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Il Covile - N.o 428 (7.2.2008) Konrad Weiss, fine dell’oblio

Konrad Weiss, fine dell’oblio


I visitatori meno frettolosi del nostro sito avranno notato, nella sezione Testi, il Quaderno N° 4, Indagini su Epimeteo tra Ivan Illich, Konrad Weiss e Carl Schmitt, che raccoglie alcune newsletter datate maggio-agosto 2005. In esse si cercava di dare risposta ad una serie di domande sorte a partire dalla scoperta, via Ex Captivitate Salus di Carl Schmitt, dell’esistenza di un “Epimeteo cristiano” (Der christliche Epimetheus, 1933) del semisconosciuto poeta Konrad Weiss, precedente alla proposta di Ivan Illich di una “Rinascita dell’uomo epimeteico” (vedi Descolarizzare la società, 1970). Quella prima indagine si concluse lasciando aperte tre domande:
  1. L’Epimeteo di Weiss - Schmitt coincide con quello di Illich?
  2. E se sì, ad Illich era nota l’opera di Weiss?
  3. Un testo del ‘39 di Weiss è intitolato Das Sinnreich der Erde, c’è un rapporto col successivo Der Nomos der Erde di Schmitt?

Breve spiegazione dei primi due quesiti. Nella vulgata di Esiodo, Epimeteo, “colui che pensa dopo”, è lo sprovveduto che dopo aver dissipato i doni degli Dei distribuendoli tutti agli animali, sposa Pandora, dal vaso fatale; mentre il fratello Prometeo, “colui che pensa prima”, è l’inventore filantropo che, per aiutare gli uomini, nudi dopo l’insensata ripartizione epimeteica, sfida gli dei rubando il fuoco. Nella lettura di Ivan Illich Epimeteo diventa invece “il pensiero che viene dopo [lo scacco di quello progettante]”, colui che dice di sì ai doni degli Dei e, insieme, alla vita, al dolore e alla speranza. È una visione che ci può aiutare a comprendere perché lo “svevo cattolico” Weiss dalla “visione storica [...] del tutto mariana”, sono parole di Schmitt, vedesse in Epimeteo una figura cristiana (“Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! ... Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà”) e mariana (alla “donna del sì”, Simeone profetizzerà “Una spada ti trafiggerà il cuore.”). Quanto poi ad un eventuale debito nei confronti di Konrad Weiss, il fatto è che non ci convince del tutto la dichiarazione di Illich che la sua lettura del mito è frutto solo di una propria meditazione su Bachofen. Essendo note la sterminata cultura di Illich e la sua parchezza nel citare le fonti, indizi come l’alta considerazione per Romano Guardini, altro amico di Weiss che Illich volle conoscere di persona, inducono a ritenere che il debito ci possa essere.
 
Konrad Weiß
Konrad Weiß (1880 - 1940)

Chiusura della prima inchiesta


La ricerca fu condotta insieme a vari amici, in particolare Marisa Fadoni Strik, che affrontò l’ardua traduzione di 1933 (la poesia in esergo ad Epimeteo cristiano), e Pietro De Marco, che supervisionò. Alcuni primi risultati ci permettevano, nell’agosto 2005, di scrivere:

Nel maggio scorso, “aprendo”, per modo di dire, l’inchiesta, non a torto parlavo dell’ “ormai dimenticato Konrad Weiss”: un controllo su Google dà questi risultati (pagine in italiano): “ivan illich” 8.270, “carl schmitt” 7.270, “ex captivitate salus” 58, “konrad weiss” 15; se togliamo la spazzatura e le pagine medesime della nostra inchiesta, Weiss è citato solo nell’interessante testo di uno studioso, Bernd A. Laska, che si occupa del rapporto Schmitt–Stirner (partendo da ECS) e di Weiss solo per dire “esso non è qui di interesse”. Un vero oblio quindi, ma sono certo che di Konrad Weiss e della sua poesia 1933 si tornerà a parlare. […] Perché si è potuto scoprire che Schmitt all’epoca della scrittura di ECS non solo [la poesia] l’aveva letta e probabilmente memorizzata, ma era arrivato fino ad identificarsi con quel misterioso (almeno per noi: ma cos’è poi? il poeta?, la Germania? altro?) “frutto nella tempesta”, Frucht im Sturm, che della poesia pare il soggetto. Tanto che ECS assomiglia ad una formazione geologica nella quale sono inglobati numerosi frammenti di 1933 […] Non a caso Schmitt dice che da quelle parole si sentiva “afferrato”. (N° 280)

