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Il Covile - N.o 437 (5.3.2008) Il sessantotto di Armando Ermini

Questo numero


Forse i giovani si annoiano con questa conversazione sul sessantotto, ma farebbero bene a seguirla perché è da lì che molte delle cose presenti, nel bene e nel male (direi, certamente, più nel male), hanno origine. Aggiungo, per quel poco che conta la mia testimonianza, che le cose che scrive qui Armando le trovo vere e sensate.
 

Il sessantotto di Armando Ermini


È interessante la lettura del ‘68 che fa Giannozzo Pucci. Le istanze di cui parla credo anch’io che attraversassero il “movimento”, la ricerca di senso e di significati era reale, e smosse grandi e generose energie. È certo anche, secondo me, che al di là dell’autorappresentazione che faceva di se stesso, quelle domande di senso erano culturalmente “reazionarie” rispetto al mito del progresso. Scrive Giannozzo Pucci:
“Non ne eravamo consapevoli, ma la nostra ribellione non riguardava la civiltà occidentale bensì le ideologie ottocentesche che l’avevano fatta a pezzi demonizzando il passato e costruendo una società industriale sul mito del progresso, che considerava tutti gli altri, compresi i nostri trisnonni, dei trogloditi.”
Mi sento personalmente in sintonia con questa affermazione, che implica però alcune domande.
 
Perché, se la ribellione non riguardava la civiltà occidentale ma solo le ideologie ottocentesche, si guardava alla spiritualità orientale piuttosto che riallacciarsi all’esperienza del cristianesimo che proprio quelle ideologie intendevano, e con successo, marginalizzare? Sarebbe stato più logico, mi sembra.
 
Perché, in flagrante e irriducibile contraddizione, il “movimento” approdò quasi subito ed in grande maggioranza al marxismo nelle sue diverse declinazioni politiche più o meno “ortodosse”?
Nelle risposte possiamo anche trovare, forse, una spiegazione all’attualità che potrebbe condensarsi in una ulteriore domanda.
 
Che nesso esiste fra l’adesione di allora al marxismo e l’approdo al progressismo attuale di tanti “rivoluzionari” dell’epoca?
 
A me pare che fossimo inconsapevoli di molte cose, non solo del fatto che non stavamo rifiutando in toto l’occidente ma solo un pezzo della sua storia. Prima di tutto di cosa quelle ideologie effettivamente fossero, a partire dal marxismo.
 
Lo assumemmo come orizzonte politico e culturale, credo, perché c’era la percezione, per quanto indeterminata e inconscia, che le filosofie orientali erano troppo lontane dalle nostre tradizioni per poter costituire un vero momento di coagulo dell’inquietudine giovanile. Al contrario il marxismo era pienamente dentro la nostra cultura e apparve essere lo strumento più potente che prometteva la liberazione dell’umanità da un sistema alienante e disumanizzante. Sennonché:
 
1. quella “liberazione” si fondava proprio sui concetti di sviluppo e di progresso promossi dalla borghesia ottocentesca.
 
2. Filosoficamente il materialismo marxista non era certo il massimo per trovare un senso alla vita . In un dibattito pubblico del 1964 sul suo film Il vangelo secondo Matteo, trascritto in Saggi sulla politica e sulla società con il titolo “Marxismo e Cristianesimo” (Mondadori, 1999, collana I Meridiani) Pier Paolo Pasolini diceva: “Noi in un certo senso dobbiamo essere aiutati dal cristianesimo, perché il cristianesimo offre al nostro orizzonte umano delle soluzioni, delle prospettive e delle possibilità che il marxismo si disinteressa di darci. Per esempio, il problema della morte, è un problema ben grave per tutti noi […] E a questo il marxismo cosa vuole che ci dica? Non ci dice niente. Dice: arrangiatevi”.
 
Massima inconsapevolezza, dunque, da parte di chi ricercava un senso e credeva di avvalersi del marxismo per trovarlo. Se quelle istanze erano vere, e lo erano, e avessimo compreso davvero il marxismo, mai avremmo potuto/dovuto avvicinarvisi per sognare la liberazione , ma semmai solo come strumento di analisi del funzionamento della società borghese. Se la categoria dell’inconsapevolezza può essere la risposta alla seconda domanda, le parole di Pasolini sul cristianesimo ci rimandano però alla prima.
 
Un abbozzo di risposta alla quale potrebbe essere che la Chiesa era (o appariva, ma poco conta), troppo compromessa col potere, suo supporto e baluardo fino ad una piena identificazione con esso. E ciò almeno fin dai tempi del fascismo, in Italia. Lo stesso, o ancora peggio, accadeva nella Spagna franchista. Di questo si possono dare naturalmente spiegazioni che appaiono comprensibili oggi, ma non quarant’anni orsono. In ogni caso la contestazione al potere vigente coinvolse in pieno non solo l’istituzione Chiesa ma l’intero cristianesimo, coi suoi corollari simbolici e concreti: in primo luogo autorità, paternità, famiglia.
 
Il movimento giovanile del ‘68 si avvalse dunque degli strumenti “ideologici” allora disponibili, e di questo, in verità, non credo possa essergliene fatto una colpa. È difficile, al limite dell’impossibile, avere la lucidità per distinguere razionalmente quando viviamo un evento dal suo interno, per di più con l’intensità delle passioni dell’epoca, ed in assenza di voci autorevoli che ci facessero riflettere, anziché far finta di darci ragione.
 
