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Il Covile - N.o 419 (11.12.2007) Acque profonde: Riccardo De Benedetti, Pietro De Marco, Gianni Baget Bozzo

Acque profonde


Bisogna dirlo, La strada e Spe salvi sono le letture dell’anno che volge al termine (il Manifesto dei conservatori lo consideriamo un manuale, semplicemente imprescindibile). Non è allora un caso che gli echi di queste letture si intreccino nella conversazione coviliana: in questo numero Riccardo De Benedetti approfitta di un passo di Armando Ermini su La strada per immergersi in acque profondissime e parlare di bene, male e speranza, mentre Pietro De Marco glossa il commento all’enciclica di Baget Bozzo (l’Occidentale ne ha pubblicato una prima versione, noi il testo emendato e completo). Siccome il materiale non viene mai dato a puntate, perché libertariamente confidiamo nell’intelligenza di lettori capaci di decidere da soli cosa leggere, cosa non leggere e quando, aggiungiamo anche il predetto pezzo del grande Baget.
 

Da un’eterogenesi all’altra... (di Riccardo De Benedetti)


Mi trovo nelle tesi di Ermini, quando scrive che «bene e male partecipano della stessa natura, hanno la stessa origine come Lucifero e Gabriele. L’illusione di poterli separare e di estirpare il male da noi stessi e dal mondo è destinata a trasformarsi nel suo contrario in una tragica eterogenesi dei fini, come la storia ha più volte dimostrato».
 
Io non li separo, bene e male; di estirparli nemmeno a parlarne.
 
Rimane però un fatto che nel momento in cui pure mi tocca di battermi per evitare l’approvazione in Parlamento, che so, di un emendamento che mi distrugge una legge buona, buona per i suoi effetti «locali», come ogni buona legge; ebbene il mio giudizio, che in quel momento orienta la mia azione, credo comporti di necessità la creazione di un discrimine; non credo però che sia destinato a risolversi nel suo contrario. Nel caso specifico so cosa è bene e cosa è male e quest’ultimo lo contrasto, nettamente. Certo non credo che così facendo stia anticipando e solo prefigurando uno stato futuro in cui il male sia estirpato proprio perché ho estirpato questo piccolo male che mi stanno facendo. No, non credo questo, ma credo che la prospettiva di miglioramento futuro abbia comunque potuto motivare azioni rivelatesi semplicemente buone, senza alcuna eterogenesi dei fini. Forse questa è una speranza che pur non salvando indirizza a quella maggiore di cui parla Benedetto XVI e sulla quale varrebbe la pena iniziare un’approfondita meditazione...
 
Se qualcuno muove, che so, una lotta localissima, circoscritta, a quel particolare modo di sopprimere l’umanità di chi lavora, rappresentata da mille e mille forme di cattiva e pericolosa organizzazione del lavoro, non credo che per questo stia introducendo più male di quanto ne voglia togliere. Neppure fosse il caso del retrogrado militante sindacale nostalgico dell’autunno caldo. Sta difendendo, più o meno bene, l’umanità delle sue condizioni di lavoro... quando lo fa, ovviamente e non sta solo applicando la linea sindacale del momento. Valuto la sua azione non per le sue motivazioni ideologiche, che rifiuto nettamente, ma per i suoi effetti in quella data situazione concreta. È come se agisse una qualche eterogenesi dei fini, di natura diversa da quella giustamente stigmatizzata da Ermini.
 
Nella sua tesi, che condivido in toto sul piano, diciamo così, teorico, credo si possa però annidare una sorta di quietismo conservatore (non alla Scruton, beninteso), in cui il mantenimento dello status quo ha la meglio sul rischio che necessariamente corriamo nel modificare certi dati della realtà. Quel qualcosa di diverso e di opposto in cui potrebbero trasformarsi le nostre azioni oltre le intenzioni, non può trattenerci dall’agire morale.
Insomma, qualsiasi cosa si faccia e si intraprenda corre questo rischio e non per questo il correrlo deve essere legittimo solo a condizione di non coinvolgere la volontà di instaurare qualcosa di bene o di meno malvagio di ciò che già di per sé esiste.
 
