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Il Covile - N.o 463 (14.9.2008) Le recenti esternazioni di Adriano Sofri

Questo numero


Di tanto in tanto alcuni degli amici del Covile vengono ricatturati dal passato che non passa, ne farebbero volentieri a meno, ma non si sottraggono. Ultimamente parte delle riflessioni a più voci che nel corso degli anni si sono tenute su questi argomenti sono state, grazie al contributo della Fondazione Magna Carta, raccolte in un libro. Si intitola Ex comunisti – Addio a Lotta Continua, a cura di Stefano Borselli, edizioni Rubbettino. Pensavo prima o poi di chiederne una presentazione a qualche amico per darvene notizia, ma le dichiarazioni di Adriano uscite due giorni fa hanno bruciato i tempi: le trovate più avanti, precedute da un commento e seguite da altri due.
 

Un comprensibile sdegno (di Stefano Borselli e Leonardo Tirabassi)


Le esternazioni di Adriano Sofri pubblicate sul Foglio l’11 settembre hanno provocato un comprensibile sdegno così generale da in qualche caso offuscarne la comprensione: sono stati i commenti di Michele Brambilla e Maurice Bignami, pubblicati entrambi dal Giornale, a coglierne con maggiore efficacia e forse in modo definitivo, la delirante logica. Vale forse ancora la pena, però, analizzare in dettaglio due punti del discorso di Sofri:
“Il tempo che passa, il rimpianto buono e la cattiva viltà hanno trasformato tutto ciò che avvenne in quegli anni in un’inconcepibile e infame demenza, le firme lucide o sventate di centinaia di personalità rispettabili o famose, e a volte sia rispettabili che famose, in un caso di follia collettiva, magari ai loro stessi occhi. Nel 1998, non nel 1971, Norberto Bobbio commentò il fatto che io avessi deplorato presso la signora Gemma Capra contenuti e tono della campagna di Lotta Continua contro Calabresi come un effetto di indebolimento della mia tempra prodotto dal carcere, e difese le ragioni del famigerato appello.”
Qui Sofri afferma due cose: la prima è che non è vero che “tutto ciò che avvenne in quegli anni” fosse “follia collettiva”, la seconda è che anche l’integerrimo maestro Norberto Bobbio (una tempra morale superiore a quella di Sofri medesimo), la pensava così. A Sofri non passa per la mente che Bobbio potesse più meschinamente essere preoccupato della crescente esecrazione per l’appello contro Calabresi che aveva firmato, per la semplice ragione che se ne vergognava, come fu obbligato dalle circostanze a confessare a proposito della sua gioventù. “Ero fascista coi fascisti, antifascista con gli antifascisti”, sono parole di Bobbio del 1999, un anno dopo il colloquio con Sofri. Nella maturità Bobbio (come Sofri ha più volte scritto, è difficile essere da vecchi migliori di quando si era giovani) non sarà il Raymond Aron italiano, al contrario civetterà con tutte le mode del momento. Racconta Andrea Casalegno, ne L’attentato, che col professore torinese si laureò con una tesi sull'allievo di Louis Althusser, Nicos Poulantzas:
“Althusser era un pensatore coerente. Convinto che «la storia non la fanno gli uomini, la fanno le masse», abolì del tutto il termine «uomo», sostituendolo con la parola «supporto»: gli uomini non sono che i «supporti» dei rapporti di produzione. Poulantzas applicava rigidamente al diritto le idee di Althusser. Espressi a Bobbio le mie riserve, ma lui osservò, giustamente irritato, che non potevo pretendere di applicare al diritto il pensiero di Marx mettendo subito da parte l’unico giovane filosofo che si occupava seriamente dell’argomento”.
Lo stesso Bobbio che si indispettiva con gli allievi di Augusto Del Noce. È famoso l’episodio di quando gettò in terra, platealmente indignato, la tesi su De Maistre del giovane Alfredo Cattabiani. Cattabiani aveva fatto quella tesi per Augusto Del Noce, lui sì l’Aron italiano, l’organizzatore culturale che faceva tradurre ad un oscuro operaio, Mario Marcolla, i primi testi del grandissimo Eric Voegelin o di Augustin Cochin. Ma a Bobbio non interessava Voegelin, interessava il “serio” Poulantzas.
Non è una rilettura di comodo, quegli anni, come gli osservatori non ubriacati dal clima già all’epoca scrivevano, furono davvero tutti all’insegna della follia: non ci fu giornale, compreso il democristiano Popolo, che non parlasse bene della mostruosa Rivoluzione Culturale cinese.
 
