Il Covile | Indice Newsletter (2001-2009)

Il Covile - N.o 443 (2.4.2008) Le ragioni dell’Arte, di Rodolfo Papa - Presentazione di Pietro De Marco

Numero speciale: Le ragioni dell’Arte, di Rodolfo Papa


Circa un anno fa, era il 12 maggio, n° 387, pubblicammo un riflessione di Raffaele Giovanelli intitolata L’inganno dell’arte per l’arte, oggi proseguiamo sul tema con un denso saggio offertoci da un nuovo amico, Rodolfo Papa. Fortunatamente sono riuscito a strappare una presentazione a Pietro De Marco e dunque non c’è bisogno di altre parole; dico solo che mi piace pensare che tra qualche anno, come sta in questi giorni succedendo per l’Architettura, tesi come queste si potranno leggere anche sul Corriere della Sera.
Il testo è piuttosto lungo perciò lo trovate nella sezione Testi: Le ragioni dell’Arte.
 

Premessa (di Pietro De Marco)


Il contributo di Rodolfo Papa che Stefano Borselli mette a disposizione degli amici del Covile non richiede in sé parole introduttive. Chiarissimo nel suo percorso, dalla questione generale delle arti all’arte sacra ed ad una rinnovata domanda sul Bello, il testo colpirà i frequentatori del Covile per la “classicità” dei suoi intenti e risultati: l’arte come virtù, nella triplice forma della recta ratio factibilium, dove recta indica la dirittura del metodo, la correttezza intellettiva; della rettitudine, anzi temperanza, nell’operare; e della virtus poietica, come possesso responsabile della “regola d’arte”, del mestiere. E le virtù d’arte sono come chiarificate e ordinate, ci dice Rodolfo Papa, nell’orizzonte stesso di quelle teologali e cardinali, a suggerire neppure troppo velatamente che l’orizzonte antropologico ed etico cristiano non solo “ospita” ma perfezione, compie l’artefice.
 
Chi conosce il profilo e l’ideologia dell’artista moderno, e tutti ne abbiamo notizia, sa come una proposta di questo genere cada in una vicissitudine di lunga durata, ormai, ove l’anarchia — tema del celebre saggio di Edgar Wind (allievo di Panofsky) — è la regola. Forse l’anarchia come norma è ormai un ossimoro più esibito che vissuto, superate le congiunture di eversione e avanguardia. Ma la recta ratio dianoetica (intellettuale), o la personale temperanza dell’artista, e l’idea stessa di “regola d’arte” sembrano tutt’ora in contrasto, sia pure non tutte contemporaneamente, con l’ordinario dei programmi artistici e delle vite d’artista.
 
Nelle generazioni recenti sono meno presenti l’ideale di vita sotto l’eccesso di stimolanti e droghe, la ricerca del dis-ordine percettivo e relazionale, e la rinuncia ad ogni canone tecnico e ideale (v. la questione del Bello cui Papa dedica una parte del suo lavoro), che hanno attraversato tutto il Novecento. Ma resta in esse una propensione a produrre cifre o pièges sensoriali, saturazioni e desoggettivazioni nello spettatore, decostruzioni (non negazioni) dell’empatia. De-formazione moderata e cancellazione appaiono contradittorie, irriflesse abitudini formali.
 
In un’indagine ormai estesa e coltissima il filosofo e sociologo Arpad Szakolczai, ungherese ma radicato a Firenze, e con lui la moglie Agnes Horvath, hanno proposto di interpretare la storia dell’Occidente nella tensione, ed anzi scissura, tra la Grazia e forze e princípi dis-ordinanti, attori di deformità e trasgressione. E Arpad, come Rodolfo Papa, cerca in Leonardo l’apice dell’affermazione della grazia, della manifestazione bella e gloriosa e dello stesso Rinascimento (v. il notevolissimo Sociology, Religion, and Grace. A Quest for Renaissance, 2007, presso Routledge).
 
