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Il Covile - N.o 439 (15.3.2008) Femminile e femminino - Bertacchini risponde ad Ermini e Galeotti

Questo numero


La conversazione originata dal saggio Femminile e femminino (v. nn. 434 e 435) prosegue con questa argomentata risposta dell’autore alle osservazioni di Armando Ermini e Marcello Galeotti.
 

Postille al mio saggio su Reportata (di Roberto Bertacchini)


Ringrazio in primo luogo Armando Ermini per l’attenzione accordatami, e anche per l’impegno assunto nel considerare in modo critico il mio saggio. Trovo che la sua sia un’analisi complessivamente equilibrata, con la quale concordo in molti punti, talvolta anche dove in apparenza sembreremmo su posizioni divaricate. Il mio scritto voleva anche essere uno stimolo lanciato alle donne, e mi sembrava brutto farlo prendendole a schiaffi o, anche, semplicemente rischiando di dare una tale impressione. Vi furono dunque ragioni tattiche che miravano all’obiettivo primario di instaurare un dialogo intergenerico. Siccome ritengo che esso sia un valore previo, speravo che dall’interno del dialogo si sarebbe poi potuto approfondire il non detto, e in particolare le questioni più problematiche. Non va dimenticato che Reportata è uno spazio gestito da una suora e particolarmente visitato da studiose. Ma, se mi si tira per i capelli, non posso nascondermi troppo tra le frasche. Certo, non tutte le posizioni femministe sono dal mio punto di vista accettabili. Un conto è riconoscere il merito di una funzione storica, tutt’altro avallare qualsiasi tesi, solo perché di mano mulìebre. In questo senso, chi voglia, può leggere quanto pubblicai su Sapienza nel 2004 [R. BERTACCHINI, «‘Il Vangelo secondo Maria’: quale femminismo?» in Sapienza, 2004/1] Vengo ora ad alcune osservazioni più puntuali circa ciò che Ermini scrive.
 
La questione dell’industrializzazione è pertinente. Però che la rottura degli equilibri di genere sia solo un effetto delle trasformazioni economiche, non mi convince. Studiando i salotti francesi del Rinascimento è molto evidente il loro influsso su un gusto sociale e su un’intera cultura. Butto lì una provocazione: siamo sicuri che la Critica del giudizio di Kant non paghi debito anche all’estetica dei salotti francesi? Secondo me c’è piuttosto un’onda lunga che nasce prima dell’industrializzazione, e i cui effetti saranno significativi anche nell’Ottocento. Ma su tale punto meriterebbe di scriversi una ricerca dottorale. Scrive Ermini: «l’emancipazione femminile in atto sarebbe ancora una volta tributaria al maschile degli strumenti materiali e immateriali (tecnica, scienza, filosofia, dunque cultura in senso lato) tramite cui si sta realizzando». Indubbio. Che poi talune femministe fatichino a riconoscerlo, è un altro discorso. Ma non è che la Storia del pensiero inizi con le suffragette, e neppure con la Rambouillet. E qui emerge un nodo di fondo che in effetti è rimasto all’orizzonte del mio saggio: che valore possiamo dare al patriarcato? Per certo femminismo è tutto negativo. Secondo me questa tesi è eccessiva. Però mi sembra ragionevole riconoscere a) che il patriarcato abbia fallito rispetto agli obiettivi sommi che si era dato [lo vediamo dall’irrisolto problema della Pace]; b) che nel patriarcato le responsabilità maschili siano oggettivamente superiori [come però, parallelamente, alcuni meriti].
 
Resta tuttavia la questione del rapporto tra patriarcato e condizione femminile. E qui sul piano storico non è tanto semplice raggiungere una sintesi di giudizio equilibrata. «È quell’anche che stona, perché non afferra fino in fondo il significato della diversità dei piani su cui si esercita l’aggregazione al maschile rispetto a quella al femminile […]. Il mito, ed è questo il punto, ci racconta di una tendenza aggregativa del maschile/paterno che si situa ad un livello diverso da quella femminile/materna, diciamo pure superiore, in grado di assorbire e valorizzare la seconda entro uno schema di giustizia tendenzialmente universalistica». Qui Ermini mi lascia perplesso. Per es. non concedo che l’aggregazione mulìebre sia riducibile al matriarcato primitivo. La Chiesa antenicena fu assai più aggregazione mulìebre che non si pensi, benché inclusiva del superamento dei legami di sangue. Il Movimento dei Focolari è aggregazione mulìebre potentissima, di nuovo in chiave di superamento dei legami di sangue. E nel Movimento dei Focolari, per concessione di Giovanni Paolo II, il Presidente non potrà mai essere un maschio. Quindi abbiamo un ribaltamento giuridico a sfavore dei maschi. Neppure è vero che la condizione storica della donna fosse isolabile alle mura domestiche. In ambiente ellenistico i patronati femminili ebbero peso sociale notevole.
 