Vediamo ora il secondo passo, decisivo:
“L’omicidio di Calabresi – che è responsabilità di chi lo commise, e non di chi firmava appelli contro una sconvolgente vicenda di terrorismo di Stato e di omertà istituzionali – fu l’azione di qualcuno che, disperando della giustizia pubblica e confidando sul sentimento proprio, volle vendicare le vittime di una violenza torbida e cieca. [...] Non rinuncerei, se non per ipocrisia o per indulgenza verso me stesso, a dire che le persone che si spinsero a tradurre nei fatti le parole che con tanti altri pronunciavano (e le nostre furono parole accanite di violenza, benché mai di terrorismo, perché un confine c’era) poterono, allora come in altri frangenti della storia, essere delle migliori.”.
Come tutti hanno capito qui Sofri in sostanza dà ragione a Giampiero Mughini che nell’agosto 2001 espresse l’opinione che il racconto di Leonardo Marino fosse vero, tranne che sulla conferma ricevuta da Sofri, conferma che invece non ci fu. All’epoca Sofri attaccò Mughini, per la verità con una certa eleganza (il figlio Luca più scompostamente) ora evidentemente fa marcia indietro: parlando della moralità degli attentatori al commissario Luigi Calabresi ammette implicitamente di conoscerli, e il rasoio di Occam ci proibisce di pensare come probabili altri personaggi che non siano quelli emersi al processo. In tutta questa parte del suo argomentare Sofri tiene un piano morale alto e a nostro avviso è su questo piano che ha diritto ad una risposta: sì, può avvenire, è avvenuto, che persone “non malvagie” possano arrivare ad uccidere per una idea di giustizia retributiva, insomma per vendetta, o per lottare contro una tirannia. Sì, anche i migliori possono tirare il sasso, ma non si è migliori a vita, per destino, perché si parla bene o si è intelligenti o normalisti o di sinistra. Gli antichi raccomandavano “non dire uno felice finché non è morto”, vale anche per “migliore”. I migliori, tirato il sasso, non nascondono la mano, rendono omaggio alla verità anche se pesa. Il duro fatto che Sofri non vuole accettare è che, fosse vera l’ipotesi di cui sopra, dei tre condannati per omicidio l’unico “migliore” alla fine risulterebbe Leonardo Marino.
E questo deve essere presente nella mente di Adriano che in qualche modo pensa forse a rendere tutti “migliori” proprio col suo sacrificio di sostituzione, come ha lucidamente compreso Michele Brambilla:
“Non ho prove, ma credo che Sofri abbia preferito il martirio personale al racconto della verità. Meglio sprofondare con gli amici che far la figura del delatore; meglio stare in carcere da innocente che distruggere la creatura che fu ed è tuttora il senso della sua vita. Anche qui non ho prove: ma ho l’impressione che l’articolo sul Foglio sia, per chi sa e capisce, rivelatore, con quella inedita ammissione sulla paternità dell’omicidio da parte di estremisti di sinistra (tratteggiati da Sofri con indulgenza e affetto) e con quella rivendicazione di responsabilità totale per ciò che uscì da Lotta Continua («anche quando la mia responsabilità personale fu nulla e così quella penale»). In questo immolarsi di Sofri non c’è nulla di eroico, né di nobile. C’è un ego smisurato, una concezione totalmente autoreferenziale della morale. C’è un malinteso senso di onestà verso gli amici, c’è la convinzione che le colpe non vadano espiate consegnandosi a uno Stato che si ritiene almeno egualmente colpevole. Se Sofri, come sospetto, è innocente ma non racconta ciò che sa, il suo è un grave peccato di orgoglio. È anche un peccato contro la verità – di cui la famiglia Calabresi innanzitutto avrebbe diritto –: non meno grave, a questo punto, di un omicidio di tanti anni fa.”
Stefano Borselli e Leonardo Tirabassi
 

