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Il Covile - N.o 469 (7.10.2008) Pier Luigi Tossani su donmilanismo e società partecipativa

Questo numero


Agli amici lo abbiamo presentato nel n° 363, il blog di Carlo Gambescia; in questi giorni vi è aperta una riflessione, che vi invito a leggere, sulla crisi economica in corso, sulla sua natura e sui possibili rimedi. La materia è molto al di là delle mie competenze, ma viene a proposito l'intervento di un nuovo ospite del Covile, Pier Luigi Tossani. Pier Luigi parte da qualche osservazione sul donmilanismo e i donmilanisti, per proseguire con una lunga presentazione delle idee di Pier Luigi Zampetti, un economista italiano la cui opera, che non ha ancora trovato il giusto riconoscimento, si occupa proprio dei temi che Gambescia chiama a discutere.
 

Don Milani e il donmilanismo - strumentalizzazioni, paradossi, disinformazione (di Pier Luigi Tossani)


Caro Stefano,
mi chiamo Pier Luigi Tossani, ho 55 anni, vivo e lavoro a Firenze. Nel corso di una ricerca in internet sul grande quanto misconosciuto intellettuale cattolico Pier Luigi Zampetti, lo scorso settembre Google mi propose un collegamento al Covile. Qui trovai, fra le tante cose, il corposo quaderno su don Milani e il donmilanismo. È stata una scoperta molto interessante. Me lo sono letto e, trovato un po’ di tempo, anche se è passato un anno desidero portare il mio contributo. Ritengo infatti che il tema sia ancora attualissimo e rivesta grande importanza sociale.
Nel 1968 avevo quindici anni. Ho qualche ricordo di tumultuose, populiste e velleitarie assemblee scolastiche allo scomparso cinema Cristallo in piazza Beccaria, dei caotici e superideologizzati “attivi” di corso all’ITC Duca d’Aosta dove avevo appena cominciato a studiare ragioneria. Negli anni successivi i bravi prof. della vecchia guardia che man mano andavano in pensione venivano spesso sostituiti da più o meno giovani “commissari politici”. Mi torna in mente una prof. d’italiano che ci diceva come, culturalmente, il generale vietnamita Giap fosse una persona molto più sofisticata del suo omologo americano Westmoreland. Ma tutto questo, don Milani incluso, all’epoca non mi interessava più di tanto. Poi, col tempo, grazie a Dio ho scoperto la dottrina sociale della Chiesa cattolica e potuto rendermi conto delle profonde distorsioni della società moderna. Mi è pure accaduto qualche anno fa, facendo un po’ di teatro a livello amatoriale ed essendo all’epoca il nostro maestro un estimatore di don Milani, di conoscere meglio la figura del controverso sacerdote. Facemmo infatti almeno una decina di sessioni di lettura degli scritti del priore di Barbiana.
Ebbi quindi modo di rendermi conto dei contenuti del pensiero di don Lorenzo.
Ebbene, non posso che concordare con le voci che, motivatamente, hanno puntualizzato i lati critici della sua visione del mondo, nonché del suo temperamento.
In estrema sintesi, dal pensiero di don Milani emerge sostanzialmente che l’educazione del popolo, alla quale egli teneva tanto, era finalizzata alla lotta di classe. Cioè alla formazione di piccoli sindacalisti addestrati alla contrapposizione frontale con il padrone, piuttosto che all’educazione dell’uomo-persona consapevole, semmai, dell’importanza vitale dei contenuti e degli strumenti della dottrina sociale della Chiesa cattolica. Se vogliamo restare nel campo del lavoro e delle relazioni sociali, ed essendo don Lorenzo prete.
Che ciò sia avvenuto è comprensibile. È noto che l’ideologia e la cultura di sinistra hanno contaminato da lungo tempo in vari modi e a vari livelli, e peraltro seguitano non poco a farlo ancora oggi, la Chiesa cattolica. Tale pressione era forse ancor più sensibile ai tempi di don Lorenzo. Comprensibile quindi, ma le conseguenze di questo fatto continuiamo a pagarle fino ai giorni nostri, poiché molti si sono poi fatti deviare a loro volta dalle esortazioni del priore di Barbiana.
C’erano profonde contraddizioni insite nel pensiero di don Milani. Egli predicava la lotta di classe e l’egualitarismo indifferenziato (il non bocciare! poi pienamente assunto dal ’68), linee ideologiche in profondo contrasto con la visione antropologica della Chiesa cattolica. È vero che poi in vita sua don Milani è stato sia pur contraddittoriamente critico verso il comunismo, anche se questa è una posizione che i suoi estimatori non amano ricordare. In ogni caso sta di fatto che la scelta classista di don Lorenzo ne ha fatto storicamente una bandiera storica della sinistra.
Fra le numerose strumentalizzazioni che la sinistra ha fatto di don Milani, una rilevante è appunto la Marcia che dal 2002 si svolge annualmente da Vicchio a Barbiana.