In più, che le patrizie romane fossero oppresse dai maschi… mah! Sarebbe un giudizio un po’ troppo rozzo. Quali maschi? Gli eunuchi da cui prendevano piacere durante i bagni? Gli schiavi al loro servizio? I militari che ne difendevano i palazzi a costo della vita? Se entriamo nei dettagli, il terreno è instabile. La donna ha sempre avuto le sue armi. Però saremmo ridicoli a sottovalutare la storia di santa Margherita Maria Alacoque, ricca ereditiera, che con la madre visse di stenti e umiliazioni, per il solo fatto che il patrimonio era amministrato da un tutore, dato che anche la madre era all’epoca ritenuta inabile a ereditare. Insomma, non penso che Erodiade sia più vittima del Battista, né che Matilde di Canossa abbia particolarmente subito i soprusi maschili. Però le legislazioni e le consuetudini dicono pur qualcosa. E se in molti Paesi solo nel dopoguerra le donne hanno acquisito il diritto di voto, ci sarà un motivo, che certo non è l’equità. Per non dire della vasta galassia islamica, dove la donna ha sì le sue armi, ma subisce la poligamia; guai se cade nelle mani di un violento, ecc. In breve, io resto dell’idea che il patriarcato esiga di essere superato, pur salvandone alcune conquiste. E penso che ciò non possa avvenire per un’iniziativa unilaterale. Il nuovo modello esige il concorso elaborativo di uomini e donne. Ecco perché ritengo che l’analisi previa delle qualità tendenziali di genere possa costituire un aiuto preliminare in tale impresa. Tuttavia riconosco che altro è il piano teoretico-antropologico, altro quello politico. E, quanto al marxismo, gli riconosco il merito di aver evidenziato il valore dell’economia nei processi storici, ma gli imputo anche di averlo fatto in modo squilibrato. Per es. non è vero che tutte le guerre abbiano motivazioni meramente economiche. E ridurre l’uomo al piano economico è solo un modo per imbestialirlo.
 
Scrive di nuovo Ermini: «Nel patriarcato il genere maschile si è interamente assunto l’onere della violenza, della guerra, e in generale di ogni decisione, sociale e individuale, comportante conseguenze dolorose. Contemporaneamente il genere femminile ne è stato esentato, dandogli la possibilità di “coltivare” la propria estraneità al male e di autorappresentarsi come “innocente”». Questa è una bella osservazione. La Magli probabilmente ribatterebbe che si sia approfittato persino del mestruo per colpevolizzare le donne. I miti di Eva e Pandora – e il primo più del secondo – hanno lasciato cicatrici dolorose. Però, sul piano inconscio, che il mondo femminile abbia rimosso molte delle proprie responsabilità, recuperando ai propri occhi una certa immacolatezza discutibile, è tesi che meriterebbe approfondimento proporzionato. A pelle direi che c’è del vero. E qui il problema è evidentemente di acquisire realismo.
 
«Oggi che per comune ammissione il patriarcato è in crisi di egemonia culturale, se non anche sociologica, anche del femminile finalmente “liberato” sta emergendo più la prosa che non la poesia, e le donne si scoprono capaci di diventare anch’esse torturatrici o terroriste, di concepire la maternità come desiderio egoico fuori dalla comunione con marito e figli (anzi, proprio senza neanche l’intervento maschile), di rivendicare sotto la foglia di fico dell’autodeterminazione il potere di vita o di morte sull’altro, oppure di rompere loro la famiglia in percentuali doppie rispetto all’uomo». Ineccepibile. Credo che partire dalla statistica sia un buon metodo. Aggiungerei un dettaglio. Le donne si lamentano assai degli uomini – Muraro docet –, come se fosse irrilevante l’educazione materna sulla personalità dei figli maschi. Se le madri manipolassero un po’ meno i figli, le figlie sarebbero le prime a trarne vantaggio. Ma per non manipolare – atteggiamento di Erodiade! – occorre santità e sapienza. Infatti vi è un sapere mulìebre superiore (Kant diceva che la scienza della donna è l’uomo, ossia chi concretamente sia oggetto del suo affetto), che comunque avrà sfogo da qualche parte. Vi è un potere femminile, che comunque sarà esercitato. Maria Vergine non fece danni, ma le sue imitatrici purtroppo non sono così tante quanto sarebbe necessario.
 
