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Il Covile - N.o 466 (28.9.2008) Raffaele Iannuzzi e Fabio Brotto commentano il saggio di De Marco

Questo numero


Il numero scorso, ripreso dal sito di Sandro Magister, ha fatto discutere: farà piacere all’autore. Ecco il commento di Raffaele Iannuzzi e quello di Fabio Brotto.
 

Ci serve la sociologia ? (di Raffaele Iannuzzi)


La lettura del saggio del Prof. De Marco sui cattolici di fatto non “scomparsi” dalla politica mi ha aperto la mente e il cuore. Tutto vero, tutto ben argomentato. Ma… c’è un “ma”. Wittgenstein l’aveva chiarito bene a suo tempo: le parole sono definite dall’uso che se ne fa. Sono strumenti e, del resto, era cosa nota anche alla logica scolastica di un certo tenore, non a quella mangiucchiata nei seminari, intendo. Bene, allora: di che si tratta? Dei “cattolici”. Benone. E di essi si dice che non siano scomparsi dalla politica e che, anzi, essi siano presenti nella compagine di governo, come, parimenti, nella politica, nel centrodestra, diciamo così. Allora, stando così le cose, e sono completamente d’accordo con De Marco, che c’entra la sociologia religiosa con tutto ciò?
 
Mi spiego meglio. Già la sociologia è quella splendida esercitazione sull’ovvio di cui tutti conosciamo gli esiti; un mio carissimo amico, sociologo ed esperto di politiche pubbliche, usa questo strumento, ma, nell’uso, si coglie la saggezza alla Wittgenstein, il giusto tasso di relatività “ambientale” e contestuale. Insomma, si percepisce che trattasi di problema di framework, non di altro. In questo caso, poi, la sociologia, per giunta “religiosa” è roba da accademia, da Garelli e da “Famiglia cristiana”; ma non è pane per i denti di quella gente che, guarda caso, proprio siffatta disciplina vorrebbe vivisezionare, con audacia nel regime linguistico dell’ovvio; questa gens politica è in tutt’altre faccende affaccendata e, insisto con il cortocircuito logico, non ha fazioni sociologicamente rilevanti da difendere. Lo scrive, del resto, lo stesso De Marco: “Dal punto di vista socio religioso, l’attuale classe governante è cattolica, cattolica secondo la realtà, la realtà composita della ‘Chiesa di popolo’ ”. Ecco, appunto: secondo la realtà. Questo è il primum direi ontologico, la sociologia è un framework di secondo livello, una cornice semantica e logica, se vogliamo, un contenitore, un “how to do things with words”, un meta-linguaggio, ma comunque viene dopo e, se non viene neppure, è meglio. Perché, per capire che la questione dei cattolici riguardi il popolo come tale e la Chiesa, che è popolo, non ci vuole la sociologia, anzi Garelli, scopre sempre l’acqua calda, che scorre da sé, anche senza mano sociologicamente corretta: tutto bello, colto, vero negli esiti, ma accademico e, dunque, capace di scambiare lo strumento, l’organon per la realtà. L’organon aiuta a de-finire il campo del reale, ma è del reale che si deve parlare.
 
Il cattolicesimo è una realtà di popolo, dunque, i cattolici non hanno bisogno del bollino blu, come già Ratzinger aveva detto in un documento importante del 2002, mi pare, sui cattolici in politica. Punto e a capo. Si capisce meglio senza sociologia religiosa. E si evita l’equivoco intellettuale e culturale che indurrebbe, forse, chissà, a credere che, per avere gente contro i Pacs, la fecondazione assistita ed a favore del diritto naturale con tutte le conseguenze in termini di libertà, ci voglia un secondo e, perché poi, più “profondo” livello: la “sociologia religiosa”.
 
Concludo. “L’attuale classe governante è cattolica, cattolica secondo la realtà, la realtà composita della ‘Chiesa di popolo’ ”. Manca lo straniero in casa cattolica, la sociologia religiosa, e c’è, invece, l’essenziale, la realtà. Il Verbo si è fatto carne. Non carta, neppure sociologica. Basta questo fatto. La realtà.
 
