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Il Covile - N.o 456 (19.7.2008) Architettura dipinta della Liguria (di Raffaele Giovanelli)

Architettura dipinta della Liguria (di Raffaele Giovanelli)


Da una vecchia intervista di Adalberto Falletta a Massimiliano Fuksas (Il Giornale 13-06-2000) apprendo che in Italia gli architetti, sommati a chi svolge lavori attinenti l’architettura, raggiungono il ragguardevole numero di circa 100 mila. È in realtà una specie di forza politica (una lobby) formata da persone che hanno ricevuto una formazione rigidamente modernista, che hanno un robusto spirito corporativo, che non viene intaccato neppure dalle rivalità interpersonali. Anche se vogliamo tener conto dei dissidenti (critici verso il modernismo), che non credo superino il 5% del totale, si tratta sempre di una forza di pressione ideologica molto pericolosa per il futuro dell’architettura italiana ed anche per una sana conservazione dei nostri monumenti. Infatti non sono rari i casi in cui, per costruire qualche cosa di nuovo ad ogni costo, si sono fatti scempi estetici e di pubblico denaro come nel caso dell’edificio di Meier per ospitare l’Ara Pacis a Roma.
È forse per questo che ho sempre pensato che fosse pericoloso parlare dell’architettura dipinta della Liguria, un esempio raro di sopravvivenza dell’amore per le immagini e per la bellezza che, nei secoli passati, fu la base per la creazione delle bellezze architettoniche in Italia, come in tutto il resto del mondo.
 


 
Si dice che in Liguria sia esistita una tassa per ogni finestra che si affacciava sulla via, quelle che davano all’interno, sul cortile pare che fossero esenti. Da qui sembra sia nata l’usanza di dipingere finte finestre.
Per quanto abbia cercato informazioni ufficiali durante le ferie a Santa Margherita Ligure non ne ho ricavato molto. Non ho avuto miglior fortuna cercando di parlare con un funzionario del Comune di Genova. Mi è stato detto che il proprietario che intende far dipingere la facciata del suo edificio deve presentare un “progetto” in Comune per l’approvazione.
Da una lapide dipinta si apprende che dovrebbe essere esistito un finanziamento proveniente dalla Comunità Europea, ma non ho trovato alcun riscontro.
Ho scoperto che nei Comuni la persona incaricata di seguire l’ornato delle facciate di regola è un architetto, che ovviamente ha ricevuto insegnamenti universitari improntati alla negazione dell’ornato sotto qualsiasi forma questo si presenti.
Si tratta spesso di un architetto che ha ricevuto la delega per l’ornato da un assessore, un politico che di solito è in tutt’altre faccende affaccendato.
Gli architetti “prodotti” dalle scuole di architettura sono un numero sterminato come si è già detto. È naturale quindi che gli architetti vadano ad occupare qualsiasi posto che abbia una qualche relazione con l’architettura. Se non hanno provveduto a completare la loro preparazione, di solito hanno ben poca dimestichezza con l’ornato, anzi spesso hanno accumulato contro l’ornato un sordo rancore, o quantomeno una stabile ostilità.
 


 
Se poi vogliamo confrontare l’ornato dipinto della Liguria con i graffiti che imperversano in tutte le città del così detto mondo civile, dobbiamo riconoscere che esiste una differenza radicale tra queste due forme di espressione per immagini.
I graffiti sono il risultato di un apparente gesto di rivolta, in realtà sono un lasciapassare per entrare in un mondo dell’individualismo anarchico ed ermetico. Quindi si tratta di immagini incomprensibili alla gente.
Sono tante dichiarazioni di esistenza in vita. Dichiarazioni che sono comprensibili solo nella ristretta cerchia di iniziati. Esse hanno in comune con l’arte pittorica astratta, informale, ecc. il fatto di realizzare forme espressive autoreferenziali, destinate a gruppi di iniziati, gruppi dentro cui dovrebbero circolare gli stili dei singoli leader. Infatti nel mondo dei graffiti esiste, anche se in forme meno evidenti, la stessa ossessiva ricerca dell’originalità, della differenziazione ad ogni costo che troviamo nella pittura "ufficiale", quella monopolizzata dai galleristi, come la ritroviamo senza pudore nelle architetture delle archistar.
 
Graffitari virtuali in azione

 
Dove domina l’ornato dipinto è ben difficile vedere graffiti, che sarebbero considerati dai proprietari come autentici attentati al loro patrimonio.
Dove l’architettura dominante lascia le sue tanto celebrate superfici vuote, delimitanti volumi di “magica bellezza”, lì esiste l’abbandono di uno spazio che i graffitari sentono il bisogno di riempire. Ma si tratta di un riempire che in realtà non è in contrasto con l’architettura “moderna”, anzi in certi casi è benevolmente considerato un riempimento.
I graffiti sono più o meno espressioni grafiche che si ispirano a certo astrattismo, che non è poi tanto lontano da quella stessa architettura che lascia enormi spazi vuoti, dando l’impressione che questi spazi siano intenzionalmente vuoti perché siano riempiti dai graffitari.



