Il Covile | Indice Newsletter (2001-2009)

Il Covile - N.o 450 (17.5.2008) Roberto Bertacchini analizza i risultati elettorali

Questo numero


Gli amici avranno notato che durante la recente vicenda elettorale nel Covile non si è parlato di politica, c’era troppo rumore. Ora, mentre sta iniziando una fase nuova e si prospettano tempi difficili in campo internazionale ed economico, è il momento di riprendere a parlarne. Viene quindi a proposito l’analisi dei risultati che ci ha inviato Roberto Bertacchini e che presentiamo senza commenti.
 

Avvertenza


[…] se può interessare, allego una mia nota politica sul recente esito elettorale. Solo un’avvertenza. Alcuni giudizi sono rasoiate, ma vanno letti con buon senso. Se dico che il ceto politico è – da un punto di vista cattolico – inaffidabile, evidentemente si tratta di una considerazione globale, che non esclude possibilità di apprezzamento di qualche singolo parlamentare. Può darsi che Alfano si rivelerà un ottimo ministro, non lo so. Però il PDL – per quel che posso capire e benché appartenente al PPE – non ha respiro escatologico, ecc. (1)
Anche peggio quando accuso l’associazionismo cattolico di analfabetismo politico e teologico. Dico la verità: ho cercato di girare la faccenda da tutti i lati, per trovare qualche attenuante, ma non ci sono riuscito, perché il primo analfabetismo dipende dal secondo. E, quanto al secondo, salverei qualcuno, se vedessi che è capace di valorizzare realmente l’unum ecclesiale. Ma quando nell’associazionismo prevale la scelta di uno schieramento politico sulla capacità di considerare con attenzione cordiale le ragioni dei cattolici schierati in campo avverso, l’unum è morto e sepolto da un pezzo. E questo è il frutto avvelenato del moralismo cattolico, come si può ben capire. Sembra che in questo atteggiamento non vi sia peccato, perché in modo immediato non confligge col decalogo. Purtroppo, però, confligge con un articolo di fede, ma questo che importa? In quali parrocchie – eclusa Nomadelfia – si sentono catechesi sull’unum? E come si potrebbero fare in modo efficace, senza capacità di applicare al vissuto quotidiano quella logica ossimorica che troviamo nel Vangelo, nel «credo» e nei Padri? E quando mai si insegna che la carità integra il conflitto, come ascetica intellettuale della croce?
E allora il resto è ovvio. Su Civiltà Cattolica si trovano facilmente elogi e riconoscimenti per Prodi e per Veltroni, ma un chiaro e cordiale riconoscimento dei meriti storici della Lega o di Berlusconi, con tutta la buona volontà non sono così semplici a ritrovarsi.(2) E perfino i focolarini, che all’unità tengono assai, poi non hanno gli strumenti intellettuali per praticarla politicamente, come si vede dal fatto che appoggiano sostanzialmente la sinistra sia in fase elettorale, sia con la loro stampa. Le ACLI sono meglio? Non lo vedo. E lo stesso vale in genere. Naturalmente, che qualche nicchia felice ci sia, sarebbe almeno da sperare. Ma il grande associazionismo – e comunque quello a maggiore visibilità pubblica – o si disinteressa del problema o se ne fa carico come ho detto, senza passare dall’unum ecclesiale. Di fatto mancano anche i luoghi dove esso si possa costruire. Una Conferenza delle Associazioni cattoliche non c’è, e neppure alla Lubich, per quel che so, è mai venuto in mente di proporla. Insomma, siamo messi male, con l’aggravante di esser consapevoli della malattia, ma incapaci di diagnosi adeguate. E questo come lo si deve chiamare? Come negare che vi sia un problema di «sapere» ben più radicale e profondo rispetto a quello del «volere»? Ma, come al solito, l’ipertrofia moralistica oscura la Verità. […]
Roberto
 

Note


(1) Oppure, se stigmatizzo il fatto che venga recuperata dopo tre giorni la refurtiva derivante dall’effrazione dell’appartamento di Veltroni, evidentemente mi fa piacere per lui, ma trovo odioso che quando oggetto del furto siano cittadini normali, neppure si rilevino le impronte digitali. Capisco che costerebbe troppo. Però due pesi e due misure dicono privilegio, dicono che la macchina dello Stato non è al servizio dei cittadini, ma dei potenti. E allora la retorica «popolare» di cui qualche politico si riempie la bocca diventa stucchevole. Invece quando cito Augias e Odifreddi sono persino troppo soft. Scrive Davide Turrini: «Corrado Augias santo subito», perché nel suo programma delle 12.30 «si verifica l’unico momento di televisione italiana fieramente laica»; e spiega: «nella puntata di alcuni giorni fa […] Augias ha incalzato il cattolico Valzania […] fino a lanciare un filmato dove Odifreddi nei pressi di Burgos – sta percorrendo il cammino di Santiago di Compostela, per poi tradurlo ogni giorno in un programma per radio rai – afferma: “Sto andando a cercare dio, quello vero, di Spinoza, che è la natura; non il dio che gli idolatri trovano nelle statue e nelle ostie”» [Liberazione , 15 maggio 2008, ediz. gratuita della sera, p. 17]. Valzania si è trovato come la fetta di salame nel panino imbottito, stretto nella morsa di due laicisti al cianuro. È un protocollo tollerabile? Ossia non che si inviti Valzania per contestare Odifreddi, ma Odifreddi per aumentare il fuoco laicista delegittimatore della fede cattolica? È tollerabile che Odifreddi accusi di idolatria la devozione eucaristica, e che nessuno reagisca?
(2) Per es. Civ. Catt. 2008 II 287 accusa il 20% dell’elettorato leghista di essere «xenofobo». È un giudizio ideologico che dice la povertà morale e intellettuale di chi scrive, incapace di sentire sulla propria pelle le tragedie di chi fu vittima di violenza. Dopo i dolorosissimi recenti atti «anti-rom» di Napoli inizierà anche a Villa Malta una riflessione più pacata e oggettiva?

 

Le elezioni politiche 2008 e il voto cattolico (di Roberto A. M. Bertacchini)


La novità c’è stata, e rilevante. Le politiche 2008 hanno evidenziato, insieme alla semplificazione del quadro parlamentare, una forte tendenza al VOTO TERRITORIALE, non solo alla Lega, ma anche del Molise a Di Pietro, della Sicilia a Lombardo o della Campania al PDL (= protesta locale contro Bassolino). Dove possa portare un tale trend , non è semplice da prevedersi. Ma esso va registrato come indicatore attendibile e chiaro del superamento di quegli schemi ottocenteschi che idealizzavano la sinistra come bandiera del progresso sociale e culturale.(1) Al di là dell’ampia vittoria della coalizione berlusconiana,(2) sul piano prettamente politico va segnalato: a) il fallimento della politica ulivista prodiana e la punizione correlativa della sinistra estrema da parte dell’elettorato; b) la vittoria leghista e la presenza di un’irrisolta questione settentrionale; c) lo spostamento verso il centrodestra (PDL) di consistenti masse elettorali meridionali (intorno al 4%, ossia al milione di voti); d) la plausibile irrilevanza di gruppi marginali in seno alla nuova maggioranza; e) il fallimento della politica veltroniana; f) la disomogeneità del voto cattolico.
 

Il PD in mezzo al guado (3)


Per valutare il senso di quanto accaduto, occorre partire dal fallimento prodiano, e dalle sue contraddizioni.
 

La fine dell’Ulivo


Bisogna ammetterlo: la simbolica millenaria e pacifica della pianta, non ha giovato. Sulla spinta dell’immaginazione dossettiana e lazzatiana,(4) il Professore ha tentato l’impossibile, e il suo progetto è miseramente naufragato su quegli scogli che in molti avevamo annunciato. Può tuttavia giovare una breve sintesi. La domanda è dunque: qual era il collante dell’Ulivo?
Non l’utopia, perché a quella socialista non credono i più, e a quella cristiana non credono i laicisti. Non un’ideologia, che non c’è. Non un «padre» indiscusso, come si è visto (emblematico il dissenso sulle riforme costituzionali, con Veltroni da una parte, Bertinotti da un’altra e truppe sparse da un’altra ancora).(5) Non il leader, perché Prodi era troppo debole. Non una strategia, perché Di Pietro (e non solo) voleva far fuori la sinistra radicale, che evidentemente non condivideva il progetto. Non un apparato di partito, perché l’Ulivo non era tale. Ma, soprattutto, non il «nemico» perché, già prima di Veltroni, su questa possibilità Fassino mise una pietra tombale. Insomma un collante che non fosse il potere non si trova tanto facilmente. Ma il potere è il pessimo dei collanti, e persino nelle dittature. Se dunque non c’è un collante davvero importante, inevitabilmente la scena politica diventa il luogo della guerra di tutti contro tutti. È il massacro. E così è stato.
Si dirà: Prodi è stato miope a non accettare la mano tesa da Berlusconi l’indomani del voto. Non è esatto: è stato magari accecato da un fede sbagliata, ma il rifiuto aveva una sua ratio. In effetti l’offerta di Berlusconi – che certo avrebbe avuto il consenso della maggioranza degli italiani, e che avrebbe portato verosimilmente a una situazione analoga a quella tedesca – dal punto di vista ulivista era un succulento arrosto al cianuro. Infatti l’ala più estremista non l’avrebbe digerito, e l’Ulivo sarebbe morto spaccato con due anni di anticipo. Perciò l’alternativa era secca: riconoscere che il progetto era sbagliato, oppure ostinarsi. Sappiamo come è andata. E tuttavia, dal punto di vista prodiano, riconoscere l’errore era ideologicamente arduo. Cioè, se il progetto era sbagliato, lo era anche la posizione di Dossetti e di quel circolo intellettuale bolognese in cui il Professore si era formato.
Dunque il Vaticano II non andava interpretato come avevano fatto. Il dialogo a sinistra non poteva e non doveva essere una priorità ecclesiale,(6) e la posizione di Ruini era sia politicamente che teologicamente più corretta della loro. Riconoscere l’errore importava il non essere stato un cattolico adulto, bensì presuntuoso. E quando si è mossi da alti ideali, vedere la propria presunzione non è facile, perché sembra che ciò metta in gioco una scelta giusta, quando invece è solo un problema di percorso.(7) Dunque Prodi va capito. È stata tutta un’area di intellettuali cattolici a sbagliare, e proprio coloro che si sentivano più illuminati. Questo deve dunque far riflettere, perché è questione molto più seria che non si pensi. Infatti il problema è dare incisività storica all’utopia cristiana, e non è che a tale missione si possa rinunciare, solo perché Dossetti – riletto in prospettiva – sbagliò analisi. Tuttavia, siccome tale impegno esige un’elaborazione dottrinale, politica e strategica di eccellenza, solo persone della statura di Dossetti, Moro o Sturzo potrebbero concepirla e proporla. E, almeno per ora, intellettuali di un tale livello non sono all’orizzonte.
 

