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Il Covile - N.o 459 (24.8.2008) Luca Pignataro ha letto per noi il saggio di Claudio Giunta sulla crisi culturale

Questo numero


Si rientra. La pausa estiva ha fatto accumulare del materiale e quindi avremo i prossimi numeri più fitti. Intanto in questo abbiamo:
1) Prima di tutto una recensione di Luca Pignataro. I lettori più attenti ricorderanno che nello speciale 400, del giugno dello scorso anno, Luca ci fece conoscere Pierre-André Taguïeff, uno studioso francese non ancora conosciuto in Italia quanto meriterebbe, speriamo che le sue collaborazioni continuino.
2) C’è poi un appuntamento per il prossimo martedì 26 agosto che può essere anche un’occasione di incontro tra covilanti, per trasformare identità telematiche in persone in carne ed ossa.
3) In ultimo, mentre informiamo gli amici sull’analisi (è ancora in inglese ma presto sarà tradotta) di Nikos Salingaros della desolazione in forma di telaio che vorrebbero installare nel centro di Firenze ( “DESIGN REVIEW: Arata Isozaki’s Proposed Metal Frame, Piazza dei Castellani (Uffizi Galleries) in Florence” ), ne approfittiamo per pubblicare, dall’album di viaggio di Nikos dello scorso giugno, due foto che documentano, se ne parlava prima, come amicizie nate nella rete a volte si trasformino incontri reali.
 

Il saggio di Claudio Giunta sulla crisi culturale (di Luca Pignataro)


Claudio Giunta , L’assedio del presente. Sulla rivoluzione culturale in corso, il Mulino, Bologna 2008, pp. 149