Quando, poi, l’artista contemporaneo fa resistenza alla primazia del Deforme, rifiuta per sé il programmatico agire “alla rovescia” tra stolido e canagliesco del Trikster, finisce col praticare la virtù dianoetica nella ricerca di risultati “estatici”, di perdita di sé, come si rivolgesse all’uomo travolto nella duplice crisi dell’esperienza e dell’attesa analizzata da Odo Marquard. L’idea della connessione e forbice tra spazio di esperienza e orizzonte di attesa (o aspettativa), che anzitutto dobbiamo a Reinhardt Koselleck, suppone nell’uomo la dialettica tra un sapere frutto di esperienza (anzitutto trasmessa) e una necessaria anticipazione dell’accadere. Nello spazio di esperienza si prefigurano e si attendono eventi che sono alla portata delle previsioni e delle risorse. Vi è sempre uno scarto: l’evento futuro che fosse del tutto conforme all’attesa caratterizzerebbe una “società senza storia”; ma quanto più ciò che sopravviene non corrisponde alle risorse dell’esperienza (ai suoi saperi, alla memoria culturale e pratica), e si apre la forbice tra le due dimensioni, tanto più quello spazio d’esperienza segna il proprio declino. La storia, si dice, ha accelerato il proprio corso. Quando ciò che sopravviene sorprende e invalida l’esperienza data, diviene esso stesso paradigma. È il mito e l’assillo del Nuovo (“sii aperto al nuovo! confórmati al nuovo! sii il nuovo!”), che percorre da secoli la storia dell’Occidente.
 
Ma se, contemporaneamente, l’esperienza si inabissa e il Nuovo diviene in sé l’illeggibile, che appare e sùbito decade (come nelle rappresentazioni del postmoderno), non vi sarà più né esperienza né attesa. Resta in figura l’uomo di fronte ad intrascendibili ipnotiche pareti, l’uomo della “cecità” di Mark Rothko, per menzionare un “classico”.
 
Non sorprende, dopo la celebre analisi di Sedlmayr, che il sistema postmoderno delle arti, dall’informale pittorico alla nuda plastica degli interni, nei quali ogni arte vive irrelata, chiusa nella propria autosufficienza espressiva, abbia investito le chiese.
 
Ed è un (epigonico) uomo della cecità anche quello interpellato dalla Via dolorosa, la discussa video installazione di Mark Wallinger nella cripta del duomo di Milano, dove un nero riquadro (“nera luce”?) copre la quasi totalità di uno schermo su cui si indovina il ripetersi di una sequenza del Gesù di Zeffirelli. Il contesto non è ludico-trasgressivo; non si tratta dell’irrisione (né sarebbe conforme al luogo) del regista e della sua opera. Si mette a tema una inconoscibilità della Redenzione e con essa la vanità di un’esperienza e di una memoria (contro l’estetica religiosa per la quale una icona del Cristo è pur sempre il presente della Incarnazione) e la notte di un’Attesa senza alba. Un mondo di segni che distilla una “mistica” del niente.
 
Questo avviene nell’arte/architettura sacra, nonostante esse di fatto definiscano gli spazi in cui l’azione liturgica proclama e riattualizza la Memoria e la Speranza. Non è da pensare che queste forme e questi involucri contraddittori con lo spazio sacro, non generino disarmonia, scissione, nella vita religiosa.

Non vi è in ciò recta ratio factibilium. Non è vi è a maggior ragione, se queste nudità invalicabili, intrascendibili (queste anti-icone), si pretendono generatrici di sentimenti di infinito, di ek-stasis. Poiché una recta ratio del fattibile, posta nell’ordine delle virtù teologali, sa che non si guida, attraverso la Forma, al Dio di Cristo escludendo la rappresentazione della Sua umanità e dell’umanità della Città di Dio. Né ci si apre alla Trascendenza nella (teorizzata) prigionia di una clausura cromatica e spaziale. “Uno spazio che non racchiude niente, che non si situa, una luce che non rischiara né modella” (Venturi a proposito di Rothko) nessun Mysterium fidei. L’opposto non solo del klimax, della scala Paradisi, ma anche della autentica via mistica.

Se la ratio dell’artista ignora, o nega e maschera con la Forma l’assenza in-significante, dovremmo avere la lucidità di diagnosticarlo, e l’ingegno di opporre una recta ratio conforme al Mistero – che è ciò che si rivela, non l’indeterminato che sfugge. E la limpida proposta di Rodolfo Papa, “storico, pittore e scultore” come viene presentato su ZENIT.org, (e cfr. anche www.rodolfopapa.it ), di un’idea antica e cristiana di arte, ci suggerisce le linee da cui opporre resistenza ed anche tentare un diverso inizio.
 
Pietro De Marco
 

(***)
 
Per comodità degli amici ricordo i riferimenti bibliografici essenziali: Edgar Wind, Arte e anarchia (Adelphi, 1997, rist.); Hans Sedlmayr, La rivoluzione dell’arte moderna (ripubblicato da Cantagalli, 2006); Reinhardt Koselleck, Futuro passato (Marietti, 1986); di Odo Marquard almeno Compensazioni. Antropologia e estetica (Armando, 2007), e la monografia di Riccardo Venturi su Mark Rothko (Electa, 2007).