Altrimenti e inversamente detto: se io al modo di Mandeville sono convinto che i miei vizi, quindi l’accettazione perfetta dell’esistenza inestricabile di bene e male, possono trasformarsi in un bene, non per questo li devo promuovere come se fossero prodromi inconsapevoli di un bene che faticherebbe ad arrivare per altre strade. In certe posizioni che andiamo assumendo, leggo a volte questa aporia. Motivatissima, giustissima, ne abbiamo viste così tante e di tal fatta che è quasi impossibile credere che estirpare il male del mondo sia qualcosa di diverso da una infame bugia... e tuttavia. Tuttavia continuo a credere che non possiamo neppure lasciare la strada aperta a chi, con altrettanta o minore, va da caso a caso, consapevolezza si avvale dell’ormai fin troppo evidente fallimento dei miglioratori del mondo per darsi da fare a peggiorarlo.
 
Dopo di che come e cosa fare è per me un mistero doloroso che contemplo quotidianamente nelle mie vicende “politiche”, seppur limitate alla difesa e applicazione di una banalissima legge di tutela degli acquirenti di immobili in costruzione...
 
Un caro saluto scusandomi della tortuosità del mio ragionamento.
 
Riccardo De Benedetti
 

Teologia e fede dei semplici (di Pietro De Marco)


Il penetrante giudizio di Gianni Baget Bozzo sull’enciclica Spe salvi è apparso con un titolo, La fede di semplici, che conferma un topos, un diffuso ed efficace argomento dell’intelletto “cattolico” interno ed esterno alla appartenenza ecclesiastica, contro le teologie della stagione postconciliare. Benedetto XVI ne emerge quale difensore della fede comune; come scrive Baget Bozzo, “questa enciclica del Papa conforterà dunque la fede dei semplici credenti, che hanno creduto alla vita eterna (…), quindi nell’immortalità dell’anima, con cui la Chiesa, fino a qualche decennio fa, aveva espresso il punto di contatto tra il tempo e l’eternità”. Dirò subito in quale senso questa implicita, e rassegnata, diagnosi dell’isolamento di papa Ratzinger mi sembri, di fatto e in linea di principio, da non coltivare.
 
Pochi giorni prima avevo sentito dire qualcosa di simile, nel corso di un dibattito, da uno studioso laico di grande prestigio e di robusta cultura, anche religiosa. Prima di lui un teologo, ed ecclesiastico, non più giovane, molto noto in Italia, aveva spiegato ad un pubblico perplesso come la Speranza teologale cristiana sia senza un oggetto certo (in virtù del carattere solo metaforico della Scrittura e del Simbolo), ma si giustifichi come interpretazione ed elevazione dell’impulso vitale della storia umana e cosmica. Il laico (che serenamente e pubblicamente si afferma cristiano) ha osservato al nostro teologo che di fronte alle sofisticazioni si pone comunque una fede comune che ha difficoltà ad intendere (e ad accettare) le conclusioni teologiche, ma che conserva egualmente la sua verità e ragione d’essere (anche teologica). L’osservazione era semplice e garbata, più semplice e garbata di come io la propongo, ma mirava consapevolmente ad un bersaglio, la evanescente teologia contemporanea, anche cattolica, nella sua presuntuosa estraneità alla fede trasmessa e vissuta.
 
Consento, s’intende. Molti anni fa avevo incontrato nelle pagine scientifiche di un indianista una (per me) salutare durezza nei confronti degli “intellettuali” teologi delle diverse religioni, rigoristicamente ciechi di fronte alla ordinaria presenza del divino presso e per gli uomini semplici, i fedeli. Non ho dimenticato questo insegnamento. Consento, ma a condizione di un chiarimento essenziale.
 
A mio avviso, rappresentare la condizione cattolica come divisa tra la teologia, modernisticamente smarrita, e la fede dei simpliciores è inesatto e, in sede polemica, persino controproducente. Le teologie senza Trascendenza e senza Anima, senza Dogma trinitario né Sacrificio eucaristico, le teologie come ermeneutiche e terapeutiche spiritualistiche, rivestite di verbiage comunitario, non sono la sola teologia (non certamente la teologia cattolica) contemporanea. Quale rigorosa teologia cattolica potrebbe affermare la incompatibilità tra la libertà umana e il Dio persona e creatore (Vito Mancuso scrive grossolanamente, per polemica: “un Supremo Ente personale alla guida del mondo”), o definire l’anima come lo “scarto tra il totale della nostra energia e l’energia che in noi si esprime come corpo” (sempre Mancuso)? Ad un secolo dalla profonda liquidazione del Modernismo operata dalla Pascendi!
 
