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Il Covile - N.o 467 (30.9.2008) Intermezzo chateaubriandiano

Intermezzo chateaubriandiano


Il carteggio spiega tutto ed è anche un invito alla lettura di un grandissimo libro, le Memorie d’oltretomba di Chateaubriand.
21 settembre 2008 Oggetto: Bentornato, e una domanda
Caro anonimo Almanaccatore Romano,
ho appena dato una scorsa all’ultimo e che già si intravede interessantissimo, post, ma me lo stamperò domani, per leggerlo meglio.
Non mi perdo in complimenti e vengo subito al motivo di questa mia.
Vedo che nell’Almanacco si cita spesso Chateaubriand. Il fatto è che essendo amico di Ivanna Rosi Bugliani, la scrupolosissima curatrice della traduzione italiana delle Memoires (nonché docente di francese alla facoltà di Pisa) mi sono trovato, anni fa, a leggerlo con passione ed a farlo conoscere a qualche amico. Ho letto anche Rancé e qualcos’altro...
Ora, arrivo al punto, c’è un passo delle Memorie, dove Ch. parla dell’Infirmerie Marie-Thérèse, che volevo riprendere nel Covile. Ch. scrive che veder passeggiare quei vecchi vescovi con i loro vestiti, bere il latte munto dalle pecore ecc. in quel piccolo spazio, gli permetteva di godere di un suo mondo privato, non solo di memoria, nonostante lo squallore circostante e dilagante...
Volevo, presentandolo agli amici del Covile, associarlo al piacere che provo, per dire, quando entro in SS.Annunziata e trovo una chiesa viva di devozione, di tradizione fiorentina e bellezza che ti prende. Insomma volevo dire che ognuno può trovarsi una propria “Infirmerie Marie-Thérèse”.
Ma Ivanna sostiene che Chateaubriand in realtà scriveva quel pezzo in maniera paradossale, per sottolineare la falsità della situazione, forse in dispregio di Celeste.
Che ne pensa l’Almanaccatore?
Un grazie anticipato e mi raccomando continui!
Stefano Borselli
 
25 settembre 2008 Oggetto: Una risposta rinviata
Caro Borselli,
dopo tre giorni in giro per il centro Italia, senza pc e resistendo agli internet point, trovo adesso il suo gradito messaggio. Ma lei mi pone una questione sottile e stanotte non ce la faccio a rispondere. Mi lasci un giorno per riflettere sull’impresa devota di Céleste — anche se un po’ bislacca, che metteva insieme le dame rovinate dalla Rivoluzione e i preti rovinati dalla vecchiaia — e sull’ “esilio” a Parigi, come il Visconte, se ricordo bene, considerava la sua dimora di rue l’Enfer (e qualche gioco di parole su questa strada se lo concessero amici e nemici dello scrittore).
Spero di farmi risentire entro domani sera. [...]
l’almanaccatore
 

26 settembre 2008 Oggetto: Infirmerie e dintorni
Una volta tanto non prendo posizione. [in allegato il testo]

Infirmerie e dintorni


Caro Borselli,
ecco qualche pensierino sul tema che mi propone
.


