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Il Covile - N.o 465 (23.9.2008) Sui cattolici “scomparsi dalla politica” (di Pietro De Marco)

Questo numero


Le plat de consistance è l’articolo di Pietro De Marco che trovate più avanti, l’entrée un aggiornamento di Camillo Langone sul ponte di Calatrava a Venezia. Dell’argomento ce ne parlò Fabio Brotto nel n° 430, Nikos Salingaros approfondì in quello successivo. Ora Camillo Langone tira le conclusioni: le presentiamo qui perché non ci piace abbandonare gli argomenti una volta affrontati, infatti nei prossimi numeri torneremo ancora su nostri vecchi temi come il donmilanismo e la poesia di Konrad Weiss. C’è anche da segnalare una novità importante, l’intervista di Michel Bauwens, padre della teoria Peer-to-Peer (P2P Theory) a Nikos. È pubblicata nel Blog della P2P Foundation, intitolata Interview with Nikos Salingaros on P2P UrbanisInterview with Nikos Salingaros on P2P Urbanism. Sulla P2P Theory e sul Social networking invece più che tornare una volta o l’altra dovremo deciderci ad iniziare a parlare.
 

Preghiera del 21 settembre 2008 (di Camillo Langone)


Fonte: Il Foglio, 21.9. 2008

Ponte, ponte di Calatrava, tu mi fai vibrar, tu mi fai vibrar come fossi un telefonino silenziato, o ponte instabile di Calatrava, alla tua base c’è un cartello che fa temere il peggio, proibiti i trolley superiori ai venti chili, possono frantumare i gradini che il tuo progettista ha pensato di vetro, che pensata geniale, pallido ponte traballante, il presidente Napolitano l’altro giorno in visita a Venezia ti ha percorso con faccia terrorizzata, alla sua età le fratture del femore sono spesso letali e tu sei già chiamato Ponte dei Caduti, per il numero di veneziani e turisti che ingannati dai tuoi gradini invisibili e incomprensibili ogni giorno mandi al pronto soccorso, o sciaguratissimo ponte di Calatrava, che dovevi costare cinque milioni e sei costato più del triplo perché hanno sbagliato i calcoli delle fondazioni, ponte sfortunato che non sei brutto ma sei seriale (Calatrava ha riempito il mondo di ponti fatti con lo stampino, piazzare un suo ponte sul Canal Grande è come arredare il Palazzo Ducale coi mobili dell’Ikea), povero ponte già decrepito a pochi giorni dall’apertura, coi corrimano corrosi perché Cacciari non ha avvisato Calatrava che a Venezia ci sono i piccioni, tanti piccioni dal guano acido, o infelice ponte malato di Parkinson, pensiero debolissimo fatto architettura, non so se pregare per abbreviare la tua agonia o viceversa perché tu non crolli, fratello ponte di Calatrava, commovente metafora dell’umano barcollare.
 
Camillo Langone

Sui cattolici “scomparsi dalla politica” (di Pietro De Marco)


Fonte: www.chiesa

 
1. La diagnosi della scomparsa dei cattolici, come tali, dalla vita pubblica e politica italiana è semplicemente un equivoco. Oppure è un incubo, che nasce dalla ristretta autoreferenzialità di alcuni cattolici, quelli che pensano ancora di essere gli unici politici cattolici legittimi. Al contrario: oggi dei cattolici governano in Italia con un ampio mandato di elettori cattolici, senza che abbiano dietro di sé un partito cristiano né un percorso formativo in associazioni confessionali. Il fenomeno costituisce in Italia e in Europa una relativa novità. Vediamo.
Nella discussione corrente sui cattolici manca un protagonista: la sociologia della religione. Non i sondaggi socio-demoscopici, ma la sociologia in quanto tale.
La sociologia della religione italiana è tra le migliori del mondo, per conoscenza del proprio oggetto, per finezza metodologica, per qualità di risultati e intelligenza di persone. Eppure nel dibattito politico è come se non esistesse. Per due ragioni, credo.
 