11 settembre 2008 (di Adriano Sofri)


Il Foglio, 11 settembre 2008

Mario Calabresi, sulla Repubblica di ieri, rendeva ampio conto di un incontro fra le vittime del terrorismo venute da ogni parte del mondo a New York per iniziativa del segretario delle Nazioni Unite. Lo stesso Mario Calabresi, in memoria dell’omicidio di suo padre, vi ha portato la voce delle vittime italiane dei cosiddetti anni di piombo, e le proprie riflessioni. Desidero muovere la più ferma obiezione a questa considerazione dell’omicidio di Luigi Calabresi. Lo faccio a doppio titolo. Il primo, titolo tutt’altro che invidiabile, di condannato come mandante di quell’omicidio. Non ho mai ordito né ordinato alcun omicidio, e questa verità non si attenua di un millimetro col passare del tempo, e col mio passare il tempo di tanti anni in galera e da prigioniero; per di più, come mostra una sola occhiata al paesaggio di rovine contemporaneo, in una mera dilapidazione. Il secondo è il pressoché universale silenzio, di volta in volta accorato o angosciato o vile, attorno a una distorsione di cose che in tanti abbiamo pur vissuto, in qualunque angolo di strada ci trovassimo. Io tornerò distesamente, in un libro, se me ne basteranno le forze, sulla vicenda di Pino Pinelli e di Luigi Calabresi, che diventò anche la mia. Ma in questo caso non è della mia persona che si tratta. Il processo – tutte le sue innumerevoli puntate – contro di noi per l’omicidio Calabresi esordì, ormai vent’anni fa, ventilando una responsabilità in solido di Lotta Continua e dei suoi formali (e supposti) organi dirigenti, ma si sbrigò a abbandonare, già in istruttoria, questa strada temeraria, e si ridusse a imputare tre persone di un omicidio di diritto comune, senza muovere alcun addebito di associazione, o di fine di terrore. Un omicidio di privati contro un privato. Questo è rimasto, nonostanti le deliranti speculazioni di certe motivazioni di sentenze sull’intenzione di Lotta Continua di ammazzare un commissario per suscitare sulla scia di quel delitto la rivoluzione proletaria in Italia. Ma, direte, l’espediente giudiziario per circoscrivere l’accusa e ottenere la nostra condanna, non toglie niente alla sostanza civile e morale di quell’evento. Certo: purché non ci si attenti a definirlo come un atto di terrorismo. Mario Calabresi accenna alle difficoltà che le stesse Nazioni Unite incontrano nella definizione di terrorismo – per ragioni faziose, peraltro, assai più che per la complicazione e l’elusività del tema. Considero terrorismo l’impiego oscuro e indiscriminato della violenza al fine di terrorizzare la parte supposta nemica e guadagnare a sé quella di cui ci si pretende paladini. In questo senso in Italia un terrorismo c’è stato, e ha trovato in Lotta Continua, nella manciata d’anni in cui volle esistere, fra molti errori e fraintendimenti e cattive azioni, un’opposizione decisa ed efficace. Parlo dell’avversione ai terroristi, non di quella per gli ex terroristi che anima oggi tanti coraggiosi. Io personalmente ebbi in LC un ruolo che mi costringeva e mi costringe a una responsabilità verso la sua storia intera, anche quando la mia responsabilità personale fu nulla, e così quella penale. Ora, se l’omicidio di Luigi Calabresi fu terrorismo, io, condannato come suo mandante, ero un terrorista. Un’affermazione come questa dovrebbe far vergognare tutti coloro che allora c’erano, in qualunque angolo di strada si trovassero. Mario Calabresi parla sentitamente delle vittime, “donne e uomini che stavano vivendo la loro vita e non erano in guerra con nessuno”. Con Pino Pinelli, con Luigi Calabresi, non fu così. Non c’era una guerra, ma molti di noi erano in guerra con qualcuno. Per la strage di piazza Fontana – di cui tutto si sa, salvo che per i servi sciocchi – furono accusati a torto in modo premeditato e ostinato gli anarchici, quegli stessi