri di Cormac McCarthy. Sullo straordinario La strada, aspettiamo altri contributi.
 

Cormac McCarthy: La strada


Ha scritto su Il Foglio Mariarosa Mancuso che nell’ultimo capovaloro di McCarthy c’è il senso dell’essere maschi e padri. Non scrive quale, ma non potrebbe più chiaro. Salvare il mondo dalla fine definitiva, difendere fino in fondo le residue speranze di vita.
Dopo l’apocalisse (atomica?): paesaggi, cose, uomini, tutto è trasfigurato, grigio, bruciato, abbandonato, in decomposizione fisica le cose, fisica e psichica le persone. Una “terra desolata” in cui un padre e il suo bambino si mettono in cammino con poche cose per arrivare al mare, con la speranza che lì vi sia ancora una scintilla di vita possibile. Per strada si devono procurare il cibo e difendersi dai predoni, bande di umani dediti al saccheggio, all’assassinio ed anche all’antropofagia. Sono soli, loro due, perché la madre non ha resistito allo strazio ed al dolore e si è suicidata.
Mc Cormac ci ha abituati a storie forti, drammatiche, in cui il confronto fra il bene e il male non è mai sfumato, ed in cui la violenza fine a se stessa e priva di senso, amorale ancor più che immorale tanto è penetrata e introiettata in ogni ganglio della vita, sembra vincere, e con lei il male, l’Anticristo.
Eppure esiste un rovesciamento di prospettiva rispetto ad altri suoi romanzi, ad esempio Meridiano di sangue. Là, nelle terre di frontiera fra USA e Messico, lo scenario in cui agiscono gli uomini è ancora quello che conosciamo. Sole, neve, piogge, colori, alberi, animali, paesaggi. Uno scenario di vita insomma, anche se talvolta cruda quanto può essere la natura. Sono gli uomini, invece, che sembrano aver smarrito il calore del cuore. Da una parte la luciferina sete di sapere del demoniaco Giudice, dall’altra uomini e donne che vivono con indifferenza ora come aguzzini spietati ora come vittime predestinate, quasi non importasse loro della propria vita e di quella altrui.
Ne La strada, invece, la scintilla e la volontà di vita è nell’uomo, quel padre col suo bambino, mentre è il pianeta ad essere definitivamente morto. Come se il male supremo che l’umanità ha inflitto alla terra ed a se stessa, fosse riuscito a risuscitare speranza e volontà, a non far morire l’amore. Il quale però non è buonismo né pietismo. Implica scelte dolorose e ferite. Quelle che il padre dovrà infliggere al figlio costringendolo, per la sua sopravvivenza, a rinunciare al mondo infantile dove vige il principio di non contraddizione ed il bene si coniuga solo con se stesso. E’ tenera e commovente la fede del piccolo verso il padre anche quando compie azioni in apparenza crudeli che la sua anima vergine non può afferrare, e insieme insiste di essere rassicurato sul fatto che loro sono “buoni”. Torna, ne La strada, il rapporto salvifico fra padre e figlio come in Non è un paese per vecchi, allorché il vecchio sceriffo Bell racconta un sogno in cui il padre “stava andando avanti per accendere un fuoco da qualche parte in mezzo a tutto quel buio e quel freddo, e che quando ci sarei arrivato l’avrei trovato ad aspettarmi”. E torna con lo stesso simbolo, il fuoco che scalda e illumina. “Ce la caveremo papa? Si, ce la caveremo. E non ci succederà niente di male. Esatto. Perché noi portiamo il fuoco. Sì perché noi portiamo il fuoco.”
Il fuoco, dunque, che distrugge (l’apocalisse) e che salva, a dirci che bene e male partecipano della stessa natura, hanno la stessa origine come Lucifero e Gabriele. L’illusione di poterli separare e di estirpare il male da noi stessi e dal mondo è destinata a trasformarsi nel suo contrario in una tragica eterogenesi dei fini, come la storia ha più volte dimostrato. È solo il conoscere/ri-conoscere il male dentro di noi che ci da la possibilità/libertà di agire il bene, con la consapevolezza dell’imperfezione e dei limiti di cui è intessuta la natura umana.
 
