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Il Covile - N.o 470 (12.10.2008) Amici molto attivi

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Il suicidio della modernità (di Raffaele Iannuzzi)


Questo è un libro sulla modernità. Un’apologia della modernità. Della sana modernità. Con una tesi secca: il nichilismo non è soltanto il nemico giurato della cristianità, ma anche della modernità. La cristianità e la modernità hanno in comune un nemico: il nichilismo. Ciò significa che la modernità non è affatto il teatro del nulla, lo scenario sul quale si incontrano e scontrano le maschere della negazione della verità, le ombre diaboliche della menzogna sull’uomo. La modernità ha molte facce e molte pieghe interne ed è soprattutto un gioco di sovrapposizioni, un prisma. I suoi chiaroscuri interni ci insegnano che la luce, quando la vedi, è una conquista della ragione e della libertà e non sta scritto da nessuna parte che tale conquista sia un’eredità minore rispetto al grande tragitto della cristianità. Difendo la tesi secondo la quale il meglio della modernità appartenga alla fonte cristiana e che la modernità abbia spesso saputo avvalersi dei migliori apporti della cristianità. Il motto di Gesù «la verità vi farà liberi» racchiude in sé l’essenza della ricerca umana come tale. Una verità che libera non è soltanto una “libertà da” qualcosa, ma anche e forse soprattutto una “libertà per” qualcosa, per uno scopo. Questo scopo è l’incessante posta in gioco della ricerca moderna e ciò è testimoniato dal gigantesco patrimonio di filosofia, pensiero, teologia, opere e missioni prodotti da menti cristiane come Tocqueville, Rosmini, Newman, Blondel, de Lubac, Guardini, Balthasar, Del Noce. Una schiera di pensatori che hanno sempre pensato la modernità più come un problema che come la soluzione ad ogni problema, ricercando i legami della grande civiltà moderna con il valore assoluto della realtà e della tradizione cristiane. La stessa tradizione cristiana, poi, non è un ammasso di detriti bimillenari da dare in pasto ai cosiddetti tradizionalisti. Così si compie un duplice errore: si congela l’esperienza cristiana, da un lato, e si nega recisamente ogni bagliore di verità della modernità che, invece, è stracolma di ricerca del vero, del bello e del buono. Con il dogmatismo ideologico non si arriva da nessuna parte e la modernità merita qualcosa di più efficace.


Questo saggio intende attraversare, invece, il territorio sconfinato della modernità, rimanendo fedele alla sostanza della cristianità. Il suicidio della modernità riguarda, infatti, tutti noi moderni, tutti noi che siamo diventati dei “singoli”, atomi che si incontrano e si scontrano, spesso alla ricerca della fede oppure al recupero della fede dei padri e dei nonni. Esiste un’autentica ricerca spirituale nel nostro tempo e fingere che ciò non ci riguardi o che non proponga un nuovo modo di concepire la modernità e insieme la cristianità è sbagliato. Al contrario, questo sentimento spirituale che attraversa l’età
postmoderna deve essere indagato a fondo. Lasciare che questo patrimonio umano prenda speditamente la strada del suicidio significa chiudere ogni spazio alla ragione ed alla libertà. Significa censurare quel legame fecondo tra la ragione e la fede, ribadito costantemente da Benedetto XVI. Un atteggiamento così viziato da ideologismi è, di fatto, un clericalismo intellettualistico, il frutto mentale di quella cricca di intellettuali clericali fustigati a sangue da Péguy, il poeta e saggista cattolico visceralmente avverso, come chi scrive, a questa mistificazione ideologica, in sostanza una truffa culturale.