Nella sua prima edizione l’iniziativa fu motivata, come si può leggere nel relativo volantino di convocazione consultabile sul sito www.marciadibarbiana.it, contro “l’affossamento della scuola di Stato da parte del governo Berlusconi”. Nelle ultime edizioni è stata maggiormente orientata ad una più generica richiesta al governo per il potenziamento della scuola di Stato.
L’iniziativa ha molti promotori: i Comuni di Vicchio, Calenzano, Montespertoli e Firenze, la Comunità Montana del Mugello, la Provincia di Firenze e la Regione Toscana. Ovviamente la Fondazione don Lorenzo Milani è anch’essa protagonista dell’iniziativa.
Buona cosa promuovere la scuola, certo, ma è bene notare che gli organizzatori nella loro richiesta di maggiori risorse si riferiscono espressamente alla sola scuola di Stato. Cosa pienamente legittima, si capisce, ciascuno manifesta in favore di ciò in cui specificamente crede. Non è però difficile, alla luce del contesto nel quale è maturata l’iniziativa, immaginare con quale occhio i promotori e i partecipanti all’iniziativa guardino alla scuola, pur pubblica, ma non gestita dallo Stato.
È certamente paradossale che nell’operazione in questione i promotori si richiamino a don Milani, il quale aveva scritto parole di fuoco contro la scuola di Stato (lettera al responsabile della redazione del Giornale, 1961) e, ancor più precisamente, contro l’ingiustizia che i finanziamenti pubblici andassero solo alla scuola di Stato escludendone le scuole gestite dai privati. Addirittura, don Milani nella medesima lettera affermava con calore che “non c’è dubbio per me che sarebbero migliori quelle (le scuole, ndr) dei preti, perché l’amore di Dio è in sé migliore che la coscienza laica o l’idea dello Stato o del bene comune”.
Ancora oggi nel nostro Paese si nega nei fatti la libertà di scelta dei genitori in campo educativo. In quanto i suddetti genitori sono costretti a pagarsi di tasca propria la scuola di loro fiducia per i loro figli, se quella di Stato non li soddisfa. In più, come contribuenti, pagano le tasse per la scuola di Stato.
Tant’è. Il pensiero di don Milani era talmente contraddittorio, e l’opinione pubblica è ancora oggi talmente resa amorfa dal sistema che la sinistra ha buon gioco a compiere questo gesto propagandistico.
La mancanza ormai storica della libertà di scelta in campo educativo nel nostro Paese, libertà che pure come si è detto il priore di Barbiana diceva di aver a cuore, non sembra dunque turbare i sonni dei suoi estimatori.
Non posso non annotare che l’iniziativa della Marcia mostra, oltre al limite ideologico, una macroscopica povertà culturale. Allo scopo di rispondere alla “domanda alta di scuola e insieme di politica” che è uno degli intenti della Marcia, i promotori hanno espresso l’intenzione, fra l’altro, di “portare in aula galline e pesci rossi” (dal messaggio di saluto del sindaco di Vicchio Elettra Lorini alla Marcia di Barbiana 2008). Sarà questo “un modo per dare concretezza ad un sapere che appassioni e non discrimini, fino dai primi passi”. Più che di povertà culturale in questo caso forse è più appropriato parlare di cultura dell’assurdo.
Le altre ipotesi di lavoro, che traggo ancora dal messaggio di saluto, sono quelle di “integrare nella scuola i bambini rom”, di “studiare Ellis Island e le vicissitudini dei nostri migranti”, di “sviluppare un comune senso di appartenenza tra figli di italiani e figli di immigrati”. Tutte ottime cose, certamente, ma che nel contesto politico che caratterizza i promotori assumono il sapore ideologico e strumentale dell’armamentario propagandistico della sinistra, che ben conosciamo. La cultura vera, e anche la democrazia, si fanno in ben altro modo. Si comincia generalmente partendo dalla scoperta delle radici della propria identità (e su questo la tradizione ebraico-cristiana avrebbe qualcosuccia da dire nella vecchia Europa), passaggio assente fra le ipotesi di lavoro dei promotori della Marcia.
Ancora politicamente parlando non sfugge, ad un occhio appena oggettivo, il nocciolo profondo di violenza rivoluzionaria – spiace dirlo ma è bene essere chiari – che evidentemente albergava nel profondo del cuore del priore di Barbiana. “…Per il bene dei poveri. Perché si facciano strada senza che scorra il sangue. E se anche il sangue dovesse scorrere un’altra volta, perché almeno non scorra invano per loro come è stato finora tutte le volte” (“Lettera a Ettore Bernabei” in La parola fa eguali, LEF, Firenze, 2005. pag.21). Sono parole che evocano l’imminenza dello scontro fisico. Questa tensione non sembra colta da Michele Gesualdi, uno degli allievi prediletti di don Lorenzo e attuale presidente della Fondazione don Lorenzo Milani. Gesualdi non ha remore a pubblicare queste parole del suo maestro in uno dei numerosi saggi celebrativi stampati sul pensiero del priore di Barbiana, saggio del quale Gesualdi è fra i curatori.