Le acque si muovono


A distanza di qualche anno pare che i fatti ci diano ragione: di Weiss si inizia a riparlare. Per quanto concerne il nostro paese, più avanti trovate una selezione da tutto ciò che a nostra conoscenza è uscito da allora sull’argomento: il testo di Schmitt, del 1950, Tre possibilità di una immagine cristiana della storia, la prefazione di Giorgio Agamben alla raccolta che lo contiene, Un giurista davanti a se stesso, pubblicata nell’ottobre 2005, e l’utile saggio di Nicola Casanova, La rima e lo spazio (‘Reim und Raum’): Carl Schmitt fra poeti e scrittori, del 2007.
Un controllo in rete ci informa poi sull’uscita, nel maggio 2007, di Konrad Weiß (1880-1940) di Michael Schneider, Edition Cardo, che ci ripromettiamo di leggere e sull’imminente pubblicazione di un lavoro di José Luis Villacañas, “Nomos de la Tierra” y lenguaje del Imperio, nel quale lo studioso spagnolo, forse spinto dalla lettura del Covile, che cita amabilmente, ha tradotto 1933 nella sua lingua.
 

Wehrlos reiche Frucht der Jahre,  [Desarmado crece el fruto de los años]
die noch in der Zukunft dämmert, [que todavía clarea en el futuro
unberufbar durch die wahre [innombrable a través del verdadero]
treue Sinnschaft doch der Jahre, [fiel sentido de los años,]
ob sich Recht durch Sinn befahre, [mas si el derecho atraviesa el  sentido]
Antwort laut entgegenhämmert—, [una clara respuesta martillea.]
 
Frucht im Sturm, die also hämmert. [Fruto en la tormenta que también palpita!]
 
Wehrlos, doch in nichts vernichtet,[Desarmado, en nada anulado]
Sinn im Echo fortbenommen, [sentido en el eco perturbado]
wachsend mit dem Klang der Trommen [crescendo en el clamor de los tambores]
laut wird unser Herz gerichtet, [a gritos nuestro corazón dirigido]
wenn wir durch die Pforte kommen. [cuando atravesamos la puerta.]
 
Laute Zukunft, die noch dämmert! [Sonoro futuro, que todavía clarea!]
 
Echo wächst vor jedem Worte. [Eco crece antes que toda Palabra.]
Wie es in den Jahren rüttelt, [Como despiertan a sacudidas  los años]
wird die Sinnfrucht durchgeschüttelt,[así el fruto del sentido es golpeado]
wie ein Sturm vom offnen Orte [igual que  una tormenta de espacios abiertos]
hämmert es durch unsre Pforte.[llama a martillazos a nuestra puerta] (*)

 
(*) Konrad Weiss, Der christliche Epimetheus, La poesía se titula “1933”. Weiss, exiliado en Suiza, moría en 1940. No puede haber un testimonio más preciso de lo que anheló Schmitt que el esfuerzo continuo por compararse a este destino. Para la presencia de Konrad Weiss en Ex captivitate salus, de Carl Schmitt, se debe ver Stefano Borselli, Il Covile, 12 de agosto 2005, año V, n. 280, donde se recogen todas las citas explícitas e implícitas de poemas de Weiss en el texto atormentado de Schmitt. En realidad se debe ver toda la serie dedicada a Konrad Weiss. Esta revista al estilo de Karl Kraus es de una delicadeza incuestionable. N.d.A.