Queste pagine si ispirano a Péguy ed alla sua opera, seguendo il suo approccio di convertito alla fede cattolica che approfondisce la sua statura umana nel dramma della ricerca personale. Un modo di essere cristiano e moderno che non cede alle lusinghe degli opposti schieramenti: i tradizionalisti con il coltello tra i denti e i progressisti con la rivoluzione nel cuore. Due errori speculari. Questo errore culturale si è ingigantito dopo il cosiddetto crollo delle ideologie. Viviamo nel tempo post-ideologico, così si dice. Pensiero unico e unificante: il crollo delle ideologie. La fine delle ideologie. Siamo bombardati da qualche decennio da slogan e codici sistematicamente venduti alla gente come merce preziosa. Operazione compiuta secondo un’etica moralistica da benpensanti e con una quantità industriale di perbenismo intellettuale, che celano, almeno dalla fine degli anni Settanta, una finalità tragica, radicalmente anticristiana. Anti-cristiana e, dunque, anche anti-moderna. Le due cose si tengono insieme. Simul stabunt, simul cadent. Perché, appunto, la sana modernità non solo non ha mai rifiutato la cristianità, ma possiamo anche affermare che quest’ultima abbia fondato larga parte della modernità.


È necessario superare l’equivoco della scissione traumatica tra la modernità e la cristianità, perché esso ci impedisce di rileggere adeguatamente sia il percorso e, in parte, l’esaurimento del progetto della modernità, sia l’intreccio affascinante e sostanziale tra la cristianità e l’avventura moderna. Due gravi limiti analitici e culturali. D’altra parte, l’artificio ideologico di cui parliamo ha un’esistenza artificiale e conduce a censurare sia la cristianità come avventura della ragione e dello spirito, sia la sana modernità anti-relativistica e, di conseguenza, impegnata nella ricerca della verità non negoziabile sull’uomo. Ratzinger è il pensatore laicamente cristiano e cristianamente laico che più compiutamente è riuscito a pensare insieme la tradizione cristiana e la sana modernità. Alla ricerca del significato della vita, per dirla con Frankl. Proprio questa è la cifra specifica della sua laicità: interrogare la storia per approdare alla verità corrispondente al cuore dell’uomo. L’esito etico-politico di questa ricerca è l’umanizzazione della storia. La verità riconoscibile nella storia come suo fondamento è Gesù Cristo, cioè il Lògos, quel Dio che è amore, luce, ragione e libertà Ratzinger ha superato l’antitesi cristianità versus modernità, l’equivoco diabolico che separa e scinde realtà che dovrebbero, invece, stare insieme, convivere. Il diavolo è, infatti, il separatore per eccellenza, colui che separa piani della realtà originariamente uniti, ed è un gran “loico”, usa cioè la ragione per costruire piani strategici complessi in modo da confondere le menti, le anime e le acque, già di per sé torbide, della storia. Il diavolo abita nelle pieghe dei discorsi ideologici, è come l’Anticristo: usa le parole come clave e separa ciò che deve restare unito.


Ecco, l’Anticristo è tornato in auge con la formula della “fine delle ideologie”. Una formula astratta, creata per separare e mai più ricongiungere. Questa sciocca e superficiale formuletta – la “fine delle ideologie” – ha sottratto corpo e sostanza intellettuale al conflitto tra le ipotesi politiche, etiche e culturali sul mondo moderno. Il cosiddetto postmoderno è, nei fatti, lo sviluppo di questa sottrazione, la notte in cui tutte le vacche sono nere. Lo strazio e lo strangolamento dell’intelligenza. La fine del mondo celebrata a teatro, mentre gli spettatori sbadigliano. Si è dissolta l’idea che si stia ancora vivendo in un tempo contrastato e assaltato dalle vicende, dure e drammatiche, di progetti dialetticamente contrastanti. Il Papa ce lo ricorda con accenti di inusitata efficacia intellettuale, continuando, così, l’opera di evangelizzazione 3 attraverso la sostanza culturale e religiosa della dialettica e della dialogica, cioè del conflitto e del reciproco riconoscimento (cattolici versus laicisti è il tema del giorno, ma è pur sempre il prodotto della “sindrome di Porta Pia”). L’Anticristo è la nebbia e l’equivoco, l’embrassons nous salottiero, cinico e violento. Violento perché, appunto, ideologico. Ogni ideologia tenta di surrogare lo spessore della realtà con l’artificio del pregiudizio. L’ecumenismo, che piace alle élites intellettuali creatrici della globalizzazione, e l’idea stessa della globalizzazione costituiscono, in realtà, un mondo retto dal pensiero unico e dal mercatismo ideologico, in termini mutuati da von Hayek: da un razionalismo costruttivista. Una forma di antiliberalismo. Mentre il liberalismo, non prono alle derive laiciste, è certamente parte integrante della sana modernità e trova in Rosmini ed in Newman, ad esempio, due figure paradigmatiche. Il liberalismo di Matteucci è un altro esempio inscrivibile in questo filone di pensiero. D’altro canto, non è casuale che la figura dell’Anticristo sia al centro di un formidabile saggio di Croce del 1946.