La prima: la sociologia della religione in Italia è prevalentemente destinata all’accertamento e all’analisi delle credenze e delle pratiche – e questa è in effetti la sua forza, oggi –, ma il committente e destinatario delle sue conoscenze è un limitato sottogruppo del mondo cattolico ed ecclesiastico.
La seconda ragione dipende dalla prima: le conoscenze socioreligiose – nel percorso che va dal sociologo al clero e ai laicati qualificati, e viceversa – sono usate da élite che leggono i dati con pessimismo minoritario o paternalismo pastoralistico. È una lettura che appare concentrata sui fenomeni di diminuzione o di ripresa della pratica religiosa alta, quella dei praticanti assidui, riservando una riflessione pressoché nulla, al di là del dato statistico, alle forme meno assidue e marginali della credenza e della pratica cattolica.
In questo utilizzo selettivo dei dati è come se la religione “modale” (espressione che Roberto Cipriani riferisce ai tantissimi praticanti occasionali e deboli credenti) fosse composta di uomini e donne che sono “qualcosa di meno”, dal punto di vista spirituale, etico, rituale, rispetto ai soggetti che rientrano nel modello virtuoso. In quanto tali, i credenti “modali” sono pensati come esterni al corpo sociale cattolico.
Insomma, dopo decenni di polemiche contro una sociologia della religione che sarebbe stata funzionale alla istituzione preconciliare, ci troviamo oggi alle prese con una sociologia della religione sì valida, ma utilizzata soltanto da una minoranza cattolica: fatta di sociologi. di pastoralisti, di alcuni vescovi e di qualche giornalista. Una minoranza ecclesiale che da tempo sta monitorando – senza il conforto dei fatti – l’atteso declino della Chiesa cattolica, dal quale declino secolaristico aspetta da decenni la rigenerazione del cristianesimo o della religione. Una siffatta lettura dei dati raramente interessa l’opinione pubblica, se non per le episodiche notizie su quanti sono d’accordo o no con il magistero della Chiesa circa questa o quella materia bioetica.
 
2. Fino a quando in Italia la classe politica cattolica democristiana ed ex democristiana, collocata oggi a sinistra, apparteneva al nucleo virtuoso della religione di Chiesa “orientata e riflessiva”, come qualche sociologo la definisce, o, con linguaggio più corrente, ai credenti e praticanti assidui, la categoria di “politico cattolico” sembrava chiara e rassicurante, anche per l’osservatore.
Oggi, però, i cattolici attivi nella politica e nei governi italiani sono per lo più dei praticanti ordinari, non i risultati di trafile virtuose. Sono spesso religiosi “modali”, quelli che si dicono “abbastanza d’accordo” nelle risposte ai questionari, quelli della pratica “quasi regolare”. Sono anche cattolici che si dichiarano talora “distanti e a disagio”.
Per una sociologia della religione emancipata dall’empito profetico conciliare, almeno per la più affinata, che conosce la varietà e complessità della Chiesa di Roma, anche questi cattolici non “virtuosi”, “quasi regolari”, talora un po’ “a modo mio”, dovrebbero essere considerati cattolici a pieno titolo, ai quali dedicare analisi adeguate, e non dei semi-cattolici, catastrofico segnale della secolarizzazione avanzante. Non è compito del sociologo discriminare il gregge cattolico secondo modelli interni di eccellenza. E quale eccellenza poi? Quella del solidarista o quella del mistico? Del comunitarista liturgico o del missionario carismatico? Il sociologo, ad esempio, non può avere remore nel definire cattolico un “ritualismo” che permane per robusta tradizione familiare o per il venerato ricordo di una mamma che ci accompagnava in chiesa. Lascerà a qualche parroco dire – non credo sotto impulso dello Spirito Santo – che se si va alla messa “per tradizione” è meglio non andarci.
Il ragionamento cattolico minoritario si fonda su una invecchiata lettura dei sintomi: posto che i cattolici poco assidui o “modali” sono masse in via di allontanamento dalla Chiesa e dalla sua disciplina, si conclude che non ha più senso chiamarli cattolici, né ritenerli politicamente rilevanti come cattolici.
Sennonché le indagini degli ultimi venti anni in Italia invalidano la previsione dell’abbandono progressivo della Chiesa cattolica, di cui le forme deboli di credenza e appartenenza sarebbero fasi o sintomi. La composizione plurale, le disomogeneità e le difformità tra i credenti – che giustamente preoccupano chi si dedica alla cura d’anime – sono stabili da anni, per non dire strutturali. Rappresentano la complessità cattolica, quella propria dell’eccezione italiana brillantemente analizzata da Luca Diotallevi. Una complessità cattolica che, al di là delle sue differenziazioni di forme e di intensità religiosa, ritiene comunque rilevanti la tradizione e l’appartenenza cattolica, con le persone e le istituzioni che le rappresentano e trasmettono.
Solo così posto, il profilo cattolico che investe oltre l’80 per cento della popolazione italiana diviene significativo anche per l’analista della società civile. In altri termini: la varietà delle opzioni religiose corrisponde alla possibilità moderna di differenziarsi da altre persone e da altri modelli. Ma questo differenziarsi non corrisponde a una deriva individualistica postcristiana. Se le religiosità che qualche sociologo chiama “a modo mio” hanno caratteri ricorrenti e riconoscibili, questo implica che ogni “a modo mio” percorre tracciati costanti e neppure molto numerosi, dei quali si possono individuare i modelli. E almeno una parte di questi modelli di religiosità debolmente conformi possono essere considerati un effetto – qualcuno direbbe un successo – dell’azione antisecolarista della Chiesa.
 