Il veltronismo


La novità è stata chiara e di vasta portata. Infatti senza l’abbandono della politica ulivista il centrodestra avrebbe ugualmente vinto, ma imbarcando Casini, con le correlative ripercussioni di instabilità, probabili a prescindere dalla migrazione di Follini nel PD. La scelta di Veltroni ha dunque consentito il delinearsi di scenari nazionali totalmente nuovi. È vero che si è trattato di una scelta inevitabile, ma c’è stata. La sua valutazione complessiva esige invece analisi più diffuse, che partano dal riconoscimento di un obiettivo mancato.
Veltroni, infatti, non ha fallito perché ha perso, MA HA PERSO PERCHÉ HA FALLITO. Sul Riformista del 29-04-2008, Follini ha addirittura posto il problema Di Pietro, sostenendo che è impossibile sfondare al centro, tenendo all’ala una cavalleria giustizialista di quella forza. Che abbia ragione o no, si potrebbe dire che la ragione sociale del PD era un progetto di americanizzazione, mirante ad aggregare un consenso larghissimo, dai moderati sino alla sinistra sindacale. Ma Veltroni, imbarcando i voti di estrema, invece di erodere Berlusconi, ha perso il proprio elettorato centrista. Ha dunque sbagliato qualche calcolo.
Siccome l’ala moderata dell’Ulivo era presidiata da Mastella, è abbastanza chiara una correlazione tra il fallimento strategico veltroniano e la giubilazione dell’Udeur. Cos’è dunque successo? Più o meno a partire dal F-day, Mastella era entrato nell’occhio del ciclone. Le prime avvisaglie si ebbero con Vauro e Santoro, alla fine arrivò l’inchiesta giudiziaria e a seguire la crisi di Governo.(8) Per Veltroni apparentarsi ancora con Mastella avrebbe comportato giocarsi l’elettorato di sinistra.(9) Chiudendo le porte, il calcolo era che l’Udeur approdasse nell’altro schieramento, ciò che avrebbe fornito abbondanti frecce propagandistiche. Ossia, rimarcando la pendolarità mastelliana ecc., si poteva tentarne una delegittimazione presso il suo elettorato, in modo da attrarre al PD gran parte di quel bacino di voti.
La manovra non è però andata in porto per la doppia controrisposta berlusconiana, che per un verso ha lasciato Mastella in salamoia; e per un altro ha messo Casini di fronte a un out-out a cui il sant’uomo ha abboccato precipitosamente, scegliendo con orgoglio la solitudine. Ciò ha consentito un’alternativa – resa anche più seducente dal richiamo e dalla garanzia di Pezzotta – all’elettorato ulivista meno convinto del nuovo corso. Dunque Veltroni ha perso al centro pezzi strategici, che l’Ulivo aveva aggregato. E su questo occorrerà evidentemente tornare.
Ma persino dove il veltronismo sembrerebbe vincente, non convince. E qui va ricordata la mancata alleanza anche con Boselli, dove erano migrati Angius e Grillini: perché Di Pietro sì, e il PSI no? Boselli non si era particolarmente segnalato per riottosità antigovernativa nella legislatura uscente. Veltroni ha dunque deciso un’operazione cinica di killeraggio antisocialista perfettamente riuscita sul piano elettorale (ha prosciugato oltre il 50% della base elettorale PSI col ricatto del voto utile),(10) ma non tanto comprensibile su quello politico. Infatti una prima spiegazione plausibile sembrava alludere alla svolta laicista di Boselli, indigesta all’ala cattolica PD. Ma poi Veltroni ha imbarcato il laicismo dei Radicali,(11) per giunta riconoscendo loro la dignità di delegazione e il relativo budget. Ciò svuota di senso il no a Boselli; e rimanda probabilmente a radici lontane, ossia a mani pulite e al debito pidiessino-diessino verso il protagonista di tale operazione.
Alla fine, il nodo è cosa-fare-con-chi. Le vie sembrano due: scegliere il programma, e poi guardarsi intorno; oppure scegliere con chi stare, e poi considerare cosa sia possibile fare insieme. Quindi in parte Follini – che non vuole Di Pietro – ha ragione. Ma solo in parte.(12) Fin qui nella sinistra il con-chi è sempre stato il criterio dei criteri. La svolta veltroniana verso un’americanizzazione del partito in teoria avrebbe voluto mettere al centro il cosa fare. Lodevole, certo. Ma poi c’è il problema della credibilità, che va molto oltre quello delle gaffes prodiane sulla sicurezza (dall’indulto, al mancato decreto Amato, ecc.). C’è il problema del taglio dei cordoni ombelicali: alta finanza, sindacalismo, radicalismi sociali e laicisti. In più per fare una politica «americana» occorre una mentalità «americana» sia nei vertici di partito, sia nella base elettorale. Ma una tale mentalità non ci può essere, tanto in quanto sopravvivano inerzie culturali gramsciane. E proprio là dove maggiore avrebbe dovuto essere la sintonia, ossia con l’elettorato di centro, si è invece avuto disallineamento. E questo è il terzo errore di Veltroni:(13) pensare che la base storica ulivista avrebbe digerito qualsiasi scelta, secondo il collaudato schema del centralismo democratico. In effetti qualcosa del genere è effettivamente avvenuto, se Bertinotti è uscito di scena. Ma quel piffero non poteva incantare i topolini più moderati e mastelliani.
 

Flussi elettorali


Dopo il voto alle comunali di Roma, con la clamorosa sconfitta di Rutelli, la situazione si presenta anche più complessa, sia nell’analisi che nei suoi possibili esiti. Emblematico che al ballottaggio Rutelli abbia ottenuto circa 85.000 voti in meno rispetto alla precedente tornata, e Alemanno oltre 105.000 voti in più in valore assoluto, con 13 punti tondi in più in percentuale. Considerando che due anni prima Veltroni aveva stravinto con oltre il 60%, significa un abbattimento di circa 15 punti percentuali di elettorato già sul dato della prima tornata elettorale. Un’enormità, tenuto conto dell’astensionismo, dato che gli elettori al ballottaggio erano assai meno rispetto allo scrutinio di due anni prima.
Che sull’esito romano abbia pesato l’esito delle politiche, è indubbio. D’altra parte a Roma Zingaretti, al ballottaggio per le provinciali, ha ottenuto circa 55.000 voti più di Rutelli. Uno scenario è che una parte consistente dell’elettorato Udc (oltre 50.000 voti al primo turno) abbia optato per il voto disgiunto. In tal caso l’astensione sarebbe da attribuire all’elettorato più radicale, deluso dagli esiti parlamentari della politica veltroniana. Questa ipotesi tuttavia convince solo in parte, perché se è abbastanza sicuro che l’elettorato di destra abbia votato compatto per Alemanno, non è tanto evidente che abbia fatto altrettanto quello Udc, dopo che Pezzotta si era messo di traverso. Di fatto, è plausibile che una parte Udc si sia astenuta, o abbia votato Rutelli. Tale ipotesi significherebbe che rispetto ai 761.126 voti del primo turno, l’emorragia sarebbe stata almeno di 100.000 voti, e forse qualcosa di più: come dire attorno al 15% del proprio elettorato: perché se Alemanno non ha preso tutti i voti Udc, li ha pur presi da qualche parte.
Volendo essere impietosi, si può aggiungere che a Roma Rutelli e il PD hanno vinto in aree borghesi (anche alle politiche),(14) mentre Alemanno è emerso non solo nella XX circoscrizione, ma anche in zone tradizionalmente di sinistra, come il Quadraro e altre. Se dunque si correlano le quantità dei flussi e le loro distribuzioni, lo scenario si precisa in questo modo: a) tra l’oltre 60% di Veltroni di due anni prima e i 676.472 voti di Rutelli al ballottaggio, ballano circa 250.000 voti di scarto.(15) Ossia, rispetto ai 676.472 dell’ultima tornata, si è perso circa il 37% del proprio elettorato (il 27% su 926.932 voti). b) Già la percentuale è enorme, ma diventa anche peggiore considerando la distribuzione territoriale, dove il centro storico tiene, mentre alcune borgate cambiano segno. E questo è emblematico di un fenomeno profondo di trasformazione della sinistra italiana in questo dopoguerra.(16) Se si vuole essere il partito di De Benedetti e delle banche, o delle miliardarie alla Borromeo, il partito dei vip (teatro, televisione, cultura d’alto bordo, finanza; il partito degli imprenditori candidati al governo delle regioni, come è stato in Friuli e Sardegna, o in parlamento, come Calearo e Colaninno) alla fine il Popolo mangia la foglia. Capisce di essere strumentalizzato, e ti gira le spalle. Non è possibile essere un partito delle clientele e un partito di Popolo, perché clientela vuol dire privilegio, e il privilegio non si può dare a tutti.(17)
Sul piano nazionale, alla Camera il PD è rimasto in percentuale ai valori ottenuti dall’Ulivo due anni prima, ma a) con un elettorato complessivamente in flessione di circa tre punti di maggiore astensionismo; b) avendo imbarcato i Radicali; c) avendo cannibalizzato la sinistra di circa 5-6 punti percentuali.(18) Ciò significa che vi è stata una parallela e proporzionata emorragia di voti verso Di Pietro, UDC, centrodestra e astensione. In buona parte si è trattato di voto cattolico, ma il problema è più profondo. Si tratta infatti di capire come ribaltare la situazione, ossia con quali politiche: ovvero con quali programmi e quali schieramenti. Se sul piano programmatico si spingerà per es. ulteriormente sul tema della sicurezza, ci si avvicinerà alla Lega, ma si aumenterà la frattura con la sinistra, mettendo a rischio anche una fetta di elettorato provvisoriamente incamerata. Se si pensa di imbarcare la Lega, occorre prima distruggere elettoralmente Di Pietro e acquisirne i voti, perché sembra difficile che un personaggio sanguigno di quel calibro ritorni sui suoi passi, digerendo un’alleanza che valuta come il fumo negli occhi, ecc. Lo sfondamento al centro non c’è stato e senza il centro la maggioranza non la si può ottenere. Ma per conquistare il centro occorre tagliare il cordone ombelicale con la sinistra, e appiattirsi sulle politiche del PDL. Dov’è allora la specificità del PD?
 

