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Il Covile - N.o 468 (2.10.2008) Anche Roberto Bertacchini commenta il saggio di De Marco

Questo numero


Ancora un apprezzato contributo sul saggio di De Marco. Questo fornisce anche dei dati elettorali, tema non estraneo a qualche frequentatore del Covile, perciò rimandiamo i curiosi ad un’altra “Radiografia”, pubblicata nel n° 274 .
 

Radiografia del voto «cattolico» (di Roberto A. Maria Bertacchini)


Nel n. 465 de Il Covile, Pietro De Marco è tornato sulla questione della rappresentanza cattolica in politica, sostenendo alla fine una posizione ragionevolmente difforme da alcuni luoghi comuni raccolti anche da importanti organi di stampa cattolici. Riporto alcuni passaggi:
«3. Ora, il nuovo blocco elettorale di maggioranza e di governo in Italia appare costituito in maggioranza proprio da cattolici “modali”. Ossia da quei cattolici che non siedono nelle prime panche delle chiese, non operano nei consigli parrocchiali, non leggono saggi di teologia, ma credono nella morale cattolica anche se la praticano con difficoltà, fanno frequentare ai figli l’ora di religione nelle scuole (diversamente dai cattolici progressisti, che non lo fanno) e non amano sentire dire dai catechisti che il diavolo non esiste e neppure esiste il peccato. Vi è in questi cattolici poco assidui un attaccamento al nucleo istituzionale e dogmatico cattolico, magari ereditato dal catechismo, che nei cattolici “qualificati” non c’è, nonostante la maggiore cultura religiosa di questi ultimi. Credo che tra i politici che governano oggi l’Italia siano scarsi gli atei professi alla Piergiorgio Odifreddi, o gli scettici anticattolici alla Corrado Augias. Dal punto di vista socioreligioso l’attuale classe governante è cattolica, cattolica secondo realtà, la realtà composita della “Chiesa di popolo” italiana. È cattolica in quanto consente sull’essenziale della visione cattolica del mondo […].
NON È CASUALE CHE I MENO CAPACI DI ORIENTARE CRISTIANAMENTE L’AGIRE POLITICO, IN ITALIA E IN EUROPA, SIANO OGGI PROPRIO LORO, I CATTOLICI “VIRTUOSI” LAICO-DEMOCRATICI. Nella stagione conciliare essi avevano troppo scommesso, per autenticare la legittimità dei cristiani ad esistere, su una comprenetrazione tra cristianità e modernità che idealizzava il Moderno come nuova cristianità trasfigurata e realizzata […].
Per riassumere. Primo: l’immagine di un parlamento e di un governo “senza cattolici”, e conseguentemente di una Chiesa senza referenti politici, si alimenta di una diagnosi erronea. Secondo: l’intelligencija cattolica con radici nel dopoconcilio e nella Democrazia Cristiana è largamente assorbita dalla costellazione delle sinistre laiche radicali, con differenziati destini di cultura di opposizione. Terzo: la gerarchia e i cattolici che interpretano la Chiesa nello spazio pubblico devono ridefinire canali e codici di una comunicazione politica autorevole con l’universo popolo cristiano. E con una classe di governo “cattolica” ma non di “azione cattolica”».
A quanto scrive, mi permetto di aggiungere qualche nota, in parte a sostegno, in parte a precisazione.
 

