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Il Covile - N.o 462 (8.9.2008) Ancora sulla scuola mista e un racconto

Questo numero


So che il numero scorso ha fatto discutere, bene, approfondiamo. A tamburo battente il commento di Armando Ermini, seguito (dulcis in fundo, è il caso di dirlo) dal breve racconto autobiografico di un nuovo amico, Carlo Alberto.
 

Giuseppe Ghini e la scuola per donne (di Armando Ermini)

Si vive di apparenze, giacché a ben vedere abbiamo in questa vita solo quelle. E a studiarsela nelle foto la ministra Gelmini Mariastella parrebbe perfetto archetipo di professoressa, con nome acconcio. Adatto allo scassato gineceo di laureate in crisi di nervi, che educano alla noia gli studenti con la stessa stanca fretta con cui fanno la spesa. Perché questo è ora in Italia la scuola: luogo dove non solo la cultura massificandosi s’è immiserita; come previsto da Nietzsche. Ma inoltre pure sede di procedura devirilizzante, per esclusiva somministrazione di insegnanti donna. Dalle tre maestre per classe alle schiere di casalinghe traviate nelle medie superiori, dove il livello finale di ignoranza risulta peggiore addirittura di quello europeo. (Geminello Alvi su Il Giornale del 6 settembre 2008)
Qualche giorno fa Marcello Veneziani, su Libero, ebbe a scrivere che se si attribuisce il degrado della scuola italiana alla massiccia presenza di insegnanti meridionali, per coerenza si dovrebbe attribuire tale degrado anche, quantomeno, alla massiccia presenza di insegnanti femmine.
Bene, bene, meglio tardi che mai, verrebbe da dire. La verità comincia ad emergere, ma soprattutto i nostri maître à penser prendono finalmente coraggio e iniziano a dirla, la verità che fa scandalo alle orecchie dei progressisti colonizzati dai luoghi comuni che hanno imperversato negli ultimi decenni. Semmai ci sarebbe da sottolineare che il ministro Gelmini è femmina, come femmina era quella leghista di cui non ricordo il nome e che denunciò in parlamento i guasti prodotti dalla sempre più ridotta presenza maschile nella scuola. Prova e testimonianza di quanto i maschi siano o ciechi a se stessi o così intimiditi dall’arroganza del politically correct da non aver il coraggio di agire in prima persona; ma il discorso ci porterebbe ancor più lontano, e dunque atteniamoci al tema.
Inutile dire che sottoscrivo lo scritto di Giuseppe Ghini, parola per parola. Lo penso e lo scrivo da anni. Toglierei solo il punto interrogativo alla domanda se stiamo creando una scuole per donne, trasformandola in una affermazione, netta e inequivocabile, e vera!
Uno dei ricordi più vividi delle mie scuole medie (quelle single sex di una volta, con tanto di esame d’ammissione, tre anni di latino e i poemi omerici studiati come ora al liceo) è ancora l’invidia che provavamo per i compagni della classe parallela alla nostra. Il loro professore di Lettere, un tipo allampanato e anche in inverno sempre in maniche corte, faceva studiar loro l’Iliade in modo, diciamo, eterodosso. Mettevano in scena, in aula, duelli epici e battaglie usando come “armi” le vecchie “righe a T” per il disegno geometrico. Immaginiamoci che scandalo sarebbe oggi per il gineceo di laureate in crisi di nervi, o per le delicate maestrine plurime (delicate, ma capacissime di esprimere giudizi sprezzanti come quello della professoressa di Giuseppe Ghini quando idee, comportamenti, opinioni, non rientrano nei loro schemini)!
È che non si era ancora persa la nozione, da sempre nota ma oggi rifiutata per rancore e rivalsa ideologica, della diversità fra maschi e femmine: dai tempi di sviluppo psichico alla fisicità dei corpi , dagli interessi e le passioni alle metodologie d’apprendimento che da tutto ciò deriva.
In nome di un concetto falso, e stupido, di uguaglianza, si è fatta tabula rasa delle differenze, ma come ben dice René Girard, l’indifferenziazione produce infine violenza.