8 dicembre 2007
Armando Ermini

Non è un paese per vecchi


Fonte: www.maschiselvatici.it

Ai confini fra Texas e Messico si intrecciano più cacce all’uomo. Quella dell’assassino psicopatico Anton Chigurh verso Moss, un reduce dal Vietnam che si è appropriato di una montagna di dollari derivanti dal narcotraffico , trovati casualmente, e quelle dell’anziano sceriffo Bell, impegnato a scovare Moss per salvarlo dallo psicopatico e contemporaneamente a dare la caccia allo stesso.
McCarthy organizza il romanzo su due piani ben distinti, anche fisicamente. La descrizione scabra, essenziale di fatti, di azioni e dialoghi dei protagonisti da una parte, e i pensieri, i sentimenti, le riflessioni dello sceriffo Bell dall’altra, con una struttura narrativa funzionale a sottolineare l’irriducibile diversità e l’impossibilità a comunicare di due mondi opposti.
La società in cui imperversa la violenza più cieca e feroce, praticata con scontata naturalezza quasi fosse ovvio uccidere chi diventa anche inconsapevolmente ostacolo ai propri progetti, ed il mondo dell’anziano uomo di legge. Un mondo nient’affatto idealizzato e innocente, ma che anche nelle bassezze di cui la vita è intessuta, sa conservare i propri codici e i propri valori individuali e comunitari. E soprattutto sa che è possibile ricercare e distinguere verità e menzogna, nel singolo come nella comunità, a partire dalle cose più semplici e essenziali, senza troppe elucubrazioni intellettuali.
McCarthy non si fa vincere dalla tentazione di analisi sociologiche aperte o dissimulate. Semplicemente osserva e prende atto delle cose come sono, sapendo che poco si potrà fare per cambiarle ma rifiutandosi di adeguarsi. Il mondo di Bell, quello per cui “credo che non si possa fare questo lavoro senza una moglie. E una moglie abbastanza insolita, a ben pensarci”, sta sparendo, ed il nuovo sarà peggiore, anche se la gente non si rende bene conto che alla fine tutto si tiene. “… il più delle volte, quando dico che il mondo sta andando alla malora, e di corsa, la gente mi fa un mezzo sorriso e mi dice che sono io che sto invecchiando.”
Lo sceriffo Bell è “naturalmente” conservatore, anche in politica. E’ infastidito dai saccenti che pontificano sulle malefatte dei governi di destra, ma sembra sapere molto bene che il mondo come sarà non dipende dalla destra o dalla sinistra, almeno in gran parte. Ad uno dei saccenti, una signora vicina di posto ad una conferenza, che alla fine di una filippica dichiara: “Non mi piace la direzione in cui sta andando questo paese. Voglio che mia nipote sia libera di abortire”, risponde in modo disarmante: “…Guardi signora, secondo me non si deve preoccupare della direzione in cui va il paese. Per come la vedo io, non c’è il minimo dubbio che sua nipote potrà abortire. Anzi le dirò, non solo sarà libera di abortire, ma sarà libera anche di mandarla al Creatore.”
Eppure, ci dice Mc Carthy, fare le cose che devono essere fatte per una sorta di promessa dentro il cuore, vale la pena. Perché il mondo è destinato a cambiare intorno a noi, ma l’abbeveratoio di pietra scolpito con tanta pazienza dall’anonimo scalpellino sarà sempre al suo posto, anche dopo diecimila anni. E poi non siamo soli. C’è con noi il padre che una volta comparve in un sogno dello sceriffo. Cavalcava silenzioso, in una notte gelida e buia, tenendo in mano una fiaccola. Il figlio sa che “stava andando avanti per accendere un fuoco da qualche parte in mezzo a tutto quel buio e quel freddo, e che quando ci sarei arrivato l’avrei trovato ad aspettarmi.”
 
13 luglio 2007
Armando Ermini