 

Le indagini di Franz Tutzer


Sulla seconda domanda, è giunta ieri da Bolzano una mail di Franz Tutzer. Franz, alle cui cure dobbiamo, dal 2003 (vedi N° 145) la prima, allora l’unica, bibliografia di Ivan Illich in rete, in sostanza dice che la domanda non ha ancora risposta, ma ne conferma il senso:
[…] L’anno scorso ho parlato con Uwe Pörksen, professore emerito di letteratura dell’Università di Freiburg e amico di Ivan, anche di Konrad Weiss. Ivan, secondo Pörksen, non ha mai fatto un cenno su Weiss. Ho chiesto anche a Barbara Duden e altri amici del circolo stretto di amici di Ivan a Brema, se in qualche circostanza avesse parlato di Weiss. La risposta è stata la stessa di Pörksen. Però la possibilità che abbia conosciuto e/o letto Weiss è abbastanza grande: la rivista Hochland, per la quale Weiss lavorava come redattore fino il 1940, era abbastanza diffusa nel mondo cattolico intellettuale tedesco. Ivan però allora era ancora molto giovane e viveva negli anni quaranta in Italia. Di più al momento non ti so dire. […]

Una conferma e nuovi orizzonti


Tornando ai commentatori italiani, sulla prefazione di Agamben diciamo sotto ma prima va segnalato il testo di Casanova, per noi importante almeno per due motivi. Uno è la risposta, affermativa, alla terza domanda, un’intuizione di Marisa. Scrive Casanova:

Un accostamento promettente, interno all’opera schmittiana, è quello fra le pagine di Ex Captivitate Salus che abbiamo appena letto e le ultime righe della prefazione al Nomos della terra, al quale Schmitt stava contemporaneamente lavorando e che uscirà nel 1950: «È agli spiriti pacifici che è promesso il regno della terra (das Sinnreich der Erde). Anche l’idea di un nuovo nomos della terra si dischiuderà solo a loro».
L’altro è un allargamento di orizzonti; nel secondo capitolo “La poesia: rima e ordine”, sul quale credo ritorneremo in futuro, Casanova ci informa del significato che la rima aveva per Carl Schmitt:
«La rima è il grande criterio. L’esistenzialismo ateo uccide la rima. Anche tragicità e rima sono incompatibili. Fintanto che si realizza anche una sola rima, non c’è ancora il caos e il nichilismo non ha ancora trionfato»
Sono parole consonanti con l’osservazione di Ciro Lomonte sulle analogie tra Ludwig Mies van der Rohe e Giuseppe Ungaretti, vedi N° 409, e, più estensivamente, con le idee sull’architettura che di frequente ospitiamo.

Un giurista di fronte ad Agamben


Per quanto riguarda i nostri interrogativi, il breve testo di Giorgio Agamben del quale diamo un estratto sembra invece essere poco di aiuto ed anche, francamente, un po’ buttato là. Non si tratta, ovviamente, di minuzie, come considerare L’Epimeteo cristiano un “poema” (lo facevamo anche noi prima di averlo per le mani), ma dell’intera argomentazione che pare mirare, più che a chiarire idee e percorsi, solo a proporre l’idea preconcetta che Schmitt parli di Weiss ed Epimeteo strumentalmente, a scopo di autodifesa.
A tal fine Agamben deve minimizzare il profondo rapporto di amicizia e conoscenza tra Schmitt e Weiss (Nicola Malatesta, che definisce Weiss “uno degli ispiratori” di Cattolicesimo romano e forma politica, del 1925, afferma che il rapporto risaliva al 1917) arrivando a sostenere, contro ogni ragionevolezza e senza fare cenno all’anacronismo, la peregrina ipotesi che le citazioni da L'Epimeteo cristiano in Ex Captivitate salus, datato da Schmitt “Estate 1946”, provengano da un saggio di Friedhelm Kemp apparso nel 1949.
Neppure convince il passo: “Come Epimeteo, il cristiano si trova a dover rispondere di un’azione che non ha, in realtà, alcuna possibilità di determinare la storia e avviene, per così dire, sempre post festum (Quel “post festum” Agamben lo recupera da Schmitt, “Colloquio su Hugo Ball” pag. 107).
“Come Epimeteo”, ma il titano Epimeteo, a differenza di Prometeo, Sisifo, Tantalo (altra figura cara a Weiss), non è tra quelli che vengono giudicati e puniti. Nel mito, neppure nella versione di Esiodo, nessun giudice chiama il fratello di Prometeo a rispondere delle sue “sciocchezze”: siamo noi uomini a lamentarcene, perché ne paghiamo (o godiamo, secondo Illich) le conseguenze. Va detto che da questa ibridazione Prometeo/Epimeteo (e di conseguenza Däubler/Weiss) proposta da Agamben viene in qualche modo attratto anche il saggio, ben più controllato, di Casanova; tutto ciò conferma quanto sia ormai tempo di aprire Der christliche Epimetheus e cominciarne a leggere le 108 pagine che seguono la poesia iniziale. A quando una traduzione in italiano?
 