che erano stati accusati a torto della serie di attentati che da mesi preparavano il 12 dicembre da cui l’Italia uscì stravolta. Di quella premeditazione e ostinazione fu comunque figlia la morte di Pinelli, innocente di ogni colpa. Luigi Calabresi, fosse o no nella sua stanza – io oggi tendo a credere di no, ci tornerò a suo tempo – fu, non certo l’autore, ma un attore di primo piano di quella ostinata premeditazione. Che fosse in buona fede cambia poco, anche chi non riuscì e non riesce a credere al suicidio di Pinelli era in buona fede. Il tempo che passa, il rimpianto buono e la cattiva viltà hanno trasformato tutto ciò che avvenne in quegli anni in un’inconcepibile e infame demenza, le firme lucide o sventate di centinaia di personalità rispettabili o famose, e a volte sia rispettabili che famose, in un caso di follia collettiva, magari ai loro stessi occhi. Nel 1998, non nel 1971, Norberto Bobbio commentò il fatto che io avessi deplorato presso la signora Gemma Capra contenuti e tono della campagna di Lotta Continua contro Calabresi come un effetto di indebolimento della mia tempra prodotto dal carcere, e difese le ragioni del famigerato appello. L’omicidio di Calabresi – che è responsabilità di chi lo commise, e non di chi firmava appelli contro una sconvolgente vicenda di terrorismo di Stato e di omertà istituzionali – fu l’azione di qualcuno che, disperando della giustizia pubblica e confidando sul sentimento proprio, volle vendicare le vittime di una violenza torbida e cieca. Fu un atto terribile: e nato in un contesto di parole e pensieri violenti ereditati, e ravvivati, che ammettevano, per esaltazione o per rassegnazione, l’omicidio politico, come nel giudizio dell’indomani, quello sì scritto da me. Non vorrei mai averlo scritto, soprattutto non vorrei mai che fosse stato fatto. Ma chi potrebbe non provare lo stesso rimpianto e rimorso? Non rinuncerei, se non per ipocrisia o per indulgenza verso me stesso, a dire che le persone che si spinsero a tradurre nei fatti le parole che con tanti altri pronunciavano (e le nostre furono parole accanite di violenza, benché mai di terrorismo, perché un confine c’era) poterono, allora come in altri frangenti della storia, essere delle migliori. Io non riesco a condividere la frase che un mio amico e compagno di allora ripete come un esorcismo – “non si può essere ex assassini”. Certo che si può. Fu dunque un atto terribile: questo non significa, non certo ai miei occhi e ancora oggi, che i suoi autori fossero persone malvagie, e che non se ne prenda, ciascuno per la propria parte, chi ce l’ha, una corresponsabilità. I suoi autori erano mossi dallo sdegno e dalla commozione per le vittime. Le vittime, infatti, sono state tante, e di tante diverse e opposte ferocie, e la spirale che le travolse – non certo solo di “neri” e “rossi” – sembra aver depositato, a una così enorme distanza, un’idea e soprattutto un sentimento più unilaterale e rancoroso che mai, ad onta delle buone intenzioni e dei monumenti e dei giorni del ricordo. Io cerco di tenere a bada i cattivi sentimenti, provo pena di fronte alle contrapposizioni rinnovate fra i morti nostri e i loro, e tuttavia non riesco a impedirmi, quando leggo della lettura pubblica della Costituzione svolta dalla signora Gemma Capra al cospetto del Capo dello Stato, di chiedermi se qualcuno, un’autorità qualunque, abbia invitato la signora Licia Pinelli a leggere in pubblico la Costituzione. Forse è avvenuto e io non lo so. So che Licia Pinelli dice che non vorrà mai leggere il libro di Mario Calabresi. Questo volevo dire oggi, per obiettare alla posizione espressa da Mario Calabresi nel prezioso incontro alle Nazioni Unite. Mi dispiace: argomenti come questo hanno bisogno di spazio e delicatezza, e sopportano male la risposta del giorno dopo. Ma io, sapete, non sono mai stato un terrorista.
 