Raffaele Iannuzzi
 

Cattolicesimo (di Fabio Brotto)


Fonte: Brotture, 25 Settembre 2008

Sul Covile è ripreso un interessante articolo di Pietro De Marco, un articolo sociologicopolitico che contiene vari elementi di interesse. Sostiene che oggi l’Italia è governata da cattolici, non del tipo virtuoso, cioè orientato e riflessivo, come lo definisce l’autore (mi è venuta in mente, chissà perché, Rosy Bindi, e, parallelamente, anche il senso di disagio per certa avversione tradizionalistica al ceto intellettuale), ma modali, “quei cattolici che non siedono nelle prime panche delle chiese, non operano nei consigli parrocchiali, non leggono saggi di teologia, ma credono nella morale cattolica anche se la praticano con difficoltà, fanno frequentare ai figli l’ora di religione nelle scuole (diversamente dai cattolici progressisti, che non lo fanno) e non amano sentire dire dai catechisti che il diavolo non esiste e neppure esiste il peccato”.
 
Essi, dice De Marco, sono cattolici in quanto consentono sull’essenziale visione cattolica del mondo. E quale sarebbe questa visione? Quali sono i suoi capisaldi irrinunciabili? Confesso che il mio intellettualismo mi differenzia da costoro. Io, ad esempio, non riesco a cogliere una cattolicità dei nostri attuali governanti. Per esempio, come fare a determinare la cattolicità di Berlusconi? A meno che essa non derivi semplicemente da un’affermazione del soggetto, che dice: io sono cattolico. Non mi sembra sufficiente, quando si tratta di un politico. Se poi il comportamento degli elementi di maggior spicco di una classe dirigente non costituisce un buon esempio di cattolicesimo per quanto riguarda la propria vita sessuale e familiare (qualcuno è pure escluso dall’eucarestia) o per la promozione di modelli di vita edonistico-consumistici, ecc., in che senso dovrei ritenerli cattolici? Perché sono stati battezzati o perché favoriscono alcuni aspetti della realtà cattolica italiana, come la scuola confessionale?
 
Quello di essenziale visione cattolica del mondo mi sembra un concetto molto vago e problematico, proprio all’interno del discorso di De Marco. Per riprendere il passo sopra citato, prendiamo uno che 1) non conosce, non dico la teologia, ma neppure il catechismo, e non sa nemmeno articolare la differenza tra il monoteismo islamico e quello cristiano; non ha mai partecipato alla vita ecclesiale a nessun livello; 2) ovviamente non ha mai letto la Bibbia (un libro che il cattolico all’italiana fugge come il diavolo l’acqua santa); 3) crede 3 alla morale cattolica ma non la mette in pratica (qui sorge semplicemente il problema di cosa sia credere ad una morale senza praticarla, nemmeno come sforzo e tensione) anche perché forse la conosce pochino; 4) manda i figli al catechismo perché è la trafila normale e chissà che così i figli siano più buoni; 5) non ama sentirsi dire dal prete che non esiste il peccato, ma vuole che dica che esiste il diavolo con le corna (qui il discorso si fa addirittura rozzo, in realtà la storia è un po’ più complessa, e molti non amano sentirsi dire dal prete che non si debbono lasciare le case sfitte o pretendere affitti esosi, che si debbono accogliere gli stranieri, ecc.). Questo qualcuno, nondimeno, è un cattolico. Qualcosa mi sfugge, perché la sociologia non è teologia, e non può prendere in considerazione elementi soprannaturali, mentre mi sembra che la cattolicità di cui parla De Marco sia una categoria oscillante tra il sociologico e lo dogmatico.
 
Conclusione: mi pare che De Marco scriva un articolo di sociologia all’italiana, ovvero non tanto per illuminare una realtà in spirito scientifico di ricerca, quanto per difendere l’attuale governo. In Italia o sei guelfo o sei ghibellino. Io faccio parte per me stesso, ergo non sono italiano. E’ vera però una cosa: all’interno della Chiesa il laico che pensa non ha vita facile.
 
Fabio Brotto