Ancora: «Non capisco, sinceramente, cosa vi sia di nuovo nel considerare la contraddizione, ed il caos come suo momento, costitutiva della vita stessa». Questo è un punto che non ho approfondito, perché supponevo un orizzonte di pensiero già esplicitato in altri miei saggi. Rimando in particolare a: «Contraddizione o non contraddizione? La rilevanza politica della filosofia», in Aquinas, 2002, n. 2. e «L’ineludibile infinito», in Rivista di Teologia dell’Evangelizzazione n. 7 (anno IV).
 
Altro punto: «I periodi di trapasso dall’una all’altra sono sempre stati periodi di instabilità, spesso di caos, ma l’obbiettivo è sempre stato quello di raggiungere un nuovo punto di equilibrio»: mi sembra evidente. Che poi nel mio saggio l’implicito fosse abbondante, lo concedo. Ma ritengo che si tratti di un fenomeno abbastanza generale.
 
«Ma questo non significa affatto che quelle decisioni fossero prese veramente in base a considerazioni razionali». Ni. Qui concordo solo a metà. Le guerre sono atti irrazionali? Per certi versi sicuramente sì: la Pacem in terris osserva per es. che dopo la guerra è inevitabile il negoziato. E allora, perché non anticiparlo prima della guerra? Giustissimo. Tuttavia se le guerre fossero atti del tutto irrazionali, non si farebbero. Camus osserva che ci sono delitti che si fanno per passione, e sono sporadici. Ma ci sono anche delitti che si fanno per ideologia, e questi assumono la diffusione del dovere, della norma. Hanno perciò una loro ratio, sulla base della quale ottengono consenso. «Non solo il sonno, ma anche l’eccesso di ragione, genera mostri»: appunto. Accusare il terrorismo di irrazionalità è davvero convincente? Io ne dubito. Però è vero che vi sono anche forme di razionalità patologica. E il problema è di discernere, ciò che esigerebbe l’evidenziarsi di una razionalità archetipica, normale. Ma questa è un’analisi che formalmente non mi pare acquisita. Rimando al suddetto saggio «Contraddizione o non contraddizione? La rilevanza politica della filosofia»: chi avrà la pazienza di leggerlo si renderà conto dei vasti problemi aperti in essere. Secondo me anche il patriarcato è una forma di razionalità patologica, né sono per nulla convinto che lo jus introdotto da Chiara Lubich nel Movimento dei Focolari abbia superato il problema: non credo per principio a soluzioni unilaterali, che prescindano dalla fatica della comunione. Anche secondo me occorre invece una «collaborazione non competitiva fra maschile e femminile».
 
Sarei però più cauto nelle teorizzazioni su base storiografica, e per due motivi. Il primo problema è che il «femminile» culturalmente definito in ambito matriarcale è abbastanza lontano da quello definito in ambito patriarcale. Certo, la donna è sempre colei che mette al mondo i figli. Ma quando cambiano i ruoli sociali, e al punto che si nega il rapporto del padre alla prole, siamo di fronte a un «femminile» che non so se piaccia alla Muraro, ma certo a miei occhi ha meno fascino di un dittatore (che aborro).
 
Il secondo problema è connesso all’idea che i generi siano più di due, magari quattro o cinque. C’è chi lo sostiene, e se si imposta il discorso solo su base storiografica, non vedo come tale prospettiva possa essere invalidata. Siccome il punto è molto complesso e delicato, e in ogni caso ritengo una sciagura sociale la trasformazione di penosi casi isolati in stili di vita massivi, ho ritenuto che fosse preferibile un approccio diverso, particolarmente attento ai risultati della scienza.
 