La diversità del papa ne è una prova, proprio in quanto teologo; Benedetto XVI non protegge con linguaggi desueti una religio popolare; egli fa teologia e, non isolato, teologia rigorosa. Per grazia di Dio nella Chiesa cattolica non si è cessato di fare teologia diversamente dalle derive che pure le appartengono ma che assolutamente non la saturano. Anzi avviene che anche nei Seminari e nelle Facoltà Teologiche i futuri preti mostrino ormai tutta l’insoddisfazione per la riproposizione di tesi teologiche “critiche” e “aperte”, in effetti neomodernistiche e antiromane, di fronte alla loro sete di un pieno e rigoroso credere.
 
Ma una essenziale distinzione vale anche per il “popolo”, per i “semplici”. Da un lato, non solo il fervido popolo di Radio Maria, ma il prevalente consenso dei praticanti chiede (o avvalora) un’altra teologia - e possiede altra teologia implicita. Dall’altro molti laicati parrocchiali “militanti” attingono al minimalismo teologico degli intellettuali-teologi che vendono in libreria; questi laicati attivi sono entro la deriva teologica, e la traducono in catechesi e pastorale teologicamente minimalistiche. Così, inevitabilmente, anche il popolo credente è diviso.
 
Il poco sapere cristiano dei praticanti, registrato dai sondaggi “sociologici”, è dunque il risultato di un deliberato, pluridecennale, e interno, vacuum teologico-catechetico che si pretende teologicamente giustificato. Si chiedeva un amico, giorni fa: “Il primo giorno di catechismo è stato detto al mio figlio piccolo che l’Inferno non esiste; come devo comportarmi con i catechisti ?”.
 
La portata dei dissensi ecclesiali di oggi non si riduce, dunque, al conflitto tra i vizi dell’intelletto e la forte fede dei semplici, tutt’altro; lasciamo questa letteratura ai Cento chiodi di Olmi, il cui “Gesù” è, peraltro e come giusto contrappasso, proprio il tipo della vacuità teologico-esegetica contemporanea.
 
Al collasso della fede (della fides quae creditur, la Fede nel suo contenuto, ossia come “Fondamento delle cose che si sperano”) nelle mode teologiche non si oppone solo il Popolo cristiano, che può anzi esserne vittima. Si oppone una operosità teologica radicata nella continuità della Tradizione e interprete di un Concilio che (secondo rigorosa ermeneutica) non autorizza alcuna delle derive dogmatiche in atto da decenni. E vi si oppone, come mandato proprio, il Magistero petrino. Questa teologia, che unisce dogma e predicazione (titolo di una celebre raccolta di scritti di Joseph Ratzinger), è per se stessa comunicante con la fede dei “semplici”, anzi ne è Madre.
 
Pietro De Marco
 

La fede dei semplici ( di Gianni Baget Bozzo)


Fonte: www.ragionpolitica.it/testo.8708.fede_dei_semplici.html

Ora si capisce bene che ci voleva un teologo tedesco perché si potesse riparlare, nella Chiesa cattolica, di temi divenuti laterali nella teologia e nella predicazione come quello della vita divina conferita al cristiano: un’esperienza della vita eterna che dura oltre la morte. Ormai sembrava che la vita cristiana, anche nella sua dimensione spirituale, fosse necessaria per vivere bene il tempo e che l’azione nel mondo fosse il solo spazio consentito al cristiano per essere tale. Ciò riconduceva inevitabilmente il cattolicesimo a essere una prassi sociale, e soprattutto una prassi assistenziale, una motivazione etica. Solo un teologo tedesco poteva, in una solenne enciclica, avere l’autorità per riproporre sia ai teologi che ai fedeli l’autorità del medesimo linguaggio. La Chiesa è divisa tra il linguaggio dei teologi e il linguaggio dei fedeli, con il prete incaricato di fare la mediazione tra due lontananze. Questa enciclica del Papa conforterà dunque la fede dei semplici credenti, che hanno creduto alla vita eterna nel tempo e nell’eternità come una continuità ininterrotta: e quindi all’immortalità dell’anima, con cui la Chiesa, sino a qualche decennio fa, aveva espresso il punto di contatto tra il tempo e l’eternità.
 
