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Il Covile - N.o 457 (26.7.2008) Armando Ermini riflette sul libro di Nikos Salingaros

Questo numero


Potenza delle coincidenze: oggi, mentre è in edicola Il Domenicale con l’imperdibile articolo “Biofilia, architettura per la mente” di Nikos A. Salingaros e Kenneth G. Masden II (tradotto dall’amico Stefano Silvestri) è pronto Il Covile con questa recensione di Armando Ermini.
 

Nikos Salingaros e l’antiarchitettura (di Armando Ermini)


Ho letto Antiarchitettura e demolizione. Non avendo nozione alcuna di architettura e non essendo neanche uno scienziato, non ho la presunzione, e non ne avrei le capacità, di entrare nello specifico. Mi limiterò perciò ad alcune sensazioni da “uomo della strada”, ma soprattutto a utilizzare alcuni concetti espressi da Salingaros per applicarli a campi diversi dall’architettura, perché trovo ci siano analogie molto forti e significative a conferma, se ce ne fosse bisogno, che nella vita di una comunità, “tutto si tiene”.
Riassumo, per fare chiarezza prima di tutto a me stesso, quello che mi pare il concetto centrale del libro.
Ogni sistema complesso rappresenta di più che la somma delle sue parti, dice Salingaros (pag. 47), in quanto esiste una connessione interna fra di esse che costituisce la struttura fondamentale del sistema e lo fa funzionare, un invisibile tessuto connettivo non rintracciabile nei singoli elementi che lo compongono, con la funzione, mi si perdoni la licenza poetica ma è così che lo capisco, di soffiare la vita all’interno del sistema stesso in modo che acquisti di significato e di coerenza. È questo (pag. 60) che ha scoperto la scienza negli ultimi cento anni, ossia “il carattere coerente dell’universo, in cui l’intero è maggiore della somma delle parti. I sistemi fisici, chimici, biologici ed ecologici non possono in alcun modo essere intesi come puri e semplici insiemi di frammenti [...] La vita può essere immaginata solo mediante una sequenza di schemi che determinano entità coerenti su scale sempre più evolute [...] Questo processo creativo degli insiemi complessi si ripete dal livello degli atomi a quello dell’organismo alle scale maggiori, fino ad arrivare alle società di persone e alle loro creazioni.”
Anche i decostruttivisti riconoscono che l’universo è un sistema complesso e intricato, ma concepiscono (pag. 60) la complessità solo come insieme di parti, e dunque vedono la disarticolazione (Decostruzione) del sistema nei suoi singoli elementi come il modo per eccellenza, anzi il solo, per comprenderlo. Manca cioè il concetto di connessione come legame interno fra di essi, ma con ciò viene a mancare il senso e la coerenza del tutto, della quale infatti non si preoccupano se non per combatterla come costruzione culturale e sociale da demistificare in quanto imposizione ideologioca borghese e reazionaria. Il risultato dell’applicazione di questi concetti agli edifici è che gli stessi appaiono “morti”, incapaci di connettersi con l’ambiente circostante e soprattutto con gli esseri umani che ne usufruiscono, anche solo esteticamente. Sono cioè una imitazione sterile dei processi naturali.
Fin qui, se ho bene afferrato il concetto, Salingaros.

