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Il Covile - N.o 444 (7.4.2008) Giannozzo Pucci risponde alle domande di Armando Ermini sul sessantotto

Questo numero


Prima di tutto, mentre il dibattito sull’Architettura aperto da Nikos Salingaros e Roger Scruton è ormai accesissimo sulla grande stampa, segnaliamo l’ultimo imperdibile articolo di Nikos sul Domenicale, ancora in edicola. Ma c’è anche una notizia triste, la trovate subito sotto. Tornando a questo numero, verso la fine di febbraio, nel n° 435, abbiamo presentato, tratto da Libero, un ricordo di Giannozzo Pucci sul ‘68, due numeri dopo Armando Ermini lo ha commentato diffusamente. La settimana scorsa, mentre eravamo presi dal tema dell’Architettura, Giannozzo ha preparato una controreplica (ma “contro” non è certo la parola giusta…). Giannozzo si chiede se quest’ultimo intervento non è “fuori tempo massimo” ma è nostra consuetudine prenderci sempre tutto il tempo necessario per parlare delle cose senza affanno.
 

Roberto Silvi, in memoria


Il primo di aprile è morto l’amico Roberto Silvi. Quel piccolissimo gruppo di lettori che già dal 2002 seguiva la NL del Covile (allora non si chiamava neppure così…) ricorderà che Roberto, un ex terrorista della stagione degli anni di piombo, esule a Parigi, intraprese un difficile ma franco dibattito con altri lettori, i quali, giustamente, non fecero nessuna concessione al facile perdonismo, ma una comunicazione era iniziata. Roberto era già malato di sclerosi a placche e scriveva con grande difficoltà. Cercava di comunicare il suo dramma agli altri, che forse del terrorismo in qualche modo vicario rappresentavano per lui le “vittime”. Ci inviò anche un pezzo teatrale, un atto unico, intitolato Le ragioni dell’altro, che aveva scritto con Cecilia Calvi e che fu poi anche rappresentato a Roma. Testimoniava il suo rovello interiore. Roberto voleva far partecipare al dibattito anche il gruppo di rifugiati a Parigi, come Oreste Scalzone, che costituiva la cerchia che gli ha permesso di vivere sentendo amore intorno a sé. I suoi amici non potevano capire ed il dibattito (aveva fatto pubblicare in un sito del giro dei rifugiati gli interventi molto critici che erano comparsi nella nostra NL, ma poi qualcuno li aveva tolti tutti) in qualche modo si esaurì. Peccato. Ma noi lo ricordiamo qui e non lo dimenticheremo.
 

Giannozzo Pucci risponde alle domande di Armando Ermini sul sessantotto


1) Perché, se la ribellione non riguardava la civiltà occidentale ma solo le ideologie ottocentesche, si guardava alla spiritualità orientale piuttosto che riallacciarsi all’esperienza del cristianesimo che proprio quelle ideologie intendevano, e con successo, marginalizzare?
Certo, ma allora facevamo di ogni erba un fascio. La Democrazia Cristiana ci appariva un contenitore di immobilismo, conservazione senza valori ma solo poteri, compromessi ecc. non avevamo pietre di paragone di esperienza diretta. La Chiesa stessa nella media dei suoi rappresentanti istituzionali aveva cominciato a benedire la modernità e il progresso, circondandolo di ammonizioni moraleggianti ma prive di ogni forza ed efficacia pratica. C’è voluta l’esperienza di lungo termine per rendersi conto che le motivazioni profonde erano solo contro la parte progressista dell’occidente. Per molto tempo abbiamo carezzato l’idea della cultura “alternativa” e ci siamo accorti della sua inconsistenza quando abbiamo incontrato il peccato originale, che la modernità cancella. Io comunque parlavo della realtà che stava nelle motivazioni profonde del movimento anche se ne era inconsapevole.

2) Perché, in flagrante e irriducibile contraddizione, il “movimento” approdò quasi subito ed in grande maggioranza al marxismo nelle sue diverse declinazioni politiche più o meno “ortodosse”?
Perché il Partito Comunista era ben presente fra le masse studentesche e il marxismo passava come teoria e pratica rivoluzionaria, dominando ideologicamente la cultura e il linguaggio politico, non solo nel movimento ma anche nel paese. Tutti i gruppi organizzati, da Lotta Continua a Potere Operaio agli altri gruppi avevano una matrice culturale marxista. E persino i democristiani più creativi, intelligenti e anche furbi, come La Pira, che riusciva da cristiano a fare cose che i comunisti non facevano, era costretto dall’assedio comunista a cercare un dialogo che a qualcuno poteva sembrare compromesso, anche se non lo era. Nessuno leggeva “il valore della persona umana” o le altre opere di filosofia politica lapiriana, da cui non sembrava emanare una carica ideologica dirompente fuori dallo stretto ambito cattolico. Nel pensiero cattolico c’erano stati i Chesterton, i Giuliotti, e in economia il Toniolo, ma il miracolo economico e la sudditanza al modello consumista americano non permettevano di percepirli.
Credo che una svolta filosofica rispetto alle ideologie europee sia arrivata dopo il famoso discorso contro il marxismo come tradizione europea del capo dell’American Indian Movement, Russell Means, che la sinistra si è subito affrettata ad accusare di fascismo, ma le cui argomentazioni disegnavano una carica rivoluzionaria e protestataria non marxista e proveniente proprio dal mondo colonizzato e indigeno.
La riflessione di Illich è stata ancora più profonda e come tale avrà effetti più a lungo termine. Ora che sto traducendo l’ultimo suo libro, uscito postumo in francese, mi rendo ancora più conto della radicalità estrema del suo pensiero.

3) Che nesso esiste fra l’adesione di allora al marxismo e l’approdo al progressismo attuale di tanti “rivoluzionari” dell’epoca?
Un nesso strettissimo.
 
4) Fu allora vera gloria?
Non credo che la gloria fosse la motivazione profonda che muoveva la nostra ricerca. Quando non trovi continui a cercare e così fino all’ultimo giorno. La gloria nasce dall’aver trovato e non credo che si possa dire che la nostra generazione abbia trovato la terra promessa, ci si può perfino domandare se ha cominciato l’esodo.
 
Giannozzo Pucci