E neanche si è cercato di trovare un punto d’equilibrio (impresa che sarebbe stata comunque impossibile oltre che improduttiva) fra maschile e femminile. Si è invece semplicemente assunto il paradigma femminile come standard. Prendiamo il caso dell’ADHAD, la nuova famosa sindrome da iperattività “curata” con il Ritalin, uno psicofarmaco. Non tutti sanno, perché negli innumerevoli articoli in merito non viene mai scritto e il dato me lo sono andato a cercare altrove, che colpisce per l’80% bambini maschi e che spesso sono le insegnanti a sollevare il caso, notando “sintomi” nei giovani allievi. E’ cambiata la natura dei maschi, oppure è cambiato il mondo intorno a loro, in modo che non riesce e non vuole più riconoscere le loro caratteristiche, valorizzarle e incanalarle in modo positivo? Beninteso, la stessa necessità vale per le femmine, ma non si vede perché la valorizzazione delle une debba avvenire a scapito di quella degli altri, se non, ripeto, per rancore ideologico, il quale è d’altronde parte (effetto e causa) di un più generale processo di femminilizzazione e devirilizzazione che colpisce tutto l’Occidente. Processo la cui punta di diamante ideologica sono le idee “socialiste” (almeno da un certo punto in poi), ma del quale non sono meno responsabili gli altri subordinati fautori della modernità e del progresso, e nonostante le apparenze anche i tragicomici “machi” da operetta che si rifanno all’estrema destra. Mi viene da dire che le insegnanti, alla fine, sono le meno “colpevoli”. Inzeppate di falsi concetti sessantotteschi e catechizzate dalla violenza ideologica di un certo femminismo vincente, fanno quel che sanno fare in sintonia col loro essere donne, e dunque dotate di quella particolare sensibilità e percezione del mondo che non è migliore o peggiore di quella maschile, è semplicemente diversa. E gli uomini che da sempre hanno gestito il potere pubblico dove erano? Spariti, dissolti, se non per qualche offesa gratuita alle donne, salvo contribuire in modo determinante al processo di devirilizzazione, in maniera attiva o col silenzio opportunista. Il potere nel privato è altra cosa, si sa, ma proprio questa è la dimostrazione di quanto sia spesso più importante dei cadreghini in parlamento o nei consigli d’amministrazione delle Corporations.
Ma torniamo al tema, riassumendo lo stato delle cose. I giovani maschi crescono educati interamente da donne ( a casa dalle mamme perché i padri pare debbano servire solo a portar soldi e ora, ultima moda, a cambiare pannolini; a scuola da maestre e professoresse varie). Vedono di continuo film e fiction in cui le figure maschili quando va bene sono pallide e sbiadite (e quando va male, spesso, violente e criminali), si sentono ripetere ogni momento, e cosa devastante da maschi adulti, che le femmine sono migliori, più intelligenti, più sensibili, più empatiche, +++++ di tutto insomma, e che loro, i maschi, sono sporchi, casinisti, violenti, insensibili, insomma soggetti da rieducare al meraviglioso mondo femminile dove tutto sarebbe pace e serenità, concordia e amicizia e senza le brutture del male (già, perché gira e rigira anche quando il male è commesso da una donna si finisce sempre per scoprire che dietro c’è un uomo malvagio). In più si trovano a confrontarsi con compagne che a parità di età sviluppano prima e sono ovviamente più mature.
Allora dico che è ora di rovesciare il tavolo. Il vero “soffitto di cristallo” è questo, e la testa ce la sbattono i giovani maschi. L’altro, quello che ci ripetono ogni giorno e contro il quale si esigono i privilegi discriminatori delle “quote rosa”, è un falso ideologico patente. Ed è un autentico miracolo, dovuto solo alle loro immense capacità di recupero nonostante tutto, se tanti giovani uomini colmano nel crescere il gap educativo iniziale dovuto ad una scuola costruita a misura altrui, e senza aiuti per legge riescono bene in famiglia e nella vita. Forse, semplicemente, perché la vita e le sue necessità/verità c’entrano ormai nulla con questa scuola.
 