1. Il cattolicesimo «qualificato»


Come giustamente osserva De Marco, non è tanto semplice definire quali forme di associazionismo cattolico (o di non-associazionismo cattolico) si possano/debbano ritenere espressive di un cattolicesimo di punta. Certo nella Chiesa molti hanno di se stessi una tale autocomprensione, benché da punti di vista notevolmente differenziati: dai Focolarini a CL, dagli ex-fucini agli eredi di Dossetti, a Sant’Egidio e via dicendo. Non mi permetto di dare il votino a questi o a quelli. Da un punto di vista critico è però rilevante il criterio delle varie autocomprensioni. Non è lo stesso se si pensa di essere su posizioni di avanguardia per il valore che si dia alla vita mistica, ovvero per considerazioni di carattere politico, o di carattere teologico-ecclesiologico, magari nella convinzione di aver qualcosa (o magari molto) da insegnare al Papa e ai vescovi.
De Marco pone però un problema di fatto, e cioè che vi è una certa intelligencija cattolica che non manda i figli all’ora di religione ed è totalmente inefficace sul piano di una tutela pubblica dei valori cristiani. In un recente dibattito con Tremonti e D’Alema, il card. Bertone osservava che il cristianesimo ormai – nella percezione diffusa – è divenuto come il fumo: si può fumare, ma in casa propria, in privato. Sottinteso: e comunque fa male. È la posizione di Viano, ma in fondo anche di D’Alema. Infatti sostenendo la necessità di una separazione assoluta tra sfera religiosa e sfera politica, egli nega ciò che invece è scritto nel Concordato, ossia che nella reciproca autonomia Stato e Chiesa si impegnano a collaborare al bene comune. Perciò la visione dalemiana della realtà umana è dicotomica e, da un punto di vista non cattolico, ma cristiano, totalmente inaccettabile. E similmente è inaccettabile una prospettiva che riduca l’autorità della Chiesa al privato personale. Infatti o esiste un bene comune da perseguire, strettamente legato – da un punto di vista cristiano – agli orizzonti dischiusi dal Vangelo, o esso non esiste.
Se non esiste, la carità si svuota di senso, così come il Vangelo stesso e la predicazione del Regno. Ossia la fede resta come una bella mela, che però un piccolo baco ha totalmente mangiata al suo interno: buccia esteriore, non molto diversa dai sepolcri imbiancati di cui in Mt 23, 27. E allora si comprende che si abbiano doppie appartenenze: alla Chiesa in privato, al partito in pubblico. Il Vangelo come fattore unificante della vita non è più significativo. Il sacro è ristretto ai sacramenti, ma ciò che concerne la vita pubblica è normato da criteri assiologici eterogenei al Vangelo; sicché i «peccati sociali» sono definiti da altre istanze: ossia dall’intelligencija laica o laicista. E la redenzione di tali peccati è sottratta alla Chiesa, per essere trasferita alla politica. Gesù come Re dei re è una verità/realtà del tutto irrilevante.
Queste posizioni sono di fatto eretiche, perché confliggono con la verità di fede della Chiesa-una, e con la verità dogmatica del ruolo escatologico e salvifico di Cristo. Ma è vero che la maggior parte di coloro che le assumono sono teologicamente troppo ignoranti e impreparati per rendersene conto. È tuttavia evidente che i frutti dell’eresia non possono che essere la devastazione pratica della fede e della capacità di una sua corretta trasmissione alle generazioni future. Dunque ciò che De Marco denuncia/rileva non è frutto del caso, ma l’inevitabile effetto di inquinamenti radicali e profondi della fede.
Se invece si accetta che il bene comune esista, e al suo perseguimento siano tenuti a collaborare Istituzioni e uomini di buona volontà, così come la dottrina sociale della Chiesa e il Magistero dei papi ha ribadito almeno dalla Pacem in terris, allora le posizioni diversamente convergenti di radicali, dalemiani, odifreddiani ecc., non possono essere assunte come quelle di compagni di strada. E questo è – a mio parere – il punto di fondo che, avvertito in modo più o meno oscuro, sta però alla base di una disaffezione di una parte rilevante di elettorato cattolico dai partiti di sinistra. E qui vengo alla seconda nota, perché non sono tanto convinto che il voto cattolico al centrodestra sia riducibile a quello dei «cristiani modali».
 

2. Analisi del voto «cattolico», sulla base di rilevamenti Ipsos


Dopo le elezioni 2008 l’ IPSOS ha fatto e pubblicato delle rilevazioni statistiche, che in particolare tentano di disaggregare il voto anche sulla base della qualità del cattolicesimo praticato. Non tutto è convincente, ma nel complesso le statistiche presentate aiutano a capire un po’ di cose.
 

A. La rappresentazione della realtà


Sotto questo profilo le tabelle dell’IPSOS sono indicatori di qualche interesse oggettivo. Sono indicatori TOTALMENTE attendibili? Mah! (1) Per es. secondo Famiglia cristiana «l’80 per cento dei voti dei cattolici praticanti e impegnati è andato a Berlusconi» (2). Immagino che non abbiano scritto a casaccio. D’altra parte l’IPSOS considera «praticante» un cattolico domenicale. Probabilmente l’idea dei paolini era un po’ diversa. In ogni caso il quadro che emerge è reciprocamente molto lontano, perché parlare di un voto cattolico «qualificato» andato per l’80% al PDL, ovvero al 44% (Tab. 2) fa una differenza notevole. Tenendo conto che il 20% restante andrebbe ripartito tra Udc, Autonomia siciliana, Ferrara, Lega e PD, a quest’ultimo resterebbe quasi niente. E, secondo me, una tale fotografia non è molto attendibile, perché è abbastanza certo che il PD abbia pescato in serbatoi significativi: Azione Cattolica, Acli, Focolarini, Sant’Egidio, associazionismo gesuitico, Agesci, ecc. Che poi si possa eccepire sul fatto che per es. quello dell’Agesci sia effettivamente un «cattolicesimo impegnato», è un altro discorso.
 