 
Torniamo all’ornato dipinto (o architettura dipinta) della Liguria. Esso nasce e si mantiene in vita come esigenza di una società che non ha abbandonato la volontà di esprimere i suoi sogni quotidiani e le immagini della vita.
È miracoloso che il fenomeno sia potuto sfuggire alla dittatura del modernismo. Secondo la definizione di Loos (1) la pratica dell’ornato starebbe ad indicare un regresso dal mondo civile verso una inciviltà tribale. Peggio ancora se si tentano di imitare altri materiali, come pietra o marmo. La condanna di Loos sembra potersi applicare casomai ai graffiti.
Al contrario dei graffiti, le immagini della Liguria sono state fatte per essere comprensibili, poiché hanno il compito di evocare una realtà sognata, una speranza od uno scherzo.
Quindi nulla in comune con i graffiti che spesso evocano pensieri truci. Le immagini sulle facciate delle case e dei palazzi in Liguria sono fatte per evocare momenti della vita quotidiana con qualche sogno e richiamo a tempi lontani.
 

Tutto quello che appare (2) in realtà è dipinto, compresa la damigiana con i suoi riflessi.
 



Ho cercato di sapere chi paga questi lavori. Anche su questo aspetto ho incontrato molta reticenza. Sembra che le spese siano sostenute esclusivamente dai privati, proprietari dell’edificio, ma si è trovata almeno una eccezione, questa:
 

 
La lapide, che certifica l’esistenza di un finanziamento della Comunità Europea, è dipinta, così come tutto il resto, eccettuato il foro che dovrebbe essere autentico. Circa il finanziamento non è stato possibile avere riscontri.
 
In rete degno di nota ho trovato solo un blog sull’argomento dell’ornato in Liguria. È il blog di Carla Marchetti (2), che peraltro alla fine dice espressamente: riproduzione vietata.
 


 

 
Questo vecchietto che si affaccia sulla porta da casa è il risultato di un abile dipinto. Da lontano lo si può scambiare per vero, avvicinandoci il trucco diventa evidente!
 






La pavimentazione attorno a Villa Durazzo di Santa Margherita Ligure. L’effetto cromatico è ottenuto molto semplicemente accostando sassolini bianchi e neri. Il gusto per l’ornato ha radici antiche in Liguria.



 


 
Il tema dei gatti sul davanzale delle finestre (ovviamente dipinte) è molto diffuso (2).



 

Via Gramsci a Genova (2). Qui abbiamo un’intera architettura dipinta. Il tono è aulico e non indulge a mettere in evidenza aspetti “vernacolari”.





 
Tutto dipinto, con i riflessi sui vetri (dipinti) che danno un forte realismo.







Il porto di Santa Margherita. La facciata riccamente ornata dell’edificio che ospita i servizi portuali e negozi.
 


 
Ma il modernismo non sembra trionfare dovunque. In alcuni paesi islamici, non toccati dalla maledizione degli enormi introiti petroliferi, è rimasto un sano attaccamento alle proprie tradizioni. Parlando dell’evoluzione dell’architettura in alcuni paesi come il Marocco Jean Loup Pivin dice(3):
“Mentre parte del mondo non trova alcun significato nella decorazione e la elimina, l’altra parte la mantiene in vita e la considera uno status di superiorità. Senza decorazione gli oggetto non esistono. Essendo convinti che della modernità non esiste un solo concetto, e che ogni concetto implica forme diverse, si tratta di uno dei passi verso un nuovo concetto di modernità. L’abbellimento non è un crimine.”

Raffaele Giovanelli

Note


1) Adolf Loos, da Ornamento e delitto:

«Io ho scoperto e donato al mondo la seguente nozione: l'evoluzione della civiltà è sinonimo dell'eliminazione dell'ornamento dall'oggetto d'uso. Credevo di portare con questo nuova gioia nel mondo, ma esso non me ne è stato grato. Tutti ne sono stati tristi e hanno chinato il capo. Provavano un senso di oppressione di fonte all'idea che non si possa più produrre un ornamento nuovo. Ma come, ciò che può fare ogni negro, che hanno potuto fare tutti i popoli e tutti i tempi prima di noi, è precluso soltanto a noi, uomini del secolo diciannovesimo?»

 
2) Dal sito di Carla Marchetti Finestre di Liguria www.macalu.it/finestre/finestre.html, Agosto 2005
«Esiste in Liguria, soprattutto intorno a Genova e nel Levante, l'usanza e il gusto di decorare le facciate della case con grande ricchezza di particolari, che spesso creano immagini illusorie, tipo trompe l'oeil. Arte alquanto antica, sembra, e in parte suggerita dall'esigenza di sostituire decorazioni a stucco che sono deteriorabili (il salino, si sa, corrode anche la pietra) con copie più a buon mercato e più facilmente restaurabili. Tuttavia l'impressione è che più dei relativi vantaggi materiali ciò che interessa è l'estetica e il gusto per i particolari e le invenzioni. Per una volta (ma non è l'unica...) i genovesi, così celebri per la loro parsimonia, anzi tirchieria, si dilettano di decorazioni apparentemente futili e superflue, e il millantato risparmio di materiale sembra quasi una scusa per indulgere in un divertimento. Si trovano per esempio architravi e colonne dipinte, intere finestre, chiuse socchiuse o spalancate su interni immaginari, e balconi, con raffinate ringhiere di ferro battuto, e persino particolari curiosi, come fiori e gatti che dalle finestre si sporgono. Talvolta l'illusione è così forte, che davvero inganna l'occhio. e si fa fatica a distinguere l'apparenza dalla realtà. Più frequentemente l'effetto è di una decorazione più o meno raffinata e complessa che colora e accende case e palazzi.»

 
(3) Jean Loup Pivin in ESSAY & WRITINGS On African contemporary Art : “Ornement is not a crime”, traduzione di Gail de Courcy. www.revuenoire.com/en/textes.php?article=ornement