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Il Covile - N.o 452 (29.5.2008) Convegno di Firenze 2 - Leonardo Tirabassi e don Silvano Seghi

Questo numero


Vale la pena continuare con materiali del convegno fiorentino, la cui intera registrazione è già disponibile in rete a http://www.radioradicale.it. Apriamo coll’intervento di Leonardo Tirabassi, indispensabile Presidente del Circolo dei Liberi. Segue la comunicazione-ricordo preparata da don Silvano Seghi sugli ultimi anni di La Pira. Poi don Silvano al convegno non è potuto venire, perciò Massimo Marchi ne ha presentato una versione elaborata in terza persona; è quella che sarà pubblicata negli atti, ma noi, in esclusiva, abbiamo il testo originale.
 

L’intervento introduttivo di Leonardo Tirabassi


Quando alla sua nascita – un anno e mezzo fa – il Circolo dei Liberi si pose l’obiettivo di tenere delle giornate di studio sul cattolicesimo fiorentino, non immaginavamo certo di riuscire a coinvolgere così tante personalità – come sapete, più tardi ci raggiungerà il Ministro ai Beni Culturali onorevole Bondi – studiosi e testimoni. Non posso altro che ringraziare la Fondazione Magna Carta, il suo presidente il senatore Quagliarello, per la fiducia e la collaborazione. Dopo un periodo di rodaggio, con questo evento, il Circolo dei Liberi apre un nuovo fronte di iniziative più ambiziose volte a confrontarsi con temi o angolature, speriamo originali, non riconducibili a facili schemi ideologici.
Per i paradossi della storia che in modo più brutale di tanti discorsi svelano la realtà, il nostro confronto avviene quando, per la prima volta nella vita repubblicana, nessun partito cattolico è presente alla guida del paese, assenza tanto più significativa perché avviene dopo la caduta di un governo con a capo il “cattolico adulto” Prodi con il suo progetto, ormai senza senso storico, di legittimare, ma sotto la propria tutela, quello che una volta erano i comunisti.
Tornando a noi, il motivo del convegno è tutto spiegato nel suo titolo: La Pira, Don Milani, Padre Balducci”. Il laboratorio Firenze nelle scelte pubbliche dei cattolici dal fascismo a fine Novecento. Vi sono qui una serie di elementi che si intrecciano: Firenze, tre nomi significativi del cattolicesimo, un lungo e complesso periodo storico. In politica, esso appare fortemente segnato dalla guerra fredda, dalla lotta per l’affermazione della democrazia contro i due totalitarismi, scontro che ha dato la cifra al Ventesimo secolo; dal passaggio dal sessantotto al terrorismo, dalla fine della prima repubblica attraverso il golpe mediatico giudiziario, dalla comparsa di nuovi partiti, dal Partito della Libertà del premier Silvio Berlusconi alle trasformazioni del PCI.
In economia, ecco la ricostruzione, il boom degli anni Sessanta, l’avvento della globalizzazione e delle nuove tecnologie. Un’epoca contraddistinta anche da grandissime trasformazioni sociali quali l’avvento della società dei consumi, l’emancipazione femminile, la rivoluzione sessuale, l’approvazione delle leggi sul divorzio e sull’aborto.
Mi rendo conto della complessità del quadro delineato per sommi capi, ma il panorama appare ancor più ampio considerando che vogliamo capire posizioni che si misurano con la storia sociale e politica a partire dal mondo della Chiesa cattolica, anch’essa attraversata da profonde trasformazioni, basti solo pensare al Concilio. Sarà chiaro allora che confronto politico, posizioni e sfumature teologiche, esperienze e storie personali, momenti storici diversi, formazioni teoriche le più disparate formeranno un magma dove la pretesa di riduzione ad unità e coerenza – anche nella biografia intellettuale degli stessi protagonisti - non potrà altro che risultare impossibile e senza senso.