Non capita di frequente, anche se ultimamente però avviene più spesso, di trovare e di leggere saggi in cui si descriva criticamente il processo di decomposizione che la cultura dei Paesi occidentali, Italia compresa, sta subendo negli ultimi anni ad un ritmo accelerato, grazie al trionfo della cosiddetta società di massa e di una comunicazione basata prevalentemente sull’immagine e sugli istinti impulsivi. Ancor meno frequente è che a compiere una tale descrizione critica (“critica” sia in senso filosoficamente neutro sia nel significato corrente) sia uno studioso italiano: è noto come il nostro Paese tenda a recepire acriticamente le tendenze in vigore nel resto dell’Occidente, salvo poi accorgersi, a distanza magari di decenni, che la società italiana è radicalmente mutata da una sorta di modello archetipico che un po’ tutti avevamo in mente e che sembrava immutabile. E salvo poi scoprire che il mutamento non ha dato sempre frutti piacevoli o auspicabili razionalmente.
Si spiega forse così un certo interesse destato dalla pubblicazione di questo volumetto, opera di un docente di letteratura italiana presso l’università di Trento, il quale descrive con decisione una serie di fenomeni di cui ci rendiamo conto ma che sovente non siamo in grado di analizzare: il declino della tradizione culturale a favore di quella che egli chiama la “cultura pop”, con il conseguente rimescolamento dei generi di espressione (tutti definiti come arte) e la loro parificazione; la confusione tra educazione e informazione; l’affannarsi da parte delle istituzioni universitarie a rincorrere i gusti della “gente”, cercando di cooptare i personaggi resi famosi dai mezzi di comunicazione di massa; il tramonto dell’idea di educazione come globalità della persona e come qualcosa di separato dalle contingenze e dall’effimero, e il paradossalmente conseguente frammentarsi dell’alta cultura in percorsi iperspecialistici e sovente prigionieri di un gergo autoreferenziale e incomprensibile; l’ “infatuazione per il comunque altro”, ossia un superficiale entusiasmo per qualsiasi cultura tranne quella italiana ed europea, come se, per capire le altre culture, non fosse necessario conoscere bene prima quella cui si appartiene; l’abuso delle scienze al posto delle arti.
L’autore si scandalizza del fatto che anche coloro che ricoprono ruoli di spicco nella società, mostrino troppo spesso una gravissima ignoranza culturale. Critica inoltre la proliferazione di voci disparate che si atteggiano ad esperte di qualsiasi argomento, quasi che abbiano un “diritto” a parlare anche di cose sulle quali non sono minimamente in formate. Si preoccupa del venir meno della tradizione culturale, che permette di mantenere un salutare distacco dalle mode effimere del momento, e della mancanza di senso storico, che, secondo lui, è utile a chi concepisce l’uomo unicamente in funzione di consumatore passivo. Dubita della validità di un modo di pensare secondo cui per l’umanità esisterebbe solo un progresso lineare. Intuisce che alcune virtù del mondo di ieri, come la fedeltà al luogo di origine, il senso di appartenenza alla comunità, la responsabilità nei confronti dei posteri, il rispetto verso chi era portatore di cultura, sono cancellate dall’avanzare delle nuove tendenze e dallo svilimento dell’educazione, con conseguente ricaduta in aspetti istintuali che una società evoluta dovrebbe piuttosto tenere a freno. Si allarma per l’incapacità a pensare che la nuova “cultura” dominante mostra, tutta centrata sui costumi e non sulla sfera morale che forma il carattere di una persona civile. Insomma: questo libro ci offre una serie di riflessioni che l’autore riesce a sottrarre allo sterile lamento moralistico e a sollevare a un livello più elevato di discussione razionale sui rischi che il futuro prossimo riserva a noi e ai nostri eredi.
C’è però in questa trattazione anche qualche limite, dovuto presumibilmente al mondo di riferimento dell’autore. Il professor Giunta inizia citando un “appello per l’educazione”, riconoscendo l’interesse di una voce che si distanzia dal “progressismo” imperante; ma subito aggiunge che il fatto che l’appello sia stato promosso recentemente dal movimento di Comunione e Liberazione (ma è stato sottoscritto anche da non cattolici) chiarisce “i termini della questione” e che sarebbe stato meglio che quell’appello facesse riferimento a un libro del fondatore di CL, don Luigi Giussani, libro definito «tanto rozzo e aggressivo» da risultare «imbarazzante» per il lettore (p. 8). Una tale immediata chiusura, che forse potremmo definire un “mettere l’etichetta” a chi non appartiene al proprio ambiente, francamente stona in quella che doveva essere un’analisi razionale e pronta al confronto (dovrebbe essere superfluo, ma forse è opportuno precisare che l’autore di questa nota non appartiene a CL). Inoltre più avanti troviamo, tra coloro citati da Giunta a sostegno delle proprie tesi, Theodor Adorno, Antonio Gramsci, Sebastiano Timpanaro, Pierpaolo Pasolini: tutti personaggi la cui lettura e le cui opinioni potrebbero spesso a buon diritto definirsi rozze, aggressive e imbarazzanti per il lettore, nonché anacronistiche e magari addirittura in contraddizione l’uno con l’altro (ad esempio il Pasolini che parla con rammarico della fine delle culture popolari tradizionali non ha molto da spartire col Timpanaro che invece voleva l’estinzione del folclore ritenendolo reazionario). Non sarebbe stato male dare dimostrazione di un maggiore aggiornamento bibliografico, per esempio citando le opere di Matthew Fforde sulla “desocializzazione” postmoderna e di Pierre-André Taguïeff sul progressismo. Giunta allude poi a una presunta incoerenza dei promotori dell’appello, che spiega con una distinzione tra “Chiesa” e “Vangelo”; da uno studioso che nel suo saggio ricalca più di una volta frasi di san Paolo (senza mai citarlo espressamente) ci si aspetterebbe qualcosa di più della riproposizione di un vecchio stereotipo anticattolico, merce corrente nelle università italiane ma ormai ammuffito. Non a caso parla di «simpatiche intemperanze verbali» (p. 39) a proposito di un personaggio televisivo che aveva pubblicamente bestemmiato.
