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Il Covile - N.o 455 (18.6.2008) Siti freschi (13) - La famiglia nella geografia interiore dell’uomo (di Giuseppe Ghini)

Siti freschi (13) Ghinetto


Con quella di lunedì scorso, a Palermo, si è concluso molto positivamente il ciclo di conferenze italiane di Nikos Salingaros; occasione tra l’altro di numerosi incontri non più virtuali tra amici del Covile e di una breve pausa nell’invio delle NL. Ne riparleremo.
Per la ripresa ecco la segnalazione del blog di Giuseppe Ghini (a http://blog.ghini.eu) che di tanto in tanto visito con profitto. Come assaggio questa volta non presento un post, ma, credo in esclusiva, la riflessione che l’autore ha letto la scorsa domenica in occasione della festa per i 25 anni di matrimonio. Un po’ in ritardo, ma aggiungiamo anche i nostri auguri di cuore.

La famiglia nella geografia interiore dell’uomo (di Giuseppe Ghini)

29 maggio 2008, Giuseppe e Alessandra


C’è, tra le regioni della nostra geografia interiore, un luogo del tutto speciale. Entrando in questo luogo, stanchi o arrabbiati, felici oppure incupiti dalle vicende della vita sociale o professionale, possiamo essere infine noi stessi.
Ritornando a casa ed entrando nel suo studio, Niccolò Machiavelli — è lui stesso a dirlo in una famosa lettera a Francesco Vettori — si spogliava della “veste cotidiana, piena di fango et di loto” e si metteva i
“panni reali et curiali; et rivestito condecentemente [entrava] nelle antique corti degli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, [si pasceva] di quel cibo che [diceva] solum è mio, et che io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro, et domandarli della ragione delle loro actioni; et quelli per loro humanità mi rispondono; et non sento per 4 hore di tempo alcuna noia, sdimenticho ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottiscie la morte: tucto mi transferisco in loro”.
Così anche noi, rientrando la sera in questo luogo speciale, smettiamo i vestiti del nostro vivere esteriore, veniamo ricevuti amorevolmente, parliamo senza vergognarci dei nostri difetti, domandiamo cosa hanno fatto gli altri e le ragioni delle loro azioni, e quelli per la loro umanità ci rispondono, e non sentiamo per quel tempo alcuna noia, dimentichiamo anche noi ogni affanno, non temiamo le nostre povertà, non ci sbigottisce la morte. Soprattutto, ci liberiamo degli obblighi e delle aspettative che ci impone quello che, con una sola parola, possiamo chiamare “il mondo”. Il luogo speciale di cui parlo, è la famiglia.
In una famiglia vera, cioè in quell’unione particolare che è già tutta nel matrimonio e che di regola si allarga portando dentro il mondo dei figli, l’ansia da prestazione, da performance è un fatto sconosciuto. Com’è noto, infatti, essa è propria degli amanti, non dei coniugi, come pure proprio degli amanti è il non raro, a volte comico, fallimento che accompagna tale ansia. I coniugi si accolgono, gli amanti si misurano [1].
Il mondo, a volte perfino con il volto degli amici, ci assilla con le sue aspettative su di noi, ci tormenta, ci mette costantemente alla prova, ci inocula il dubbio di non essere all’altezza. Ora, l’aspettativa, in una famiglia, è assai più radicale, seppure innocua: coincide infatti con la persona stessa. È la persona che si aspetta, il marito — o, più spesso, la moglie — che si aspetta, ma non ci si aspetta niente da lei.
(Questo, naturalmente, quando la famiglia non diventa il luogo di quella patologia che alcuni sociologi chiamano “del marito accudito”, laddove la moglie carica ogni aspettativa per sé e per il marito su di lui; lo libera da ogni intralcio e fastidio, e lo lancia nel mondo, aspettandosi da lui il successo per entrambi. Così che, se lui fallisce, sono entrambi a fallire).
Il mondo, ancora, col volto di un capo, più spesso di un manager, ci impone obiettivi di budget, quote di mercato da soddisfare. Ora, in una famiglia, l’obiettivo è molto più ambizioso: il fine è l’altro e la forma purissima dell’obiettivo raggiunto è il semplice stare insieme, a guardarsi negli occhi e a raccontarsi cose, ciò che è anche il modo migliore per restare dentro il budget.
Il mondo, con le sue convenzioni sociali, ci stringe e costringe in camicie di forza. E quante volte, invece, una moglie un po’ sciatta o un marito un po’ grezzo o dei figli un po’ maleducati ci ricordano con cruda franchezza la differenza capitale tra quello che si può fare “in famiglia” e il comportamento che si deve tenere “quando c’è qualcun altro”!


