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Il Covile - N.o 453 (2.6.2008) Convegno di Firenze 3 - Gabriella Antonini

E tre


Non senza orgoglio presentiamo l’intervento di Gabriella Antonini, altra cara amica del Covile. Con questo concludiamo la nostra rassegna sul convegno di Firenze, a suo tempo sarete informati sulla pubblicazione integrale degli atti.
Nel prossimo numero riprende la riflessione sul dopo elezioni, aperta da Roberto Bertacchini.
 

Giorgio La Pira nei ricordi di Gabriella Antonini e Fioretta Mazzei


Desidero portare il mio piccolo contributo a questo convegno per aggiungere una tessera al mosaico che illustra la figura di La Pira, nell’intento di contribuire a far emergere un La Pira “intero” che la storiografia di tutti questi anni ha talvolta ignorato. Lo farò cercando tra i miei ricordi personali (ho lavorato per tanti anni a fianco di Fioretta Mazzei) e soprattutto attraverso una sua pubblicazione preziosa La Pira – cose viste e ascoltate edito dalla LEF, che la sua grande collaboratrice, “quotidiana testimone”, come lei si definisce, scrisse nel 79, a due anni dalla morte di La Pira, “per consegnare” – riprendo le sue parole dalla prefazione – “alcuni aspetti più profondi e interiori della ‘genesi dell’azione’ di tutta la vita di La Pira, quell’aspetto, cioè, che rivelava in qualche modo a sprazzi, incastonato e luminoso nel concreto dell’attività quotidiana”.
 
Inizio con un ricordo personale fra i tanti:
 
Una sera, a casa di Fioretta, dove ho avuto il privilegio di ascoltare il Prof. che spiegava, trattava i temi che lo impegnavano in quel momento o anche su problemi e sollecitazioni del mondo in trasformazione accelerata come quello degli anni sessanta, gli dissi: “Professore, alcuni miei amici non sono d’accordo sull’insegnamento della religione nelle scuole ed io non sono stata abbastanza convincente, anzi mi è venuto qualche dubbio…” Lui mi rispose al solito con grande affetto: Gabriellina, non dargli retta, son fasulli, hanno letto solo qualche titolo di libri, non ragionano… La religione è una ricchezza per tutti. Gli devi dire ad esempio che a Firenze se tu levassi le Chiese (il Duomo, le Basiliche e via dicendo) rimarrebbero solo i bidoni del gas a Novoli. Questo era anche il Professore.
 
Parto seguendo il libro di Fioretta, cercando di dividere per argomenti le citazioni.
 

Matrimonio-divorzio e aborto


Temi che sono ancora oggetto di dibattito e di riflessione politica.
Bisogna difender l’uomo dallo Stato” diceva La Pira e mi ricordo chiaramente quando parlava di queste cose con mio padre, ancora durante la guerra, e subito dopo, nel ‘45, a Fonterutoli. “I gruppi sociali naturali sono ordinati gerarchicamente: costituiscono una scala crescente di valori che sale a gradi, dalla famiglia, attraverso gruppi naturali successivi, sino alla totale unificazione della famiglia umana” .
Questa definizione è ancora scritta in “Princìpi”, ma scivola nel progetto di Costituzione che si vuol costruire: “Capisci? Tanti cerchi concentrici, intorno alla persona umana, tanti gruppi sociali intermedi che in qualche modo le fanno da baluardo, la difendono da uno strapotere dello Stato”. “Quando questi gruppi, come la famiglia, sono regolati dal diritto naturale, lo Stato non ci può interferire!”. [pag. 65-66]
Ragazzi, avanti ma fermi!” e alludeva alle confusioni mentali di quei giorni. A loro in particolare nel 1974 (l’anno tempestoso del referendum sul divorzio) dedicò una stupenda riflessione sulla famiglia, che investe le radici stesse della storia del mondo. “Chi nascerà? Potrebbe essere Abramo, potrebbe essere Dante! L’incidenza del matrimonio è il fatto più condizionante nell’intera creazione storica”. [pag. 132. Siamo negli anni ‘70].
Ricapitolo, diceva, ripenso…” Deve aver ripensato tanto ancora! Lo videro con le lacrime agli occhi in Duomo quando si cominciò a parlare dell’aborto.
Quanti bambini non nasceranno! Il delitto del nostro secolo!
Scrisse a tutti, si raccomandò. E per la verità quella volta al Senato, forse anche proprio per le sue insistenze e le sue preghiere, la legge non passò. [pag. 140]