Giunta vede nelle degenerazioni cui assiste un frutto perverso di un male inteso liberalismo, e chiarisce che, contrariamente a quanto affermato da un ministro per i Beni Culturali, liberalismo e liberismo sono concetti distinti (p. 22); in realtà è vasto il dibattito su questo tema, ma qui basterà notare come in un’altra occasione Giunta si ricordi di elogiare un recente ministro dell’Università (p. 70), trascurando tutta una serie di mosse assai discutibili intraprese dal suddetto ministro, personaggio di modesta caratura e ormai relegato in secondo piano nella vita politica italiana. In un passo, l’autore sostiene che ai ragazzi delle scuole vanno dati da leggere libri che parlano di cose e problemi dei quali possono fare concreta esperienza, e dunque «a quattordici anni non ha molto senso la trinità Dante-Manzoni-Svevo imposta dai programmi scolastici; mentre ce l’hanno Il giovane Holden o I sommersi e i salvati» (p. 80): non so quanti ragazzi di quattordici anni leggano Dante a scuola, so che molti dovevano leggere Manzoni ma lo leggevano male anche perché influenzati da cattivi insegnanti, e mi chiedo infine che esperienza possano avere i ragazzi di oggi dei lager nazisti o perché debbano affrontare l’adolescenza in base ai soliti stereotipi degli anni Sessanta (per tacere del fatto che da un docente di letteratura italiana non ci si aspetterebbe quel “ce l’hanno” che stona tremendamente). Giunta in qualche occasione non si perita dal mostrare acutamente come le velleità di “controcultura” del Sessantotto siano inverate dai fenomeni che vediamo ai nostri giorni, spesso patrocinati appunto da personaggi in gioventù “contestatori” in nome del “popolo” e che oggi fanno carriera affermando di dare al “popolo” quello che vuole tramite i prodotti scadenti dei mezzi di comunicazione. Perde però l’occasione di analizzare criticamente ciò che veramente fu il Sessantotto e di metterne in discussione l’apoteosi. Esprime ammirazione per il Gramsci critico teatrale, capace di esprimere un “giudizio di valore” legato alla “qualità del rispecchiamento” ossia alla capacità di «mettere in scena problemi rilevanti per la vita degli spettatori» (p. 119): ma è esattamente quello che i nuovi mezzi di comunicazione di massa sostengono di fare, allorquando propongono quegli spettacoli scadentissimi di cui Giunta si lamenta! L’autore fa riferimento in diverse occasioni a concetti della psicanalisi, cui evidentemente attribuisce uno statuto di scientificità e di attendibilità che può essere tranquillamente messo in discussione, tanto più che l’importanza della psicanalisi sembra essere piuttosto proprio una conseguenza della pseudocultura di massa della quale Giunta si allarma. Trattando del ruolo della cultura nella democrazia, cita con ammirazione John Dewey, che è viceversa forse uno dei responsabili dello scadimento dell’istruzione a pura funzione sociale, cosa della quale Giunta si preoccupa. Si scandalizza comprensibilmente perché la classe politica odierna - ma anche i giornalisti, che preferiscono l’intrattenimento all’informazione - sia tanto ignorante, e cita come esempio un parlamentare che non sapeva dove fosse Guantànamo, rinfacciandogli che avrebbe potuto almeno conoscere «la più famosa canzone cubana» (p. 99); più avanti però si lamenta dello scadimento del concetto di arte, per cui la canzone e il romanzo sono messi sullo stesso piano, e Nabokov e Freddy Mercury sono degni di un monumento lungo la stessa strada (per tacere del fatto che la “ragazza di Guantànamo” cui si riferisce la canzone proveniva non dalla base militare statunitense, ma dalla città di Guantànamo, che si trova ugualmente a Cuba ma non coincide con la precedente). Giunta crede poi al luogo comune dei ricchi sempre più ricchi e dei poveri sempre più poveri (p. 116), mentre la «sperequazione tra le classi» si annullerebbe unicamente sul piano della “cultura pop” che ormai impera dappertutto: mi chiedo se questa analisi sia del tutto esatta, e soprattutto che senso avrebbe invece, adoperando le categorie di cui si serve lui e in base ai suoi stessi parametri, un mondo in cui non esistesse sperequazione economica ma ve ne fosse una culturale. Manca d’altra parte un accenno preciso al sistema di cooptazione vigente nelle università italiane, imperniato per lo più su un gregarismo di basso livello, che rispecchia pienamente quella decadenza culturale da cui Giunta è scandalizzato.
 
Luca Pignataro
 

Appuntamento al Meeting in memoria di Graziano


Martedì 26 agosto, alle ore 19, al Meeting di Rimini sarà presentato il libro Sto registrando tutto per l’eternità, che raccoglie le lettere di Graziano Grazzini, un amico importante per la storia del Covile, morto nel settembre 2006.
Partecipano alla presentazione: Matteo Renzi, Presidente della Provincia di Firenze; Denis Verdini, Deputato al Parlamento Italiano. Introduce Gabriele Toccafondi, Deputato al Parlamento Italiano.
 

Immagini dal viaggio in Italia di Nikos Salingaros


1. A Pienza con Stefano Borselli e Rob Krier
Stefano Borselli, Nikos Salingaros, Rob Krier

 
2. Ad Agrigento con Ciro Lomonte
Nikos Salingaros e Ciro Lomonte