3. Ora, il nuovo blocco elettorale di maggioranza e di governo in Italia appare costituito in maggioranza proprio da cattolici “modali”. Ossia da quei cattolici che non siedono nelle prime panche delle chiese, non operano nei consigli parrocchiali, non leggono saggi di teologia, ma credono nella morale cattolica anche se la praticano con difficoltà, fanno frequentare ai figli l’ora di religione nelle scuole (diversamente dai cattolici progressisti, che non lo fanno) e non amano sentire dire dai catechisti che il diavolo non esiste e neppure esiste il peccato.
Vi è in questi cattolici poco assidui un attaccamento al nucleo istituzionale e dogmatico cattolico, magari ereditato dal catechismo, che nei cattolici “qualificati” non c’è, nonostante la maggiore cultura religiosa di questi ultimi. Credo che tra i politici che governano oggi l’Italia siano scarsi gli atei professi alla Piergiorgio Odifreddi, o gli scettici anticattolici alla Corrado Augias. Dal punto di vista socioreligioso l’attuale classe governante è cattolica, cattolica secondo realtà, la realtà composita della “Chiesa di popolo” italiana. È cattolica in quanto consente sull’essenziale della visione cattolica del mondo. Questo consenso non fa, per se stesso, le persone virtuose. Ogni credente, specialmente se umile, sa di essere nel peccato e di non avere garanzia di salvezza personale, se non per la misericordia di Dio e la mediazione della Chiesa. Non è abbastanza istruito da pensare, come il teologo “moderno” Vito Mancuso, che Cristo è una intensificazione dell’energia della vita universale che tutti ci investe e infine ci salverà tutti. I cattolici più vecchi ricordano di aver letto qualcosa del genere nei romanzi del modernista Antonio Fogazzaro.
Così, se è necessario che i parroci richiamino i cattolici a fedeltà e pienezza di amore, è meno necessario che dei politici cattolici “virtuosi” si esibiscano a modello di autentica laicità, di vera cultura sociale cattolica e simili. I cattolici, quanto meno sono “virtuosi” (felice categoria coniata da Max Weber), più sono consapevoli dei loro limiti, più hanno bisogno della Chiesa e sanno di averne. Né potrebbe essere diversamente. È così dalle origini.
Ora, a un semplice esame delle posizioni personali dei ministri e dei quadri dell’attuale governo, è facile trovare tra essi una maggioranza di cattolici, magari distribuita nelle diverse tipologie che da anni i sociologi propongono per cogliere la differenziazione entro e ai margini della “Chiesa di popolo” che costituisce l’eccezione italiana.
 