La legge sull’aborto sarà approvata in parlamento qualche mese dopo la sua morte.
 

La politica: il rapporto con la democrazia cristiana, De Gasperi


La Pira a questo punto è pienamente inserito nella politica. Non è iscritto, non per assenza o per essere meglio, ma per una sua ipersensibilità interiore a non volere un’anima di parte. “Ho una sola tessera, diceva, quella del Battesimo”. Milita però nella DC, lavora in essa, è designato ad essere il relatore per la DC del progetto di Costituzione; fa parte del Consiglio Nazionale, opera con tutta l’energia in quel partito, non l’abbandonerà. “È l’architrave della vita politica italiana e tale deve restare”. E qualche volta aggiungeva: “nonostante i tarli!
Nel ‘76, a conferma, quasi a sigillo perché fu l’ultima sua testimonianza, venne eletto di nuovo con tanti mai voti, deputato per la DC.
La Pira collaborò alla fondazione di quel partito, forse influì anche sulla scelta del nome: “Ma che ha fatto, professore!”, gli dicevamo ridendo a questo proposito. Credette all’originalità di una costruzione politica cristiana; era valida per lui l’osservazione di Maritain ne La philosophie dans la Cité: “Nous ne renoncerons jamais a l’espoir d’un nouvel ordre temporel d’inspiration chretiénne”. [pag. 67]
Sono stato in una sezione della DC”, scrisse una volta dopo le elezioni del ‘48 “e tutti stavano lì ad affannarsi ed a mangiarsi vivi per le preferenze, delusioni, ecc. Pensare invece che immensa battaglia storica e per che scelte si combatteva!” [pag. 71]
Quelli furono i giorni dell’amicizia con gli uomini politici: De Gasperi di cui ebbe grande stima, ma che dal punto di vista di politica economica considerava un liberale: “quando suppone qualche grana in vista, De Gasperi è bravissimo: si sente male e non si saprà mai se era proprio vero”. “De Gasperi mi ha fatto vedere che porta sempre il Vangelo con sé” “Ci siamo azzuffati con De Gasperi” “De Gasperi mi chiamò e mi disse: ‘ma tu cosa vuoi?’ Io non capii neanche. Dissi: ‘nulla’. E lui ci rimase male perché voleva farmi ministro”. Anche La Pira ci restò male di essersi urtato con lui al Ministero del Lavoro e, dopo per L’attesa della povera gente, perché in realtà gli voleva bene, lo apprezzava ed aveva anche molta attenzione di non mettere in crisi tutta la situazione. “Fummo ragazzi, volevamo 450 miliardi subito per sanare il problema della disoccupazione e demmo le dimissioni tutti quanti”. A distanza ci rideva e scuoteva il capo: “potevamo fare tante cose!” [pag. 77]
E mi ricordai che a suo tempo, nel ‘45-46, lui e De Gasperi avevano fabbricato questa formula:”per gli italiani ci vuole lavoro per tutti e per tutti una cravatta”; il che a quei tempi significava un riconoscimento di dignità, un posto nella gestione democratica. Una volta per S.Giorgio De Gasperi gli mandò davvero una simbolica scatola di cravatte. [pag. 130]