L’evento dopo il Vaticano II fu che il luogo della teologia cattolica passò da Roma alla Germania, proprio nel Paese in cui Martin Lutero aveva sostituito l’autorità del prete con quella del teologo, commentatore della Scrittura. E qui avvenne, nella teologia cattolica, l’operazione radicale: la definitiva sostituzione della metafisica, e quindi di San Tommaso, con l’antropologia, il trascendente sostituito, secondo il genio tedesco che ha avuto il suo maestro in Immanuel Kant, dal trascendentale. Ne venne che un rasoio implacabile si pose non soltanto sulla metafisica, ma su tutto il linguaggio cristiano che riguardava il Mistero e trascendeva il limite della ragione. La svolta antropologica di Karl Rahner divenne la forma di tutte le teologie, particolarmente di quella politica e della liberazione. Ma non fu tanto il ruolo di quelle teologie in quanto propositive che fu praticamente nullo, ma il fatto che, con esse, scendesse una censura sul linguaggio del Mistero cristiano, negando quella metafisica che aveva sino ad allora garantito il linguaggio come possibilità. Papa Wojtyla era passato per la via tedesca, in quella della filosofia di Max Scheler, ma era rimasto nella metafisica e nella mistica, discepolo di san Tommaso e san Giovanni della Croce, che mi sembrano ora marginali nella teologia di Ratzinger.
 
L’enciclica è, al tempo stesso, il documento di una personale teologia, non più centrata sulla metafisica e sul tomismo, ma decisa a riprendere il linguaggio dei Padri della Chiesa, cioè il linguaggio del primo millennio cristiano quale modo per esprimere il mistero della vita divina del credente nella comunione ecclesiale. Così egli riesce a non passare per la tradizione teologica romana che fu della Chiesa preconciliare ed è rimasta quella dei Papi che lo hanno preceduto: egli avanza l’idea di ritrovare il linguaggio cattolico nella sua verità dogmatica senza mediazioni filosofiche, soprattutto senza quelle metafisiche. Ratzinger vuole usare la Chiesa dei Padri per saldare la rinuncia alla metafisica fatta dalla teologia tedesca dopo la guerra. Si muove così con cautela ed è significativo che non riprenda il linguaggio dell’anima. Ma afferma la cosa fondamentale: che la fede e il battesimo comunicano la vita divina, secondo l’antica espressione comune ai Padri a partire da Ireneo: «Dio si è fatto uomo perché l’uomo diventasse Dio».
 
Il tema fondamentale della Chiesa che nacque dal paganesimo fu che Cristo dava la vita eterna, la vita oltre la morte perché infondeva nei credenti la sua realtà di Figlio di Dio. Ma la Chiesa antica, come la Chiesa attuale, manteneva la differenza tra il giudizio sul singolo e quello sul mondo, e quindi poneva un’escatologia intermedia per quello che veniva chiamato il paradiso delle anime. Benedetto mantiene questa distinzione, parla del purgatorio e persino dei suffragi per le anime del purgatorio, cioè legittima una prassi del popolo credente che ha continuato ad essere praticata laddove è stato possibile; non sempre, perché in parecchie Nazioni i preti non accettano più messe per i defunti. Da qui è implicita una domanda dell’anima che Ratzinger lascia inesplorata ma che continuamente suppone. Possiamo chiamarla immagine di Dio o persona, è il castello interiore di Santa Teresa D’Avila, è il Fondamento di cui parla la mistica renana, è la dimensione interiore dell’uomo che sfocia nella comunione con la Chiesa e con il mondo, ma che può farlo perché essa abita in Dio e Dio abita in lei.
 
È interessante notare come Benedetto usi il pensiero tedesco per dare il linguaggio a temi così tradizionali come il giudizio finale. È la dialettica negativa di Adorno che gli serve per mostrare il senso di un giudizio finale sulla giustizia nella storia, sulle vittime e sui carnefici, che solo Dio può dare perché conosce il segreto dei cuori. Ma che cosa sia la resurrezione della carne Benedetto non lo dice, anche se è difficile per la teologia dire qualcosa che trascende interamente la storia del mondo. L’immagine di un universo pieno di corpi risorti sfida l’immaginazione, ma il corpo glorioso di cui parla San Paolo è una realtà in cui Dio si trasfonde nell’uomo e gli comunica se stesso. E il Papa parla anche dell’inferno, ma qui si sente l’influenza benigna di Von Balthasar per cui l’inferno era vuoto. Benedetto non dice questo, lascia la conciliazione tra amore divino e giustizia divina al mistero del giudizio di Dio.
 
Gianni Baget Bozzo