Eppure, eppure vorremmo lo stesso provare a capire se si può disegnare non un sillogismo, ma ricercare una serie di linee unitarie, fili rossi che conducono al simile se non all’uguale. Ecco, quello che vorremmo riuscire a capire sono le continuità e le linee di rottura, non di un pensiero unico cattolico, perché non vi è stato – il confronto tra posizioni diverse, tra tradizione e innovazione si potrebbe dire, è la cifra caratteristica della Chiesa cattolica. Quello che vorremmo cercare di capire sono le differenze, ma anche i punti in comune tra personaggi così diversi e tra questi e i loro eredi attraverso per lo meno tre grandi periodi: la nascita della Repubblica, l’avvento del Centro sinistra e la sua crisi, il periodo dopo il crollo del muro di Berlino con la fine del comunismo e la nascita della cosiddetta seconda repubblica. Saldature che, come si sa, possono avvenire anche al di là delle singole volontà dei protagonisti. Se proprio si vuole utilizzare uno schema di riferimento, possiamo anche dire che il nostro convegno vorrebbe ricostruire come il cattolicesimo fiorentino nelle sue articolazioni dell’ “impegno” in politica e nel sociale sia riuscito a fare i conti con la modernità con i processi di secolarizzazione avvenuti negli ultimi cinquanta anni.
Come sapete, Firenze è stata – il passato purtroppo è d’obbligo – al centro della riflessione culturale italiana per più di mezzo secolo; i suoi circoli intellettuali hanno apportato linfa vitale al dibattito nazionale e così è stato anche per l’impegno civile nel secondo dopo guerra. Qui, nella nostra città, venne tenuto a battesimo il centro sinistra, apertura politica possibile solo se si considera il lungo lavoro di preparazione culturale e delle stesse sensibilità individuali. Il “laboratorio Firenze” potè esservi, perché allora avvenne una sorta di miracolo: l’unione di impegno personale e concezione della politica come perseguimento del bene pubblico che si sposarono con una profonda riflessione sui fondamenti della vita associata dando luogo a proposte per la soluzione dei nuovi problemi e sfide posti alla società da profonde trasformazioni.
Non è stato un periodo esente da errori; non voglio ora certo inquinare con una retorica sdolcinata, impregnata di nostalgia, periodi ed avvenimenti su cui invece si vuole esercitare e applicare tutto lo spirito critico di cui si dispone e a cui questo convegno vuole provare a dare una prima risposta. Ma ci sbaglieremmo se non riuscissimo a cogliere la novità dello spirito, dell’afflato, della spinta morale di quegli uomini – penso in modo particolare a La Pira - che riuscirono a continuare quella alta tradizione fiorentina di cui si diceva. In primo luogo, la scoperta dell’impegno politico come modo di essere vicino all’altro, un’idea di solidarietà concreta, basata sul personalismo, che a sua volta si fondava su di una concezione comunitaria antitetica al totalitarismo, a quello stato etico di stampo hegeliano ripreso poi dal fascismo attraverso Gentile. Esigenza assolutamente attuale nel suo porsi che non a caso ritroviamo anche in filosofi quali McIntyre o Scruton con la riproposizione della collettività come entità che condivide valori, storia e tradizione. Comprensione del funzionamento della società concreta che vive attraverso la piena realizzazione di quei corpi intermedi prestatali – dalla famiglia alle associazioni, compresa la stessa idea di “nazione” intesa come comunità di persone che agiscono su di uno stesso territorio. Enti intermedi per mezzo delle quali si costruisce la solidarietà e la fiducia concrete che la politica deve favorire sapendole coniugare con un pragmatismo scevro da ideologie volto a risolvere casi specifici. In La Pira, i principi ispiratori dell’azione vanno ricercati nelle stelle polari della pace, dello sviluppo economico e sociale, nella lotta contro la disoccupazione e la povertà. In lui non sono solo categorie morali: la sua politica è tutta basata su di una teoria della società saldamente ancorata su una poderosa cultura giuridica; una politica che agisce su di una società che le azioni degli uomini possono trasformare, riformare, cambiare. Vi è insomma un ottimismo della fede, nonostante le angosce