Tabella 1. Orientamenti di voto secondo l’appartenenza alla religione cattolica. Percentuali di colonna.
        CattolicoNon cattolico
SA (Sinistra Arcobaleno)210
Pd3655
IDV47
Altri di sinistra11
UDC41
PdL4219
Lega 84
Destra20
Altri23
(N)2703442

Distribuzione perc. sulla popolazione (85.9%) (14.1%)
Fonte: Ipsos, rilevazione post-elettorale 2008
 

Tabella 2. Orientamenti di voto degli italiani secondo la frequenza alla messa nel 2008. Percentuali di colonna.
        Tutte le settimaneQualche volta al meseQualche volta all’annoMai o quasi mai o non credenti
SA 1 2 3 7
Pd 35 28 39 53
IDV 3 4 5 4
Altri di sinistra 11 1 1
UDC 6 4 3 2
PdL 44 50 34 25
Lega 7 9 9 5
Destra1 2 5 1
Altri 2 1 2 2
(N) 952 700 740 753

Fonte: Ipsos, rilevazione post-elettorale 2008
 
Usando lo spannometro – ma la cosa sarà più chiara alla fine –, direi che tendenzialmente ha più ragione Famiglia cristiana, ossia che effettivamente «l’Associazionismo impegnato» in genere ha avvertito disagio sia a votare la Bonino che Casini. Che poi nel voto «cattolico» abbiano giocato anche molti altri fattori, e non solo valutazioni morali o moralistiche, è indubbio. Infatti l’insuccesso di Ferrara ne è la controprova. Cioè nel complesso Berlusconi si è mostrato più rassicurante, ed è probabile che l’alleanza con Lombardo abbia avuto un effetto strategico superiore a quanto di solito si conceda. E, di fatto, il recente voto amministrativo siciliano, se non ne è la prova indiscutibile, di certo è un notevole indicatore a conferma.
Inoltre le tabelle tratte dallo studio succitato non evidenziano differenze territoriali, mentre ci si attendono divergenze abissali per es. tra Toscana e Sicilia (statistiche recenti sull’ora di religione a Firenze fanno venire seri dubbi sul significato di «cattolico praticante» in quella città). E De Marco è impietoso:
«Una seconda tesi. Questa sindrome toscana, di un’esistenza pubblicamente assente (come cattolica) si traduce frequentemente, credo, in una speciale presenza di singoli nella dimensione pubblica (ovvero nella sfera intellettuale o politica, etico-pubblica o ideologica), locale o meno. Una presenza mimetica. Che significa? Si dà presenza mimetica se si agisce adottando l’imitazione o, meglio, l’abito e il ruolo di attori già sperimentati e graditi nella sfera pubblica.
Così il cattolico è di volta in volta il tollerante mediatore, il pacifista, il narratore di antiche glorie (ad esempio fiorentine), il critico dell’istituzione ecclesiastica, il combattente per la Costituzione, l’amministratore per eccellenza dalla parte del cittadino, il politico che si oppone alla “divisione del paese”, il prete dei diseredati (gli altri preti suscitano diffidenza), il volontario per ragioni strettamente “umane”, il teologo rigorosamente intellettuale progressista ecc. Presenza mimetica, si badi, per convinzione; più raramente per pratica nicodemitica, cioè rivolta a dissimulare la propria identità. Questa versione puramente “laica” del proprio apparire pubblico ha una storia cattolica, specialmente ma non esclusivamente fiorentina, e ad essa continua ad attingere».(3)
Cioè il punto di fondo – che mi pare sia all’orizzonte anche del pensiero di Famiglia cristiana – è che fasce importanti di «cattolici domenicali» sono in realtà cattolicesimo suicida, che mantiene l’etichetta cattolico sulla bottiglia, ma avendo realizzato l’antimiracolo di Cana: la trasformazione del vino in acqua. Ci si «mimetizza» non per mero coniglismo, ma per due cause convergenti: a) si è perso il senso della spiritualità evangelica come di Ideale per il quale meriti combattere; b) si identifica la Storia con un’inevitabile affermazione del «bene».(4) L’opzione per la modernità sussume dunque ogni valore, e perciò si concede al moderno di giudicare il religioso. È il fenomeno dell’intiepidimento ideologico e morale della fede di cui parla Ap 3, 16. Che tale trasformazione abbia a che fare con la penetrazione tra i battezzati della mentalità laicista, è evidente. Ed è altrettanto chiaro che non si è stati in grado di formare un clero che fosse all’altezza morale e culturale di fronteggiare il pericolo.
Ma anche la ricostruzione percentuale della tipologia di elettorato dei singoli partiti convince solo in parte. Alle osservazioni che farò in seguito, aggiungo questa: Di Pietro ha raccolto una messe di voti esagerata nel Molise. Cioè quell’elettorato territoriale è una percentuale molto significativa dell’intero bacino di consensi raccolti. E il Molise è ancora tendenzialmente e tradizionalmente cattolico. La domanda è dunque se tra gli intervistati il campione di votanti Idv molisani fosse percentualmente proporzionato ai voti raccolti in quella regione. In caso contrario potrebbe essere successo un fenomeno di questo genere: che il campione rispetta nell’insieme le proporzioni di voto, ma non riflette in modo adeguato la composizione del proprio elettorato rispetto i fini dell’indagine. E siccome non si dice con che criteri e metodi il campione è stato selezionato, il dubbio di fondo resta (cfr. anche nota 1).
 