C’è uno snodo cruciale perché un’amicizia solida e seria tra un uomo e una donna diventi d’un tratto un’unione sponsale, un’unione in cui ci si accetta l’un l’altro senza misurare e senza imporre. Sta in due parole: “per sempre”.
È solo “per sempre” che ci si accoglie. In caso contrario subentra di nuovo l’ansia e la pretesa di misurare. “Non mi hai scelto per sempre — si lamenta lei nel fondo del cuore — perché stai ancora cercando, perché io sono sostituibile, perché, per usare le parole di Heinrich Böll, non sono io quella che “ti ha girato il cuore”.
Il “per sempre” garantisce che quello che il mondo chiama fallimento si dissolva in una carezza di mia moglie, il “per sempre” assicura che lei, ai miei occhi, non fallisca mai, perché non mi aspetto nient’altro che lei.
Dal “per sempre” nasce lo stile di coppia, l’autoironia di coppia, il sorriso comprensivo — “Come se non ti conoscessi!” —, la conferma di una decisione iniziale in cui la parte di dono è stata sicuramente maggiore della scelta consapevole (“Ma con quale maturità ci siamo sposati?” — continuano a chiedersi con meraviglia crescente due coniugi saggi).
Il “per sempre” permette quella che Giovanni Paolo II chiamò con precisione “la legge dell’assorbimento del pudore nell’amore”. È solo il per sempre, notava, che consente di disattivare le misure con cui giustamente difendiamo la nostra integrità fisica e spirituale. “Solo perché sono sicuro di te, posso mettere a nudo il mio corpo e soprattutto la mia anima”. Ed è su questo “per sempre” che i figli sanno di poter riposare. Non è un contratto a termine anche se straordinariamente vantaggioso, quello che vogliono i figli, non è uno sponsor munifico. No, i figli cercano una pietra su cui costruire, un consiglio o anche un rimprovero disinteressato, una piccola patria a cui appartenere per la vita. Cercano una poltrona comoda in cui sedere e chiacchierare con calma con i propri genitori, il lettone su cui tornare a fare due coccole.
È la casa, la casa di famiglia che noi italiani abbiamo tanto cara.
Quando siamo andati ad abitare nella casa dei miei genitori, dopo la morte di mio padre, io e mia moglie abbiamo fatto pochissimi aggiustamenti architettonici: abbiamo aggiunto un caminetto, in sala, attorno a cui dire il Rosario, la sera, dopo cena. Perché il pregare in famiglia permette di abbattere un’altra difesa, costringe ad esporsi con quella interiorità che prima si aveva in comune solo con Dio.
L’altro cambiamento è stata una panca, in cucina, una panca a muro che gira per tre lati intorno al tavolo. L’avevamo sempre sognata, dopo averla vista nelle stuben tirolesi e nelle isbe russe. Ma è stata solo la visita di alcuni amici che ci ha rivelato in chiaro ciò che per noi era solo un’intuizione: “La panca fa famiglia”, ci hanno detto.
Ed è vero: fa famiglia e ha permesso di allargare quella famiglia a tutti i bambini e i ragazzi che nel corso degli anni abbiano pigiato in quella panca, mentre noi — mia moglie ed io — preparavamo e servivamo da mangiare.


