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Il Covile - N.o 461 (5.9.2008) Speciale aperture

Speciale aperture (scuola e caccia)


Nel nostro Covile tutto si tiene. Prendiamo ad esempio questo speciale (i testi, a mio avviso cruciali, sono così ben fatti e chiari che non hanno bisogno di commenti):

Buona lettura.
 

Cattivi insegnanti (di Fabio Brotto)


Fonte: Brotture. 13 agosto 2008

Si può essere cattivi insegnanti in molti modi, anzi in moltissimi, e lo si può essere anche a dispetto di una viva intelligenza e grande apertura culturale, della pratica delle innovazioni didattiche, e anche del successo conseguito presso allievi e famiglie, se lo spirito è intimamente guasto.
Una delle tante anime grandi liquidate dalla Rivoluzione sovietica, e una delle supreme, Pavel Florenskij, raccontando ai figli la sua giovinezza (Ai miei figli. Memorie di giorni passati, Mondadori, Milano 2003), evoca ad un certo punto una figura della quale era stato intimo amico prima di scoprirne la tabe profonda: El’čaninov, che fece l’insegnante.
Per ogni occasione inventava nuovi metodi di insegnamento, risvegliava le menti e l’interesse, stimolava. Con lui si studiava con passione, ai suoi ammonimenti si obbediva volentieri e li si adempiva persino, e nella maggior parte dei casi egli poteva portare i suoi allievi dovunque volesse; solo di rado gliene capitavano di tali a cui non ispirava fiducia e che non lo amavano affatto. Il programma di studio veniva assimilato e tutto pareva filare liscio. Di fatto, invece, El’čaninov strappava il bambino alla sua famiglia e, senza che il poveretto se ne rendesse conto, gli istillava la sfiducia verso il prossimo e gli insegnava a prendere le distanze dagli altri; l’allievo scopriva un punto di vista nuovo per lui, vuoi di sufficienza sprezzante, vuoi di biasimo e riprovazione verso i suoi genitori e tutti gli altri; da quel momento tutto e tutti gli parevano meschini, prosaici, gretti, così come convenzionali e insignificanti erano gli obblighi e i rapporti quotidiani. Era una sorta di ebbrezza, ma non come l’ebbrezza era innocente. Strappati i fili della vita e andatosene, El’čaninov lasciava nell’anima la zizzania, un senso di vuoto e una ferita alla quale si univano il veleno di un’eccessiva autostima e le pretese alla vita che essa implicava. (p. 260)
Questo passo mi ha ricordato un episodio significativo della mia giovinezza di insegnante. Il peggiore. Ottobre 1977. Mi hanno appena nominato (dall’anno prima sono incaricato a tempo indeterminato) in un liceo scientifico. Due classi. Entro in una delle due (una quarta) e trovo tutti gli studenti seduti coi banchi disposti in cerchio. Alla mia osservazione immediata che preferirei una disposizione tradizionale, mi rispondono che così sono stati abituati dal rimpiantissimo insegnante di italiano dell’anno precedente, che è passato all’università e di cui serbano un ricordo struggente (ovviamente di ciò la Preside non mi ha minimamente avvertito – si sa che gli insegnanti giovani sono carne da cannone, e d’altro canto non c’è di peggio che dover sostituire in cattedra un idolo). Mi dicono che loro in classe non facevano lezioni, ma tenevano seminari. Non si sentono studenti comuni, secondo il modello della società borghese. L’insegnante-idolo, a sua volta, doveva sentirsi una specie di Lacan. Infatti, andando a vedere i registri dell’anno prima, mi accorgo che non sono annotati argomenti di lezioni, ma vaghissimi Seminario su Propp, Seminario su Deleuze, e così via. Canti della Divina Commedia letti: zero. Professore tuttavia giudicato eccelso da studenti e famiglie. Convinzione radicata in tutta la classe che la malattia mentale non esista, e i pazzi siano i borghesi che si ritengono sani, che la società sia di merda, e così via. Ovviamente nella classe c’è un allievo leader. Un autonomo, membro di un collettivo violento. Non studia nulla. Fuma molta erba. Sa tutto quello che deve sapere, sul mondo e l’ultramondo. Gli altri allievi, comprese le figlie di famiglie ricche e potenti, perdono le bave per lui. Fanno tutto quello che dice, obbediscono a ogni suo cenno. L’idolatria che si riversava sul professore ora è diretta al compagno. Durante l’anno scolastico 1977-1978 ne succedono di ogni sorta. Compreso un attentato dinamitardo alla casa della Preside. Il giovane leader finisce per alcuni giorni in carcere. Torna a scuola con l’aureola del martirio.
Quell’anno sono riuscito a spiegare due canti di Dante. Per descrivere bene quella situazione, occorrerebbe un Dostoevskij.
Anni dopo venni a sapere che un ragazzo della classe, che allora mi era sembrato un innocuo pacioccone, si trovava rinchiuso in carcere, condannato per rapina a mano armata.
Parafrasando appena Florenskij, potremmo dire che quel docente mio predecessore aveva lasciato nell’anima degli studenti di quelle classi la zizzania, un senso di vuoto e una ferita alla quale si univano il veleno di un’eccessiva autosti­ma e le pretese alla vita che essa implicava. Se v’è un modo malsano di accrescere l’autostima dei ragazzi e delle ragazze, e trasformarla in veleno, questo modo nella scuola v’è stato e vi è ancora. Ma è un modo plurale, anche se la sua radice è una sola: la fuga dalla ragione.
 