La decostruzione della vita


Spostiamoci ora in un altro campo, quello, ad esempio, dell’ingegneria genetica e della riproduzione artificiale della vita umana. Fino a qualche decennio fa il rapporto fra procreazione e sessualità non era in discussione. Il complesso processo biologico di formazione e sviluppo dell’embrione nell’utero materno era innescato da un atto, il coito, di per sé meccanico da un punto di vista fisico. Potremmo dire che la connessione interna fra i due atti era (e fortunatamente ancora è nella stragrande maggioranza dei casi) costituito dal “campo energetico” del desiderio o dell’amore. La nuova vita era la risultante di due processi che per comunicare avevano comunque bisogno di un elemento connettivo non dipendente dalla volontà o da una decisione razionale, tali non essendo certamente il desiderio o l’amore senza i quali la penetrazione è preclusa. Il desiderio (anche quando diviene violento e prevaricatore) e l’amore, danno comunque forma ad una relazione con l’altro da sé. Che può certamente essere sbagliata o violenta come nel caso dello stupro, ma sempre di relazione si tratta. Le tecniche di fecondazione artificiale, rompendo il legame fra procreazione e sessualità hanno interrotto la connessione fra di essi assicurata dagli elementi non razionali ma nondimeno capaci di dare senso, che li tenevano assieme. Non diversamente, mi pare, accade con l’architettura decostruttivista quando erige un edificio potremmo dire “autosufficiente”, fondato solo su se stesso a prescindere dal legame con ciò che lo circonda e che significa sedimentazione storica e culturale. E come quell’edificio, soprattutto se replicato si vasta scala, diventa un “virus”, sostiene Salingaros, capace di modificare in profondità la comunità fino a distruggerla proprio in quanto ne interrompe i nessi relazionali, così il diffondersi delle tecniche di fecondazione artificiale modificheranno l’antropologia umana perché modificheranno nell’umanità la percezione di sé, non più frutto di una sia pur fugace relazione con l’altro, fondamento costitutivo dell’individuo e della comunità, ma come decisione individuale, in definitiva onnipotente, che si interfaccia solo con l’asetticità di una clinica medica. Non solo, come l’architettura decostruttivista finisce per proporre “edifici deterministici, che lasciano ben poco al caso” (pag. 68, a proposito di Libeskind) contraddicendo l’assunto di partenza di un’assoluta e democratica libertà formale, anche il sistema complesso “procreazione artificiale” finirà, ineluttabilmente, per eliminare l’elemento “caso” dalla vita umana, essendo evidente e quasi “naturale” la sua deriva eugenista. Le generazioni precedenti determineranno la forma della vita di quelle future, togliendo loro la libertà di essere come il caso dispone.

La decostruzione delle identità


Scrive Salingaros (pag. 59) che “I principi della logica strutturale si basano sull’animale umano, secondo un processo d’adattamento che è essenziale per sopravvivere su questa terra. La violazione di queste regole [negli edifici decostruttivisti. Ndr] provoca un senso di ansietà nelle nostre menti e uno stato di stress nei nostri corpi.”
Ansietà e stress sono caratteristiche dell’uomo contemporaneo sul quale si sta tentando un’operazione di distruzione scientifica dell’identità, sia sul piano etnico e culturale, sia sul piano dell’identità di genere. Anche in questo caso l’operazione viene condotta in nome della libertà individuale e della rottura delle gabbie culturali entro cui sarebbe stato costretto, ma il risultato, come nel caso precedente, è opposto.
 

L’identità etnica e culturale


Il mondo “progressista” individua nell’ identità culturale ed etnica dei popoli un fattore di chiusura provincialistica, di paura dell’altro e di scontro. Le singole identità etniche e culturali, che spesso si cementano anche su avvenimenti mitici (non necessariamente storici) che formano il loro tessuto connettivo, sono da decostruire “razionalmente” in nome di un individuo fondato solo sul proprio essere uomo (o donna naturalmente, ma su questo tornerò). Non vale per loro, come per gli architetti decostruttivisti, che l’identità è frutto di lunghi processi culturali di adattamento e, certamente, anche di lenta contaminazione fra culture. Non vale la constatazione concretissima che il meticciato universale da loro propugnato, in quanto processo repentino e quindi di impossibile amalgama e sedimentazione (ossia di formazione del tessuto connettivo) è proprio ciò che genera lo scontro e la diffidenza. Non vale perché hanno in mente un individuo che non esiste, l’individuo astratto (come gli edifici decostruttivisti), che non si individua nella relazione con gli altri e con l’ambiente. Il risultato pratico non è affatto un uomo libero da gabbie ideologiche, ma un uomo sradicato da sé, facilmente omologabile ai modelli di consumo imposti dall’elite cosmopolita che detiene il potere finanziario, politico e culturale. Anche in questo caso partendo dalla libertà dell’individuo declinata astrattamente, si approda al suo opposto: l’uomo clone che pensa, mangia, consuma, agisce, in modo omologato e del tutto conforme alle esigenze del mercato unico. E quando i popoli, magari in modo inconscio, avvertono disagio e pericolo (come nel recente caso dell’Irlanda che ha respinto gli accordi di Lisbona), si va avanti lo stesso imputando il fatto a difetti e carenze di comunicazione.
 