Ma la famiglia è anche domenica. Perché è il giorno di festa che, senza fretta, ci si dà il tempo per conoscersi più a fondo, per chiacchierare, per vivere l’altro come fine e non come mezzo. In Spagna prende spesso la forma di una tertulia, nell’Italia settentrionale, più modestamente, è “fare il chilo”: sono quelle chiacchiere familiari che si fanno dopo il caffè, impedendo alla padrona di casa di rovinare tutto mettendosi a lavare i piatti e a riordinare la casa. Sono chiacchiere che, purtroppo, sono spesso vuote e che aspettano da noi di essere riempite di senso profondo, di attenzione per gli altri, di ascolto e consiglio.
Si dirà che quello che ho descritto è un legame talmente forte e disinteressato da essere piuttosto divino che umano. Ma forse non è casuale se quello trinitario è un rapporto tra Padre e Figlio, un rapporto di paternità e filiazione, rapporto talmente denso da costituire addirittura una terza Persona, Relazione d’amore. Scrive Ugo Borghello:
“Una dimensione fondamentale dell’amore, posto che l’uomo viene da Dio che è Trinità, è la sponsalità. L’amore che lega e rende ‘consorti’, ossia unisce in un destino comune. Ci sono tanti legami di amore a livello sentimentale, intenzionale, ma l’amore sponsale ha qualcosa di ontologico: crea un legame che rimane per sempre e definisce in modo nuovo la persona: sposarsi non è come essere amici; così come generare un figlio non è come occuparsi di bambini bisognosi. Giovanni Paolo II si è intrattenuto a lungo sulla sponsalità originaria dell’uomo e della donna; giunge a dire, con vero ardimento, che l’immagine e somiglianza divina viene proprio dall’essere uomo e donna nella sponsalità” [2].
È l’onda lunga di quella “traccia trinitaria” nell’uomo su cui i Padri della Chiesa tanto hanno riflettuto.
Relazione, ecco il segreto. I tre “volti” della Trinità, ciò che ci permette di individuarvi tre Persone, sono le loro reciproche relazioni, non altro. E in queste relazioni, dal di dentro, nasce la Parola eterna del Padre, e la richiesta di un sacrificio senza misura.
Così è anche la nostra buona famiglia, dove lo stare l’uno di fronte all’altro e il “parlare chiedendo” deve avvenire come dal di dentro, senza forzature e attese esteriori di prestazioni. Perché, lo sappiamo, nella famiglia buona l’altro ci conosce meglio di noi stessi, e ci indica mete che noi neanche sappiamo di poter raggiungere. L’accettarci di un coniuge è lievito nella pasta, non il rassegnato “tanto è fatto così!” rivolto a un imbarazzato spettatore, e neppure la meschina autodifesa del “sono fatto così!”.
Relazione. Relazione d’alleanza amorosa, quella tra Dio Padre e Dio Figlio, tra Dio Padre e ognuno di noi fatto figlio, quella tra due coniugi che si accolgono per sempre. Non è un caso che nei “paesi di più antica tradizione divorzista” (segno dei tempi: una volta si diceva “paesi di più antica tradizione cristiana”…) il movimento dei sons of divorced stia richiedendo a gran voce un matrimonio con vincoli di durezza accanto al comune matrimonio divorziabile con estrema facilità e non è un caso che questo matrimonio più saldo abbia come nome covenant marriage, matrimonio di alleanza. Perché la relazione matrimoniale è un’alleanza, è l’alleanza che si fa su questa terra. Dice ancora Ugo Borghello: “la sponsalità si dà nella famiglia, nella fede, nell’Alleanza”. Ricordo una conferenza nell’aula magna del convento di San Domenico a Bologna, una trentina d’anni fa, conferenza per me memorabile, relatore il prof. Grygiel. A noi studenti universitari italiani che avevamo fatto il liceo senza troppo profitto il professore polacco spiegò l’origine del termine ‘simbolo’ che proviene dalla parola greca symballein, che significa “incontrarsi”, ma più ancora “combaciare”. Spiegò che, nell’antica Grecia, quando un uomo doveva allontanarsi per qualche tempo significativo e doveva lasciare un grande amico, per non dimenticarlo, prendeva un anello di ceramica, lo spezzava in due e ne consegnava la metà all’amico: quell’anello spezzato, capace di combaciare al nuovo incontro era appunto il simbolo della loro amicizia. Mentre il professore parlava, noi, gli studenti italiani, immaginavamo vividamente i riti che accompagnavano quel distacco temporaneo: gli amici al chiarore dell’alba, mentre la nave è già pronta, la rottura dell’anello, gli sguardi commossi, l’anello riposto in un borsellino sicuro.
Continuando, il prof. Grygiel ci introdusse al Simposio di Platone dove Aristofane cerca di spiegare in che cosa consiste l’amore e dice che all’inizio esistevano gli ermafroditi, esseri che costituivano un intero, come quell’anello. Ma a causa del loro tentativo di dar la scalata al cielo, Zeus aveva tagliato questi esseri in due parti per renderli più deboli. Così Aristofane spiegava l’uomo, la sua eterna ricerca di un completamento, di una metà, per poter essere veramente se stesso, per poter tornare ad essere se stesso. “Si abbracciavano, si stringevano gli uni agli altri, desiderando null’altro che di formare un solo essere. E così morivano di fame e d’inazione, perché ciascuna parte non voleva far nulla senza l’altra”, spiega Aristofane. È il desiderio di trovare qualcuno con cui ‘combaciare’, desiderio — si badi bene — non sentimentale, ma ontologico. Il racconto narrato da Platone per bocca di Aristofane, è un mito eziologico, che spiega la causa da cui proviene il comportamento umano, non è la ricerca della metà di cui si occupano i rotocalchi rosa; è la ricerca del vincolo radicale, centrale, assoluto che ci fa dipendere dagli altri, per cui diventiamo dio per gli altri o facciamo degli altri un dio, legandoci agli uomini con la più grande delle schiavitù.
Quel vincolo radicale che, ed è l’altra possibilità, un marito e una moglie possono concordemente collocare in Dio. Per sempre.
 
Giuseppe Ghini
 

Note


[1] Su tutto l’immenso problema dell’ansia generata dal consenso radicale cercato presso altre persone si veda naturalmente U. Borghello, Liberare l’amore. La comune idolatria, l’angoscia in agguato, la salvezza cristiana, Milano, Ares, 1997.
[2] Ibidem, p. 37.