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Il Covile - N.o 446 (16.4.2008) Reinventare ogni volta la ruota? (di Pietro Pagliardini)

Questo numero


Le elezioni si sono concluse e qualcosa è cambiato, ne discuteremo forse più avanti, a mente fredda, ma intanto nel Covile continuiamo a parlare dei nostri argomenti. Al solito prima di tutto la corrispondenza: due amici hanno commentato la desolante citazione da M.L. Salvadori pubblicata nel numero scorso. La prima mail è stata di Giorgio Ragazzini:
“Lo conoscerai senz’altro, ma ti segnalo comunque che Robert Conquest, in Raccolto di dolore. Collettivizzazione sovietica e carestia terroristica, Liberal edizioni 2004, indica ben diverse cifre (capitolo La conta dei morti, pp. 345 e sgg.). In base a una serie complessa di dati e di ragionamenti, tra dekulakizzazione e carestia sarebbero morte nel periodo 1926-37 circa 14 milioni di persone. Inoltre, come dice il sottotitolo, per quanto riguarda l’Ucraina gli effetti della carestia furono aggravati dalla decisione di Stalin di servirsene, impedendo l’invio di aiuti, come arma per distruggere contemporaneamente i kulaki e il nazionalismo ucraino.”
Armando Ermini invece ha allargato l’orizzonte:
“Ma quanto la fai lunga caro Stefano. E che saranno mai 600.000 morti ammazzati, per i nostri intellettuali solidali e libertari. E poi, diciamocelo, il nemico di classe merita il titolo di ‘persona’?
Ne dubito assai. Come non lo meritavano gli ebrei, e come oggi non lo meritano, per il professore di bioetica a Princeton Peter Singer, i feti, i bambini appena nati e i menomati cerebrali. In quanto privi di coscienza, autonomia e comprensione del futuro, codesti prodotti più o meno maturi del concepimento, possono tranquillamente essere uccisi, previo, ovviamente, rigoroso rispetto di un protocollo medico/burocratico con tanto di timbri/bolli/firme tutto in regola, che certifichi il loro status di non persone, inferiori a molti animali non umani perché di essi meno razionali e coscienti.
Più o meno, ma non lo dice con la stessa chiarezza soprattutto ora che è candidato nel PD, quello che pensa un altro luminare questa volta casareccio, l’esimio prof. Umberto Veronesi, secondo cui l’essere umano è per il 99% identico ad una scimmia. Ecchessaramai un misero 1% ! Fosse almeno il 4 o l’8, supererebbe il quorum e forse...
Singer e Veronesi sono ferrei vegetariani e animalisti. Non toccherebbero carne animale per nessuna ragione al mondo. Però sono anch’essi esseri umani, e qualche trasgressione se la concedono, ogni tanto. Mentre piangono sui vitelli e gli agnelli sgozzati, loro fanno un simbolico banchetto antropofago! Innaffiato con le loro lacrime pietose e solidali.”
C’è poi, ora che davvero il dibattito sulla città e l’abitare è esploso (al punto che Adriano Celentano ha citato Salingaros), da riprendere il tema, sul quale resteremo anche nei prossimi numeri. Intanto ecco dal sempre più ricco blog De Architectura, un post che ho sentito vicinissimo (vedi Odalisca, nel n° 426), poi l’annuncio di un convegno importante (il programma non è ancora definitivo).
 

Reinventare ogni volta la ruota? (di Pietro Pagliardini)