dell’epoca, si veda la minaccia della bomba atomica, tema caro al mondo cattolico da non sottovalutare nella sua funzione di cavallo di Troia per l’ingresso della propaganda del PCI. L’impoliticità è la forza di La Pira che si unisce alla certezza dell’insegnamento ecclesiastico: in lui non vi è nessun dubbio riguardo all’autorità del magistero. È con questa guida che affronterà il tema del divorzio, delle sfide che la modernità pone alla concezione antropologica cristiana e non solo. Semmai la debolezza di La Pira risiede in una sottovalutazione dell’opera delle forze collettive, dell’organizzazione per così dire del “male” a livello sociale; nella sopravvalutazione del potere salvifico e redentore del gesto di buona volontà. Penso alla fiducia nella parola nel caso dei dialoghi internazionali che videro il compiersi di notevoli scivoloni politici, ben sfruttati, come nel caso dell’atomica, dalla propaganda totalitaria. In lui però mai posizioni di simpatia terzomondiste si risolsero in posizioni antidemocratiche, illiberali frutto dell’ odio di sé comune a tanto antioccidentalismo: anzi rivendicò, per esempio, sempre una vicinanza allo Stato di Israele. Ma mi riferisco, parlando di debolezze, anche al caso in cui si trattò di uscire dalla risoluzione della situazione contingente, che poteva per necessità anche richiedere interventi straordinari all’insegna del più assoluto pragmatismo, azioni però destinate a diventare qualche cosa d’altro quando poi si trasforma in routine. Penso al caso del Pignone. Vero è che per la cultura economica dell’epoca, Keynes era un pensatore rivoluzionario liberal socialista, inviso al PCI assieme a tutta la sociologia americana. Il messianesimo di La Pira, – non a caso l’unico dei tre protagonisti impegnato in compiti di governo della collettività – il suo visionarismo profetico, per produrre politica aveva insomma bisogno di tre pilastri: la dottrina della Chiesa, la mente politica di Fanfani, l’operatività di Mattei.
 
Ben diverso il caso di Don Milani. Lettera ad una professoressa è stato il libro di una generazione, il simbolo della contestazione. Quando l’ho letto nell’ottobre del 1968, avevo 14 anni, ero scout dell’Agesci, cattolico praticante. Ho un ricordo così preciso della data perché, sulla prima pagina bianca di copertina, ricopiai a matita, con calligrafia adolescenziale, una poesia in spagnolo, forse di Eduardo Santos, scritta in onore degli studenti messicani, uccisi a centinaia durante una manifestazione in piazza delle Tre Culture a Città del Messico. Poesia che ripresi da Sette Giorni, il settimanale fondato da Donat Cattin. In mezzo ad un turbine di discorsi, tipico dei giovani convinti del rapporto indiscutibile tra parola e realtà e perciò della immediatezza della verità, le parole d’ordine che ricorrevano di più erano «impegno nella società» a favore degli esclusi, dei poveri, la lotta antiautoritaria contro ogni forma di potere visto come reazionario, insensibile, gretto, violento – L’obbedienza non è più una virtù così recitava il titolo dello scritto contro i cappellani militari – e contro il consumismo capitalista. I fatti, dal Maggio francese al Black Power alla rivolta dei campesinos, pur lontani tra loro migliaia di chilometri fisici, storici e logici, parevano stare lì davanti a tutti a dimostrare la verità delle nostre tesi.
Questa lunga premessa per dire che Lettera ad una professoressa ha occupato il posto di Bildungsroman per una intera generazione e così lo aveva inteso anche lo stesso Don Milani, che infatti aveva previsto, con fiuto dei tempi notevole, che la sua «Lettera» sarebbe andata a ruba. Ma la mia non è una testimonianza isolata. Quest’inverno, mi è capitato di leggere un bel libro su quegli anni, La banda Bellini di Marco Philopat, che è la storia non retorica, né nostalgica, piuttosto veritiera sul servizio d’ordine, vicino a LC, di Casoretto a Milano che in quegli anni, per chi frequentava quel mondo, era un mito. Il protagonista ad un certo punto afferma: «In Calvairate (la biblioteca di quartiere, ndr) il libro di Don Milani Lettera ad una professoressa è stato ripetutamente letto e commentato... In tutti gli interventi emerge la contestazione di ogni principio di autorità».