Rapporto con il PCI


“Pesce rosso nell’acquasantiera” fu chiamato su quegli inarrestabili giornali degli insulti quotidiani. “Ma come fanno a dirmelo?” diceva La Pira “che forti come me non gliene ha cantate mai nessuno”. Effettivamente, a rileggere ancora oggi alcuni suoi discorsi, si rimane impressionati dalla forza e dalla chiarezza con la quale combatte e colpisce l’ideologia comunista. La pesantezza, per esempio, con cui in consiglio comunale egli inquadra le responsabilità del comunismo commemorando Togliatti fa impressione: contesta la spartizione della Polonia, operazione spaventosa in cui Hitler e i comunisti si misero d’accordo; la strage d’Ungheria, altra tragedia su cui pesa il severo giudizio della storia; l’uomo secondo il disegno marxista privato di valori metafisici e religiosi è come decapitato.
 
A volte si arrabbiava, perché gli davano noia gli imbrogli, la mancanza di sincerità, la strumentalizzazione, da loro come da noi. “Tutti questi barroccini con i letti sopra e le pentole me li portate per farmi arrabbiare” (era il tempo degli sfrattati); “a Firenze tutti ormai hanno dove andare a dormire… queste donnine organizzate per lamentarsi dell’acqua, e dai, tutti i giorni senza darti pace. Ho detto: ‘Ma state a casa piuttosto e dite un’Ave Maria’” e aggiungeva: “averli fatti crescere fino a undici milioni, che incoscienza!” [pagg. 80-81]
“Si riempiono la bocca di anticomunismo e poi che fanno? Spiega le tue idee, discuti! Ma soprattutto opera!” [pag. 84]