Fonte: http://regola.blogspot.com/2008/04/una-sciocchezza-di-flwrigth.html
“Ogni giovane architetto dovrebbe essere RADICALE PER NATURA, proprio perché non è assolutamente sufficiente per lui cominciare da dove gli altri hanno finito.” (F.L.Wright)
Questa frase di un grande architetto la possiamo prendere a simbolo della situazione dell’architettura contemporanea, senza per questo volere attribuirne a Wright la responsabilità.
Facciamo una prova e applichiamo questa frase alla medicina:
“Ogni giovane medico dovrebbe essere RADICALE PER NATURA, proprio perché non è assolutamente sufficiente per lui cominciare dove gli altri hanno finito.”
Scegliereste come vostro medico un allievo di un simile professore?
In questa frase, che esercita indubbiamente un certo fascino, perché è intrigante, immaginifica, sognante e dà un’illusione di potenza al giovane studente di architettura, c’è la spiegazione del disastro attuale delle scuole di architettura, come dice Nikos Salingaros nel suo scritto sul Domenicale del 7 Aprile 2008:
“Le discipline scientifiche sviluppano […] linguaggi adatti a questo scopo di lungo termine, permettendo di trascrivere e di salvare le conoscenze scoperte, per le generazioni successive. Il sapere stesso si basa sulla disponibilità di un efficiente meccanismo d’immagazzinamento delle informazioni.”
E continua:
“Questo processo di documentazione è allora quello che consente agli scienziati di costruire sulle scoperte precedenti. È un sistema che mette al riparo dalla necessità di ‘riscoprire la ruota’ ogni qualvolta si debba eseguire un’applicazione di base […] Per contro, invece, l’architettura deve ancora sviluppare un efficace sistema di riordino delle informazioni ereditate. In realtà, ciò che è successo in architettura è impensabile per le scienze: a un certo momento degli anni venti del secolo scorso, un gruppo d’ideologi alla ricerca d’innovazione progettuale ha arbitrariamente scartato la base informativa dell’architettura.”
È dunque il metodo che è profondamente sbagliato, perché anti-scientifico e anti-moderno, rinuncia alla conoscenza accumulata da altri, rinnega la tradizione millenaria dell’architettura e pretende di dare, ad ogni architetto, la possibilità, direi quasi l’obbligo per non sentirsi inferiore, di diventare esso stesso il fondatore di uno stile personale, il creatore assoluto di nuove forme, dopo aver fatto tabula rasa di tutto il passato. E’ la concezione dell’architetto come artista, peraltro deformata perché anche lo scultore o il pittore fa tesoro del talento di chi lo ha preceduto.
Qui non si tratta di praticare la virtù della modestia, pure necessaria quando si costruiscono edifici destinati a durare nel tempo e non allestimenti provvisori da show-room, ma di ritrovare un metodo che riparta dal bagaglio di conoscenze di chi ci ha preceduto e che ci ha lasciato in eredità città certamente migliori di quelle che lascia il secolo scorso e di quello che promettono di lasciare questi primi anni del 3° millennio. Se ancora in ogni convegno siamo a parlare di risolvere i problemi delle periferie, create da noi, se ancora si va cercando la qualità e il bello nell’architettura contro il brutto attuale, vuol dire che il decantato metodo “ogni architetto la sua architettura” è un vero fallimento. La falsa sicurezza non la da, come si legge di continuo in giornali e riviste specializzate, il ritorno al passato, ma l’insistere su un presente che non ha futuro perché ha scelto di negare completamente il passato.
 
Pietro Pagliardini
 

9-10 maggio, convegno a Valle Giulia su Gianfranco Caniggia, architetto romano


Venerdì 9 maggio (aula magna della facoltà di Valle Giulia )


Ore 9.30 - Presentazione: (B. Todaro, A. Schiattarella, C. Di Francesco ) - Prima sessione
L’opera di Gianfranco Caniggia nel suo tempo (chairman G.Strappa )
P. Marconi, P. Portoghesi, G. Carbonara, G. Pigafetta, P. Cervellati
 
Ore 13.30 brunch
 
Ore 14.30 Seconda sessione
L’eredità e la scuola (chairman G.Maffei )
L. Barbera, F. Cellini, B. Todaro, I. Samuels, A. Vernez Moudon, P. Vaccaro, M. Ieva, M. Marzot, G. Galassi

ore 18.00 inaugurazione della mostra

Sabato 10 maggio (Accademia di San Luca)


Ore 10.00 Terza sessione
Attualità del pensiero e dell’opera di Gianfranco Caniggia (chairman F.Purini )
G. Canella, J. Rykwert, F. Tentori, G.Cataldi,G. Muratore, M. Rebecchini, P. La Rochelle, F. Moschini, G. Regazzoni, V. De Lucia

Tavola rotonda
 
Ore 13.30 brunch

MOSTRE


Mostra dei progetti dei concorsi,dei restauri e dei lavori urbanistici, presso la Sala Petruccioli della Facoltà

Mostra di disegni originali presso l’Accademia di San Luca
saranno esposte anche copie delle prime edizioni dei principali testi di Gianfranco Caniggia-
 

Comitato scientifico


B. Todaro, G. Cimbolli Spagnesi, G. Maffei, P. Marconi, F. Purini, A. Regazzoni Caniggia, G. Strappa