Se ho raccontato questo piccolo fatto biografico, non è solo per descrivere lo spirito dei tempi o per offrire uno spezzone di storia vissuta, perché il ricordo sarebbe incompleto. Manca infatti ancora qualche elemento per capire cosa, oltre l’antiautoritarismo e l’impegno a fianco dei poveri, rendesse quel libro chiave di lettura del mondo, almeno per un quattordicenne come me. Non ho voluto rileggerlo, vado a memoria e anche qui mi soccorre un evento preciso: una discussione in classe sulla democrazia, in prima liceo scientifico durante un’agitazione. Ecco, in quell’occasione mi venne in mente una frase del parroco di Barbiana: «Non c’è cosa più ingiusta che fare parti uguali fra diseguali». Per me suonò come il de profundis per la democrazia borghese e argomento decisivo a favore dello stato proletario dove la democrazia sostanziale avrebbe sostituito quella formale.
Altro punto centrale era rappresentato dalla critica al Pci perché partito imborghesito, non più a fianco dei diseredati. Don Milani aveva compiuto la quadratura del cerchio attaccando da sinistra il Pci e facendoci sentire moralmente superiori agli eredi di Togliatti. Tra l’anticapitalismo, il pauperismo, l’ugualitarismo assoluto, il rifiuto della modernità del sacerdote fiorentino e una visione comunista rivoluzionaria non c’era contraddizione. E così il passaggio dall’impegno, cattolicamente inteso, alla militanza comunista, dalla fede all’estremismo non più parolaio, e finalmente coerente, poté avvenire in modo naturale. Ancora oggi sento qualcuno affermare che questa conclusione non era certo quello che il prete fiorentino voleva, ma come si sa il significato delle opere trascende la volontà dell’autore, in letteratura come in politica. Insisto. Fate un esperimento mentale. Prendete l’odio di classe, l’arrogarsi di decidere cosa è bene e cosa e male per il popolo, l’idea che metà delle sue attività sono corrotte e stupide – dal gioco del calcio, al ballo alla moda – provate a portare il “laboratorio Barbiana” a livello nazionale e poi date un nome a tutto ciò e dite che cosa vi viene in mente. Non oso pensarlo. Il risultato reale è stato per fortuna molto meno violento, ma non meno devastante per quell’eterogeneità dei fini sconosciuta troppo spesso agli uomini di buona volontà.
Mi avvio a concludere. Non mi soffermo su padre Balducci, perché è forse il pensatore che più di tutti, specialmente nell’ultima parte della sua vita, esprime un progetto politico esplicito che conduce ad un rapporto organico, non con la sinistra e il marxismo in generale, ma con il PCI e quindi il giudizio extra teologico – campo in cui non mi avventuro – risulta facilitato.
Chiudendo questo intervento forse troppo lungo, credo sia il caso di affermare la necessità da parte di un pensiero post ideologico popolare e realista di riprendere le spinte migliori di quella esperienza.
Quello di cui oggi abbiamo bisogno è una concezione della politica al servizio degli altri, una visione della città, di Firenze, come comunità con storia, tradizioni e futuro propri, simbolo unitario della cultura universale; una Firenze non solo semplice coacervo e sommatoria di interessi da tenere uniti senza nessuna immagine del futuro. Abbiamo bisogno insomma di una visione di Firenze votata ad una dimensione internazionale e aperta ad orizzonti di pace.
 
Leonardo Tirabassi
 

La Pira – Comunione e Liberazione: storia di una amicizia (di Don Silvano Seghi)


La mia non può che essere una testimonianza a riguardo di un incontro e di un rapporto come quello avvenuto con La Pira, che si sono svolti e sviluppati nel breve corso di un quinquennio dal 1972 – anno del nostro inizio a Firenze al 1977 – anno della morte di La Pira.
