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Il Covile - N.o 432 (19.2.2008) Vincenzo Bugliani fa i conti con Salvemini

Questo numero


Abbiamo già annunciato una piccola raffica di NL, ecco oggi due interventi sul sessantotto, tema del quale si torna a parlare soprattutto per ragioni anniversarie. Ne seguirà un altro, questi a mio avviso sono importanti perché evidenziano un aspetto trascurato del background di quello italiano. Ma prima ecco come Francesco Tinghi ha commentato gli ultimi due numeri:
[…] Grazie, mi hai fatto apprezzare un giudice, categoria verso la quale nutro un certa diffidenza, facendo vedere che ancora c’è chi ha buon senso e cura del bene comune. Non dimentico Brotto, che non conoscevo, molto deciso e sul ponte a Venezia e sul Sindaco. Fa piacere vedere che ci sono dei non allineati. […]

I miei conti con Salvemini (di Vincenzo Bugliani)


Fonte: Il Giornale della Toscana, Domenica 3 febbraio 2008

Quando morì Gaetano Salvemini a Sorrento nell’estate del ‘57 facevo il secondo anno dell’Università ed ero lettore abituale di Il ponte e di Il mondo, il secondo assai più combattivo e specialmente ispirato da idee salveminiane. Oltretutto vi scriveva il suo allievo preferito e amicissimo, Ernesto Rossi. Lessi anche dei libri di Rossi; ricordo in particolare I padroni del vapore e Il manganello e l’aspersorio. Per chi si era appena dolorosamente allontanato dal mondo cattolico, il libro e il settimanale ebbero una spinta importante per un anticlericalismo feroce. Così come il disprezzo per la Dc, la contrapposizione fra gli italiani e il discredito per le classi dirigenti, il sogno di un paese diverso. Vi concorrevano efficacemente le fotografie del Mondo (sostanzialmente analoghe a quelle di Il Borghese) e le illustrazioni di Mino Maccari, piene di preti, puttane e signore più puttane delle puttane. Non sapevo allora che Maccari era stato fascista becero e volgare, come non sapevo che altri luminari dell’antifascismo erano stati fino all’ultimo fascisti e anche nazifascisti. Come non sapevo che le regioni, Toscana e Emilia-Romagna, che erano state più fasciste erano diventate anche le più comuniste. Anche noi, almeno molti, come militanti di Lotta Continua, siamo stati squadristi. Naturalmente non era colpa delle mie letture e degli autori; erano nutrimenti per i miei torbidi interni: “in interiore animo veritas” (una cosa che ho imparato, prima che da Sant’Agostino, da Giovanni Gentile). In ogni caso credo che questi intellettuali – in linea diretta dalle prevalenti correnti del Risorgimento, anche se da una certa fase Salvemini si considerava una specie di Cattaneo per il “concretismo” che Salvemini proponeva – siano stati un disastro per il nostro paese, per quanto abbiano contato in concreto. E Salvemini non si sottrae allo stesso destino. Credo che non ne abbia mai indovinata una, né come storico né come politico né come suggeritore di idee. Non ha mai rinunciato all’idea di proporre un rinnovamento radicale per educare gli italiani alle virtù democratiche (le sue), mentre gli italiani reali, e stupidi, davano la maggioranza dei voti alla Dc nel ‘48 per evitare il comunismo e una rinnovata guerra civile, come i miei genitori contadini, elettori per la monarchia nel ‘46. Per Salvemini la Dc era clerico-fascista, era uno strumento in mano al Vaticano, rappresentava la continuità col fascismo, voleva addirittura restaurare la monarchia sabauda. Non era nemmeno simpatizzante Salvemini per i socialisti e comunisti (conosceva bene lo strazio che il comunismo aveva fatto all’Est), cercava sempre una terza via, laica e socialista riformista, però non gli piaceva nemmeno Saragat e il suo partito, neppure il partito repubblicano, succubi della Dc. Addirittura assimilava la Dc al Pci: “ognuno di essi corrisponde a una ideologia totalitaria che esclude l’altra”: per questo era impossibile il bipartitismo (G. Quagliariello, Gaetano Salvemini, Il Mulino, Bologna 2007, p.270).
“Saprai già come sono andate le elezioni; per cinque anni, se non ci capiteranno guai peggiori, sentiremo puzzo d’incenso anche nel fumo della pasta asciutta al pomodoro. E se non lavoreremo con intelligenza, alle prossime elezioni saremo costretti a presentare il polizzino (lo scontrino – ndr) della comunione per avere il diritto di votare” (lettera di E. Rossi a Salvemini, in G. Quagliariello, ibidem, p.268).
Meno male che non hanno lavorato con intelligenza. Aveva l’ambizione, risorgimentale (però il Risorgimento si era convertito presto al modello napoleonico), di trasformare l’Italia in un paese anglosassone. Meta irraggiungibile. Quindi scontento permanente. E impegno permanente a denigrare l’Italia, mentre non faceva nulla per rendere possibili alcune condizioni preliminari, cioè la fine della divisione degli italiani. Gli Stati Uniti e il Regno Unito avevano un’unità del popolo contro la quale lavoravano questi intellettuali.
“Qui la maggioranza è apatica, indifferente, non partecipa per nessuno; se dovessimo aspettare che la maggioranza si muova, staremmo freschi” (G. Quagliariello, ibidem, 2007, p.27 n.).
Anche di fronte all’affermarsi del fascismo, non si scompone:
“non essendovi nessuna ragione di preferire il nuovo padrone ai vecchi o i vecchi al nuovo, a me non rimaneva che rinchiudermi nel mio cantuccio a fare l’insegnante” (G. Salvemini, Memorie di un fuoruscito, 1960, p.5).
Anche il discepolo Ernesto Rossi, oltre che avere scritto per Il Popolo d’Italia , riteneva che il fascismo potesse essere un fattore di svecchiamento della vita nazionale (E. Rossi in Piergiovanni Permoli a c. di, Lezioni sull’antifascismo, Laterza, Bari 1959). La storiografia la lasceremo da parte, purtroppo, perché non c’è spazio. Si può promettere per una prossima volta.
 