Adriano Sofri
 

Sofri “confessa”: Calabresi fu ucciso solo per pietà (di Michele Brambilla)


Il Giornale, 12 settembre 2008

Ieri Adriano Sofri è tornato a parlare del delitto Calabresi. Non sarebbe una notizia se i toni e gli argomenti che ha usato per giustificare - sì: per giustificare - l’omicidio del commissario non ricordassero, anzi non superassero quelli che lo stesso Sofri utilizzò il 18 maggio 1972, cioè il giorno dopo il delitto, nell’articolo che scrisse su Lotta Continua: «Ucciso Calabresi, il maggior responsabile dell’assassinio di Pinelli». Allora Sofri parlava di «un atto in cui gli sfruttati riconoscono la propria volontà di giustizia». Un delirio, o se preferite una cialtronata propagandistica: ma non tanto differente dai deliri e le cialtronate a quei tempi cantate in coro dalla stragrande maggioranza dei giornali, compresi quelli cosiddetti borghesi, e dalla ancor più stragrande maggioranza della nostra intellighenzia. Insomma il Sofri di allora aveva quanto meno l’attenuante di vivere in un’Italia in cui spararle grosse era cosa talmente ordinaria che le parole a volte perdevano perfino il loro significato.
Il Sofri di oggi parla invece in un Paese per fortuna rinsavito da tempo; eppure quel che scrive non è tanto diverso, nei contenuti, dai lugubri comunicati delle Br. Nella sua rubrica «Piccola Posta» di ieri sul Foglio, Sofri ha scritto che «l’omicidio di Calabresi fu l’azione di qualcuno che, disperando della giustizia pubblica e confidando sul sentimento proprio, volle vendicare le vittime di una violenza torbida e cieca». E più avanti: «Fu dunque un atto terribile: questo non significa, non certo ai miei occhi e ancora oggi, che i suoi autori fossero persone malvagie». E ancora: «I suoi autori (del delitto, ovviamente, ndr) erano mossi dallo sdegno e dalla commozione per le vittime».
Insomma una vendetta contro un’ingiustizia, un atto di pietà verso «le vittime», e dicendo «vittime» si dà per scontato che Calabresi fosse un carnefice. Non è nuovo, il ragionamento di Sofri: se la strage di piazza Fontana e la morte dell’anarchico Pinelli erano da attribuire al «terrorismo di Stato», come scrive nella sua «Piccola Posta», una reazione era più che comprensibile e perfino giustificabile. Non è nuova, dicevo, questa argomentazione. Mai però il Sofri di questi ultimi anni aveva così freddamente rivendicato il diritto alla vendetta e all’omicidio; e affermato il principio che, se lo Stato non fa giustizia, la giustizia bisogna farsela da sé.
Sorprendente è anche il ritorno al linciaggio nei confronti di Calabresi: da tempo Sofri aveva preso le distanze dalla campagna di odio che il suo movimento e il giornale avevano orchestrato contro il commissario. Ora torna a infangarlo, lo definisce «un attore di primo piano di quella ostinata premeditazione», e stiamo parlando della strage di piazza Fontana, dell’incriminazione di anarchici innocenti e della morte (assassinio, per Sofri) di Pinelli. Tutte follie, specie se si considera che Calabresi non era a quei tempi che un giovane commissario lontanissimo dalle stanze del potere. Tutte accuse riportate senza lo straccio di una prova, accuse da cui Calabresi non può difendersi perché da quasi quarant’anni è sotto terra, e c’è - non dimentichiamolo - perché ce lo hanno mandato coloro che hanno creduto alle menzogne di Lotta Continua. Non lo diciamo noi e non lo dicono neanche i giudici: lo dice Sofri stesso, sul Foglio di ieri, che chi ha ucciso Calabresi era un angelo vendicatore della sinistra. Anche questo è un fatto inedito e molto importante: per anni Sofri ha cercato - prima al processo, poi con campagne di stampa condotte da giornalisti amici - di avvalorare la panzana di un Calabresi ucciso dai servizi segreti: adesso finalmente dice che quell’omicidio porta la firma dell’estrema sinistra.