Contraddizioni interne


Per essere partito di popolo occorre perseguire il bene comune, ciò che non si può fare avendo perso per strada il concetto di cosa esso sia; né trascurando la sicurezza dei cittadini per organizzare festival del cinema che costano cifre iperboliche. I circenses vanno bene, ma dopo. Del resto, i fatti recenti hanno dato prova di questo anche ai ciechi, perché la vera beffa della Campania non è stata solo il malgoverno di Bassolino e Pecoraro Scanio; è stata l’incapacità di Prodi e Veltroni di fare subito pulizia al loro interno, prima che per le strade. E lo scandalo dell’Alitalia non è tanto nell’irresponsabilità sindacale, che c’è stata; ma nell’incapacità del PD di stigmatizzare pubblicamente e duramente politiche clientelari inaccettabili, così da orientare il sindacato. Se una cinghia di trasmissione c’è, non può essere tale per cui il Partito sia al traino. Questo a Togliatti e Di Vittorio era chiarissimo. E degli errori – molti – del sindacato, non è certo responsabile Berlusconi, bensì quei partiti di sinistra tra le cui fila sono reclutati i dirigenti sindacali stessi (e viceversa). Dunque, quando le politiche sindacali danneggiano il Paese, la responsabilità politica è delle sinistre. Voler tenere insieme i centri sociali e l’alta velocità, è una contraddizione in termini, emblematica di miopia politica, ove non la si voglia chiamare presunzione.
Similmente conciliare laicismo ateo e anticlericale con l’anima cattolica margheritina non pare realmente possibile, né convincente. Salvo ciò non alluda all’idea gramsciana che il cattolicesimo di sinistra sia un cattolicesimo suicida, destinato a dissolversi nel nulla, ossia nel brodo ideologico della maggioranza egemone del partito. È infatti evidente che sulle questioni etico-sensibili il PD dovrà prima o poi definire una linea politica, e non si vede come essa possa risultare omogenea insieme alla sue molte anime.
Il 30 aprile, ormai consumato il cambio della guardia anche nei ballottaggi, il Governo Prodi ha assestato due colpi di coda con la Turco e il viceministro Visco. Il secondo ha messo su internet le dichiarazioni dei redditi dei contribuenti, la prima ha emanato nuove norme applicative della Legge 40. Il secondo provvedimento è subito rientrato, per intervento dell’Autorty a tutela della privacy. Il primo vedremo. Essi meritano però qualche riflessione. Qui mi soffermo sul primo, che nel merito è una legittimazione di quell’eugenetica che la legge vieterebbe, perché non autorizza solo l’esame di impiantabilità dell’embrione, ma anche quello più complessivo del genoma.(19)
La reazione di Avvenire è stata di un tempismo da scoop,(20) perché segnalò il problema uscendo in contemporanea alla Gazzetta Ufficiale, oltre a ritornare ovviamente sul tema in seguito. Formigoni è sceso in campo subito dopo, mettendosi di traverso. Ma questo – se si vuole – era scontato. La novità è stata la reazione di Tonini, PD come la Turco, che ha preso pubblicamente le distanze dalla compagna. Ciò significa che tra i «cattolici democratici» il livello di disagio ha superato il limite di guardia. Emblematico l’affondo di Avvenire del 3 maggio:
«Livia Turco […] ha deciso […] di finire là dove aveva cominciato Fabio Mussi (suo antico compagno di partito e, ora, co-leader di quella Sinistra arcobaleno che gli elettori hanno escluso non soltanto dal Governo, ma anche dal Parlamento). Nel 2006 l’appena insediato Ministro della Ricerca diede il la in sede europea all’offensiva anti-legge 40 consentendo il finanziamento di ricerche con embrioni umani ridotti a “materiale di laboratorio”, nei suoi ultimi giorni di potere il Ministro della Salute s’è impegnata a fare violenza in extremis al ferreo divieto eugenetico contenuto in quella stessa normativa (che nel 2005 gli italiani difesero in forze dall’attacco referendario)».
Punto primo: vi è una solidarietà laicista che attesta un disegno politico, che è portato avanti congiuntamente proprio da quella classe dirigente politica di provenienza marxista, ad onta del fatto a) che nel PD certe questioni strategiche dovrebbero essere discusse previamente, in modo da impedire iniziative contro la parte cattolica; b) che gli elettori hanno prima bocciato la proposta referendaria, e poi escluso Mussi dal Parlamento. Dunque: 1. nel PD i cattolici non contano quanto a definizione di linee strategiche; 2. nel PD ci si permette l’arroganza di andare con ostinazione contro la volontà popolare. Non è finita:
«La provocatoria mossa del Ministro uscente della Salute […] tende a rendere più marcati e duri i tratti problematici di quel partito. […] Livia Turco ha firmato le sue Linee guida l`11 aprile scorso, ultimo giorno di campagna elettorale, ma si è guardata bene dal farlo sapere. Ai cittadini elettori - contrariamente all’uso - nulla è stato detto fino a mercoledì 30 aprile. Fino, cioè, alla celebrazione dei ballottaggi amministrativi, ultimi appuntamenti con il voto. E la logica di chi confeziona una “bomba” e la dota di un congegno a orologeria, per farla esplodere a danno di altri e nel momento in cui ritiene di non subirne troppo le conseguenze. Insomma: il ministro uscente sembra essersi mossa con studiato calcolo».
Punto secondo: queste inerzie ideologiche non possono passare in cavalleria all’interno del PD, altrimenti la credibilità dei cattolici che vi militano ne esce distrutta. Punto terzo: quello della Turco è stato un atto lucido, in dispregio del corpo elettorale non solo per non tener conto del volere del Popolo sovrano, ma per l’aggravante di averlo voluto ingannare, in modo da non pagare dazio nelle cabine elettorali. E allora c’è da pensare che il Popolo abbia avuto buon naso nel sentire odor di bruciato. Infatti chi governa deve prendere i provvedimenti che in coscienza crede giusti e migliori. Invece il colpo di coda svela un retropensiero: prima arraffo voti, poi emano la norma, perché facendo l’opposto ne perderei. Ossia: so che l’elettorato non vorrebbe, ma l’elettorato non va seguito, va gestito. Ed essere in mano di manipolatori è veramente pessimo, chiunque siano.
Chi ha studiato Lenin sa bene che per lui seguire il volere del Popolo è solo insano e deleterio codismo. La classe dirigente del proletariato deve infatti guidarlo, che è cosa opposta. È per questo che si legittima la dittatura del proletariato. La classe dirigente del partito sa, mentre il Popolo è ottuso, in balìa della pancia. Come si vede, lo schema è il medesimo. Riaffiora la mentalità arrogante del dittatore. E quanto simili modi di procedere siano compatibili con lo stile politico del neonato PD non può essere questione secondaria. Ne va infatti della credibilità democratica del partito stesso. Perciò non vi è solo il problema delle inerzie laiciste, ma anche di quelle marx-leniniste, che in altro modo sono emerse anche nel colpo di coda di Visco, con reazioni di fuoco persino tra giornalisti e vip di sinistra.
E questo alla fine è il vero nodo, ossia il conto che la Storia presenta. La sinistra classica aveva una speranza e un progetto, legati alle analisi marx-leniniste. Poi la Storia ha dimostrato che i piani quinquennali non funzionano, che il mercato è una variabile che lo Stato può e deve monitorare, per impedire odiosi fenomeni speculativi; ma che non si può sopprimere. E dunque salta tutto l’impianto riformista marxiano. Le sinistre sono così rimaste agganciate a un ideale affascinante, ma senza strumenti ideologico-programmatici per raggiungerlo.(21) Avevano però ormai perfezionato una macchina elettorale-amministrativa poderosa, un apparato di potere che è andato avanti per inerzia, per autoconservarsi. Adesso è in mezzo al guado. Se troverà un vero leader, del calibro di Lenin o di Sturzo, può darsi che risorga. Altrimenti morirà, più o meno lentamente, come è morta la DC.
La migliore testa pensante della squadra è Cacciari, che lasciano a bollire in periferia. E neppure lui è stato fin qui capace di proporre un progetto politico di portata escatologica. E questo è il punto di fondo, che Prodi forse non ha capito per deficienza teologica: solo un progetto escatologico può coinvolgere tutti, può tenere insieme Popolo e bene comune.(22) Ma in un tale progetto, i ricchi saranno rimandati vuoti. La differenza tra De Benedetti o la Borromeo e Melania jr., è che Melania diede ai poveri le sue immense ricchezze,(23) possedimenti che oggi avrebbero l’estensione di interi stati. Cosa si sono levati di tasca i miliardari che votano PD? Briciole, ben investite e con ritorni del 100 per uno.(24) Così la giustizia sociale diventa velleitaria, o un’irritante forma di elemosina. E, progressivamente, il Popolo gira le spalle.
 