Tab. 3 Composizione degli elettorati di alcuni partiti secondo la frequenza alla messa per religiosità.
Percentuali di riga.
                        Tutte le settimaneQualche volta al meseQualche volta all’anno Mai o quasi mai o non credentiN
SA 14 14 18 54 103
PD 27 16 24 33 1212
IDV 21 25 31 24 126
UDC 48 22 17 13 116
PdL 35 29 21 15 1205
Lega 28 28 29 15 227
Italia 31 23 23 23 5100

Fonte: Ipsos, rilevazione post-elettorali 2008
 

B. Interpretazione del modello statistico


Nel complesso l’IPSOS offre comunque spunti di riflessione meritevoli di attenzione. Penso per es. all’alta percentuale di voto cattolico nella Lega, all’irrilevanza del voto cattolico nella Sinistra Arcobaleno (SA), e soprattutto all’istogramma della Fig. 1, che è probabilmente l’indicatore più significativo. Mi allargo con un breve commento.
 

Figura 1. Importanza della religione per gli elettori dei sei principali partiti

 
Agli intervistati veniva chiesto di indicare su una scala da 1 a 10 l’importanza della religione. E questa sì è una domanda interessante, perché non concerne la pratica rituale, ma il giudizio. E dare voto 9 o voto 2 cambia totalmente. La prima osservazione è che la rappresentazione grafica è tendenziosa, perché la scala delle ordinate parte da zero, e non da uno. Ciò dà l’illusione ottica che anche tra Sinistra Arcobaleno e Italia dei Valori (Idv) non vi sia nessuno per cui la religione valga zero. E invece non è così, perché chi ha dato voto 1 non poteva dare di meno. Perciò gli Odifreddi e i Viano erano rappresentati tra gli intervistati. Siccome però tra gli elettori PD il voto minimo è 3, vi è un ragionevole dubbio che il campione non ne rappresenti in modo adeguato l’elettorato, perché non è probabile che solo la Bonino e i radicali avrebbero votato 1. (5)
In ogni caso l’esame dei minimi è molto significativo. Al di là di probabili errori grafici, è evidente una differenza netta tra sinistra e altre formazioni. Nel primo caso, infatti, il minimo oscilla tra 1 e 3; nel secondo tra 5 e 6. Cioè nelle formazioni di centro o centrodestra la religiosità è percepita come un valore significativo ANCHE TRA COLORO CHE LA STIMANO MENO. Questa diversa percezione di valore è poi confermata dall’esame dei massimi. È vero che nel campione non vi sono dei «padre Pio» o dei «Bagnasco»: e cioè mancano i 10. Però troviamo il massimo a 9 per Udc e PDL, e a 8 per la Lega. 8 anche per PD e Idv, mentre SA resta a 7. Questo dato conferma indirettamente il quadro rappresentato da Famiglia cristiana, perché è plausibile che solo cristiani impegnati diano voti molto alti (9 o 10). Perciò è probabile che la maggior parte del voto cattolico più qualificato abbia escluso di votare a sinistra. E di nuovo questa prospettiva è confermata da un terzo elemento, che vediamo subito.
Il trattino nero all’interno di ciascun rettangolo indica il punteggio sulla scala da 1 a 10 che divide a metà l’elettorato di un partito, e quindi al di sotto di esso si collocano la metà degli elettori dei sei partiti, al di sopra l’altra metà. Ebbene per Udc e Lega il voto mediano è 7, per PDL tra 7 e 8; mentre per PD e Idv è 6 e per SA è 5. Cioè a sinistra solo una stretta minoranza di elettori valuta la religiosità come veramente importante (voti da 7 in su), mentre nel Centro-centrodestra ciò accade per oltre la metà dell’elettorato. E qui le osservazioni da fare sono due. La prima è che si capisce bene la politica spesso filolaicista della sinistra: è un modo per dare soddisfazione al proprio elettorato. La seconda è una domanda: non vi sarà per caso un rapporto tra ideologia politica di queste formazioni e risposta dei suoi elettori? La storia delle «regioni rosse» sembrerebbe alludere in senso affermativo. Vale a dire che la propaganda politico-culturale di sinistra di fatto ha eroso la fede dei battezzati molto più di quanto non abbiano fatto altrove le idee di destra.
L’ultima osservazione concerne l’estensione dello spettro del voto nei vari casi. Il primo dato che balza agli occhi è che a sinistra esso è sistematicamente più largo che a destra e al centro. L’ampiezza massima è di 7 per Idv, e minima di 5 per il PD. Sull’altro versante il massimo è 4 per Udc, mentre è 3 per PDL e Lega. Ciò dice che dal punto di vista della religiosità l’elettorato di sinistra è molto più disomogeneo. Ovvero da questo istogramma si evidenzia il gioco sporco delle Tabb. 2 e 3, perché è del tutto chiaro che i dati rappresentati nella IV colonna non sono affatto omogenei sulle varie righe. Infatti il 15% di elettori PDL che a messa non va quasi mai, COME MINIMO valuta la religione con un 6. Invece il 54% degli elettori SA che a messa non vanno quasi mai, al massimo hanno dato voto 5, mentre nell’insieme i voti si sono spalmati a partire da 1. Dunque sono categorie di persone del tutto diverse. Per il PDL potrebbero essere i cosiddetti «pasqualini»; per SA è evidente una forte presenza di atei e di agnostici.