Nell’articolo di ieri sul Foglio qualcuno ha visto, o ha creduto di vedere, una sorta di confessione. Dipende da che cosa si intende per confessione. Se si intende l’ammissione di ciò che i giudici gli hanno contestato, e cioè di aver conferito il mandato ad uccidere Calabresi, no, non c’è stata alcuna confessione, visto che anche ieri Sofri ha tenuto a ribadire: «Non ho mai ordito né ordinato alcun omicidio». Se si intende invece un altro tipo di confessione, più implicita, più contorta e tortuosa, forse perfino involontaria, allora sì, forse l’articolo di ieri segna una svolta non solo nel ritorno ai toni guerriglieri del Sofri d’antan, ma anche nell’apertura di uno squarcio nel velo di un mistero tragico.
Provo a spiegarmi. C’è una frase che nel contesto pare secondaria e che invece è forse risolutiva: «Io personalmente ebbi in Lc - scrive Sofri - un ruolo che mi costringeva e mi costringe a una responsabilità verso la sua storia intera, anche quando la mia responsabilità personale fu nulla, e così quella penale».
Credo che questa frase riveli tutto lo psicodramma del caso Sofri. Non ho alcuna prova, ma seguendo questa vicenda dal giorno degli arresti fino all’ultima sentenza della Cassazione, mi sono fatto questa convinzione: è possibile, possibilissimo che Sofri sia innocente. Però sa che a uccidere Calabresi sono stati alcuni figli suoi, o meglio figli della sua creatura, Lotta Continua, e li ha voluti coprire fino all’ultimo.
Ancora ieri sul Foglio Sofri ha scritto che in Lc non c’erano frange armate. Sa perfettamente che non è vero. Sa perfettamente che al congresso di Rimini del marzo 1972 - due mesi prima dell’omicidio Calabresi - il movimento si spaccò: c’era la fazione guidata da Giorgio Pietrostefani che voleva passare alla lotta armata, e quella di Sofri che si opponeva. Finì che Lc si spaccò in due: Pietrostefani andò a guidare il movimento al Nord, Sofri si trasferì a Napoli dove fondò un giornale che si chiamava Mo’ che il tempo si avvicina. Leonardo Marino, il pentito che ha dato origine al processo, non ha mai detto che fu Sofri a ordinargli di uccidere Calabresi. Ha detto che fu Pietrostefani, e che tutto fu organizzato a Milano. Solo due giorni prima del delitto Marino, secondo il suo racconto, volle una conferma da Sofri, e andò a cercarla in un improbabile colloquio a Pisa, nella ressa di un comizio. Quel colloquio resta il vero punto debole della confessione di Marino.
Non ho prove, ma credo che Sofri abbia preferito il martirio personale al racconto della verità. Meglio sprofondare con gli amici che far la figura del delatore; meglio stare in carcere da innocente che distruggere la creatura che fu ed è tuttora il senso della sua vita. Anche qui non ho prove: ma ho l’impressione che l’articolo sul Foglio sia, per chi sa e capisce, rivelatore, con quella inedita ammissione sulla paternità dell’omicidio da parte di estremisti di sinistra (tratteggiati da Sofri con indulgenza e affetto) e con quella rivendicazione di responsabilità totale per ciò che uscì da Lotta Continua («anche quando la mia responsabilità personale fu nulla e così quella penale»).
In questo immolarsi di Sofri non c’è nulla di eroico, né di nobile. C’è un ego smisurato, una concezione totalmente autoreferenziale della morale. C’è un malinteso senso di onestà verso gli amici, c’è la convinzione che le colpe non vadano espiate consegnandosi a uno Stato che si ritiene almeno egualmente colpevole. Se Sofri, come sospetto, è innocente ma non racconta ciò che sa, il suo è un grave peccato di orgoglio. È anche un peccato contro la verità - di cui la famiglia Calabresi innanzitutto avrebbe diritto -: non meno grave, a questo punto, di un omicidio di tanti anni fa.
 