Prospettive


La politica, in democrazia, è un intreccio complesso di organizzazione, persuasione, contenuti, paure e speranze. Il Popolo vota e decide più con la pancia che con la testa, talvolta prendendo abbagli grossolani, talaltra intuendo correttamente le linee di tendenza della Storia. I leader dei partiti questo lo sanno, e ci giocano sopra, amplificando le paure a proprio vantaggio. Ancora oggi vi è un’amplificazione mediatica della criminalità vagamente destrorsa, che non ha nessun senso, se non in funzione ideologica sinistrese. Il discorso è complesso, ma cruciale, e occorre allargarsi, benché di cenno.
Per es. il caso del pestaggio di Verona, dai magistrati stessi è stato depotenziato da atto politico-razzista a violenza occasionale.(25) Siamo onesti: il passaggio da una cultura dello spirito a una «cultura» del corpo superpalestrata non ha esito solo in una diversità di costumi sessuali: alla fine la forza fisica la si usa, tanto contro altri maschi che contro le donne. Perciò si diffonde una microcriminalità marginale ben diversa dallo squadrismo fascista.(26) E il motivo emerge dalla stessa citata intervista di Papalia: si ha squadrismo quando vi è una violenza organizzata, ideologica e che gode di impunità politica.(27) E questo, secondo lui, non è il caso veronese. Eppure non manca una stampa faziosa che forza i toni, volendo caricare a ogni costo di un significato politico ciò che è tutt’altro.
Ma proprio il medesimo sistema mediatico che oggi gonfia Verona, nei primi anni del terrorismo rosso tendeva a derubricarlo come criminalità comune o, addirittura, come provocazione di destra o dei Servizi deviati. Queste alterazioni studiate della realtà, sono indicative di una patologia persistente: è la filosofia secondo cui la notizia fa l’evento. Di questo giornalismo becero si è stancato pure Grillo.(28) E, diciamolo chiaro: allorché qualcuno di sinistra (o che frequenta tali ambienti) commette un grave delitto, se la stampa di destra ne facesse un caso politico, Scalfari e Anselmi insorgerebbero, e con ragione. Infatti la criminalità politica non è qualificata solo dall’appartenenza del delinquente, ma dall’esistenza di un rapporto ideologico/organizzativo col crimine stesso.
Questo vi fu nel terrorismo rosso, negli attentati in Sud-Tirolo, in alcuni omicidi di Mambro-Fioravanti (tuttavia estranei alla strage di Bologna – vedi il processo di II grado –, benché poi condannati per opportunità politica). Vi è in crimini a sfondo razzista,(29) ecc. Eppure quella stampa che oggi gonfia il caso di Verona – che certamente è un delitto odioso – non si comporta al medesimo modo quando la matrice ideologica sarebbe di sinistra.(30) E il motivo è ovvio: siccome l’enfasi allude a un orizzonte simbolico, il disegno implicito è di far passare la «destra» come male assoluto, e di conseguenza la «sinistra» come salvatrice della Storia.(31) Di un tale giornalismo non se ne può davvero più.(32)
Ma il problema è più ampio, ossia nel cortocircuito mediatico-politico-simbolico-giudiziario che si viene a determinare. 6 maggio 2008: «Quattro rapinatori di origine kosovara ritenuti responsabili di almeno 4 rapine in villa tra Brescia e Bergamo, arrestati nell’aprile 2007 dai carabinieri della compagnia di Chiari, sono stati rimessi in libertà per scadenza dei termini di custodia cautelare. La procura non aveva chiesto nè il rinvio a giudizio, nè la proroga delle indagini. Il gip, a quanto si è appreso, aveva convertito la misura nell’obbligo di dimora e di firma. Allo stato attuale uno dei quattro malviventi sembra essersi già dileguato nel nulla».(33) Abominevole. Eppure di queste piacevolezze ne sentiamo più o meno una al giorno. Può darsi che nel caso particolare non vi sia alcun rapporto con la strategia antiborghese delle «toghe rosse». Ma che il fenomeno nel suo complesso abbia correlazione è evidente, e chi ne dubiti si vada a leggere ciò che ha scritto Misiani, della lucidità e perizia con cui DA MAGISTRATO disapplicava la legge per favorire i criminali proletari.(34)
Dunque un problema c’è, che non coinvolge solo in modo diretto i vertici del PD, ma tutta una mentalità e una cultura sedimentate da decenni, fino a divenire costume sociale. Se Veltroni vuole davvero essere credibile e ottenere la fiducia dei moderati di buon senso, spaventati dall’andazzo generale; che cominci a prendere le distanze e a stigmatizzare duramente il buonismo giudiziario a senso unico. Gli atti simbolici sono importanti, e se si continua a esecrare solo ciò che alla lontana possa somigliare ad alcunché di fascista, si è non solo ridicoli, ma socialmente pericolosi. Persino Bifo ironizza sul preoccuparsi di un «farsesco ritorno delle camicie nere».(35) Preoccupiamoci dunque di pericoli reali, e non di fantasmi.
Il PD ha così diversi problemi all’o.d.g. E fra essi deve anche decidere se la sconfitta è stata solo un problema di inefficacia persuasiva, o se vi siano stati errori di contenuto nella proposta politica, derivanti da analisi sbagliate della realtà. Il crollo del Labour party alle amministrative inglesi del 2008 e le strategie propagandistiche dei conservatori vittoriosi sembrano alludere a uno scenario di fondo: il Popolo europeo avverte insicurezza a causa di processi di trasformazione troppo rapidi. E chiede un freno che la destra offre a Londra come in Francia e in Italia.
Se la Binetti avesse studiato la teoria delle catastrofi, capirebbe dove non solo sbaglia, ma sbaglia in un delirio ideologico. L’integrazione è un valore da perseguire, ma non è la stessa cosa la Storia e l’escatologia. Nell’infinito il «tutto subito» è possibile, nel finito generalmente no. Transizioni per microcatastrofi sono accettabili; per macrocatastrofi sono effetto di politiche irresponsabili e sbagliate. Migrazioni massive, di popolazioni culturalmente disomogenee dalla nostra tradizione, possono avere esiti effettivamente incresciosi,(36) come del resto in parte già è avvenuto. Perciò i timori del Popolo hanno fondamenti oggettivi. E criminalizzare la Lega moltiplicando a dismisura i clandestini, alla fine fa perdere credibilità. Se poi si aggiunge che un giorno sì e l’altro pure si viene a sapere di qualche delitto compiuto da gente uscita dal carcere contro ragione, ossia per un buonismo/inefficienza della Magistratura (evidentemente non imputabili a Berlusconi, quanto alla mentalità/cultura che ha decostruito il potere restrittivo dello Stato a tutela dell’ordine borghese), le somme sono facili a tirarsi: così le cose non vanno.
Se dunque il PD veramente vuole la fiducia del ceto moderato, deve operare un’autocritica spietata non solo sul clientelismo – che non fu solo di Mastella – non solo sull’eccessiva benevolenza verso l’alta finanza; non solo su una filosofia dello Stato sprecona;(37) ma soprattutto su una politica della sicurezza che significhi meno immigrazione e trasformazione della Magistratura in quella macchina che almeno tendenzialmente era prima della campagna anti-Vitalone.
Ma un simile programma varrebbe ammettere che la Lega non è un covo di razzisti, e che la Magistratura dei Vitalone non era una manica di servi della borghesia. Cioè che su due questioni fondamentali si è sbagliato in modo radicale. La sinistra più ottusa,(38) ancorata ideologicamente a quelle analisi che criminalizzarono il leghismo e trasformarono la Magistratura, non potrebbe digerire un tale cocktail. E sarebbe il taglio di un cordone ombelicale storico, l’aprirsi di una nuova pagina. Che poi ciò possa avvenire in un partito imbottito di magistrati antiberlusconiani, ossia ideologicamente affini alla rivoluzione suddetta, è però cosa meno semplice dell’auspicabile.
 

Il voto cattolico


Come il prezzemolo, si è disperso da Storace al PD, Lega e Di Pietro inclusi. Ma con quale ratio? Proprio lo spettro della dispersione dice un’assenza di lucidità politica (e probabilmente ecclesiale) che dovrebbe far riflettere.
 

Politica e fede


La domanda è infatti se la fede possa e debba dire qualcosa in occasione del voto, e cosa. Per rispondere occorre girare il problema, e chiedersi se, come e quanto la politica interferisca e abbia interferito con la fede. La risposta è all’evidenza di tutti: non solo il divorzio non è stato un incentivo alla fede, né lo è stata la legge 194; ma il primo ha minato in modo gravissimo la famiglia come nucleo fondante della società; e la seconda ha diffuso un immaginario antropologico deviato e deviante, e una correlativa autocoscienza della donna che rende ancor più problematica la tenuta delle famiglie, a prescindere dal divorzio stesso.
Tuttavia queste leggi non sono piovute per caso, ma sono la punta di una visione della società intrinsecamente anticristiana e fondamentalmente antiumana, benché si sia strepitato l’opposto. È, in fondo, la visione che Marx delinea nel Manifesto, dove il collettivo prevale, la famiglia non ha valore, e la sessualità è una questione personale che ciascuno può e deve gestire come meglio creda. Come se il mettere al mondo figli non esiga assunzioni di responsabilità proporzionate; e come se la società non abbia il diritto-dovere di tutelare i più deboli, ossia i figli, anche disincentivando le separazioni familiari.(39) È dunque stata l’egemonia culturale socialcomunista-radical-chic a produrre una variazione dell’immaginario e dell’etica, decostruendo la capacità dello Stato cattolico-borghese di perpetuarsi come tale.(40)
In questo processo la responsabilità dell’allora socialista Berlusconi non è stata piccola, perché le sue TV hanno contribuito fortemente alle variazioni del costume. Ma giornali come Panorama (allora controllato da Mondadori-De Benedetti) o l’Espresso non furono da meno; né tutta la macchina e l’industria cinematografica e teatrale, ampiamente egemonizzata da intellettuali di sinistra, da Costanzo a Brass a Fo ecc. In breve, nel processo di scristianizzazzione dell’Italia, la destra ebbe responsabilità del tutto marginali. Non sono stati i liberali di Malagodi e Zanone a produrre il disastro.
Emerge così un primo punto chiaro: quando un cattolico vota, il suo voto non è neutro rispetto alla sua responsabilità di trasmettere la fede, perché sul piano dei grandi numeri l’educazione che si impartisce in famiglia non è una variabile decisiva. Non è lo stesso educare cristianamente in un contesto sociale cristiano, ovvero in uno in cui l’immaginario collettivo si caratterizza per l’irrilevanza civile della fede. Se si usano trasmissioni televisive RAI di grande ascolto per fare catechesi anticristiane, per dire il vero con una professionalità superba, il popolo è in balìa di predicatori occulti che inquinano la sua capacità di fede, senza che alcuno si alzi a protestare per difenderlo. E queste trasmissioni sono condotte da intellettuali di sinistra, come Costanzo, Augias e altri.
 

