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Il Covile - N.o 421 (21.12.2007) Buon Natale

A tutti gli amici auguri di Buon Natale


MATTHIAS GRÜNEWALD, Concerto di angeli e Natività

MATTHIAS GRÜNEWALD, Concerto di angeli e Natività, c. 1515

 

Natale al King's College Choir, Cambridge

 

Mentre, da qualche giorno fa, mi indaffaravo a cercare il consueto racconto di Natale, il postino ha risolto ogni difficoltà con questo ricordo che l’amico Eugenio ha scritto proprio per noi.
 

Un caro amico della porta accanto (di Eugenio Castellani)


Bruno era uno dei miei migliori amici. Quando nacque, nell’affumicata topaia, pochi passi separavano la mia porta d’ingresso dalla sua. Era “l’anno del Signore” 1922 ed io avevo già un paio d’anni. Fino agli anni trenta fu il compagno di gioco di ogni giorno. Ultimo di una famiglia di cinque fratelli, ero rimasto proprio come lo spazzanido, gracile e macilento e per di più condannato a vivere nella miseria più squallida. Come ripeto, condivisi con lui gioie e dolori e spesso anche una fetta di pane scuro. Per descrivere il colore della miseria del tempo e quello della famiglia di Bruno in particolare, ci vorrebbe tutt’altra penna. Comunque, se alcuno domani avrà la compiacenza di leggermi, sappia come viveva la gente in Toscana appena ottant’anni fa.
 
Anche allora il Natale era ricco di tanto entusiasmo ma poverissimo di contenuti. Gli unici poveri doni altro non erano che un pugno di castagne secche, una manciata di nocciole selvatiche, una cipolla e, per i più fortunati, una coppia di fichi secchi. Forse il dono più bello era la neve che con il suo candore ricopriva concimaie e spazzatura e ci dava lo spunto per costruire con la paletta dei rozzi pupazzi e di rincorrerci facendo alle pallate. Altro divertimento era quello di sdraiarsi sulla neve, per lasciare l’impronta di una fugace scultura che spesso veniva subitamente cancellata da altre cadute di neve.

Nella camera spelonca ove Bruno dormiva vi erano stati posti travicelli di quercia da un nostro lontano avo costruttore, forse con l’intenzione di soffittarla con tavole; ma i secoli erano passati e il compito degli affumicati sostegni era divenuto solo quello di servire da passerella a centinaia di topi, che, specialmente nelle notti invernali, si azzuffavano tra loro, facendo cadere sterco e calcinacci sui materassi pieni di foglie di formentone e sui volti di chi vi dormiva, se non aveva l’avvertenza di coprirsi la testa con le rattoppate coperte. Una finestrina sgangherata, senza vetri, era l’unico pertugio da cui potesse penetrare un po’ d’aria pura durante l’estate; mentre nell’inverno i buchi erano anche troppi e la bufera, spinta dalla tramontana, filtrava tra i vecchi tegoli e le sconnesse mattonelle del tetto, spruzzando ovunque all’interno un’invisibile, gelato, nevischio.

Sempre nell’inverno, nelle lunghe tediose giornate e nelle sue fredde sere, andavo spesso a veglia in casa dell’amico e alla luce del fuoco scoppiettante ascoltavamo le favole rocambolesche che suo padre ci raccontava. Queste fole pullulavano di personaggi orripilanti che comprendevano orchi, maghi, streghe, mostri e fantasmi che con i lori sortilegi e le loro crudeltà, ci facevano spesso accapponare la pelle. Tant’è vero che quando uscivo di casa dell’amico per andare a dormire, per non vedere mostri in agguato chiudevo gli occhi spiccando la corsa, per riaprirli solo davanti a casa mia. Anzi, una di quelle lontane sere, nel correre sbagliai direzione e andai a sbattere con violenza la testa contro la cantonata della stalla delle pecore di Bruno. Me la cavai con un bernoccolo in fronte, ma da quella sera sfidai con più coraggio le ombre dei fantasmi, sempre ad occhi aperti.

In seguito alla violenta crisi economica e all’inverno siderale del 1929, anche il 1930 iniziò all’insegna della fame. Intanto eravamo giunti alla vigilia della Santa Maria di metà Agosto e questa ricorrenza suscitava in tutti noi ragazzi un viscerale entusiasmo. Questa attesa contagiava la gente. Quindi si può benissimo capire quale fosse il mio stato d’animo, sapendo che per mancanza di scarpe adatte, non potevo partecipare a questa festa. Per non mortificare i miei genitori, non avevo insistito più di tanto al fine di ottenere le scarpe “basse”. “Bambole, non c’è una lira” diceva in uno sketch un nostro vecchio artista. Così era per noi. Però nel mio giovanile entusiasmo c’era, ovviamente, un’amarezza profonda.
 
Non so chi fu il benefattore di questa opera buona, ma ricordo però con grande debito di riconoscenza la Zelinda — madre di Bruno — a cui proprio in quei giorni, vennero regalate un paio di scarpe usate per suo figlio. Infatti questo provvidenziale dono permise a Bruno di andare a Messa la mattina della festa e a me al Vespro della sera dello stesso giorno. Proprio perché quelle scarpe, anche se scalcagnate, mi furono prestate. Quel gesto mi rese felice e conservo ancora con amorevole rimpianto una postuma gratitudine. Il sottoscritto, per rifarsi di tutte le privazioni di allora, si è comprato una scorta di scarpe che se avesse l’opportunità di calzarle fino all’usura morirebbe ultracentenario. Non desidero tanto. A Bruno, questo mio inseparabile amico, non è stato concesso neppure questo. Infatti, il 2 Febbraio del 1944, la nave su cui era imbarcato, colò a picco nelle gelide acque dell’Egeo. Ed anche il suo nome venne aggiunto alla lista infinita degli “eroi”.
 
Eugenio Castellani