A questo punto possiamo dare un significato anche alla Tab. 1 che invece, presentata per prima, fa un’impressione ben diversa. Infatti il 19% di non cattolici che vota PDL come minimo stima la religione 6. Si tratta cioè di non credenti coi quali è possibile un dialogo, proprio perché non pensano che la Chiesa sia tutta da buttar via (es.: Pera). Ci sono cose che non capiscono o non condividono, però esprimono un apprezzamento almeno di sufficienza. Ne deriva che l’enorme maggioranza dei non credenti coi quali il dialogo è impossibile, perché pensa che la Chiesa sia tutta da gettare (voti da 1 a 3) o comunque faccia proprio schifo (voto 4) è TUTTA concentrata a sinistra. Ma allora che ci si va a fare nei partiti di sinistra? Non è masochismo? Non è volersi fare del male da soli? Cosa si spera? E infatti…
Prendiamo per es. SA. Secondo la Tab. 1 il voto cattolico sarebbe l’1,7% dell’elettorato italiano e quello non cattolico l’1,4%. Cioè i cattolici sarebbero la maggioranza di coloro che danno il voto a questa aggregazione. Ma dall’istogramma di fig.1 si evidenzia che una valutazione tra il 6 e il 7 della religione è minoritaria. E siccome di solito la distribuzione è approssimabile da curve a campana con il massimo intorno alla media o al punto della metà della popolazione, ci si aspetta che il numero di coloro che hanno valutato la religione tra il 5 e il 6 sia molto superiore a quello di coloro che hanno dato voti tra il 6 e il 7. Ossia, se metà della popolazione del campione che ha votato SA ha valutato la religione tra 5 e 7, non è il 25% che ha valutato tra 6 e 7, ma molto meno. A spanne potremmo immaginare tra un terzo e un quarto della metà. Prendendo l’ipotesi più favorevole del 33% del 50%, saremmo al 17% scarso. Per non sbagliare per difetto abbondiamo e arrotondiamo al 20%. Ciò vuol dire che l’80% ha dato voti sotto il 6. Ma il totale è 1,7 + 1,4 = 3,1 di cui l’80% è 2,48%. Supponendo che la totalità dei non cattolici abbia dato valutazioni negative della religione (e non è detto) avremmo che 2,48 – 1,4 = 1,08. Ossia dell’1,7% di «cattolici» che hanno votato SA solo lo 0,62% non ha dato un giudizio negativo sulla Chiesa. Tradotto in percentuali, sono circa due terzi contro un terzo: NON HO PAROLE…
Per il PD la situazione sarebbe questa. Il voto cattolico varrebbe in termini assoluti il 31% dell’elettorato (per essere precisi [cfr. Tab. 1] 36 x 85,9% = 30,9). Rapportato ai dati elettorali, solo meno del 3% sarebbe non credente. Secondo la Tab. 1, invece, il 7,7%. Di sicuro 31 + 7,7 = 38,7 che non corrisponde al responso delle urne. Perciò almeno uno o entrambi i dati disaggregati dovrebbero essere contratti. Ma ammettiamo pure che effettivamente il 36% dell’elettorato cattolico (ossia il 31% degli elettori italiani) abbia votato PD. Ciò vorrebbe dire che, su 12 milioni circa di voti raccolti, quelli cattolici sarebbero stati più di 11 milioni, e quelli dei non credenti meno di 360.000. A questo punto prendiamo l’istogramma di Fig. 1. Siccome metà del campione valuta la religione tra 3 e 6, ciò dovrebbe corrispondere al pensiero di circa 6 milioni di elettori. Ammettiamo pure che il 6 sia un punto di accumulazione e di picco. Perciò di questi 12 milioni 2 li concentriamo sul 6, (6) cinque li spalmiamo tra 3 e 5,9 e altrettanti tra 6,1 e 8. Ebbene 5 milioni sono il 41% dell’elettorato PD, che ha valutato negativamente la religione, e perciò la Chiesa. Detratti – abbondando – 350.000 voti di non cattolici, restano 4.650.000 voti «cattolici», che hanno valuto la Chiesa meno di 6. Supponiamo pure di avere fatto stime troppo pessimistiche, e togliamo altri 650.000 soggetti, supponendo di aver sottostimato i non credenti o il numero di coloro che voterebbero 6. Restano sempre 4 milioni di «cattolici» che della Chiesa danno una valutazione negativa. Cosa si deve dire? Che sono cattolici che andando a sinistra hanno aumentato la propria fede, o che l’hanno persa? E allora, quando Franceschini si vanta che il PD è normalmente «cattolico», anzi no, un po’ sopra media; è egli ingenuo o bara? Se è ingenuo, la politica non è per lui. E se bara su cose di questa serietà, allora la sua formazione cristiana è veramente ridicola, non meno di quella dei degli «infedeli» al vincolo matrimoniale. (7)
 