La Chiesa, la contestazione, il rapporto con il Cardinale Florit


Siamo negli anni ‘60, fine anni ‘60.
In mezzo a questa crisi ideologica universale emerge come una montagna di cui ogni giorno si scoprono le dimensioni eterne – la Chiesa – col suo moto irresistibile di unificazione.
In tempo di contestazione violenta delle strutture, La Pira ribadì con energia la loro importanza. Restava il professore di diritto romano, insofferente dei termini vaghi, voleva definizioni precise, non sopportava il “parossismo della terminologia moderna
Le strutture… E che fai senza le strutture? Gesù appunto organizzò gli apostoli con una struttura”. “Il potere! E dai contro il potere: dicono così quelli che vogliono levarlo a te per prenderlo loro; sono contro il tuo potere, non contro il potere come dicono”.
Siamo in un’unica barca e si deve dare tutti un colpo di remo perché la barca vada avanti; dobbiamo tutti remare e il capitano è il Papa”. “Anche la Chiesa ha bisogno di luoghi geografici. Roma è un luogo geografico: la Chiesa di Roma, non qualcosa di vago”.
La coscienza, secondo coscienza... Non basta agire in coscienza. La coscienza, credete a me, non esiste: ci vuole una norma e la norma è la Chiesa che te la consegna, i Comandamenti. E ci vuole la Chiesa che ti risana”.
Bisogna ritornare al catechismo di Pio X che è preciso e noi abbiamo bisogno nella testa di definizioni precise che rimangano nella memoria e ti servano al momento giusto, ti orientino con esattezza”. “Il catechismo di Pio X è un capolavoro di teologia, è l’alfabeto del mondo”.
E proprio nei giorni della contestazione cominciò a regalare a tutti il catechismo di cui si era procurato centinaia di copie. [pagg. 117-118]
Cominciarono gli anni della contestazione, dell’Isolotto, della crisi nella Chiesa in parole povere; della morte di Don Milani, della separazione dolorosa e rattristata dei suoi amici di Testimonianze. Testimonianze era stata al suo nascere in qualche modo anche sua creatura, per anni ogni sera si era fermato in redazione: “ubi episcopus ibi Ecclesia” all’Isolotto in quel momento di fuoco, fu contestata. “La Pira va a destra” fu detto. “La Pira ha perso la sua libertà, la sua autonomia”. Ma Florit… “È sempre il mio Vescovo”.
Bisogna ritornare al catechismo delle definizioni. L’errore, l’eresia è di alcuni preti nella Chiesa. Fuori invece, dal momento del Concilio, le cose si stanno muovendo. Mai come ora si è accettato il Vangelo nel Mondo; il modo di pensare del Vangelo è penetrato ovunque”.
Mi creda, ma anche questi preti che chiacchierano così a caso contro la Chiesa, contro questa o quella verità, ma in nome di chi parlano? Ma se non avessero quella veste o quella cattedra, ma chi li ascolterebbe mai! Devono tutto alla Chiesa e la trattano così”.
Non aveva dolcezze in quel campo, anche se era sempre pieno di speranze.
Ho incontrato Don … alla SS.Annunziata, forse cambia”.
Quelli di Testimonianze … non ci vado più, non capiscono, non si riesce a parlarci”. [pag. 126]
I rapporti col Cardinale Florit tutti sappiamo che furono diversi, ben più difficili. Monsignor Florit, allora Vescovo Ausiliare, arrivò a Firenze fortemente prevenuto. I tempi furono pieni di ombre e di difficoltà; ci fu il ‘65 e La Pira non fu più Sindaco. Poi nel ‘68 la fatica dell’Isolotto e tutta la contestazione intorno. La frase di La Pira Ubi episcopus ibi Ecclesia fu tanto più meritoria in quanto detta in un contesto che non lo aveva certo apprezzato. Ma quello che è interessante è che lentamente poi il Cardinale si ricredè, arrivò a conoscerlo e a dare giudizi eccezionalmente positivi su di lui. Nel ‘73 fu lui a designarlo come laico alla conferenza della CEI. Questo però è ancora poco. Io fui testimone dell’ultima visita del Cardinale a La Pira malato e penso potrebbe essere scritta come una pagina della storia della Chiesa, di quella grandezza di cui solo la Chiesa di Gesù, che ne esprime il pensiero ed il cuore, è capace; La Chiesa che sa perdonare, che insegna agli uomini a perdonarsi fra loro e, quel che più conta, fa dopo, come quando ci assolve, davvero tutto nuovo. Ricordo ben poche parole di quel colloquio ma mi è rimasta negli occhi quella vicinanza e quella benedizione. [pag. 38]
Il Papa: bisogna seguire il Papa di più”. E per un periodo a San Marco aveva organizzato incontri per leggerne e commentarne, settimana per settimana, i discorsi perché diceva: “Sono frutto di tanta fatica: Ma poi chi li legge? Chi segue giorno per giorno la grande impresa della Chiesa verso il mondo?
Un lavoro a cui dedicò molti giorni e che contiene in qualche modo una ricapitolazione dei momenti di tutta la sua vita, del suo pensiero e della sua azione, nella luce di S.Tommaso a cui fu sempre fedele, è il discorso che fece all’Abbazia di Fossanova nell’aprile del 1974 (invitato dalla DC, in occasione del settimo centenario della morte di San Tommaso d’Aquino): discorso in qualche modo “finale” quasi testamento del suo pensiero. [pagg. 137-138]


Leggo un brano di quel discorso che mi sembra particolarmente attuale:
Il futuro sarà specificato da questa conoscenza interiore, sperimentale dell’Invisibile che è, infine, Dio stesso, la cui presenza dentro l’uomo (intra vos) è ‘sperimentalmente’ (in certo senso) percepita!
Allora ‘i valori verticali’ che la civiltà scientifica e tecnica (orizzontali) aveva in qualche modo ‘obliato’ riemergono e riprendono imperiosamente il loro posto dominante ed il loro primato nella vita dei singoli e nella vita della collettività vengono di nuovo, e sempre più, a specificare la civiltà che sta per fiorire: vengono, a dare definizione e volto alla storia ed alla civiltà del futuro
”.

Qui mi fermo. Spero che queste considerazioni possano essere utili per ulteriori approfondimenti che certo ci saranno sul pensiero di La Pira.
Grazie.
 
Gabriella Antonini