Criteri e indirizzi


Ciò già pone una serie complessa di problemi: a) è immorale appoggiare un sistema politico che incentivi il laicismo in tutti i modi; b) occorre mettere sul tappeto il problema dei protocolli mediatici, sicché si smetta – soprattutto nel SERVIZIO PUBBLICO – l’indecenza di catechesi anticristiane senza possibilità di contraddittorio;(41) c) occorre rivendicare positivamente il valore civile della cultura cristiana, che va ben oltre i progressi musicologici medioevali, in modo da ricostruire un immaginario sociale equilibrato. La ratio del voto cattolico – quanto a dover essere – si precisa così sotto due profili complementari: i) una determinazione di difesa, che neghi appoggio a partiti e coalizioni legati a culture anticristiane; ii) una determinazione propositiva, che rivendichi scenari sociali filantropici, e non contro natura.
 

Scelte


A questo punto va esaminata e valutata l’offerta politica. Il laicismo della sinistra socialista ed estrema è chiaro. Nel PD Veltroni è rimasto a metà del guado,(42) imbarcando i radicali e rifiutando il taglio del cordone ombelicale con la sinistra, che resta organica al sistema di potere a livello amministrativo e regionale. La Lega ha qualche esponente esagitato, e anche Bossi in passato non ha lesinato parole piccate contro i Vescovi. Ma nel complesso, soprattutto recentemente, essa si è mossa in difesa della famiglia e della tradizione di cristianità italiana. Berlusconi, come politico, ha consentito l’approvazione di quella legge 40 già in cantiere nella legislatura precedente, ma che – approvata da un ramo del parlamento con una maggioranza trasversale – Veltroni (allora segretario DS) aveva impedito venisse calendarizzata nell’altro ramo, sicché finì su un binario morto. E così ottenne la vittoria politica di dettare la linea ai cattolici della coalizione. Il centrodestra nel suo complesso si mostrò anche contrario ai DICO, ecc.
In breve, benché in quell’area non manchino laicisti anche virulenti, come Teodori, tuttavia il tono generale è meno sfavorevole alla fede. E di questo i cattolici dovrebbero tenere conto (come in parte è avvenuto) nelle loro espressioni di voto, anche per favorire un processo di decantazione nel PD che ne trasformi le scorie laiciste elaborando anticorpi proporzionati.
Casini è sopravvissuto allo Tsu-nami, ma ha aggregato un voto cattolico marginale. Era inevitabile per almeno tre motivi. Il primo è che l’Udc non unifica l’associazionismo cattolico, presentatosi alle votazioni in modo diversificato e sostanzialmente irresponsabile nel suo complesso. Il secondo è che quando un leader si presenta come paladino della famiglia e dei valori cattolici, avendo sul groppone un divorzio e figli anche di secondo letto, è semplicemente ridicolo. Finché dura, potrà curare la sua nicchietta, ma non potrà mai aspirare a rappresentare la maggioranza cattolica, né l’associazionismo più impegnato. Il terzo è che al suo interno non ha ancora risolto contraddizioni veramente gravi, su cui occorre allargarsi.
Emblematica è la querelle occasionata dal ballottaggio romano, con il direttivo locale Udc schierato contro Rutelli, e Pezzotta a sbarrare l’apparentamento con Alemanno. Così si sono rivelate due anime contrapposte: Baccini antagonista della sinistra e Pezzotta del centrodestra. Una spaccatura ideologica che rivela il persistere di mentalità giurassiche, ossia la prigionia di schemi mitologici che la Storia ha dissolto. Non è per la paura del comunismo che va negato il voto a sinistra. E anche più ridicolo è contrastare apparentamenti col centrodestra in nome di astratti programmi di equità sociale.(43) Chi ha favorito in modo scandaloso le banche è stato Prodi,(44) ed era inevitabile, dati i suoi legami col mondo finanziario. E questa non è equità sociale.
Un secondo dato è poi la metamorfosi della destra, approdata in seno al PPE. Se Pezzotta preferisce vedere Grillini assessore alle politiche familiari, piuttosto che un esponente popolare come lui – e un cattolico di lunga data, quale Alemanno è – sindaco di Roma, qualcosa evidentemente non torna. Dov’è la ratio di un tale discernimento? Infine il mondo non è più quello del sec. XIX. E questo lo hanno capito gli operai del Nord, passati dal voto comunista alla Lega, e non lo ha ancora capito Pezzotta.
La diagnosi è dunque semplice. Il voto cattolico è malato di doppio analfabetismo: politico e di fede. Politico, perché manca di pragmatismo e di realismo. Di fede, perché l’espressione del voto mostra che l’associazionismo cattolico né sa difendere le condizioni di possibilità di trasmissione sociale della fede (ossia NON HA ANCORA PRESO COSCIENZA DEL PROBLEMA), né sa coagulare una proposta politica originale che sia trainante. Manca insomma una riedizione aggiornata di quell’accoppiata don Sturzo-De Gasperi, che – pur con innegati limiti – tanto bene fece all’Italia negli anni ‘50.
 

Prospettive


Se non si vuole morire berlusconiani – ossia, se si vuol dare un senso politico all’escatologia cristiana, senza limitarsi alla politica del male minore –, non si può sperare nel ceto politico esistente: O PERCHÉ LAICISTA, O PERCHÉ HA RINUNCIATO ALL’ESCATOLOGIA, O PERCHÉ TEOLOGICAMENTE ED ECCLESIALMENTE IMMATURO, quando non apertamente affetto da patologie morali (ambizione, corruzione, ecc.). Qui non è in discussione l’onestà e la perizia politica personale di qualche singolo, ma l’offerta politica che – attraverso i propri organi dirigenti – i partiti propongono come tali. Ben venga che Tremonti (come ha annunciato il 10 maggio 2008) cominci a limare i denti dei piraña finanziari e industriali (banche, assicurazioni, petrolieri, ecc.). Ma questo è solo un elemento accidentale di convergenza tra PDL ed esigenze dell’escatologia cristiana; non è la concretizzazione particolare di un piano ampio di traduzione in termini politici delle istanze sociali di giustizia e di equità che l’avvento del Regno sollecita.
Neppure si può «scaricare» troppo sui Vescovi, la cui missione non è di rappresentanza politica. Occorre perciò che il laicato si faccia carico del problema, ossia che l’associazionismo cattolico prenda atto della realtà, e dell’importanza di un confronto previo intraecclesiale non ordinato alla scelta di una parte politica esistente (tutte insoddisfacenti); ma alla costituzione di un nuovo soggetto, che tuttavia esprima un proporzionato progresso storico rispetto alla dissolta DC.
Tale nuova formazione è destinata a raccogliere consenso in modo strepitoso, perché sarà in grado di presentare facce pulite, personalità competenti e moralmente specchiate. E il Popolo darà fiducia in modo massivo a un soggetto politico che ha la forza – propria dell’associativismo cattolico – di radicamenti territoriali popolari. Ovviamente il percorso è ancora lungo. Ma qualcosa di concreto si potrebbe già fare, con opportuni «incontri al vertice», che preparino la strada a un Congresso prima e a una Costituente cattolica poi.(45) Se non vogliamo realizzare la profezia gramsciana del cattolicismo suicida, è ora di muoversi.
Roberto A. M. Bertacchini
 