4. Da quanto detto, dunque, l’automatismo che in Italia identifica i cattolici con gli eredi della Democrazia Cristiana, ovvero con i membri di organizzazioni diversissime tra loro come l’Azione Cattolica, Comunione e Liberazione, l’Opus Dei, i volontariati e il sindacalismo cristiano, implica un rischio di cecità diagnostica del presente.
In sede di analisi politica dobbiamo non dimenticare ciò che sappiamo in sede socioreligiosa. Cattolici non sono soltanto, o anzitutto, i “virtuosi”, ma tutta la costellazione dei credenti. In sede politica pubblica, il ragionamento del ministro del tesoro Giulio Tremonti sulla necessità di un ordinamento cristiano nel cuore dell’Occidente è forse meno significativamente cattolico di quello di un “virtuoso” che invece ama l’invisibilità della “differenza cristiana”? È forse meno cattolica l’effervescenza di un praticante del largo popolo della Lombardia, preso tra lavoro e timori di sicurezza, di quella di un uomo o di una donna che si dedicano alla parrocchia nella presunta prospettiva escatologista della “Lettera a Diogneto”? Sono domande paradossali, ma credo serissime.
La forma “virtuosa” sviluppata nel cattolicesimo politico italiano col nome di “azione cattolica” fu la creazione necessaria, ma contingente, di una Chiesa sottoposta nel XIX secolo alla sfida dei nuovi stati liberali e delle nuove religioni civili laiciste. Ma oggi l’indebolimento dell’imperatività degli stati impone di riconoscere e valorizzare coloro che sono cattolici anche al di fuori di quella passata grande milizia. E proprio questo è stato lo stile di governo della presidenza della conferenza episcopale italiana negli ultimi venti anni.
La CEI del cardinale Camillo Ruini ha operato inoltre con la consapevolezza che quel modello “virtuoso” di militanza cattolica era stato permeato da spiritualismi e utopie che l’avevano spinto fino all’autoannientamento, specialmente dopo gli anni Sessanta, e spesso alimentava l’opposizione interna agli ultimi due pontificati. Anche per questo i papi e la CEI si sono rivolti e si rivolgono preferibilmente al “popolo cristiano” piuttosto che ai “virtuosi”, nonostante tutte le fragilità e gli accomondamenti quotidiani del cristiano comune.
 
5. Sia la base elettorale moderato-conservatrice, sia l’attuale governo italiano possono dunque essere detti cattolici, sia pure in un senso radicalmente diverso rispetto alla passata lunga stagione della Democrazia Cristiana.
Per questo la presenza e la guida della Chiesa sui fondamentali cristiani e umani, se ha oggi lo svantaggio di non disporre della storica intermediazione dei laicati addestrati a questo, ha il vantaggio di rivolgersi in Italia a una società ancora cristianamente sensibile e a quadri di governo non ostili od estranei alla Chiesa, come invece sono le culture politiche marxiste e laiche radicali che la tradizione cattolica “virtuosa” ha più volte legittimato a governare.
Se oggi il Principe non è più cristiano nel senso delle società di Ancien Régime, neppure è anticristiano. Né saranno i cattolici modernizzanti ad imporre quasi da soli, oggi, la finzione di una sfera pubblica laicamente neutralizzata. Non è casuale che i meno capaci di orientare cristianamente l’agire politico, in Italia e in Europa, siano oggi proprio loro, i cattolici “virtuosi” laico-democratici. Nella stagione conciliare essi avevano troppo scommesso, per autenticare la legittimità dei cristiani ad esistere, su una comprenetrazione tra cristianità e modernità che idealizzava il Moderno come nuova cristianità trasfigurata e realizzata.
In un paesaggio religioso e civile come quello italiano, la Chiesa docente è chiamata ad agire politicamente come in una paradossale condizione di nuova cristianità postsecolare. Dovrà agire non attraverso le milizie “virtuose” collaudate nelle stagioni del liberalismo e dei totalitarismi (milizie che si sono spesso contrapposte alla stessa gerarchia sul terreno teologico-politico), ma in un orizzonte universalistico di proposta, di negoziato, di consultazione, e anche di necessario comando. Dico universalistico perché, senza tale respiro rivolto a tutti, la guida cattolica dell’uomo comune (che è anche in larga maggioranza il cattolico comune) rimarrà chiusa negli affetti solidali delle piccole comunità delle parrocchie e delle organizzazioni, e la Chiesa docente non riuscirà ad esprimere posizioni razionali all’altezza del bene di tutti. Rischiando di ottenenere oggi, sul terreno pubblico, meno di quanto ottenne la conclusa tradizione di “azione cattolica”.
Per riassumere. Primo: l’immagine di un parlamento e di un governo “senza cattolici”, e conseguentemente di una Chiesa senza referenti politici, si alimenta di una diagnosi erronea. Secondo: l’intelligencija cattolica con radici nel dopoconcilio e nella Democrazia Cristiana è largamente assorbita dalla costellazione delle sinistre laiche radicali, con differenziati destini di cultura di opposizione. Terzo: la gerarchia e i cattolici che interpretano la Chiesa nello spazio pubblico devono ridefinire canali e codici di una comunicazione politica autorevole con l’universo popolo cristiano. E con una classe di governo “cattolica” ma non di “azione cattolica”.
 
Pietro De Marco