Questi sono appunti di memoria che si ravvivano e rifioriscono per l’eccezionale corrispondenza e per il segno lasciato da tale incontro nel cuore delle persone che con me si avviavano in una avventura nuova, inedita, non prevista in un contesto che al momento si presentava tutt’altro che favorevole.
Ricordare La Pira è come richiamare un inizio pieno di entusiasmo o di “baldanza ingenua” come lo diceva don Giussani, che ci spingeva a comunicare a tutti la fede in Cristo come la verità della vita.
L’incontro con La Pira fu per noi una sorpresa totale, una grazia immeritata, come di chi si sente aspettato da tempo e accolto vedeva uno che gli indicava la strada. Questo accadeva nei primi anni ‘70. La proposta di D. Giussani e del movimento di C. L, arrivò a Firenze per la presenza di alcuni universitari fuori sede che erano qui venuti a proseguire gli studi nelle diverse facoltà (architettura, lettere, medicina.. ). Questi avevano già incontrato il movimento nelle loro città di origine (S. Sepolcro, Rimini, Forlì …) ; l’esperienza vissuta precedentemente suggeriva loro in questa mutata circostanza una forma di vita conveniente per la necessità e corrispondente per l’ideale: la comunione vissuta insieme in una stessa casa; gli appartamenti da due che erano all’inizio nel rione di S. Frediano andarono via via moltiplicandosi ed estendendosi in tutta la città.
Un’altra presenza si era nel frattempo costituita a Firenze, quella di “gioventù studentesca” fatta da studenti delle scuole superiori, tutti fiorentini, che insieme a me e ad altri educatori cominciarono a verificare il richiamo di don Giussani e a proporre la fede soprattutto nell’ambiente della scuola dove l’ideologia marxista, nella quale il movimento del ‘68 era ormai naufragato, aveva bruciato, inaridito ogni altra possibile presenza che non fosse quella della contestazione e della lotta fino alla violenza. La tradizione cristiana nei suoi contenuti e nei suoi valori esistenziali e culturali era completamente in ritirata, non aveva alcuna possibilità di sussistere e di proporsi non solo perchè attaccata e impedita, ma anche per la debolezza di proposta; la formazione data dalle parrocchie e dalle associazioni cattoliche non riusciva a generare una “presenza persuasiva e originale” capace di affrontare l’ambiente e a sfidarne la mentalità culturale e politica.
Nell’ambiente scolastico e universitario erano rimaste solo due possibilità o l’allineamento ideologico e l’occupazione di tutto lo spazio in forza di un potere violento sia verbale che fisico, o l’abbandono del campo e quindi la resa. Sembrava che non ci fosse spazio per la testimonianza cristiana se non quella del silenzio; era facile trovare allora cattolici impegnati e intellettuali che questo silenzio sostenevano e teorizzavano. Fu clamoroso l’intervento di La Pira in aula 8 della facoltà di Lettere, quando con noi ed altri amici incontrati “cattolici popolari”, partecipò a una assemblea pubblica alla vigilia delle elezioni universitarie nella primavera del ‘76. “E Dio tornò in aula 8” fu il titolo di stampa di Paese Sera riportando l’avvenimento. Erano con noi e condividevano tali iniziative anche giovani dell’esperienza di Pino Arpioni, figli diretti di Giorgio La Pira.
Prima di questo episodio che fu un po’ conclusivo del nostro incontro con La Pira, noi avevamo già scelto di essere presenti nell’ambiente sia scolastico che universitario. “Presenza solo presenza” era stato il motto del ‘68 francese, noi lo abbiamo sentito nostro, nella consapevolezza che “ Presenza” non era solo un ideale, ma il nome di una persona : “Gesù Cristo e la comunione che nasce da Lui”, un fatto presente e non una idea: la liberazione viene dalla comunione, la comunione che si pone nell’ambiente. Questo fatto, che con poche persone incominciava, non fece fatica a trovare La Pira, non lo cercammo noi, ma fu lui a cercarci.