Note


(1) Emblematico il caso di Roma: «Nello stesso giorno e negli stessi seggi, Mastrantonio vince 52% a 48% contro la candidata forzista […], mentre Alemanno batte Rutelli 54% a 46% e per la provincia […] le parti si invertono di nuovo: Zingaretti batte Antoniozzi 54% a 46%» [il manifesto, 29-04-08, p. 2]. Il caso del Municipio 7 mutatis mutandis si è ripetuto sovente, mostrando che «le appartenenze politiche sono in via di definitiva evaporazione» [il manifesto, 29-04-08, p. 4]. In effetti, quindici giorni prima dei ballottaggi a Roma «il centrosinistra aveva ottenuto la maggioranza dei voti» [ivi]: ai Parioli vinse il PD alle politiche [32.184 + altri Ulivo 3.390 = 35.574 (48,9 %) che da un punto di vista sociologico – e tenuto conto della flessione generale della sinistra rispetto a votazioni precedenti – è un indicatore di rilievo], ma Alemanno al ballottaggio. Al Municipio XV – area a forte densità di insediamenti signorili – le dinamiche elettorali sono state: PD 43.548 (Politiche) -> 36.817 (-6.731 voti; - 7% sui voti validi alle pol. - 8% sui voti validi al ball. - 15% sul bacino elett. alle pol.; -18% sul bacino elett. al ball.); PDL 37.647 -> 42.711. Ma non diversamente è andata al Municipio VIII, area di insediamenti popolari: qui la sinistra è passata da 55.034 voti a 42.963 (-12.071; - 9,7%; -11%; -21,9%; -28%) mentre per Alemanno la dinamica (con base alle pol.) è stata: 52.009 -> 61.435 voti.
(2) Questo dato, alla luce delle previsioni catastrofiche pre-elettorali, fa pensare. Da un punto di vista tecnico, non esistono leggi elettorali «perfette». Se si punta a una rappresentanza equa, possono sorgere problemi su altri versanti; e puntando sulla governabilità, perfino in Germania la situazione è stata a rischio. Cioè le leggi elettorali hanno sempre aree critiche, che possono essere aggravate o ridotte dal comportamento dei partiti e del corpo elettorale. Ecco perché in Italia la medesima legge ha dato un risultato insoddisfacente nel 2006 e ottimo due anni dopo. Questo un sistema mediatico intellettualmente onesto avrebbe dovuto dirlo con chiarezza, invece di alimentare paure e incertezze oltre il ragionevole. E allora la domanda è se vi sia un deficit di professionalità o altro. Tenuto conto che la medesima stampa dava fifty-fifty il referendum sulla legge 40 e un vantaggio esagerato a Prodi nel 2006, occorre ammettere che gli errori sono troppi, e sempre nel medesimo senso. Ciò allude allora a un ben diverso scenario, dove il sistema mediatico si autocomprende più come potere che orienta che come servizio che informa. Ma se è potere che orienta, invece dell’assioma: l’evento fa la notizia, vale il principio: la notizia fa l’evento. E talvolta è stato così. Ma a spingere troppo su questo tasto si cede al delirio di onnipotenza. La Lega ha avuto un successo strepitoso, ignorata dai media o avendo la grande stampa schierata contro. Ci sarà un motivo.
(3) La metafora ha un orizzonte molteplice. Riferendosi alle recenti celebrazioni veltroniane del ‘68, Galli Della Loggia è caustico: «Quando non si ha più un avvenire si sceglie il passato. Ma è un fenomeno funesto. E infatti le celebrazioni all’Auditorium di Roma hanno solo portato una sfortuna pazzesca in senso elettorale» [il Riformista, 06-05-2008, p. 6]. Essere in bilico tra passato e futuro non sempre è tempismo che sa interpretare il presente storico.
(4) Dossetti e Lazzati credettero/cedettero al mito dell’antifascismo, supponendolo un collante strategico. Non si resero conto che con l’assassinio di Gentile e le trasmigrazioni massive di intellettuali ex-fascisti nelle file della sinistra il fascismo era stato messo per sempre fuori gioco da Togliatti, che solo strumentalmente continuava ad agitarne il fantasma. Dossetti e Lazzati furono idealisti, ma un po’ ingenui. D’altra parte, al tempo del Concilio aveva un senso correlare le politiche di sinistra a una maggior sintonia con la dottrina sociale della Chiesa, e quelle di destra con maggiori resistenze a essa. Oggi valutazioni su basi ideologiche pregiudiziali sanno di stantio (vedi nota 43): e non essere pragmatici equivale a superficialità tanto più grave quanto peggiori si possano temere le conseguenze.
(5) Alla ricerca/identificazione di un «padre» faceva implicito riferimento la querelle sul pantheon che ha tenuto banco per un po’, di fatto partorendo il nulla. Altra questione è l’identificazione di un king maker, addirittura ovvia, dato che De Benedetti ha voluto e ottenuto la tessera n. 1 del PD. Ma un king maker è solo un padrone più o meno occulto, che – nel caso particolare – neppure può spingersi troppo senza suscitare controspinte devastanti. De Benedetti dà input importanti attraverso la sua composita flotta mediatico-finanziaria. Lui ha voluto Prodi, Veltroni segretario e l’avvicendamento con Rutelli a Roma. Probabilmente, in ultima analisi, anche la giubilazione dell’Ulivo e il cambio di rotta veltroniano (Prodi regnante) ha avuto il suo placet/input. Ma un king maker per unificare dovrebbe anche essere un «padre» e De Benedetti – a differenza di Bossi (e in diverso modo di Berlusconi e Di Pietro) – non lo è. Può darsi lo divenga in futuro, decidendo di uscire dalle quinte. Sarebbe un elemento di chiarezza auspicabile, ma improbabile. E non perché l’uomo non abbia sufficiente carisma, ma perché le primedonne del PD – e sono tante, cominciando da D’Alema – se possono ancora reggere un regista discreto, un mattatore lo digerirebbero?
(6) Gesù dialogò con tutti, anche se non tutti furono disponibili ad accoglierlo. Similmente i cristiani non possono avere pregiudiziali. Altra cosa è invece decidere sulla base di analisi a posteriori. Con chi strumentalizza i cattolici occorre maggior prudenza; con chi si mostri più rispettoso, meno.
(7) La tensione a una maggior equità sociale resta un valore irrinunciabile per ogni cattolico impegnato in politica. Il problema è però come aumentarla nel medio termine. E non è detto che ciò avvenga genuflettendosi ai sindacati. Bisogna vedere. Cioè non esistono aree che a priori siano indicatrici del meglio escatologico. Il percorso più breve verso una maggior giustizia è nascosto, esige una faticosa scoperta progressiva e un’umiltà intellettuale radicale.
(8) Vedremo se l’inchiesta finirà in una bolla di sapone. Nel caso, l’analogia con mani pulite sarà pertinente, perché anche allora la maggior parte degli indagati DC non furono condannati, e talvolta neppure rinviati a giudizio; tuttavia il danno politico fu tale che il partito crollò. La sproporzione è evidente. E, tenuto conto della politicizzazione intervenuta nella Magistratura, la presenza di cortocircuiti politico-mediatico-giudiziari resta plausibile, per quanto non sia semplice ricostruirne il reticolo nome per nome. In ogni caso, che Mastella fosse nel mirino è emerso con chiarezza in occasione dell’«incidente» del volo di Stato, e non solo perché fu l’unico a essere messo sotto accusa, quando non fu affatto il solo politico ad averne beneficiato. Adesso che è fuori dal Parlamento, tutto è quieto. Va infatti benissimo che faccia da stampella al PD in qualche amministrazione provinciale.
(9) Mastella, nell’estrema sinistra, era vissuto come affossatore dei DICO e maramaldo di Prodi: una figura odiosa. In effetti il Governo sarebbe comunque entrato in crisi il giorno dopo, per la mozione contro Pecoraro Scanio. Così, giocando d’anticipo, l’ex-Ministro sperava forse di accattivarsi qualche simpatia nello schieramento opposto. Ma la campagna denigratoria nei suoi riguardi era stata troppo incisiva. Chiunque lo avesse imbarcato sarebbe stato accusato di tenere il moccolo a un clientelista scientifico e incallito. Il mercato dei primari è diventato proverbiale, ma discutibile fu anche la gestione degli organici del Ministero della Giustizia, favorevole ai rientri al Sud, fino a sbilanciare gli organici a volte in modo inverosimile. Se si arriva al punto che «un penitenziario in una regione del Sud» abbia «40 agenti per meno di trenta detenuti» [Il Tempo, 01-05-2008, p. 11], questo dice tutto. Berlusconi e Veltroni si sono trovati perciò in una situazione pressoché obbligata: Mastella era ormai inviso anche a una parte significativa di elettorato moderato. Un po’ diverso il discorso per Casini. Apparentarsi con Mastella non avrebbe potuto danneggiarlo più di tanto (chi era già orientato a non votare PD o PDL avrebbe ingoiato il rospetto). Ma anche Casini ha sbagliato qualche calcolo, presumendo di poter essere l’ago della bilancia. Purtroppo per lui, il comportamento di Follini non è piaciuto a una parte significativa del suo elettorato, che gli aveva dato il voto per governare con Berlusconi, non perché continuamente venissero messi bastoni tra le ruote.
(10) Può darsi che il PSI morirà o che si accetterà come forza minore amministrativa; ma è un fatto che la scelta laicista boselliana è stata punita dall’elettorato che, indirettamente, ha approvato la sua marginalizzazione veltroniana.
(11) La Bonino è stata eletta Vicepresidente al senato, mentre la Binetti è stata «depotenziata» da senatrice a deputata. Il valore simbolico e il senso dell’operazione traspare: si volevano i voti che il personaggio poteva aggregare, ma senza concederle una posizione critica in caso di vittoria (a Montecitorio il premio di maggioranza avrebbe reso ininfluenti suoi possibili voti secondo coscienza). Questo tipo di manovre, valutate parallelamente alle prese di posizione di Ignazio Marino, secondo il quale nel PD non sono ammissibili voti disomogenei, una volta che la maggioranza si sia espressa negli organi statutari (vedi Avvenire, 04-05-2008, p. 12 e soprattutto 18-12-2007, p. 9; sul suo modo pregiudiziale di intendere l’obiezione di coscienza vedi anche il manifesto, 15-02-2008, p. 4, Europa, 05-02-2008, p. 4), relega la rappresentanza cattolica a un ruolo che rischia obiettivamente di essere figurativo, fiore all’occhiello di un gruppo dirigente che non intende abdicare da quel laicismo storico, parte del DNA della mentalità marxista.
(12) Ha ragione partendo dal presupposto del ruolo strategico del «centro». Ma il virus che fece defungere la DC (mancanza di coesione interna ed eccesso di ambizione personale di troppi esponenti, non di rado di discutibile profilo intellettuale e talvolta anche morale) potrebbe rivelarsi mortale anche per il PD.
(13) Il primo è stato togliere ossigeno al Governo, senza dire apertamente che l’ulivismo era stato un errore. Così molto elettorato ha avvertito che qualcosa non quadrava, e si è indispettito. Il secondo è stato imbarcare i Radicali, dispiacendo sia all’elettorato cattolico che a quello meno convinto del loro liberismo in economia.