Non un “papista”, dunque, ma un laico continuamente tentato dall’anticlericalismo. Eppure, ecco l’evidenza della persistenza della sana modernità, anche il laico del «non possiamo non dirci cristiani». Croce vede imperversare la violenza ideologica nell’immediato dopoguerra e prende le distanze da ogni forma di ottimismo storico. Egli non solo non si mostra favorevole al progressismo militante di tanti intellettuali, pàghi della sconfitta del totalitarismo nazista e della caduta dell’autoritarismo fascista, ma ne coglie tutti i limiti culturali, il primo dei quali è la negazione della “zona grigia” e delle contraddizioni proprie di ogni momento storico. La storia ospita sempre mostri ideologici e avventure tragicamente apocalittiche: è questa la lezione del ’900. Croce lo sa bene, ha profondamente appreso la lezione del “secolo delle idee assassine” ed è, così, in grado di criticare con raffinato senso del discernimento il progressismo ideologico. Quell’“ismo” dei vincitori che non sanno vincere il futuro. L’Occidente era già allora in crisi, nonostante la vittoria delle democrazie sui totalitarismi. Come, oggi, è radicalmente messo in questione, fin nelle fondamenta, dalla jihad l’Occidente liberaldemocratico e laico. Una jihad corrosiva e pervasiva, capace di mimetizzarsi ed affittare lussuosi loft nel cuore della City londinese. Un mondo che rappresenta il cuore della globalizzazione e dei suoi nervi finanziari più scoperti. L’Europa, in particolare, era ed è sotto scacco e sotto tiro. Per capire la storia, anche quando sembra essere sotto il segno dei vincitori “buoni”, è necessario ricorrere a categorie che la trascendano, capaci di andare oltre la storia. Categorie metastoriche e teologiche, che facciano i conti con la presenza di Dio nelle vicende umane. La modernità, d’altro canto, non è mai stata una realtà univoca e priva di ombre, anzi essa ha sempre dovuto fare i conti con ciò che fu sperimentato da uno strano filosofo come l’ebreo tedesco ateo, comunista e messianico, Walter Benjamin: Erfahrung und Armut, cioè esperienza e povertà. Un colpo duro per gli apologeti delle «magnifiche sorti e progressive». La modernità è un tempo e un modo di essere, una condizione divenuta naturale, un dato di fatto, dunque intrascendibile. Proprio per questa ragione, occorre essere cauti. Sulla cassetta degli strumenti del Moderno c’è scritto “Fragile” e “Maneggiare con cura”.