Identità di genere


Identico processo contrassegna oggi l’identità di genere, laddove maschile e femminile sarebbero costruzioni ideologiche e il corpo ininfluente in sé sulla psiche. Così che si può pensare di separare, cioè decostruire, questa unità fondamentale per l’individuazione e ricomporla a piacere. Non si sarà più fondamentalmente maschi o femmine, se non come contingenza corporale, ma ciascun individuo libero di costruirsi una identità sua propria in una serie di combinazioni e sfumature teoricamente vastissima, ma che partono almeno da cinque tipologie “base”. Anche in questo caso, lungi da liberare i soggetti, la decostruzione produce:
  1. Incertezza e disagio come in chi osserva (o vive dall’interno) un edificio in cui le regole strutturali non siano rispettate. Non si tratta, sia chiaro, di fornire giudizi morali sulle persone o di limitarne i diritti individuali. In culture in cui il genere era un “a priori”, come ad esempio nei pellerossa, agli individui che uscivano dalla norma, erano anzi attribuite facoltà speciali di comunicazione con il Grande Spirito, ed infatti occupavano spesso il posto di sciamano proprio in quanto “anomali”.
  2. Individui omologati su un modello di pensiero unico che contraddice l’assunto di partenza di un relativismo assoluto. Tutti coloro che non accettano il nuovo culto, e insistono a ritenere feconde (che non significa immobili) le identità tradizionali, sono tacciati di oscurantismo retrograde e antidemocratico, esattamente come chi non accetta gli edifici futuribili delle archistar alla moda.

Il centro


Per concludere, scrive Salingaros (pag. 206) che “la struttura vivente definisce il centro dell’universo. [...] il ruolo dell’architettura vivente, tradizionale e vernacolare di ogni paese e di ogni cultura, giuoca questo ruolo nell’ambiente costruito. E’ qualcosa di sacro. Non si deve mai proclamare che è fuori moda e che si può distruggerla per dopo costruire edifici più moderni. La modernità non deve essere una pestilenza che annienta tutto ciò che tocca.”
 
Vengono qui toccati due punti importantissimi. Il richiamo al centro evoca il mandala, quella struttura geometrica che emana dal suo centro e ad esso ritorna e che Jung prese come modello per definire il Sé, o la “totalità psichica”. Ogni sistema vivente, dal singolo uomo alla comunità da lui costruita nel tempo e nello spazio, esige un suo centro per vivere in equilibrio, un centro in cui si integrino conscio e inconscio, corpo e spirito, ragione e istinto. Allo stesso identico modo delle strutture urbane e dei singoli edifici, le comunità umane e i singoli soggetti sono in equilibrio quando il proprio centro viene individuato ed elaborato, operazione culturale che implica l’integrazione della propria storia e del proprio passato e che deve tener conto di tutte le sfaccettature di cui siamo fatti e delle connessioni fra di essi. La cesura col passato, che equivale a negare il tessuto connettivo del vivente, operata dalla modernità in nome di un futuro migliore libero dai vecchi vincoli, non è affatto, allora, un’operazione progressiva e democratica, ma al contrario profondamente regressiva. Annulla lo sforzo d’individuazione di millenni di storia, col rischio di ricacciare l’umanità verso una “ricollettivizzazione della coscienza”, come sostiene Erich Neumann (Storia delle origini della coscienza, Astrolabio) e come è ampiamente dimostrato dai fenomeni di omologazione di massa sopra richiamati. Eterogenesi dei fini!
 
Armando Ermini