Per chi voleva mantenere un certo legame con la tradizione, l’epoca di Chateaubriand fu più traumatica della nostra, non dico più crudele. I vent’anni che seguirono la Rivoluzione sconvolsero le concezioni del tempo, della vita, della morte. Nei momenti più critici, il Visconte ripiegò sulla morte, tinse di funereo la storia e guardò alla propria vita già dall’oltretomba. Aveva assistito al crollo della monarchia, del papato, dell’impero, e talvolta partecipato a delle restaurazioni così provvisorie da congiungersi con l’effimero. Perciò sembrava mantenere una diffidenza persino nei confronti del ritorno del pontefice sul trono di Pietro. Nelle note pagine dei Mémoires sulle cerimonie papali della Settimana santa alla Cappella Sistina pare riaccendersi il sorrisino beffardo dei voltairiani nei confronti del destino della Chiesa di Roma, ma il sorriso si trasforma in smorfia, come di chi scopre la presenza mortifera ancora nascosta.
«Il giorno si spegneva; le ombre invadevano i grandi affreschi della cappella e si scorgevano solo alcuni tratti del pennello di Michelangelo [meno in technicolor che nel restauro attuale, nota del copista]. I ceri, spenti man mano, lasciavano sfuggire dal lucignolo un leggero fumo bianco, immagine abbastanza naturale della vita paragonata dalle Scritture a un esiguo vapore. I cardinali erano in ginocchio, il nuovo papa [Leone XII, ndc] prosternato davanti all’altare dove pochi giorni prima avevo visto il suo predecessore […]. Ci si sentiva prostrati sotto il grande mistero di un Dio morente per cancellare i peccati degli uomini. L’erede cattolica era lì sui sette colli con tutte le sue memorie; ma al posto di quei potenti pontefici, di quei cardinali che contendevano la scena ai monarchi, un povero papa paralitico privo di famiglia e di appoggi, principi della Chiesa privi di magnificenza, annunciavano la fine di una potenza che ha civilizzato il mondo moderno. […] Roma cristiana commemorando l’agonia di Gesù Cristo aveva l’aria di celebrare la propria…».
Questi cardinali immiseriti e fantasmatici, guidati da un papa malridotto, sono poi molto dissimili dai vecchi preti che passeggiano nella fattoria? E sono forse immagini rasserenanti? Non somigliano anche ad altre figure di un passato scomparso, o in via di sparizione definitiva benché venerabile, come i principi romani di cui parla nei Mémoires qualche pagina accanto?
«Oggi i nobili romani, rovinati dalla rivoluzione, si chiudono nei loro palazzi, vivono con parsimonia e sono diventati gli amministratori di se stessi. Quando si ha l’occasione (cosa molto rara) di essere ricevuti da loro la sera, si attraversano vasti saloni privi di mobilia, a malapena illuminati, lungo i quali statue antiche biancheggiano nella fitta ombra, come fantasmi o morti esumati».
Spettri del resto erano i suoi familiari nel castello bretone della infanzia, su cui scrisse straordinarie pagine neogotiche. Spettrali sono le dame ospiti all’Infirmerie Marie-Thérèse, vedove e figlie di ghigliottinati, già vicine alla tomba in ancor giovane età o sepolte nel cimitero che confina con il giardino domestico dello scrittore, cimitero «più giovane» dell’autore. Possono dunque considerarsi questi ricordi come delle isole confortevoli nel mare della vita tumultuosa? Possono essere accostati alla luminosa tradizione fiorentina, con l’Annunziata che si specchia con la gotica Parigi, gotica, militare, eternamente ottocentesca, come affermava un eccelso anglista italiano (che praticava anche molto le lettere francesi)? Certo, così vuol fare credere nell’apertura della quarta parte dei tomi tombali il suo autore: «una regione di pace e di silenzio» dopo il fracasso della vita mondano-politica, che funge da idillio nell’epica tumultuosa dell’epoca dei Mémoires. Ma non si può tralasciare che, per esempio, quel muro del cimitero, come il pavimento nella Vie de Rancé, «separi [i morti] dalle danze, dalla musica, dal chiasso notturno», e che, tirando in ballo il matrimonio, e la Céleste animatrice di questo traffico di vecchi e di morti, l’autobiografo scriva del «rumore di un istante», dei «matrimoni di un’ora [che] sono separati dal silenzio senza termine, dalle notti senza fine, dalle nozze eterne». E sinistra appare la consorte, non sappiamo se per velenosa acrimonia o per abitudine al macabro. Si tratterebbe, insomma, di metafora della oppressione domestica, della meschinità coniugale di cui soffre il romantico male ammogliato. Così dicono tutti, a cominciare dalla sua autorevolissima amica dalla cattedra di Pisa.


Eppure, può trovare argomentazioni per il suo punto di vista che evoca le Memorie di Chateaubriand nell’eterna domenica in albis della chiesa fiorentina. Per esempio, quando il francese scrive (a proposito dei principi romani): «vi è tuttavia un non so che di bello, di ricordo, di nobile stirpe, in questa assemblea trincerata dietro capolavori e che in un primo tempo avevate preso per un raduno stregonesco». Le confraternite dei vecchi, dei perdenti — nobili e clero — hanno sia pure tra le rovine del tempo una loro maestosa bellezza. Ma nella fattoria alle porte di Parigi, non ci sono neppure i capolavori, soltanto i sopravvissuti all’inferno rivoluzionario, ai terrori d’ogni tipo, e le consolazioni cristiane messe in moto da una severa Céleste, poco attraente per il melanconico marito. «Nuovo esilio» chiamava quel soggiorno nel borghetto ameno, e colonia, con la sagrestia gotica e la strana accoppiata di dame vittime della Rivoluzione e preti anziani, forse qualcuno anche con il rimorso per aver prestato in gioventù il giuramento agli dèi del progresso, già finiti nella polvere e in molto sangue. Ed «esule pur di fuggire alla moglie» si tratteggiava confidandosi con un amico a Roma.


Nella Infirmerie giravano le «droghe di zucchero», Céleste metteva su una fabbrica di cioccolata, ‘commercio solidale’ ante litteram onde raccogliere fondi per la beneficenza e prometteva alle dame la presenza alla messa del celebre marito in modo che accorressero nella chiesa della fattoria di rue d’Enfer. C’era anche chi voleva costruire le montagne russe ma il rumore di un parco dei divertimenti, precisava il memorialista padrone della fattoria, non si accordava con l’agonia del vecchio mondo che lì accanto si svolgeva. C’era infine anche Miceto [sic], il gatto vaticano, nostalgico ricordo della corte pontificia e di quel luogo magico e pagano dove i gatti dominavano ancora.


