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Il Covile - N.o 454 (9.6.2008) Voto cattolico ed escatologia (di Armando Ermini)

Voto cattolico ed escatologia (di Armando Ermini)
Osservazioni sullo scritto di Roberto Bertacchini pubblicato nel n° 450


 
Escatologia, secondo il vecchio dizionario della lingua italiana di Bruno Migliorioni e Giulio Cappuccini, significa “concezione dell’al di là”. Da qui occorre partire, credo, per discutere, nel mio caso da laico, delle tesi di Roberto Bertacchini sulle prospettive politiche dei cattolici in Italia dopo le recenti elezioni politiche. Bertacchini pone come un assoluto le esigenze dell’escatologia cristiana, in quanto concretizzazione particolare di un piano ampio di traduzione in termini politici delle istanze di sociali di giustizia ed equità che l’avvento del Regno sollecita.
Su questa base argomenta che né il PDL berlusconiano né, tantomeno, il PD, sono strumenti adatti o adattabili a questo fine.
È quasi superfluo dire da parte mia che condivido in pieno la sua acuta analisi sui motivi della sconfitta del PD e sulle insanabili contraddizioni che lo percorrono. Chiarissime e irriducibili quelle sui temi così detti etici, che preferisco chiamare antropologici per la loro fondamentale rilevanza. Per la prima volta nella storia dell’umanità la tecnologia offre la possibilità concreta di fabbricare artificialmente la vita e quindi indirizzarla verso esiti “decisi” politicamente secondo progetti di ingegneria genetica che solo apparentemente dipendono dalla libertà dei singoli soggetti, in realtà “acculturati” e condizionati dall’egemonia (nel senso gramsciano) dei poteri forti, economici e culturali, che su questo terreno si saldano, non casualmente, con le istanze della sinistra sedicente antagonista. Ma, a mio parere in subordine, anche sui tradizionali temi socioeconomici. Voler tenere insieme i centri sociali e l’alta velocità, è una contraddizione in termini, così come conciliare laicismo ateo e anticlericale con l’anima cattolica margheritina non pare realmente possibile, né convincente. Salvo ciò non alluda all’idea gramsciana che il cattolicesimo di sinistra sia un cattolicesimo suicida. Perfetto, nulla da aggiungere.
Al PDL, o meglio al berlusconismo, Bertacchini imputa non solo la mancanza di respiro escatologico complessivo, ma anche pesanti responsabilità concrete. Attive, attraverso le Tv, nei cambiamenti di costume in senso anticattolico e laicista/modernista, e omissive nel senso di non essersi opposto, per coincidenza d’interessi o per semplice e non meno colpevole sottovalutazione (come sempre nel dopoguerra), all’egemonia culturale socialcomunista-radical chic nel produrre una variazione dell’immaginario e dell’etica. Eppure, ci dice a loro merito, destra e Lega hanno consentito l’approvazione della legge 40 e si sono mosse in difesa della famiglia e della tradizione di cristianità italiana.
 
Anche in questo caso l’analisi di Bertacchini coglie gli aspetti caratterizzanti il fenomeno del berlusconismo, ma poi ne trae conseguenze che mi sembrano opinabili sul piano politico, allorché insiste sulla necessità di un partito cattolico cui affidare la traduzione in termini concreti dell’escatologia cristiana.
 
Mettere come precondizione l’adesione all’escatologia cristiana ha come conseguenza la riduzione degli spazi di laicità della politica e il partito cattolico di cui afferma la necessità si contrassegnerebbe piuttosto come confessionale. Si riprodurrebbe così una frattura verticale cattolici/laici, proprio nel momento in cui non solo il tramonto delle ideologie novecentesche e le contingenze politiche, ma anche il dibattito sull’economia e i nuovi scenari scaturiti dalle questioni antropologiche sul tappeto, spingono invece verso una scomposizione e ricomposizione orizzontale del quadro politico.
Sul piano dei modelli economico-sociali esiste un dibattito apertissimo sugli effetti della globalizzazione che attraversa tutti gli schieramenti e tutte le componenti degli stessi con rovesciamenti di prospettive impensabili solo qualche anno fa, e che verte non solo sull’intervento della politica nel governare i processi economici, ma anche, ed è importantissimo in prospettiva cattolica, sulle funzioni degli organismi intermedi. Lo stesso dicasi sulle questioni antropologiche che hanno visto e vedono aggregazioni “spurie” in cui laici e cattolici si sono mescolati.
Credo che sia su queste ultime che si giocherà la vera partita in quanto pre o trans-politiche, e dunque destinate a condizionarne gli esiti concreti. Ora, mi sembra di poter dire che rispetto alle scelte compiute, quindi verificabili, mentre nel centro sinistra i cattolici si sono trovati in grandissima difficoltà e divisi verticalmente dai laici, non così nel centro destra, dove si è saldata una identità di vedute fra i cattolici e un ampio settore di laici, “devoti” e non.
Identità (o stretta assonanza) non casuale o contingente, come sembra pensare Bertacchini, ma a mio avviso strategica, in quanto frutto di una visione comune della vita, una weltanschaung che ha molti punti in comune pur partendo da visioni diverse. Un filosofo come Roger Scruton, ad esempio, non è classificabile come cattolico, ma la sua visione del mondo (famiglia, matrimonio, aborto, ruolo delle tradizioni, questioni della vita e della morte, ma anche in fatto di politiche sociali e solidali) mi sembra coincidere in larga parte con la visione cristiana.
La domanda è allora se sia preferibile riproporre un partito cattolico che escluda a priori i non credenti (o li marginalizzi), piuttosto che lavorare insieme con quei laici di cui sopra, con l’obbiettivo di far prevalere definitivamente i valori comuni e orientare le politiche concrete superando quelle concezioni che pure hanno avuto larga parte nella costituzione di quello che voleva essere il nuovo “partito liberale di massa”, la Forza Italia liberista della prim’ora nata in funzione anticomunista. Con ciò si verrebbe a costituire anche un punto di riferimento per chi, schierato politicamente da un’altra parte, è destinato a soffrire in misura crescente per la dicotomia sulle questioni antropologiche che nel PD è destinata ad acuirsi fino alla resa dei conti, con l’uscita o col suicidio politico dei cattolici “adulti”, come a Bertacchini è ben chiaro.
 
Armando Ermini