Armando Ermini
 

Il gusto della verità (di Carlo Alberto)


Avevo circa sette anni quando presi questa abitudine; pantagrueliche merende davanti alla TV dei Ragazzi che cominciava nel pomeriggio inoltrato.
Preparavo una bottiglia di latte, nuova, con il sigillo di stagnola che la chiudeva intatto; un vaso di Ovomaltina, una banana. Avevo scoperto che un discreto strato di panna si formava al collo della bottiglia e quindi avevo elaborato il miglior modo per usufruirne: praticare una serie di fori nella stagnola che chiudeva la bottiglia, in modo da succhiare la panna senza che si disperdesse nel latte e senza trovarsi con lo stesso che scorreva giù per il collo; molti anni dopo la Chicco ha copiato questo metodo per i biberon ma essendo un uomo magnanimo ho lasciato che se ne prendessero tutto il merito.
Procedevo poi alternando cucchiai di Ovomaltina al latte e alla banana in modo che ogni gusto si esaltasse a confronto col precedente e ne stemperasse l’eccesso di sensazione che avviene oltre la modica quantità. Quando, verso le 17.30, Zorro aveva riportato la giustizia sulla terra ero infine contento e satollo, pronto per giocare nel parco fino a smaltire tutte le calorie e poi molto tardi rientrare, quando i richiami della mamma passavano da monotoni a irritati e poi ansiosi; in questo c’era una certa furbizia, volta a non far notare immediatamente che i pantaloni appena indossati erano strappati o sporchi di terra e di resina.

Si sa tutte le cose evolvono, alla ricerca di nuove e più forti sensazioni introdussi il miele nella mia dieta pomeridiana, il cioccolato, latte condensato e praticamente tutto quello che di dolce trovavo in casa. La mia depravazione aumentava, provai a mischiare le cose assieme, in varie proporzioni. Ottenni il miglior risultato con un frullato extradolce a base di Ovomaltina, con esso raggiunsi i vertici del piacere.
Ma già si delineava una nuova prospettiva. Zorro in fondo faceva sempre le stesse cose e io mi annoiavo prevedendo quale sarebbe stata la prossima scena; le invenzioni alimentari erano finite e così tornai al pane-burro-marmellata che mi permetteva di rimanere all’aperto durante la merenda e, sopratutto, di non perdermi niente di quello che in fondo mi interessava veramente.

Nel passare degli anni riconobbi in me i segni indelebili che il vizio assunto allora aveva lasciato nel mio carattere. Mi fermavo a guardare le vetrine delle pasticcerie e cercavo il segno di qualcosa di eccezionale per cui valesse la pena di entrare e chiedere di quello. Camminando mi capitava di annusare nell’aria la dolce fragranza dei pasticcini appena sfornati, allora come un segugio seguivo la scia annusando l’aria in modo talmente evidente che la gente vicina si preoccupava, si guardava intorno e poi verso di me, ma io ero già sparito dietro l’angolo sicuro di aver trovato la fonte della felicità.
Un giorno la incontrai. In una pasticceria a destra del Pirellone, era li, formosa, fresca e invitante: una meringa con panna mi guardava e in lei c’erano tutte le promesse che desideravo. Mi sedetti impaziente mentre il cameriere lento non si accorgeva di quanto trovavo irritante il suo dedicarsi ad altre cose che non fossero il servirmi. Dovetti ordinare anche un caffè perché non sta bere mangiare due meringhe senza accompagnarle con altro di adeguato; il primo boccone doveva essere l’apoteosi del gusto... invece la meringa si aprì in due, la panna cadde sul vassoio, poi sulla mano; non ero all’altezza della situazione. Dopo uno sguardo furtivo raccolsi gli avanzi della mia dignità e li inghiottii insieme con quelli della meringa. In guerra e amore tutto è lecito, conscio di questo detto raccolsi col dito l’avanzo di panna sul vassoio, lo misi con fare indifferente dove per sua natura era destinato; solo allora mi sentii vincitore, con poca gloria, ma avevo ottenuto un primo risultato.
Era tempo della seconda; questa volta non mi sarei sbagliato. Un colpo ben assestato degli incisivi divise la parte facile da quella difficile, individuai il punto debole e con una manovra di aggiramento lo misi in condizione di non nuocere; era rimasto il cuore, già sapevo cosa mi aspettava; i tempi e le misure dovevano essere perfetti, un preboccone e ... alla fine la gloria.
Il cuore di una meringa ben fatta non è troppo dolce, ne troppo duro, non collassa, invece si scioglie in bocca portando dietro il retrogusto della panna con cui ha condiviso il suo tempo; si tratta di una esperienza quasi mistica.
Feci i complimenti al barman mentre pagavo, per la bontà della meringa, ma rimase indifferente, non gli interessava gran ché di quello che succedeva ai suoi avventori. Credo che ora in quei locali si sia insediato un sexyshop, un’occasione persa per l’Unesco.