E qui riemerge in sottofondo il problema della distinzione e del rapporto tra «natura» e «cultura». Io direi così: la «natura» è un fatto (per es. la sessuazione). Ma è impossibile dire la «natura» se non all’interno di una cultura. Dunque la naturologia è un fatto culturale. Cioè il discorso non può mai mettere la cultura in epoché. Benché anche la scienza abbia i suoi limiti, a me pare il più sobrio dei discorsi culturali, il più tendenzialmente oggettivo. Ecco perché ritengo che partire da ciò che la scienza – intesa in senso lato – riesce a dire circa la sessuazione possa giovare anche alla costruzione di una antropologia più soddisfacente.
 
Vengo ora alle osservazioni di Galeotti. Accuso il colpo. Il presupposto del mio scritto era la raggiungibilità connotativa di un universale che dicesse la «femminilità». Ma questo presupposto andrebbe criticamente fondato. Non c’è dubbio che Giunone, Venere, Minerva e Diana siano quattro simbolizzazioni ben distinte del femminile, né tanto facilmente riducibili a una sola categoria. Ipazia non è Saffo; Marta non è santa Marcella, e così via. Una galleria di grandi donne evidenzierebbe in ciascuna qualche singolarità, qualche modo tipico di interpretare la propria femminilità. Per es. asciugare i piedi di un uomo con i propri capelli è un gesto molto femminile, ma la femminilità è un’altra cosa. Il molteplice concreto fa esplodere uno spettro di toni e di colori che dà il senso della ricchezza, ma rende difficile cogliere il sottofondo comune, sempre che esso si possa individuare.
 
A livello animale la distinzione tra maschile e femminile non ha dato fin qui problemi particolarmente irresolubili. Invece nell’antroposfera le cose sono ben più complesse. La mia impressione è che uomo e donna siano «macchine» obiettivamente diverse, con funzioni simili e in parte comuni, ma con modi di funzionare generalmente abbastanza divaricati. Per es. le procedure decisionali e valutative sovente seguono linee indipendenti. Ci sarà un motivo se per es. l’annuncio del Vangelo all’inizio ebbe assai più discepole che discepoli. Del resto è esperienza comune della vita matrimoniale una conflittualità coniugale generata spesso più da diversi approcci valutativi della realtà che da altro. Per es. entrambi i genitori normalmente desiderano il bene dei figli. Tuttavia è classico che i padri intendano la cosa in modo abbastanza discorde dalle madri. Il fine è il medesimo, ma non le valutazioni e, conseguentemente, le strategie. Se dunque la statistica ha un senso, ciò rimanda più a condizioni di possibilità generali che a circostanze contingenti. Ma gli esempi si potrebbero moltiplicare anche in altri contesti. Tipico il caso dei conflitti in ambito monastico tra religiosi e religiose di una stessa famiglia spirituale.
 
In breve, è evidente che tanto la maschilità quanto la femminilità siano suscettibili di spettri interpretativi larghissimi. Ciò non toglie la plausibilità dell’esistenza di note tipiche o tendenziali attribuibili a ciascun genere. Come risalirvi nel miglior modo è un altro discorso. Nel saggio pubblicato su Reportata non ho preso in esame la via degli archetipi mulìebri. Può darsi che a posteriori essa si rivelerà assai feconda. Confesso tuttavia che in merito resto dubbioso, quantomeno per un motivo assai semplice: tra essi mettiamo anche la Marcegaglia? O la Bindi e la Golda Meir? E se no, perché? In altri termini, nella selezione degli archetipi paghiamo già debito a precomprensioni profonde, che non è tanto chiaro da dove nascano. Ne deriva che il passaggio da un’idea chiara di femminino/femminilità a una distinta può avvenire solo per un lento processo di sgrossatura e di successivi raffinamenti dei modelli. Il cantiere è stato aperto, ma temo non si chiuderà tanto presto. Dunque non penso proprio di aver chiuso ogni questione, ma confido che le presenti note giovino alla miglior comprensione di ciò che scrissi in precedenza.
 
Grato a Ermini e Galeotti dell’opportunità di approfondimento offertami, saluto cordialmente loro e tutti i lettori.
 
Roberto A. M. Bertacchini