La vera colpa della nostra generazione a me sembra essere successiva, allorché era già chiaro che il potere non solo aveva riassorbito la protesta, ma che di questa si era avvalso per svecchiarsi e adeguare le strutture sociali e culturali alle sue nuove esigenze. Per le quali le tradizioni religiose, la famiglia centrata sull’ordine paterno come rappresentazione terrena dell’ordine simbolico del Padre celeste, erano ormai ostacoli al pieno dispiegarsi della società dei consumi, orizzontale e matricentrica, centrata sulla soddisfazione immediata dei bisogni materiali dell’individuo, astrattamente inteso al di fuori delle relazioni sociali che ne definiscono identità e storia.
 
Se dal punto di vista degli assetti reali di potere il ‘68 fu una “rivoluzione tradita”, era allora necessario un ripensamento radicale e profondo dei suoi presupposti culturali, per capire il perché di quegli esiti così deludenti rispetto alle aspettative. Né la generazione del ‘68, e neanche quella del ‘77, sono state capaci di farlo.
 
Una parte ha tentato, col terrorismo e la lotta armata, un drammatico innalzamento della posta in gioco, un’altra si è rifugiata nell’illusione dei paradisi artificiali della droga e di uno pseudomisticismo estraneo alla nostra cultura, la grande maggioranza si è “accontentata” delle “false libertà” concesse dal potere (secondo la definizione che ne dette Pier Paolo Pasolini), scambiandole per rivoluzione profonda quando erano invece l’adeguamento degli stili di vita alle esigenze della nuova forma assunta dal capitalismo, ritagliandosi spazi di potere e lucrandone i vantaggi.
 
Il 28 febbraio, su Il Corriere della sera, Franco Piperno ha rilasciato un’intervista in cui sostiene che il ‘68 ha bensì perso sul piano economico e sociale ma vinto su quello della libertà e del costume. Come se costumi e stili di vita fossero separabili dall’economia, vivessero in una dimensione parallela. Quell’intervista è un esempio dell’incapacità di visione unitaria degli eventi di cui parlavo prima e spiega molto bene il passaggio dall’estremismo “rivoluzionario” al “progressismo” del pensiero debole che caratterizza la sinistra odierna.
 
La tesi di Giannozzo Pucci del movimento ecologista come vera continuazione del ‘68, necessita però di alcuni distinguo e precisazioni. Parlare genericamente di movimento ecologista mi sembra insufficiente, e certo non è questa la sua intenzione, considerata la sua storia. Esiste un ecologismo ideologico di sinistra (non per caso i verdi sono confluiti nel contenitore della sinistra arcobaleno) che non si accorge (o non vuole farlo), delle sue contraddizioni, la più evidente delle quali è la contrarietà ad ogni manipolazione dei processi naturali, tranne che per l’umano (leggasi legge 40 e aborto come diritto). Ma è tutta l’impostazione di questo ecologismo ad essere contraddittoria. Perché non si può non vedere che una concezione cosmopolita e globalizzante a livello giuridico e sociale (individualismo in tema di diritti civili, svalutazione della famiglia e in generale di tutto ciò che rappresenta la tradizione e i rapporti sociali che implica ) non può convivere con la tentazione di economie locali autosufficienti. Tutto si tiene insomma, e come si usava dire con linguaggio marxiano, struttura e sovrastruttura sono destinati a corrispondere nel lungo periodo. C’è insomma un ecologismo che ripropone le contraddizioni del ‘68, un curioso e insostenibile mix fra concezioni sociali, culturali e giuridiche globaliste e progressiste, e un estremismo conservatore in fatto di trasformazioni economiche, il tutto condito con richiami psichicamente regressivi di tipo new age a un paganesimo pre-patriarcale e pre-cristiano che sacralizzano “Gea”, la “madre terra”, elevata a principio creatore e unificatore del mondo.
 
Giannozzo Pucci conosce molto meglio di me Ivan Illich, e non avrà difficoltà a riconoscere che la sua polemica contro l’industrialismo, ad esempio in Genere e sesso, coinvolge in pieno anche i rapporti sociali che ne scaturiscono. Non saprei dire se, in quale misura, e con quali prezzi la decrescita felice di cui parla Giannozzo Pucci sia una ricetta attuabile o meglio possa costituire la base economica di una società più equilibrata e stabile. So però, in sintonia con Roger Scruton, che un ambientalismo autentico e coerente non può non proporsi una “gestione parsimoniosa delle risorse” non tanto come fine in sé ma come mezzo per “tramandare – e se possibile accrescere – l’ordine e l’equilibrio, di cui siamo i temporanei amministratori fiduciari, alle generazioni future.” Quelle risorse, prosegue Scruton, “comprendono il capitale sociale rappresentato da leggi, usi, costumi, istituzioni [ossia proprio ciò che l’ecologismo di sinistra disprezza e combatte. Nota mia]; il capitale materiale che è costituito dall’ambiente; quello economico che si trova in una libera economia, ma regolata dalla legge.”
 
È proprio il rapporto con le generazioni passate e con quelle future che marca la differenza fra gli ambientalismi, sia perché per l’ambientalismo “conservatore” la direzione verso il futuro dovrebbe scaturire dal passato senza soluzione di continuità su nessun piano, sia perché l’amore per le generazioni future (i nostri figli) si trasforma in concrete azioni positive, anche a favore dell’ambiente, se lo si concepisce in senso direi letterale, non come astratto umanesimo.
 
Al termine di questa discussione non posso però non pormi un interrogativo diciamo così riassuntivo, a cui non so rispondere. Se la generazione del ‘68 è confluita in parte in un generico progressismo senza artigli, in parte si è rimessa giacca e cravatta considerando quel periodo come una semplice esperienza giovanile, in parte è finita nel terrorismo e nella droga; se il movimento ecologista ha tradito se stesso, con l’eccezione di minoranze come quelle di Pucci, fu allora “vera gloria”?
 
Armando Ermini