(14) «Il centrosinistra tiene a malapena nella “Roma bene” […] circa 500 voti di vantaggio in zone “borghesi” come il centro storico» [il manifesto, 29-04-08, p. 2].
(15) Per la precisione, Veltroni raccolse 926.932 voti, ossia 250.460 più di Rutelli al ballottaggio.
(16) Il fenomeno è stato impietosamente evidenziato anche da Galli Della Loggia: «… già il Partito comunista, dicevo, non era mai stato in realtà un partito popolare nel vero senso della parola. Il Pci fu sempre altra cosa, infatti, rispetto ai grandi partiti socialdemocratici europei, per esempio al Labour britannico o alla Spd tedesca. Partiti dove forte si è mantenuto, anche negli usi e nei rituali, un tradizionale sostrato culturale e antropologico schiettamente popolaresco, e perfino plebeo, espresso adeguatamente fino a tempi recenti da figure di capi tratti per l’appunto dai ceti popolari e dai suoi mestieri, con i gusti e i modelli espressivi relativi. Nel Pci no. Nel Pci Palmiro Togliatti tradusse l’antica diffidenza leninista per la spontaneità delle classi subalterne e insieme la lezione egemonica gramsciana in una direzione opposta: cercare di fare largo spazio nel partito, e specie tra i massimi dirigenti, a persone di buona cultura, ancor meglio se di buona famiglia, sostanzialmente a intellettuali borghesi. Al Migliore non sarebbe mai venuto in mente, tanto per dire, che un capocellula di Mirafiori contasse quanto un professore della Normale» [Corsera, 3 maggio 2008, primapagina e p. 36].
(17) Quando si tolgono spazi di posteggio libero invece di aumentarli; e invece di aggiustare le buche delle strade, si fanno teatri, alla fine la gente ne capisce il perché clientelare, mirante solo a favorire una certa classe intellettuale di attori, registi, ecc.
(18) Il computo esatto non è ricostruibile, perché i flussi sono complessi: non tutto ciò che è entrato al PD viene dall’estrema, e non tutto ciò che è uscito da essa è andato al PD (per es. qualcosa è andato anche alla Lega, e sicuramente di più in astensione). Però la tendenza è innegabile.
(19) Di fatto potrebbe anche succedere che un embrione non venga impiantato perché il nascituro sarebbe maschio (ovvero femmina: discriminazione che già avviene soprattutto in Oriente), o perché avrebbe gli occhi neri e non verdi. Se l’ultima decisione è della donna, o della coppia, tutto può succedere: e se non oggi, domani. Ma anche fosse che si impedisse l’impianto perché il nascituro sarebbe albino, o precocemente calvo, la mostruosità resta evidente (in Francia non nascono praticamente più bambini down: sono previamente abortiti). Ossia: cambia l’idea di cosa sia mettere al mondo un figlio. Non lo si riceve più da Dio: lo si prende al supermarket, sicché uno lo vuole femmina, bionda con gli occhi azzurri; un’altra maschio coi capelli neri, e così via. È l’idea vincente del fai da te (e infatti la legge 40 era prevista per le coppie sterili, ma la Turco ne ha esteso l’applicazione anche alle fertili, aprendo un varco formidabile). Curioso: proprio i laicisti sostenitori della saggezza della Natura e della selezione naturale, adesso non si fidano più: vogliono i figli a misura della loro ragione. Il loro criterio – sono convinti – è infatti migliore. Ci sarebbe allora da capire dov’è la differenza di principio col razzismo (vedi anche Avvenire, 06-05-2008, p. 2).
(20) Secondo il quotidiano, il Ministro si sarebbe apprestata a intervenire su «quella importantissima legge 40 […] che ha posto fine all’era di “provetta selvaggia, che lei — Livia Turco — aveva apertamente avversato ripromettendosi di riscriverla, ma che poi — a Governo ancora nei suoi pieni poteri — non aveva potuto permettersi di manomettere o di aggirare. Sì sarebbe impegnata a farlo adesso: fuori tempo massimo, E fuori da ogni regola, sia sul piano della responsabilità politica sia su quello, delicatissimo, della deontologia ministeriale. Ma c’è di più. Risulterebbe, infatti, che il testo delle linee guida sarebbe stato firmato già da qualche giorno; e non in un momento qualsiasi, ma l’11 aprile scorso, data di chiusura della campagna elettorale per il nuovo Parlamento e il nuovo Governo. Mentre la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale sarebbe stata disposta per le prossime ore, evidentemente all’indomani dell’esaurimento del secondo turno di ballottaggio a Roma e nelle altre realtà amministrative locali. Voci assai dettagliate, come si vede. E circostanze che parlano da sole. Anzi gridano». [Avvenire, 30-04-2008, p. 2]. Accuse pesantissime: a) la Turco avrebbe approfittato della congiuntura favorevole per eludere lo stop che in circostanze normali Prodi e i cattolici al Governo le avrebbero dato; b) tale elusione è fedeltà politica a un disegno previo, che non è del PD, ma della sua ala gramsciano-laicista; c) e il tutto senza quella trasparenza verso l’elettorato che sarebbe doverosa per chiunque si candidi alla gestione della res publica; d) meno male che la Turco si dichiara «cattolica».
(2 ) Riemerge così l’irrisolta questione platonica. Infatti compito della filosofia non è solo definire l’ideale, ma anche una metrica che consenta di valutare se a esso ci si stia avvicinando o allontanando. Avendo trascurato/fallito questo punto teoretico fondamentale, tutta la politica «idealista» scade a presunzione velleitaria, (e a paravento di ambizioni personali o peggio) almeno sinché non si faccia la strada a ritroso fino a risolvere quel nodo tutt’ora aperto. Da questo punto di vista il leghismo e il tremontismo sono intellettualmente più onesti: imbastendo offerte politiche di medio termine, non presumono palingenesi tanto belle quanto impossibili (ossia rispetto all’attrezzatura intellettuale disponibile, che è però lo strumento di controllabilità dei processi).
(22) In prospettiva di fede la cosa è chiara, perché dire escatologia e dire unum è la stessa cosa. Ma unum vale superamento delle disuguaglianze nella trascendenza comunionale. L’escatologia supera però l’orizzonte religioso, perché tocca corde intime del cuore umano. Siamo esseri sociali, e benché in modo indistinto, avvertiamo sempre con chiarezza le patologie macroscopiche che affliggono le relazioni umane. Abbiamo dunque un’idea implicita di socialità normale, fisiologica; realizzata la quale il cammino storico sarebbe qualitativamente concluso. Da qui il fascino di chi si aggancia a tali aspettative, facendosene paladino. Ma da qui anche l’importanza di un vaglio critico attento, che discerna la credibilità di tali «profeti».
(23) Il cristianesimo non ha mai «imposto» la comunione dei beni, riconoscendo sempre, però, il valore che essa ha come riscontro del costituirsi di una nuova famiglia, non più fondata sui legami di sangue, ma sullo Spirito Santo.
(24) Vi è cioè una borghesia «di sinistra» che è tale – se non per interesse – certo per un inconscio bisogno di legittimazione, senza convertirsi. Cioè, gattopardescamente, perché tutto resti così com’è. Tutto sommato è più comodo e semplice essere «di sinistra» che cristiani veramente maturi. Ma proprio una tale contaminazione sociologica ha accelerato l’involuzione dell’utopia socialista (vedi nota 16).
(25) vedi Liberazione, 06-05-08, p. 3, intervista a Papalia (ossia al Magistrato che a suo tempo inquisì camicie verdi e Lega. Non è dunque sospettabile di minimizzare per coprire il leghismo locale). In effetti gli aggrediti erano veronesi, la circostanza sono stati futili motivi, l’aggregazione non era organizzata ma spontanea, manca qualsiasi nesso ideologico con l’azione violenta, ecc. Tra l’altro fra i cinque aggressori uno «studia al liceo classico, un altro lavora come metalmeccanico», [Avvenire, 06-05-2008, primapagina]: uno è un proletario, e un altro sottoproletario…
(26) Lo sostiene anche Bifo, che valuta la prossima generazione «Affettivamente incapace di fare comunità, culturalmente priva di difese critiche, tagliata fuori da ogni memoria storica» [Liberazione, 04-05-08, p. 19]. Quello che Bifo fa più fatica ad ammettere è la responsabilità storica della cultura di sinistra e la correlazione tra lo sfascio generazionale e la dissoluzione dell’etica cattolico-borghese. Intendiamoci: anche la pastorale cattolica ha le sue responsabilità. Solo che si è gettato troppo.
(27) Il fenomeno stesso dei naziskin solo strumentalmente (vedi per es. La Stampa del 06-05-08, p. 3) può essere sopravvalutato. Basti dire che non c’è un leader riconosciuto e ad alta visibilità, non un progetto politico chiaramente identificabile, non articolazioni nella società civile, non aspirazioni a responsabilità nella res publica, e meno che mai impunità politica. BEN ALTRO FURONO FASCISMO E NAZISMO.
(28) E anche un certo giornalismo non più disposto a seguire la sinistra nei suoi deliri (vedi per es. l’Editoriale di Stefano Folli su Il Sole 24 Ore di martedì 6 maggio 2008).
(29) Ma anche qui sovente si montano come tali anche crimini esecrabili, che però di fatto non hanno una tale valenza ideologica.
(30) Emblematico il caso dei «black-bloc», dove si argomenta che il black-bloc non è un movimento politico, ma solo una tattica, non un’organizzazione eversiva, ma un rituale di ribellione spontanea, occasionale. E c’è del vero. Eppure pensiamo al G8 di Genova: si sapeva da mesi ciò che sarebbe successo. La differenza rispetto all’episodio di Verona – stigmatizzati esecrabili eccessi delle Forze dell’ordine – è innegabile sotto il profilo del significato politico e premeditato delle violenze «spontanee». Eppure di Giuliani si è fatto un martire, eroizzando l’intera operazione noglobal, quando da eroizzare vi era ben poco; mentre a Verona si demonizza a caratteri di scatola, ecc. Cioè in un caso si cercano solo gli elementi attenuanti, nell’altro solo quelli aggravanti. Eppure le stesse opportunità argomentative esistono nei due casi e, se mai si voglia considerare la cosa sotto il profilo dell’impunità politica, è indubbio che la Magistratura eventualmente non propende certo nell’essere leggera con la criminalità di destra.
(31) E infatti «Veltroni ha parlato di aggressione neofascista maturata in un clima d`intolleranza e odio verso i più deboli» [La Stampa, 6 maggio 2008, rassegna stampa Presidenza Consiglio dei Ministri]. Da questa posizione veteromarxista ha preso sobriamente le distanze Calearo, neoeletto PD, affermando: «A Vicenza i problemi vengono semmai da frange d’estrema sinistra contigue, o almeno così sembra, a quelli del “No dal Molin”» (ibidem). Calearo è un industriale di buon senso, oggettivo e poco pratico dei meccanismi della propaganda. Bisogna vedere se sarà il domani del PD, o se sarà solo un fiore all’occhiello, appassito ancor prima della legislatura.