Michele Brambilla
 

Bignami: «Adriano prigioniero da 30 anni dello stesso delirio» (di Stefano Zurlo)


Il Giornale, 13 settembre 2008

Lo chiama cortocircuito. «Un cortocircuito fra ragione e cuore. Noi terroristi eravamo così - spiega Maurice Bignami - accecati dall’ideologia e legittimati dai buoni sentimenti. Eravamo in buona fede, ma uccidevamo. Io, io ero chiuso dentro una bolla spazio temporale: quando ne sono uscito ho visto tutto il male commesso, l’immane disastro, i morti. E mi sono vergognato. Non capisco perché trent’anni dopo, Adriano Sofri sia ancora prigioniero di quelle posizioni: mi sembra la civetta impagliata sulla porta di casa».
 
Maurice Bignami fu uno dei capi di Prima linea e con Sergio Segio si è assunto la responsabilità di una lunga e feroce lista di esecuzioni. Ed è dalla fossa del passato che parte il suo ragionamento: «Quando con altri entrai all’Università statale di Milano e ammazzai il professor Galli avevo tutte le motivazioni di questo mondo. Ma ero dentro un delirio».
 
Sofri dice che gli assassini di Calabresi vollero vendicare le vittime di una violenza torbida e cieca. Insomma, non erano uomini malvagi. «Certo, il male si traveste sempre, i terroristi sono sempre alla ricerca di un alibi, anzi di una giustificazione, di più ancora, si sentono portatori di nobili sentimenti».
 
Nobili sentimenti? «Sì, il terrorista è convinto di sentire il grido di dolore del mondo, pensa di essere una persona molto sensibile e si sente buono: il suo compito è sconfiggere i cattivi e i prepotenti. Invece...».
 
Invece? «Invece il male ribalta. Il male è oggettivamente male. È morte, divisione, sofferenza, dolore, crudeltà».
 
Nel suo caso? «Io sono cresciuto fra la Francia e Bologna col mito della Resistenza tradita. Mio padre Torquato era stato commissario politico della libera Repubblica di Montefiorino, capo partigiano sull’Appennino, era stato il primo comunista a scappare a Praga alla fine della guerra. Figurarsi se non ero animato, come dice Sofri, da buoni sentimenti. Quando entrai alla Scuola di amministrazione di Torino e con altri gambizzai dieci dirigenti ero animato da buoni propositi, da alte motivazioni, da grandi speranze di cambiamento».
 
Oggi? «Oggi mi vergogno di quella stagione, ma di giustificazioni ne avevo a pacchi. Prima linea non è un fungo: Prima linea nacque dall’esperienza di molti giovani che erano passati per Lotta continua e Potere operaio: io provenivo da Potere operaio, Sergio Segio, l’altro leader, da Lotta continua. Ma questo ora non significa più nulla».
 
Perché? «Perché la realtà mi fece rapidamente capire, già in carcere, che vivevo in una bolla. Ero fuori dal mondo. Ero solo un portatore di ideologia, di pessime idee. Per quelle idee batteva il mio cuore, ma questo non attenua il giudizio assolutamente negativo su quella stagione insensata».
 
Adriano Sofri? «Era una cattivo maestro. Ma sembra rimasto imprigionato dentro quella definizione e quella storia. Peraltro, è forse l’unico cattivo maestro che ha pagato. È la vittima sacrificale che paga per tutti».
 
Sofri collega l’omicidio Calabresi a Piazza Fontana. «Ma sì, anche Al Qaida richiama, non senza ragione, le sofferenze dei palestinesi nei Territori o le bombe americane. Sofri dovrebbe capire che con questa logica si può arrivare a giustificare tutto, compreso l’orrore dell’11 settembre».
 
Sofri attacca Luigi Calabresi per l’indagine su Piazza Fontana. «Incommentabile».
 
L’omicidio Calabresi fu, secondo lui, la risposta di chi disperava della giustizia pubblica. Anche Prima linea agiva seguendo lo stesso impulso? «Certo, il terrorista coltiva sempre l’idea di dover supplire alle mancanze, vere o supposte, del potere politico. E così apre le porte alla violenza e alla sopraffazione. Ma non se ne accorge, è imbottigliato nell’ideologia e l’ideologia gli fa vedere solo un pezzo di realtà, lo costringe a compiere analisi che poggiano su circostanze vere ma parziali. Ci vuole tempo per capire, perché la realtà finalmente affiori e vinca sul delirio».
 
D’accordo, ma qui parliamo di un delitto del 1972. Trentasei ani non bastano? «Non so perché Sofri sia come la civetta inchiodata sulla porta. Certo, svolge un ragionamento che riporta sopra ogni parola il passato, come una zavorra pesantissima. Un ragionamento pericolosissimo e perverso: forse, ma è solo una supposizione, la sua è l’ostinazione del cattivo maestro che non vuole, o forse non può, scendere dalla cattedra su cui era salito tanti anni fa».
 
Stefano Zurlo