Stefano Borselli
 

Epimeteo cristiano (di Giorgio Agamben)


Dall’ Introduzione a: Carl Schmitt, Un giurista davanti a se stesso – Saggi e interviste, Neri Pozza, Vicenza, Ottobre 2005, p 13-17.

L’immagine dell’Epimeteo cristiano proviene dal poema omonimo di Konrad Weiss pubblicato nel 1933, ma che Schmitt sembra curiosamente conoscere solo attraverso il saggio di Friedhelm Kemp e le poesie pubblicate insieme a questo nell’aprile 1949 nella rivista viennese «Wort und Wahrheit», da cui sono tratte tutte le citazioni che egli ne fa tanto nel saggio del 1950 che in Ex captivitate salus. La storicità cristiana è fondata, secondo Schmitt, nell’incarnazione, compresa come un «evento storico di infinita, inappropriabile, inoccupabile unicità [Einmaligkeit. Ma proprio per questo l’agire storico è segnato, per il cristiano, da « mancanza, privazione e fortificante impotenza». Con un’immagine che sembra riprendere quella dell’angelo della storia delle tesi benjaminiane (ristampate nello stesso anno, dopo la prima pubblicazione fuori commercio nel 1942, nella «Neue Rundschau»), Schmitt scrive che «il Cristo guarda indietro verso eventi compiuti e vi trova una ragione interna e un nucleo simbolico, nell’attiva contemplazione dei quali il senso oscuro della nostra storia continua a svilupparsi». Questo sguardo a posteriori gettato sulla storia è, per Schmitt, quello dell’Epimeteo cristiano, che si trova nella paradossale condizione di dover rispondere di qualcosa che era già sempre prestabilito e compiuto. Per comprendere il senso di quest’immagine è necessario riportarsi al saggio di Kemp, che Schmitt definisce «un eccellente saggio introduttivo». Secondo la concezione cristiana della storia, dominata dall’idea della provvidenza, «il nostro agire è un compiere a posteriori e un anticipare; agli occhi di Dio, esso è un eseguire ciò che era predeterminato [...] un eseguire a partire da ciò che era già sempre prescritto e, insieme, nella cieca conoscenza della nostra libertà, una coraggiosa e fiduciosa anticipazione». E in questo contesto Kemp cita i versi di Weiss che Schmitt riprenderà alla fine di Ex captivitate salus come formula estrema della propria autogiustificazione:
Compi quel che devi, è già
da sempre compiuto e tu puoi soltanto risponderne.
Come Epimeteo, il cristiano si trova a dover rispondere di un’azione che non ha, in realtà, alcuna possibilità di determinare la storia e avviene, per così dire, sempre post festum.
[…]
La rivendicazione schmittiana dell’Epimeteo cristiano sconta dunque una pesante eredità teologica e assomiglia all’irresponsabile colpevolezza (o incolpevole responsabilità) che sembra definire la situazione etica del nostro tempo e che i funzionari nazisti, a cominciare da Eichmann (che si dichiarava colpevole di fronte a Dio, ma non di fronte alla legge) hanno costantemente invocato per giustificarsi. Una decisione che decide un già sempre deciso, un’azione storica che ha smarrito nel tempo il suo senso può soltanto assumere una colpa di cui non è disposta a pagare le conseguenze, o, viceversa, scontare una pena di cui si sente incolpevole.
 
Giorgio Agamben
 

Carl Schmitt e Konrad Weiss (di Nicola Casanova)


Fonte: “La rima e lo spazio (‘Reim und Raum’): Carl Schmitt fra poeti e scrittori”, di Nicola Casanova, in Confini in disordine, a cura di Bruno Accarino, manifestolibri, Roma, settembre 2007, p. 124-126.