3. In sintesi


L’elettorato cattolico si distribuisce tra i vari partiti, ma non senza criteri selettivi. Le tabelle non mirano in modo diretto alla rilevazione della vita morale, offrono però degli indicatori indiretti di coscienza lassa. Si è detto che la IV colonna delle Tabb. 2 e 3 non è attendibile, perché mette insieme popolazioni molto disomogenee. Ma dalla terza colonna di Tab. 2 emerge che tra l’elettorato cattolico che va a messa qualche volta all’anno, il 39% vota PD e il 34% PDL. Questo tipo di frequenza allude a una coscienza religiosamente poco motivata. Mio nonno andava a messa solo due volte l’hanno, perché bestemmiava come un turco. Per il resto era di una moralità cristallina. È probabile che tra coloro che oggi prevalentemente vanno a messa poche volte all’anno ciò si debba a motivazioni di altra natura. Ricostruirne un preciso identikit a partire dai dati qui esaminati, non è dunque possibile.
E il fatto che il loro numero sia di poco più abbondante a sinistra, non consente di trarre conclusioni straordinarie. LA VERA DIFFERENZA È INVECE NELLA STIMA CHE LA CHIESA RACCOGLIE TRA GLI ELETTORI DI DESTRA E DI SINISTRA. E che l’apprezzamento a destra sia molto superiore lo attestano sia i picchi di massimo, sia i minimi, sia i punti di dimezzamento della popolazione. Perciò non c’è dubbio che la sinistra sia riuscita nell’intento di attrarre voto «cattolico». Ma, nel contempo, è anche riuscita a decostruire, nella mente di masse cattoliche imponenti, il valore della religione e della Chiesa. E questo – come visto – emerge proprio dalle indagini IPSOS che i dirigenti PD citano per accreditarsi una verginità. Questo per un verso rende ragione di molte osservazioni di De Marco; per un altro dovrebbe fare riflettere Follini & C. Non è solo una questione di non aver sfondato al centro. È anche che – guardacaso – al centro vi è moltissimo elettorato cattolico, giustamente diffidente delle «contaminazioni» prodotte nell’abbraccio troppo stretto con la sinistra. Pezzotta, almeno in questo, ha visto giusto. È cioè un dato illuminante che la stima che hanno della Chiesa milioni di «cattolici» che votano a sinistra non sia solo mediamente inferiore a quella dei cattolici che votano PDL, ma in larghissime fasce sia addirittura inferiore alla stima che per la Chiesa abbiano i non credenti che votano PDL. (8) Come diceva Bertone, ormai il cattolicesimo è percepito come il fumo. Anche se solo per i pannelliani, gli odifreddini e – sperabilmente – pochi altri è «fumo negli occhi», ossia quanto mai irritante; di certo per Augias e moltissimi lettori di Scalfari o seguaci del pensiero mediatico dominante, vale il sottinteso: IL FUMO FA MALE.
 