Fabio Brotto
 

Uccelli


Ogni becco d’uccello può colpire.
Può uccidere il gentile pettirosso
e il passero che alleva la sua prole.
L’insetto si contorce nel dolore.
Ma il canto è la delizia dei poeti
che accoppiano la Rosa e l’Usignolo.
Per il verme né lacrime né amore.
 
Molte le vite: io sono cacciatore.
Nelle mie notti sogno l’ampio cielo
e d’aquile rostrate il fulvo odore.
 
Fabio Brotto
Fonte: Brotture. 31 agosto 2008

 

Andiamo verso una scuola di donne per donne? (di Giuseppe Ghini)


Fonte: Ghinetto, 21 dicembre 2007, pubblicazione cartacea: La Voce di Romagna, 7.XII.2007

Ho un ricordo vivido di certe mattine al liceo: la professoressa che leggeva il brano di un poeta, un delicato lirico greco oppure Catullo, e poi chiedeva, quasi implorava da noi una reazione sentita, partecipata. Cercava in noi studenti un segno che quella poesia aveva toccato le corde più intime della nostra persona, ci aveva detto qualcosa di importante. Era una specie di “lezione empatica”, la ricerca di una comunione di anime sensibili (e lo dico in tutta serietà, senza nessuna ironia).
Ricordo anche la nostra reazione, intendo di noi studenti maschi: una specie di impossibilità di manifestare quello che sentivamo davvero. Perché sì, dentro di noi la poesia dei lirici greci aveva fatto breccia, eppure una sorta di pudore ci impediva nel modo più assoluto di esprimere quel sentimento in parole, e ancor meno di metterlo per iscritto su una pagina, di farne oggetto di un tema. Si creava pertanto un muro di incomprensione: la professoressa usciva dalle lezioni scoraggiata, non più certa della universalità del messaggio della lirica greca e di Catullo; noi uscivamo liberati dall’incubo del “dover esprimere i nostri sentimenti”, ma col dubbio che la professoressa avesse capito che, sotto l’apparenza scostante, anche noi provavamo ciò che lei descriveva con tanta partecipazione. Spesso, era una nostra compagna di classe che risolveva la situazione rispondendo alle sollecitazioni della professoressa di greco e dando espressione ai sentimenti. Noi, intendo sempre noi studenti maschi, stavamo a sentire, a volte prendevamo perfino in giro la compagna di classe che aveva avuto l’ardire di esprimere i suoi sentimenti.


Capisco solo ora il malinteso tra la sensibile professoressa di greco e noi studenti maschi. Lo capisco leggendo un pezzo di Michael Gilbert sulle scuole “single sex”.
Il giornalista americano scrive un articolo allarmato sull’insuccesso degli studenti maschi nel sistema scolastico americano: i maschi che ripetono l’anno alle elementari negli Stati Uniti sono il 50% più delle femmine, quelli che soffrono di disturbi dell’apprendimento sono 3 o 4 volte in più, i ragazzi dislessici sono il doppio delle ragazze dislessiche. Moltissimi i casi di disattenzione cronica, quella che gli americani chiamano Disturbo da deficit dell'attenzione (ADHD): a tal punto che 1 ragazzo su 5 prende il Ritalin, un analogo delle anfetamine che serve a stimolare l’attenzione. Il risultato è che all’università le ragazze americane sono più del doppio dei maschi.
All’origine di questa situazione, stando a Gilbert, c’è anche la scuola mista (in inglese si chiama “co-ed”, cioè coeducational) a cui il sistema americano ha dato la sua larghissima preferenza a partire dagli anni Settanta. Perché? Perché la scuola mista è fatta per la maggior di professoresse donne, le quali privilegiano “naturalmente” le abilità proprie delle ragazze: “a questa età le studentesse leggono più velocemente — scrive il giornalista — controllano meglio le loro emozioni e il loro corpo, trovano congeniale l’attuale enfasi sullo studio di gruppo e sull’espressione dei sentimenti. I ragazzi preferiscono i processi visivi, l’azione fisica, la competizione, fanno fatica a stare seduti in un banco per 5 ore”. Poco a poco, insensibilmente, la scuola americana si è modellata sulle studentesse femmine, ha assunto come “studente standard” la studentessa femmina più calma a matura e ha giudicato come “fuori norma” il comportamento più “fisico” e gli atteggiamenti più riservati degli studenti maschi. L’allarme non è soltanto di Gilbert, giornalista che scrive sul Christian monitor, ma è tanto generalizzato che Hillary Clinton ne ha fatto uno dei cavalli di battaglia della sua campagna elettorale.
 
Riassumo l’articolo di Gilbert a una professoressa di lettere di un liceo italiano. E quando arrivo all’incapacità/impossibilità dei maschi adolescenti di dare espressione ai loro sentimenti, la professoressa esplode: “Esatto, quei deficienti! Stanno lì muti e sordi, come dei tronchi di legno”. Perfetto. Come controprova, non c’è male.
Non è che stiamo creando anche noi, in Italia, una scuola di donne per donne? E se fino ad ora questo può comportare al massimo un brutto voto, soprattutto nel tema di italiano, la cui valutazione è spesso tanto decisiva, quanto arbitraria, cosa succederà quando, secondo gli auspici del Ministro Mussi, il voto della maturità sarà fondamentale per l’ammissione all’Università? Avremo anche noi studenti maschi penalizzati perché non vogliono e non possono esprimere i loro sentimenti di adolescenti nei temi di italiano e nell’interrogazione su Catullo?
 
Giuseppe Ghini