Vincenzo Bugliani
 

 

Il ‘68 e le élite liberal, uno strano matrimonio (di Leonardo Tirabassi)


Fonte: ibidem

L’intervento di Vincenzo Bugliani merita una sottolineatura. L’ex assessore Verde al Comune di Firenze infatti sostiene due punti fondamentali per capire la storia politica, le idee e i percorsi culturali delle élite nazionali. Innanzitutto definisce Lotta Continua, senza mezzi termini, un’organizzazione squadristica e questo giudizio è importante perché proviene da una persona che ha fatto parte del gruppo dirigente nazionale di quella formazione. In secondo luogo intravede un legame tra estremismo sessantottino e lo storico distacco delle classi dirigenti borghesi di formazione liberal dal popolo italiano.
 
È chiaro che il povero Salvemini non ha alcuna responsabilità diretta con le azioni della sinistra extraparlamentare. Salvemini era un sincero democratico antitotalitario e nei passaggi vitali non sbagliò mai schierandosi nel ‘48 con la Dc e nel ‘53 a favore della così detta “legge truffa”. Ma delle lacerazioni della storia italiana, Salvemini porta dolorosamente il marchio: una distanza che in alcuni momenti finisce per diventare non solo separazione ma addirittura opposizione ostile e, a volte, sprezzante. Sul piano del giudizio politico, il risultato spesso era un’incomprensione dei fenomeni di massa nazionali: dai comportamenti della Chiesa cattolica, alla Dc, ai motivi dello stesso Concordato e perfino si traduceva in una difficoltà di lettura del fascismo.
 
Ecco allora, a partire proprio da questo tipo di liberalismo, le categorie radicali e laiciste del “clericofascismo” a cui si deve aggiungere quella della separazione del “palazzo”, con i suoi oscuri arcana imperi, dalla società civile. E questi sono i confini profondi tra destra e sinistra che vengono prima della scelta della violenza e infatti sopravvivono alla fine del comunismo.
 
Come Circolo dei Liberi ci ripromettiamo di tornare su questo snodo, vero peccato originale, che ha bisogno di una lunga e profonda riflessione.
 

Leonardo Tirabassi