Roberto A. Maria Bertacchini
 
NOTE
(1) Preciso che ho tratto le tabelle dal saggio di P. Segatti e C. Vezzoni: Questione cattolica e voto nel 2008. Riserve macroscopiche sul campione emergono per es. dalla Tab. 3, ultima colonna a destra. A parte che il totale non torna per nulla (dovrebbe essere 2989 e non 5100), il grave sono alcune percentuali pesantemente difformi dalla realtà emersa dalle urne. Per es. PDL e PD sono entrambi al 40%, (addirittura il numero assoluto dei votanti PD è superiore ai votanti PDL), mentre la differenza reale fu intorno ai quattro punti percentuali. L’Udc è al 3,8 mentre raggiunse il 5,6. Se si parte col piede sbagliato, ciò rende per sé instabili le conclusioni. Ossia: già un campione corretto non garantisce al 100% di essere effettivamente rappresentativo sotto tutti i profili. Se poi è mal costruito, errori di trascinamento divengono ancora più probabili. Per es. il profilo medio di chi vota PD in una grande città, non è lo stesso di chi vota PD in piccoli centri della Carnia o del Mugello. Dai dati raccolti viene il dubbio che le interviste si siano concentrate su elettorato urbano, ciò che non fotograferebbe in modo corretto la situazione generale. Sono allora dati del tutto inattendibili? Anche questa conclusione sarebbe eccessiva. Dicono qualcosa di vero, che però per un verso va estratto con le pinze; e per un altro non è una certezza ma uno scenario probabile. Solo che invece di essere probabile sopra il 95% lo è meno, forse tra il 70 e l’85%. Altri rilievi li farò più oltre.
 
(2) Cit. in http://lmarchesiniblog.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=1935338.
 
(3) «Una terza tesi. Questa invisibilità effettiva nella presenza mimetica, comporta l’obiettiva separatezza del privato (e del comunitario) della fede dalla sfera pubblica. È interessante che conviva invece con l’ideologia dell’abbattimento di “storici steccati” tra Chiesa e società civile. Come regge questo paradosso? L’invisibilità cattolica toscana (modale) e i suoi popolari teoremi hanno un retroterra di teologia debole. Un remoto anti-intellettualismo (diffuso nel clero) e più recenti pervasive catechesi dell’Altro (diffuse nei laicati parrocchiali) legittimano, da noi più che altrove, un irriflesso abbandono cattolico del momento pubblico, nella certezza di praticarlo. Rendono “spontaneo” il far coincidere la condizione laicale (di christifidelis laicus) con la laicità dei moderni. Non mi stupisco, allora, di fronte alla progressiva riduzione dei contenuti (della fides quae creditur) nella trasmissione catechetica delle nostre parrocchie o alla manipolazione filantropica e solidaristica delle parole del dogma e della liturgia. Né mi stupisco, fuori del quadro parrocchiale, della percentuale degli “avvalentisi” dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole toscane, i valori percentuali più bassi a livello nazionale (Firenze ha valori disastrosi); la partecipazione all’IRC è responsabilità cattolica pubblica. Ma per l’ethos toscano (quale risulta da molti indicatori di “laicismo”) la sporgenza cattolica nella scuola è illegittima, comunque mal sopportata; così molte famiglie cattoliche si conformano all’opinione comune, o scelgono quell’assenza pubblica (prima tesi) che le rende socialmente accettabili. Nella stessa logica, come esibisce i più elevati standard di abbandono dell’IRC (attorno al 17% per l’a.s. 2005/2006) la Toscana esibì le percentuali di votanti più alte in Italia, in occasione del Referendum contro la Legge 40 (il 39,7 di votanti al IV quesito, con l’83,6 di sì). Tale conformità cattolica è confermata da una ricerca su una storica organizzazione del volontariato fiorentino; un associato su tre (tra coloro che rispondono alla domanda, l’80%) nel 2005 si è recato alle urne» [Pietro DE MARCO, Il Covile - Newsletter N. 383 (10.4.2007) . Mi sono permesso di sottolineare i passaggi qui particolarmente pertinenti].
 