Erano i primi giorni del settembre 1973, stavamo preparando, a Firenze, la prima “scuola estiva” di Gs: un momento di convivenza e di revisione dello studio che veniva fatto dagli studenti medi, prima del raduno nazionale a Pesaro che sarebbe avvenuto a fine mese. Quando squillò il telefono, non immaginavo certo che all’altro capo del filo ci fosse il professore Giorgio La Pira, chiedeva di me, voleva sapere di noi voleva incontrarci… colsi l’occasione per invitarlo alla nostra scuola estiva. La Pira accettò volentieri, non chiese né il tema, né le modalità di svolgimento, si preoccupò solo di dirmi che “la liberazione è un fatto di Grazia che cammina nella storia, impiantato in uno spazio geografico individuabile che ha un nome e un cognome e un indirizzo:sia chiama Pietro e sta a Roma, anzi, si corresse, in Vaticano”. Risposi che anche noi ci trovavamo nella barca di Pietro e che avevamo bisogno che lui ci aiutasse ad affrontare la sfida della città, della scuola, dell’università… da quel momento la sua presenza tra noi divenne abituale, con la sua imprevedibile maniera di apparire all’improvviso in una nostra assemblea, a metà della quale si alzava e, umilmente, chiedeva la parola… e nessuno si era accorto, prima, che lui ci fosse, mischiato fra i giovani di cui aveva lo sguardo e la vivacità indomita. Diceva parole che colpivano per il guizzo improvviso che davano al suo pensiero, che allargavano l’orizzonte delle nostre preoccupazioni, connettendo la nostra esperienza, ancora così iniziale a Firenze, alle radici più profonde della storia e alla vivida attualità della tradizione cristiana. Non so come facesse a sapere come si viveva, ma conosceva tutti i nostri ritmi: lo trovavi all’Annunziata dove gli universitari dicevano le Lodi e partecipavano alla Messa, o davanti alla Facoltà, per strada, durante un volantinaggio…
Insomma, ci era amico e questa amicizia, così semplice e gratuita, si esprimeva in gesti di imprevedibile compagnia e sguardi sinceri di ammirazione. Con lui non c’era alcun legame “politico”, ma la sorpresa di chi si accorge della stessa provenienza e della identica, drammatica passione della meta.
Davvero strano fu il rapporto con questo straordinario compagno di cammino. Quello che imparammo da lui era soprattutto l’atteggiamento di chi non ha paura, non per l’incoscienza fallace di chi non sa, ma per l’entusiasmo che nasce dall’evidenza di Cristo presente nella storia, chiave di volta di tutto il reale.
Il Professore con noi non parlava mai di quello che aveva fatto, non ci implicava nella sua visione politica, non si abbandonava ai ricordi, a noi di tutto questo non parlava; stava lui al nostro passo e valorizzandolo, lo seguiva, riconosceva un fatto presente e lo amava come uno che ti è amico da sempre, e anche la circostanza fortuita di un incontro come avveniva con lui, faceva capire che quello che dal profondo si è desiderato esiste, è “l’eccezionale realtà che vedo sorgere davanti ai miei occhi”, diceva La Pira.
Una volta, dopo una Messa con gli universitari nella chiesa dell’Annunziata, lo incrociai e gli dissi, come riprendendo un discorso già da tempo con lui iniziato…
“– Allora, professore, il Sacramento che abbiamo adesso celebrato non è un puro gesto religioso spirituale, è la fondazione e il paradigma di una nuova realtà umana, indice di una nuova cultura e civiltà di vita…”.
“– Verissimo – disse subito La Pira – il Sacramento della Chiesa è l’approdo della Grazia tra gli uomini, è il fondamento della Polis, è un Evento Nuovo, direi che è il gesto politico più comprensivo di tutte le esigenze degli uomini che lottano insieme per governare il loro Bene. È il fondamento della loro Speranza. Voi siete dentro il Sacramento così che siete nel cuore più vero della città degli uomini, per fondare e servire il loro bene comune. Voi prima degli altri… voi con gli altri… gli altri senza di voi si perdono nella vanità dei loro pensieri e dei loro sforzi”.