In realtà, come ha mostrato un grande interprete della modernità, Max Weber, l’età moderna è drammatica fin dalla sua genesi, aperta a progetti contraddittori di organizzazione della società e della vita. In ciò consiste il pluralismo dei valori. Si tratta, è appena il caso di ricordarlo, di modelli razionalistici e costruttivistici, che immaginano di inventare la realtà secondo schemi mentali e ideali rigorosi e rigoristici. Un modo di pensare e procedere tanto attraente quanto pericoloso. Il razionalismo è sempre essenzialmente un tentativo di applicare i princìpi del cartesianesimo, cioè le idee chiare e distinte, alle vicende umane. Risultato: un disastro. L’Anticristo è un razionalista convinto ed agisce come i cartesiani; anzi, egli si distingue per zelo razionalistico, quasi fosse la controfigura di Cartesio nel mondo e nella storia. Con la Ragione applicata deterministicamente alle 4 vicende umane, gli uomini si cacciano in un vicolo cieco, dal quale è poi assai arduo uscire. Infatti, il Moderno, talvolta, appare come un vero e proprio vicolo cieco. In questo contesto, emerge soltanto una debole strategia intellettuale, in cui il politicamente corretto domina incontrastato e la creatività intellettuale ed etico-filosofica viene pressoché azzerata. Merce rara, la creatività etico-filosofica è presente in pochi pensatori e soprattutto nel più grande pensatore laico degli ultimi cinquant’anni, Joseph Ratzinger. Stando così le cose, cosa dovrebbe fare l’interprete della modernità? Intanto, penetrare a fondo un brano di Gramsci: «[…] La realtà è ricca delle combinazioni più bizzarre ed è il teorico che deve in questa bizzarria rintracciare la riprova della sua teoria, “tradurre” in linguaggio teorico gli elementi della vita storica, e non viceversa la realtà presentarsi secondo lo schema astratto». È certo che Gramsci non avrebbe mai accettato lo schema manicheo del laicismo dominante: laici versus cattolici. E neppure l’imbroglio intellettuale con il quale si pongono di fronte due componenti di credenti, una “liberale” e l’altra “cattolica”. Questo frastuono di «cembali tintinnanti» non fa altro che allontanare dall’etica della responsabilità e, dunque, da una presa di posizione rigorosa nei confronti delle reali problematiche, in particolar modo eugenetiche, oggi divenute dirompenti.


Questo è il punto: chi si pone s’oppone, ma, per opporsi, deve partire dalla realtà e non dalla razionalità cartesiana che pretende di inscrivere la vita e la società in un modello considerato a priori assolutamente autoevidente. Uno schematismo come quello grottescamente cartesiano qui descritto rappresenta l’opposto della laicità, del metodo laico-scientifico di analisi e di osservazione. Non “traduce” in linguaggio teorico e in idee verificate a partire dal confronto con la realtà gli elementi della vita umana e della storia. La vita diventa un campo di battaglia e un pretesto per affermare un’ideologia. Ecco cos’è il razionalismo costruttivista: il predominio dello schema intellettuale sulla realtà, del pensiero sulle cose. Questa è l’anti-modernità laica. Mentre l’empirismo laico e antiideologico ha rappresentato il volto migliore della modernità, quello più umano e vicino al desiderio di verità dell’uomo. Erasmo, ad esempio, avrebbe ragionato in questi termini, senza impelagarsi in astratte dispute confessionali o fare aperta professione di fede. Perché in gioco, allora come oggi, non è tanto la fede quanto la ragione nel senso di coscienza della realtà nella totalità dei suoi fattori. La ragione non è la “misura” di tutte le cose, ma è una cosa viva, la capacità di afferrare e affermare la realtà nella totalità e nella pienezza dei suoi elementi, dei suoi fattori elementari.


Dobbiamo allora dipingere un altro ritratto della modernità, non più secondo i canoni ideologici del razionalismo costruttivista e/o del relativismo nichilistico, bensì accogliendo il tratto artistico della creatività e della libertà. Libertà come sensibilità al vero, al bello ed al buono, i trascendentali di Tommaso d’Aquino. Un nuovo ritratto della modernità. Ecco cosa ci vuole, oggi. La modernità si sta, infatti, suicidando non soltanto per carenza di fondamenti assoluti, ma anche per la sua incapacità di essere se stessa fino in fondo, di seguire le sue origini umanistiche e liberali non anti-religiose. Di seguire, in sostanza, il metodo di osservazione umile e sottomesso alla realtà che fu il caposaldo di Tocqueville, nella sua lunga e fruttuosa permanenza nel Nuovo Mondo, gli Stati Uniti d’America.
 
Raffaele Iannuzzi