(32) A furia di soffiare sul fuoco, poi l’incendio divampa. Marcello Ruffo conoscente di due degli aggressori, dichiara: «Vent’anni, bravissimi ragazzi, troppa rabbia dentro. Una volta mi hanno detto: “Se il mondo ci odia, noi odiamo il mondo”» [La Stampa, 06-05-08, p. 3]. La facile ironia distoglierebbe l’attenzione dal focus, ossia dalla testimonianza del vissuto di quei giovani. A furia di criminalizzare si rende criminale anche chi non lo è. Ossia: solo una formazione morale di eccellenza (che davvero non si acquisisce né allo stadio, né in discoteca) può reggere con equilibrio una criminalizzazione sistematica. Nell’usare i media si ha dunque una responsabilità gravissima, e la società deve cominciare a porsi il problema di come addomesticare campagne di stampa troppo spesso realmente selvagge.
(33) http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/200805articoli/32569girata.asp.
(34) vedi C. BONINI-F. MISIANI, La toga rossa, Tropea Editore, Milano 1998. Il 2 ottobre 2007 Il Messaggero lanciava in primapagina la notizia di una zingara fermata 122 volte per borseggi, furti in abitazione, ecc.; varie volte condannata per un totale di oltre 20 anni di pena; e che di galera non ha fatto neppure un giorno, per la benevolenza dei giudici. Poi la gente si stufa, e succede ciò che si è visto a Roma, dove in un’aggressione a un campo nomadi è andata bene che non ci sia scappato il morto. Ma, prima, vi è una responsabilità da parte delle Istituzioni. Se l’illegalità dei rom è protetta, è inevitabile che poi qualche iniziativa popolana esageri, anche senza molotov. Se l’episodio fosse successo a Milano, si sarebbe scatenata la caccia al leghista razzista. Essendo accaduto a Roma, ci si è limitati a mettere in carcere un pregiudicato e forse a fare una ramanzina agli altri. Ma il nodo di fondo è che l’analisi marxista dello Stato borghese è sbagliata, perché una Magistratura buonista, e che chiuda sistematicamente un occhio sui reati proletari, alla fine mina gravemente le stesse condizioni di possibilità della convivenza civile. Odioso poi che, quando lo svaligiato fu il sindaco di Roma, tre giorni dopo la refurtiva fu subito trovata in un campo rom, mentre se il furto è a casa di un nip, neppure si rilevino le impronte digitali. Ciò che sembra alludere a una complicità di fatto, all’esistenza di aree franche che ci si impegna a non violare, al riconoscimento del privilegio.
(35) Liberazione, 04-05-08, primapagina.
(36) «In molti paesi europei la religione islamica è la prima religione professata nel paese. E un elemento di rottura rispetto al passato. Chi l’ha capito è la Chiesa, con Ratzinger che ha sottolineato l’importanza della riscoperta della nostra identità» [il Riformista, 06-05-2008, p. 6]. Il tema dell’identità è importantissimo, perché se il soggetto che accoglie è privo di identità, la sua non è accoglienza libera, ma dovere. E così salta la condizione di possibilità del rispetto reciproco, ossia di una vera pace e integrazione. Ma, secondo la cultura di sinistra, sul piano teoretico l’unica identità possibile è quella proletaria. In pratica ciò dissolve le identità culturali storiche, e mette nelle condizioni peggiori rispetto ai fenomeni di immigrazione massiva. La radice dell’insicurezza è qui.
(37) Sugli sprechi pubblici la letteratura abbonda, e sarebbe riduttivo farne una sintesi. Accenno solo al reticolo dei nostri aeroporti, non di rado mere occasioni di nomine di Presidenti e Direttori generali, talvolta con organici senza voli, o con voli ottenuti pagando Ryan air, ecc.
(38) Sinistra ottusa non significa «sinistra estrema». Bifo chiude il citato articolo domandandosi se le problematiche attuali siano affrontabili «con gli strumenti della democrazia rappresentativa» o con altri; e risponde onestamente: «Per il momento non mi pare» [Liberazione, 04-05-08, p. 19], cioè non vede soluzioni di sorta, proprio quando gli è chiaro che siamo a una discontinuità storica, forse addirittura apocalittica (ivi, primapagina). Con chi – come lui – non abbia risposte precostituite, si può dialogare, almeno tanto in quanto. E l’ottusità è dappertutto, anche se tende a concentrarsi maggiormente ove si trovino sicurezze improprie nei rifugi ideologici.
(39) È difficile immaginare che sul divorzio si possa tornare indietro. Ed è vero che la piaga dei matrimoni sbagliati c’è, e qualcosa occorrerebbe fare, anche sul piano della prevenzione. Perciò una politica complessivamente più filofamiliare andrebbe messa in cantiere. La moral suasion potrebbe ottenere moltissimo sul piano sociale, anche senza intervenire in modo drastico sulle leggi. E lo stesso discorso vale per l’aborto. Per es. basterebbe cominciare a rappresentare mediaticamente la famiglia monogamica nei suoi valori, e quella non monogamica nei danni psicologici subiti dai figli (negli USA già esistono studi sociologici che attestano il problema), ecc.
(40) Questa asserzione si potrebbe argomentare ampiamente, considerando l’egemonia storica della sinistra in campo culturale e mediatico, soprattutto dalla fine della RAI prima maniera, dalla svolta politica del Corriere e dall’avvento del craxismo. Del resto, se negli anni ‘50 il corpo docente era un serbatoio di voti DC, oggi – per ammissione di Lucia Annunziata – è un fortino della sinistra. Ciò che si vede particolarmente in alcune aree universitarie, perfettamente presidiate, così come la grande editoria, dove la stampa cattolica, se ha voluto vivere, ha dovuto inventarsi un’intera rete di edizione-distribuzione alternativa. Nell’Inghilterra anglicana non è così, né in molti altri Paesi. Dunque in Italia vi fu un disegno ad excludendum che tutt’oggi è tangibile in alcuni effetti inerziali, e il cui esito fu appunto la scristianizzazione.
(41) Perché non si fanno altrettali catechesi anti-islamiche o antiebraiche? Ma veniamo alla questione dei protocolli. «Il presidente della Rai Claudio Petruccioli, espressione del centrosinistra, ha duramente criticato» Santoro «parlando di un “danno incalcolabile” per il servizio pubblico. “Santoro ha di nuovo messo il servizio pubblico a disposizione di Beppe Grillo che ha rivolto insulti inconcepibili e privi di qualunque giustificazione al presidente della Repubblica, oltreché a una personalità universalmente stimata come il Professor Umberto Veronesi” ha spiegato Petruccioli in una nota diffusa ieri. Secondo il presidente di viale Mazzini “il danno, l’umiliazione e la vergogna che vengono alla Rai da questi episodi, sono incalcolabili. A nessuno è consentito confondere la libertà del giornalista e la responsabilità del conduttore con l’appalto, di fatto, della tv pubblica a terzi che ne fanno un uso arbitrario e indecente”. […] La Commissione di Vigilanza Rai […] condivide la preoccupazione dell’azienda e parla di “linciaggio mediatico” per la risonanza data agli insulti a Umberto Veronesi (definito una “Spa” e ribattezzato “cancronesi”) e al capo dello Stato Giorgio Napoletano. Concordano su questa linea anche due esponenti di opposti schieramenti come il presidente della Commissione Mario Landolfi (Pdl) e il vicepresidente Giorgio Merlo (Pd)» [03-05-08, http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=258803]. Benissimo stracciarsi le vesti bipartisan. Ma quando Giovanni Paolo II fu definito «papocchio» da un comico, non era insulto a un Capo di Stato e vilipendio della religione? Eppure tutti a osannare il comico. Attaccare Veronesi senza dargli possibilità di replica è scorretto. Benissimo. E intervistare Odifreddi per mezz’ora, senza dare a un credente la possibilità di replica, questo invece va bene? Se si pensa che per depotenziare il valore religioso delle trasmissioni radiofoniche sui pellegrinaggi medioevali, ci troviamo anche lì Odifreddi in salsa speciale, è detto tutto.
(42) Che sia proprio a metà, dopo quanto detto si potrebbe forse eccepire. Però che il bicchiere si sia cominciato a svuotare di tossiche pregiudiziali ideologiche, sarebbe ingeneroso non concederlo. È dunque un processo che tutti i cattolici devono incentivare ulteriormente, anche con una critica pubblica, attenta e costruttiva.
(43) «… guardiamo alla sostanza: il Governo Berlusconi del 2008 per i salariati sarà migliore del Governo Prodi»: questa frase non è di Tremonti, ma di Bifo; non è pubblicata su Libero, ma su Liberazione (04-05-08, primapagina). Solo astio antiprodiano? No, è piuttosto un segno di risveglio dal sonno ideologico. Tanto è vero che Panorama del 24 febbraio 2005 riporta un’indagine secondo cui la politica fiscale del centrosinistra fu meno favorevole alle classi deboli e più a quelle privilegiate di quanto non sia stata la successiva politica fiscale di centrodestra. Ma, si dirà, Panorama è la «voce del padrone». Purtroppo, però, quel servizio, basandosi tra l’altro su fonti diverse, confermava lo studio autorevole del CERTI – Centro di Ricerche Tributarie dell’Impresa dell’Università Bocconi di Milano – e illustrato dal suo vicepresidente prof. Giuseppe Marino sulle colonne di Italia Oggi (vedi ivi 03-02-05, p. 4 e Il Tempo, 03-02-05), che pure mostra come la politica della CDL fosse stata più favorevole alle esigenze dei ceti popolari e quella dell’Ulivo alle classi più elevate. E allora, come sostiene Bifo, occorre svestirsi dei pregiudizi ideologici e delle antipatie personali e rivestirsi di un salutare pragmatismo. Se no si è dinosauri in estinzione.
(44) Sull’argomento la materia sarebbe ingente. Cito solo un dato. In teoria il decreto Bersani avrebbe dovuto garantire la portabilità gratuita dei mutui, ma secondo Adusbef e Federconsumatori sono ben 3,2 milioni le famiglie frodate dalle banche (vedi 24minuti, 06-05-08, p. 11). 3.200.000 famiglie sono troppe. Cioè il sistema ha disapplicato la norma presumendo di non pagar dazio. E dunque vi è una responsabilità politica in chi non abbia provveduto a quei doverosi controlli e denunce che avrebbero disincentivato il fenomeno. Se la Guardia di Finanza si occupa delle banche (o delle assicurazioni) solo quando per così dire i cavalli sono già usciti dal recinto (vedi Parmalat, ecc.), dà un segnale politico ai contribuenti quanto mai fastidioso.
(45) Il Congresso non deve necessariamente essere un atto politico-formale. Anzi, è certamente utile un momento previo di dibattito culturale, dove si sviscerino alcune questioni di fondo, gettando le basi del successivo percorso più propriamente partitico.