Schmitt ha conosciuto Weiss collaborando con la rivista cattolica Hochland, della quale Weiss (nato nel 1880) fu redattore, a Monaco, fra il 1905 ed il 1920. In seguito, Weiss lavorò fino alla vittoria dei nazisti per il Münchener Neuesten Nachrichten, occupandosi di critica d’arte. Frequentava il circolo cattolico di Theodor Haecker, nel quale si incontravano anche il teologo Erik Peterson e con il quale era in contatto Jacques Maritain. Dal 1933 alla morte, sopraggiunta nel 1940, Weiss collaborò a varie testate con resoconti di viaggi, continuando a pubblicare raccolte di poesie. Alla poesia era arrivato relativamente tardi (nel 1918), restando perlopiù uno sconosciuto. Nella sua produzione saggistica spiccano un volume sul significato del gotico (1922), e L’Epimeteo cristiano del 1932, dove viene posto il problema dell’agire di un cristiano tedesco di fronte agli sconvolgimenti sociopolitici in corso.
Riguardo alla poesia di Weiss, Schmitt ha insistito sul suo essere «parola» e «forza della parola», mentre quella di Däubler era «linguaggio», e sulla sua «immagine mariana della storia», fondata sull’Incarnazione della Vergine. Inoltre, con un’espressione ampiamente circolata e discussa nella letteratura critica, Weiss è stato suo compagno nell’intento di un «autentico rafforzamento (Verschärfung) cattolico».
Abbiamo già ricordato come Weiss sia stato uno degli ispiratori di Cattolicesimo romano e forma politica. Non a caso, per lui, pittura e architettura e poesia erano le testimonianze più importanti per la storia della fede cristiana, idea più volte ribadita nel testo schmittiano del 1923. Nel 1925, però, Weiss invia una poesia a Schmitt (Die Muschel, la conchiglia), con il motto «Contro la decisione».
A questo antidecisionismo dell’amico, Schmitt risponde soltanto nel 1946, dopo la tragedia della guerra mondiale, identificandosi con la figura dell’Epimeteo cristiano. Epimeteo, fratello e antitesi di Prometeo, si accorse in ritardo di quanto male fosse contenuto nei i doni di Zeus. Identificarsi con l’Epimeteo cristiano di Weiss significa riconoscere, in modo elegante, la propria colpa, ma anche conservare il lato giustificatorio della non intenzionalità delle proprie azioni. I versi di Däubler, invece, sono quelli di un «prometide» che sfida le forze divine, quelle che Schmitt ha sfidato appoggiando nel 1933 l’occasione storica del nazionalsocialismo.
Anche nel rapporto con questo poeta si apre tuttavia un piano più esoterico, che riguarda la concezione della storia. Su questo è di recente intervenuto Giorgio Agamben, che ha messo in evidenza un testo di Schmitt del 1950, Tre possibilità di una immagine cristiana della storia. La terza fra queste possibilità accomuna Schmitt e Weiss. È un’immagine della storia di carattere esoterico. Come scrive Friedhelm Kemp, uno degli interpreti di Weiss citato da Agamben, «il nostro agire è un compiere a posteriori e un anticipare; agli occhi di Dio, esso è un eseguire ciò che era predeterminato [...] un eseguire a partire da ciò che era già sempre prescritto». Agamben aggiunge: «Come Epimeteo, il cristiano si trova a dover rispondere di un’azione che non ha, in realtà, alcuna possibilità di determinare la storia».
Riferendosi a Weiss, Schmitt aveva a sua volta scritto: «II cristianesimo è [...] un evento storico di infinita, inappropriabile, inoccupabile unicità. È l’incarnazione nella Vergine [...] Il Cristo guarda indietro verso eventi compiuti e vi trova una ragione interna e un nucleo simbolico, nell’attiva contemplazione dei quali il senso oscuro della nostra storia continua a svilupparsi. Di qui è sorta l’immagine mariana della storia di un grande poeta tedesco, l’Epimeteo cristiano di Konrad Weiss».
Per Weiss, la seconda immagine cristiana della storia — quella fondata sul katechon: l’idea ripresa da San Paolo che parla di una potenza storica che contrasta il male, e ritarda l’avvento dell’Anticristo e la fine dei tempi — è insufficiente. «Egli afferma che i condizionamenti storici sono sempre qualcosa che deve essere conquistato piuttosto che trattenuto», come invece accade attraverso il katechon.
In questo modo, la scelta di Schmitt di identificarsi con la visione storica di un poeta cattolico precisa i suoi contorni. L’Epimeteo cristiano simboleggia la propria, parziale assunzione di responsabilità ma entro un corso storico, per così dire, già compiuto, dove si decide quel che è già deciso da Dio.
Nel distacco da Däubler, Schmitt vive anche un personale passaggio da Prometeo ad Epimeteo, da ‘giurista della corona’ che ripiega orgoglioso tra gli sconfitti che scrivono la storia. Konrad Weiss, nella seconda metà degli anni ‘30, pubblicava una raccolta di versi dal titolo Das Sinnreich der Erde. È la stessa espressione con la quale Schmitt, nella prefazione del 1950, consegnerà al lettore il suo Nomos della terra.
 