In fondo, questa Infirmerie Marie-Thérèse è più triste che dolce, casomai dolciastra. Anche se – concordo con lei – appare una oasi di piccolo universalismo cattolico nelle tempeste ideologiche particolarmente efferate: «nulla sa di ospizio; l’ebrea, la protestante, la cattolica, la straniera, la francese vi ricevono le cure di una delicata carità». Ci sono inoltre «des processions composées de tous nos infirmes, précédées de jeunes filles du voisinage, passent en chantant sous les arbres... Les merles sifflent, les fauvettes gazouillent, les rossignols luttent avec les hymnes». C’è quindi François-René de Chateaubriand che in quel luogo scrive la maggior parte delle sue copiosissime Memorie…


Stendhal — dice il bravo Fumaroli — non è credente ma si comporta da fedele nell’incanto del cattolicesimo medioevale. Altrettanti confratelli in simile fede, aggiungerei io, sono Novalis e, per gusto del paradossale, Heine. Loro sognano una estetica cattolica. Chateaubriand teme quasi sempre di essere un sopravvissuto e il cattolicesimo gli sembra solo un magnifico celebratore di esequie. Non a caso, già si immaginava l’uomo che dopo un secolo di miscredenza sarebbe corso da maghi e ciarlatani per mettersi in pace l’anima:
«A forza di declamare contro la superstizione, si finirà con l’aprire la strada a ogni crimine. Quello che stupirà i sofisti sarà il fatto che, in mezzo ai mali causati da loro, non avranno neppure la soddisfazione di vedere un popolo laico. Quando infatti questo cesserà di sottomettere il proprio spirito alla religione, si farà delle convinzioni mostruose. Sarà colpito da un terrore che gli sembrerà tanto più strano quanto non ne conosce l’oggetto: tremerà in un cimitero dove è inciso che la morte è un sonno eterno; e con l’aria di disprezzare la potenza divina si metterà a interrogare il ciarlatano e a cercare il destino nel colore di una carta da gioco».

A presto,
L’almanaccatore

 

Dalle Memorie d’oltretomba


François-René de Chateaubriand, Memorie d’oltretomba, a cura di Ivanna Rosi e Cesare Garboli, Einaudi, Biblioteca della Pléiade, traduzione di Filippo Martellucci e Fabio Vasarri, pp. 535-6.

Non scorgo una casa; a duecento leghe da Parigi sarei meno separato dal mondo. Sento belare le capre che nutrono gli orfani abbandonati. Ah! se fossi stato come loro fra le braccia di san Vincenzo de’ Paoli! Nato da un momento di debolezza, come lui oscuro e sconosciuto, sarei oggi qualche operaio senza nome, che non ha avuto nulla da spartire con gli uomini, non saprei né perché né come sono venuto alla vita, né come né perché ne devo uscire.
La demolizione di un muro mi ha messo in comunicazione con l’ospizio per gli infermi Marie-Thérèse; mi trovo al tempo stesso in un monastero, in una fattoria, in un frutteto e in un parco. La mattina alle cinque mi sveglio al suono dell’Angelus; sento dal letto il canto dei preti nella cappella; vedo dalla finestra una croce che si erge tra un noce e un sambuco: mucche, galline, piccioni, api; suore di carità dall’abito di stamigna nera e dalla cornetta di basino bianco, donne convalescenti, vecchi ecclesiastici che vanno girovagando tra i lillà, le azalee, i calicanti e i rododendri del giardino, tra i roseti, le piante di ribes, di lampone e la verdura dell’orto. Alcuni dei miei curati ottuagenari erano esiliati con me: dopo aver unito la mia miseria alla loro sui prati di Kensington, ho offerto ai loro ultimi passi l’erba del mio ospizio; vi trascinano la loro vecchiaia religiosa come le pieghe del velo del santuario. Ho per compagno un grosso gatto grigio-fulvo a strisce nere trasversali; nato nel Vaticano nella loggia di Raffaello, Leone XII l’aveva allevato in un lembo del suo abito, nel quale l’avevo visto con invidia quando il pontefice mi concedeva le mie udienze d’ambasciatore. Essendo morto il successore di san Pietro, ereditai io il gatto senza padrone, come ho detto raccontando la mia ambasciata di Roma. Si chiamava Micetto, detto il gatto del papa. Gode in tale veste di un’estrema considerazione presso le anime pie. Cerco di fargli dimenticare l’esilio, la cappella Sistina e il sole della cupola di Michelangelo sulla quale andava a spasso lontano dalla terra.
La mia casa, i vari edifici dell’ospizio con la loro cappella e la sagrestia gotica, hanno l’aria di una colonia o di una borgata. Nei giorni di cerimonia, la religione nascosta qui da me, e la vecchia monarchia nel mio ospedale, si mettono in marcia. Sotto agli alberi passano cantando processioni composte da tutti i nostri infermi, preceduti dalle fanciulle del vicinato, col Santo Sacramento, la croce e lo stendardo. Madame de Chateaubriand li segue col rosario in mano, fiera del gregge oggetto della sua sollecitudine. I merli fischiano, le silvie cinguettano, gli usignoli competono con gli inni. Rimando alle rogazioni di cui ho descritto la pompa campestre: dalla teoria del cristianesimo, sono passato alla pratica.
 
François-René de Chateaubriand