Non contento della strada deprecabile che avevo intrapreso ci coinvolsi un mio amico; era il più sensibile ai miei discorsi e si convinse facilmente ad accompagnarmi in quelle bravate; ai tempi studiava pianoforte al conservatorio, poi ha preso un atteggiamento alquanto femminile e quando incominciò a parlarmi di giubbotti di pelle e chiodi allentai di molto i contatti; ognuno ha le sue tentazioni, io resto fedele a questa.
Ma ai tempi si rideva e scherzava affascinati dalla vita e dalle sua possibilità. C’è un luogo che consideravo il centro della mia attività, il Cova; aveva solo il difetto di essere frequentato da vecchiette, o allora tali mi apparivano, che sorbiscono il tè accompagnandolo con insulsi biscottini. Noi ci sistemavamo in un angolo da bravi ragazzi, ordinavamo le cose più grasse e succulente che ci fossero e ci dedicavamo con impegno a dar fondo al vassoio dei pasticcini ... e a volte due vassoi su indicazione del mio amico che amava stimolarmi essendo lui depravato per natura.
Ubriacati di cioccolato e crema pasticciera iniziavamo a fare il verso alle vecchiette fino a quando il loro sguardo di riprovazione spingeva il cameriere a farci capire che nonostante gradisse la nostra visita, per motivi di puro guadagno, era ora di liberare il tavolo.

Gli ultimi ricordi che ho prima che la maturità sia intervenuta a rendere i piaceri più seri e più duraturi è di una visita al Motta vicino alla Scala, o forse si chiamava Alemagna allora, non ricordo. Una domenica uggiosa e fredda in cui solo una cioccolata perfetta può rinfrancarti l’animo. Al piano superiore la moquette folta e le poltroncine in velluto rendevano l’ambiente adatto per la consumazione di quel piccolo piacere; ero nel pieno dell’attività e tutto mi andava come mi aspettavo, le ragazze giovani mi guardavo e facevo sfoggio dei miei pantaloni nuovi con stile e grazia di comportamento.
Ora credo che solo un cameriere incompetente possa pensare che in un bicchiere ci stia bene un cucchiaino così lungo da sembrare un’asta portabandiera; mentre ritornavo col braccio dal vassoio delle paste urtai il cucchiaino, il bicchiere si rovesciò sui pantaloni e poiché avevo chiesto espressamente una cioccolata liquida la stessa si trovò la strada verso la moquette passando dal velluto della poltroncina. Tutti avevano avuto la loro parte, la tovaglia, i pantaloni, il velluto e la moquette. Nel pieno di questa tragedia il vicino di tavolo mostrò al mondo che di Signori non ne esistevano più, e disse a voce alta “peccato, spiace per la cioccolata”; ci sono delle volte in cui vorrei essere nato nei bassifondi per riuscire a mollare un pugno sul naso a chi se lo merita.

Ora sono guarito. L’amaro della vita mi ha insegnato a non mettere troppo zucchero nelle cose affinché non si noti la differenza; però quando mi capita una meringa ben fatta riprovo ancora le stesse sensazioni e con la maestria di un capitano di lungo corso guido il gusto al suo porto sicuro.
 
Carlo Alberto