Sono concetti che avrebbero molto ben figurato in una convention di tagliatori di teste giacobini. E sono anche parole che denotano un senso della storia povero, molto povero. Quando mai, quando mai nella storia il sangue che è scorso a fiumi nelle guerre e nelle rivoluzioni non è stato quello dei poveri, del popolo? E quale vantaggio è mai venuto al popolo dallo scorrere del sangue, da qualunque uomo il prezioso liquido della vita uscisse?
È noto che don Lorenzo aveva evocato nei suoi scritti (la famosa “lettera a Gianni”) anche la possibilità che, all’apice dell’incombente scontro sociale, i contadini prendessero in mano i loro forconi per infilzarvi i padroni. Non so se questa sia una visione condivisibile dall’area pacifista-arcobaleno che del priore di Barbiana ha fatto una sua bandiera. Ma certamente, nonostante don Milani fosse prete, non si tratta una visione cristiana. In ogni caso controproducente dal punto di vista sociale, non avendo mai questo metodo risolto i problemi dell’uomo. Anzi aggravandoli.
Comunque Gesualdi va capito. Mi si consenta, dopo il lavaggio del cervello fattogli da don Milani, 365 giorni all’anno comprese le domeniche e abolite le vacanze estive, sarebbe stato proibitivo per chiunque uscire indenne da quell’esperienza.
È triste che tutte queste cose assai gravi restino ancora oggi sotto silenzio nel dibattito sociale, nel quale semmai anche dopo quarant’anni le uniche voci ben udibili sono quelle di plauso all’eroe solitario che si è battuto contro il sistema.
Date queste premesse è più che logico che la Chiesa, anche a livello di diocesi fiorentina, abbia cercato a suo tempo di contenere in qualche modo l’azione ideologicamente eversiva di don Milani. Evidentemente la carica di aggressività dirompente che egli portava nel suo animo era però talmente forte che nessuno, all’epoca, è riuscito a fargli capire dove sbagliava. E nemmeno a fermarlo. Anzi. Don Lorenzo ha avuto - anche in ambito ecclesiale! - dei sostenitori (come il suo mentore don Raffaele Bensi) che in pratica hanno addirittura svolto il ruolo di fiancheggiatori della sua azione inarrestabile di deviazione delle coscienze.
Anche se la “scuola” di don Milani è cessata con lui, a differenza di altre esperienze ecclesiali che si sono accresciute e sviluppate dopo la scomparsa dei loro fondatori, il portato negativo del pensiero del priore di Barbiana è perdurato nel tempo a livello sociale. Amplificato strumentalmente a dismisura dalla sinistra, sia pur nella sola parte che le faceva comodo.
Dopo quarant’anni il bilancio del pensiero milaniano sembra dunque pesantemente in rosso. Come ho cercato di sintetizzare, le parole stesse del protagonista più che sulla dimensione democratica sembrano fondare quella esperienza nel totalitarismo. Dove la cultura viene sostituita dall’ignoranza e dall’ideologia e in luogo del preteso pacifismo e della nonviolenza si cela nemmeno troppo nascostamente la violenza rivoluzionaria. Se il riconoscimento del merito e l’importanza dei contenuti hanno da essere considerati dei valori, essi sono stati spazzati via dall’eguaglianza sociale dell’istruzione e dal livellamento in basso del non bocciare. Se l’obbedienza non è più una virtù il suo posto viene preso dall’anarchia, passando, come ha osservato acutamente Armando Ermini, attraverso la demolizione della figura del pater familias fin nel profondo dei suoi simboli.
Ancora oggi i frutti testimoniano questa realtà: ho portato il caso della Marcia come esempio eclatante di strumentalizzazione, disinformazione e libertà negata.
I marciatori sostengono che il messaggio milaniano è ancora attuale. In realtà non è più attuale di quanto lo sia quello della rivoluzione d’ottobre.
I marciatori manifestano anche l’intenzione di portare alla piena attuazione i principi milaniani. Sarà impegno di ogni uomo di buona volontà attivarsi per evitare questa iattura. Ma non è possibile né necessario fare barricate. Credo che il miglior vaccino contro il donmilanismo sia rappresentato dalla coscienza di sé e del senso della nostra vita e della realtà che ci circonda, coscienza nella quale ciascun giovane ha diritto di essere cresciuto. Ciò si realizza primariamente liberandoci del monopolio statale sull’educazione tramite la effettiva libertà di scelta (il buono scuola!), libertà alla quale per ovvi motivi la sinistra e tutti gli statalisti si oppongono fieramente.
A questo punto però considero improduttivo concludere questa disamina lasciando solo note critiche. Desidero anzi cogliere la non comune occasione della gradita ospitalità offerta dal Covile, una volta messo in luce l’errore ma affidata l’anima del priore di Barbiana alla misericordia di Dio, per valutare a fondo l’alternativa possibile al pensiero milaniano. Che è poi la cosa che oggi ci interessa di più. Proverò a fare questa cosa in un testo separato.
 
Pier Luigi Tossani