Nicola Casanova
 

Terzo suggerimento (di Carl Schmitt)


Da “Tre possibilità di una immagine cristiana della storia”, in Un giurista davanti a se stesso, Cit., p 253-255.

Il nostro terzo suggerimento riguarda il carattere assolutamente unico [Einmaligkeit] della realtà storica. Prendiamo lo spunto da un passo (p. 196) del libro di Löwith, dove si dice che il messaggio del Nuovo Testamento non fu una chiamata all’azione storica, ma alla penitenza. Che la storia normalmente non nasca da appelli ad azioni storiche è fin troppo noto. Piuttosto essa è un processo che si genera attraverso mancanza, privazione e fortificante impotenza. Per chiarire il nostro pensiero, contrapponiamo al principio di Löwith un altro, che tenga a distanza ogni neutralizzazione filosofica, etica o di altro genere, e osiamo affermare: nel suo nucleo essenziale, il cristianesimo non è né una morale né una dottrina, né una predica penitenziale, né una religione nel senso della scienza comparata delle religioni, ma un evento storico di infinita, inappropriabile, inoccupabile unicità [Einmaligkeit]. È l’incarnazione nella Vergine. Il credo cristiano parla di processi storici. Ponzio Pilato vi figura per ragioni essenziali, e non è solamente un uccello del malaugurio capitato per caso in quei luoghi. Il Cristo guarda indietro verso eventi compiuti e vi trova una ragione interna e un nucleo simbolico, nell’attiva contemplazione dei quali il senso oscuro della nostra storia continua a svilupparsi. Di qui è sorta l’immagine mariana della storia di un grande poeta tedesco, l’Epimeteo cristiano di Konrad Weiss. Friedhelm Kemp ha pubblicato in proposito un eccellente saggio introduttivo nella rivista austriaca «Wort und Wahrheit». Per Konrad Weiss le sole forze di trattenimento sono insufficienti. Egli afferma che i condizionamenti storici sono sempre qualcosa che deve essere conquistato piuttosto che trattenuto. Si può rifiutare la sua immagine mariana della storia come semplice mistica, storica. Ma con questo la sua oscura verità non è affatto eliminata, e ancor meno lo è il suo significato di contro-forza storica che agisce in direzione opposta alla neutralizzazione della storia in universal-umanismo, in museo del passato, in veste data in prestito per coprire la nudità di ogni zelante tentativo di dare un senso all’insensato.
Attraverso Meaning in History di Karl Löwith tutto questo (il grande parallelismo, il kat-echon e l’Epimeteo cristiano) diviene un tema per noi scottante. Dicendo questo, intendiamo distinguere il suo libro dalla massa delle altre pubblicazioni che si occupano di questioni di storia e di filosofia della storia. Sviluppando concretamente la sua straordinaria analisi critica, osiamo nuovamente parlare di una storia che non è solo un archivio di ciò che è stato, né un autorispecchiamento umanistico o un mero pezzo di natura che si avvolge attorno a se stessa, ma l’insediamento dell’eterno nel corso dei tempi, che urge in grandiose testimonianze e cresce in impetuose creaturizzazioni [Kreaturirungen] — il suo prender radice, attraverso mancanza e impotenza, nel regno sensibile della terra —, speranza e onore della nostra esistenza.
 
Carl Schmitt