(4) In questo c’è del vero sul lungo periodo, perché alla fine la vittoria sarà del Re dei re. Ma sul breve periodo è ben altro discorso, perché non è detto che i transitori siano sempre totalmente in linea con la meta finale. Anzi, in genere è vero il contrario, e il sec. XX, dal genocidio armeno in poi, ne è un esempio eclatante.
 
(5) È probabile che tra gli elettori del PDL anche Teodori avrebbe votato 1. Solo che una rondine non fa primavera. Cioè, che in un campione statistico possano saltare i picchi, ci sta. Ciò che voglio dire è che – usando lo spannometro – la probabilità di trovare tra qualche elettore PD qualcuno che voti 1 secondo me non dovrebbe essere troppo inferiore almeno rispetto all’Idv.
 
(6) Perché proprio 2? È troppo, è troppo poco, è giusto? Non disponendo dei dati disaggregati, né della conoscenza del metodo di rilevamento, si tratta di un’illazione a spanne. Partendo sempre dall’ipotesi della curva a campana, e di una distribuzione continua del voto, 2 milioni sul 6 valgono almeno 5 milioni nell’intervallo aperto tra 5 e 7. Ossia almeno 7 milioni nell’intervallo chiuso tra 5 e 7. Ossia circa il 60% delle valutazioni sarebbero comprese tra 5 e 7 e il restante 40% tra 3 e 5 ovvero 7 e 8. È uno scenario plausibile. Ossia la probabilità che sia molto lontano dalla realtà – supposta la correttezza dei dati su cui si ragione – direi che sia molto bassa.

(7) Sarebbe ingiusto fare di ogni erba un fascio. Non mi permetto dunque di entrare nel merito dei singoli casi. Però che si facciano paladini della famiglia personaggi divorziati o notoriamente adulteri, è percepito in genere come segno di una fede «incredibile», se non ridicola. Dunque c’è almeno un problema di opportunità, che sembrerebbe anche all’orizzonte del pensiero di Benedetto XVI, quando sollecitava la formazione e l’avvento di una nuova generazione di politici cattolici.
 
(8) «Semmai, la preferenza per il Centrodestra appare molto più evidente fra i cattolici che esercitano la pratica religiosa in modo saltuario. Una componente, peraltro, ampia degli elettori (circa un quarto del totale), poco sensibile agli insegnamenti ecclesiastici. Animati da grande fiducia nella Chiesa, questi cattolici interpretano e praticano una religione secolarizzata e privatizzata. Più simile al “senso comune” che a una professione di fede esercitata con coerenza. L’influenza della Chiesa, per essere davvero influente, deve rivolgersi in particolare a questo popolo di “fedeli tiepidi”. Peraltro, più tradizionalisti e orientati a destra, sui temi etici ma anche sociali. Tuttavia, la “missione” perseguita da Benedetto XVI non dimostra indulgenza verso il relativismo religioso ed etico. Al contrario, mira a recintare il “campo religioso”, tracciando confini chiari fra la verità dei cattolici e quella degli altri. Per questo potrebbe avvenire che la Chiesa abbandoni la via extraparlamentare. Che la gerarchia cattolica concentri la propria pressione (e la propria “missione”) sulla politica e i politici. Cattolici e non. Ma, ancor prima, sugli stessi cattolici. Soprattutto, i più “relativi”. Per rafforzare il potere di rappresentanza della Chiesa. E, forse prima ancora, per “educarli”. Per trasformare la loro fede da relativa in assoluta». Così Ilvo Diamanti su Repubblica, 23-06-2008, p. 4. Il pezzo dice qua e là anche cose sensate, e poi sbanda in coda. Il motivo è chiaro: depotenziare l’immagine non solo del PDL, ma anche del suo elettorato cattolico. Come se, il relativismo etico fosse solo a destra. E, se il tiepidume cattolico è a destra, si lascia intendere che gli idealisti siano a sinistra. Che le cose non stiano affatto così, lo si è mostrato commentando la Fig. 1. Si dirà: ma Diamanti non l’ha vista. No, perché dopo essersi riferito ad altre fonti, chiosa: «Dati molto simili emergono da altre ricerche (Itanes, nella parte curata da Luigi Ceccarini; dati Ipsos, analizzati da Paolo Segatti e Cristiano Vezzoni)» . Dunque si deve presumere che conosca e, in più, ci rassicura che l’IPSOS non diverge da altri Istituti demoscopici.