Parlò con questo accento e questo sguardo profetico anche nel dibattito con Spadolini al palazzo dei congressi alla vigilia del referendum sul divorzio, dove la sua posizione obbediente al Papa e ai Vescovi fu ragionevolmente argomentata non con parole e principi etici, ma con parole e fatti profetici, ricorrendo alle immagini della città fondata sulla roccia, o dell’architrave che sorregge il tetto dell’intero edificio. A noi che lamentavamo il pressoché abbandono in questa lotta contro il divorzio di tutto l’associazionismo cattolico egli, il Professore non negava, non giustificava, non polemizzava, semplicemente rispondeva con l’immagine della barca abbandonata :
“Sono tutti scesi dalla barca di Pietro e se ne sono andati i migliori, quelli che erano considerati la speranza del futuro della Chiesa dopo il Concilio, e i Vescovi rimangono soli, con un piccolo gregge”
questo diceva e non solo, parlava anche della Nave Ammiraglia che è la Chiesa guidata dal Papa:
“È lei che fa la rotta che dà l’orientamento nella storia, tutte le altre imbarcazioni si perdono, si smarriscono se non la seguono…”
Proprio prima di questa vicenda, venne il desiderato e atteso incontro di La Pira con D. Giussani, in occasione del primo incontro con tutti quelli del Movimento a Firenze nell’aula magna del Seminario Maggiore il 10 marzo 1974, eravamo circa 250. Don Giussani iniziò leggendo Eliot dai Cori della Rocca:
“O Signore, difendimi dall’uomo che ha eccellenti intenzioni e cuore impuro: perché il cuore è su tutte le cose fallace, e disperatamente malvagio”
il cuore impuro, spiegò Giussani, è il cuore dell’uomo che non riconosce Cristo. Con queste parole veniva riaperto il dramma cristiano in una città come Firenze, fondata sull’Evento di Cristo, ma diventata “una casa il cui uso è dimenticato”, riprendendo Eliot. In fondo alla sala c’era La Pira, era passato in mezzo a noi inosservato. L’incontro con Don Giussani e La Pira seguì subito fuori della sala in un colloquio aperto cordiale e serrato come se si conoscessero da tempo, facendo noi tutti capannello attorno, dove l’antica stima e reciproca amicizia rifiorivano in una appassionata intesa di giudizio e di intenti sull’ora presente della Chiesa.
La Pira aveva parlato infatti a Milano al convegno di Gs del 1960 su Vivere le dimensioni del mondo. Tutte le volte che avevo l’opportunità di incontrare don Giussani, egli mi parlava sempre di La Pira e mi richiamava alla sua certezza di fede che aveva come metodo di giudizio, di sguardo e di rapporto con tutto il reale, la Speranza.
Voglio proprio concludere questa testimonianza con le parole di La Pira a quel convegno milanese per comprendere quanta sintonia quanta comunione di accento, di pensiero e di parola ci fossero in questi due campioni “testimoni della speranza”.
“C’è una logica nel movimento dei popoli ; essi, consapevoli o no, svolgono tutti un preciso disegno; ogni membro di quell’organismo che è l’umanità ha una sua funzione e un suo scopo. La chiave di volta della storia universale, di questo movimento di tutti i popoli, di ogni popolo e di ogni persona sta nella risposta alla domanda: “ Che dicono gli uomini che io sia?”. Se Cristo è il Figlio del Dio vivente (e la sua resurrezione ne è la prova), la storia è storia di una Persona, la Sua; e la Chiesa è il proseguimento nel tempo e nello spazio di una Persona, Lui. La storia vive e i secoli si svolgono perché Cristo possa svilupparsi: questo è il grande mistero della storia universale. Bisogna interpretare il mondo nella Sua luce, bisogna avere il coraggio di “camminare sulle acque”. Bisogna credere nell’impossibile, perché “nulla è impossibile a Dio”
La Pira ci ha aiutati a “credere, sperare, amare l’impossibile, a farcelo scoprire e costruire nella realtà”
Grazie !
 
Don Silvano SeghiLeonardo Tirabassi