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Il Covile - N.o 475 (6.11.2008) Si riparla di Marcel Jousse

Questo numero


Come i contadini del villaggio cinese di Kafka de La muraglia cinese, “Esattamente così, senza speranze e pieno di speranze, il nostro popolo vede l’imperatore. Non sa quale dinastia regni, ed è persino in dubbio sul nome della dinastia. [...] La conseguenza di queste opinioni è una vita, diremo così, libera e senza padroni. Non già immorale, perché nei miei viaggi posso dire di non aver mai trovato una purezza di costumi come nel mio luogo natio”, gli abitanti del Covile prima di occuparsi di Presidenti degli Stati Uniti e di grandi finanzieri, curano i loro amici, sempre vivi nella loro opera e nel loro insegnamento anche quando non sono più. Pensiamo innanzi tutto ad Ivan Illich, che menzioniamo spesso, a Konrad Weiss, che col suo verso ‘Wehrlos, Doch In Nichts Vernichtet’, inerme — ma in niente annientato, ci ha fornito un’insegna e del quale presenteremo a breve nuove traduzioni, ma anche a qualche altro (pochi, perché pochi possono essere gli amici veri) sul quale di tanto in tanto torniamo. Uno di questi, che dovremmo proprio riprendere, è Marcel Jousse, che l’amico Antonello Colimberti presentò agli allora venticinque lettori nel N° 154 del 2003, con questa Premessa:
La Storia della mia opera è quella della mia Vita
La Storia della mia Vita è quella della mia opera.
Marcel Jousse

 
La figura di Marcel Jousse appare nel nostro secolo come quella di un vero e proprio Maestro occulto, la cui influenza è rimasta sotterranea, ma perciò più profonda ed efficace.
L’epigrafe, tratta dalla ampia biografia di Gabrielle Baron, allieva e collaboratrice del padre gesuita francese Marcel Jousse (1886-1961), offre la chiave di lettura per la presentazione di un autore fondamentale, ma difficile quant'altri mai nella storia del Novecento.
Un elemento immediato di difficoltà è nell'avvicinarsi ad un autore che ha fatto dello Stile orale e dello Stile globale non soltanto il proprio oggetto di studio, ma anche il proprio metodo di ricerca e di insegnamento: ‘‘Poiché lo stesso Jousse era così orale nel suo modo di vita e d’insegnamento, la sua opera mal si adatta a una cultura tipografica, e per questo forse non potrà raggiungere la fama che merita”. Se questo è vero, consapevole dell’inevitabile mutilazione che comporta, allo studioso attuale non resterebbe che avvicinarsi a Jousse attraverso quello Stile scritto da lui tanto relativizzato. Tuttavia, qualche opportunità in più è offerta dallo stesso Jousse. Infatti, egli non si è limitato a ricostruire le fondamenta di uno Stile orale, ma ha nel contempo, almeno in una fase della sua vita, sperimentato nuove forme di scrittura. Anzi, da questo punto di vista, il suo cammino è stato analogo e parallelo a quello di un altro importante antropologo del nostro secolo, Gregory Bateson, che nei primi anni della sua ricerca ha utilizzato forme di rappresentazione scritta insolite e creative, per dedicarsi in seguito puramente alle forme della comunicazione orale.
‘Jousse, insieme a Gregory Bateson e Walter Benjamin costituisce a buon diritto il precursore di quella svolta nelle forme di rappresentazione delle scienze umane, antropologiche innanzitutto, che costituisce il portato più critico e creativo dei nostri tempi. Tale svolta, che ha alle spalle anche l’autorevolezza di studiosi come Michail Bachtin rappresenta la più radicale messa in questione del modello tradizionale di scrittura monologica e autoritaria, centrata sulla nozione di ‘autore’ e su una rappresentazione frontale, piatta, uniforme, euclidea, a favore di modelli polifonici e multiprospettici. Il conflitto odierno, dentro e fuori le istituzioni culturali, si gioca su queste scelte di grande portata, anche politica, dove i modi diversi di intendere la ‘scientificità’ si misurano e si scontrano. La ripresa d’interesse per i su citati precursori, dopo l’attacco e la momentanea sconfitta storica che subirono ad opera delle istituzioni accademiche del tempo, è legata proprio a questa questione di fondo: l’inclusione dell’avanguardia e della sperimentazione non solo ad oggetto ma a metodo e contenuto delle scienze umane.

Il testo integrale, Un Maestro occulto del Novecento: padre Marcel Jousse, è disponibile a www.stefanoborselli.elios.net/scritti/antonello_colimberti_jousse.htm. È una “pagina” che le statistiche del sito registrano tra le più visitate, segno che l’interesse sul grande studioso francese sta crescendo. Non ci siamo perciò stupiti quando qualcuno ci ha segnalato una ripresa da quel testo in un volume pubblicato recentemente dalla regione Toscana, I custodi delle voci, a cura di Alessandro Andreini e Pietro Clemente. Vi si parla diffusamente di Marcel Jousse nel capitolo scritto da Paolo De Simonis, “Fissazioni” senza, purtroppo, fare il necessario riferimento al lavoro di Colimberti. Abbiamo interpellato quindi l’autore che ci ha scritto la chiarificatrice lettera che trovate più avanti, siccome tutti noi abbiamo esperito i capricci dell’infernale computer mangiadati, non abbiamo avuto difficoltà a credergli, piuttosto vorremmo utilizzare positivamente questa piccola vicenda, come suggerisce Antonello.
 

Una lettera di Antonello Colimberti


Caro Stefano [...] A conclusione di questa vicenda, mi piacerebbe, però, alzare il tiro e cogliere l’occasione per invitare tutti alla lettura di Marcel Jousse. Ma come fare? L’importante trilogia che va sotto il nome di Antropologia del gesto, dopo essere stata pubblicata da un editore come Gallimard in Francia (paese notoriamente laico-laicista) ha conosciuto un destino avverso in Italia, dove nel 1979-80 le edizioni San Paolo fecero uscire i primi due volumi, che però furono rapidamente fatti ritirare dalla circolazione (non si sa bene perché), al punto che ne posseggono copia pochi fortunati (fra cui De Simonis!) e poche biblioteche. Il terzo volume, già in tipografia, pare, non fu mai messo in circolazione. A tutt’oggi nel nostro Paese l’unico testo tradotto (da mia moglie Ornella Calvarese) del geniale gesuita è ‘Dal mimismo alla musica nel bambino’, che apre il volume da me curato Ecologia della musica. Saggi sul paesaggio sonoro (Donzelli 2004). Alcuni inediti (anche in Francia), ma in lingua originale, li ho poi pubblicati nel numero monografico 1-3 (2005) della rivista di studi filosofici Il cannocchiale (Edizioni Scientifiche Italiane), dove ho raccolto studi dei migliori specialisti internazionali della sua opera (fra cui parecchi africani, dove pare che la sua opera sia conosciuta di gran lungo meglio che da noi). Cos’altro aggiungere? Se qualcuno, colpito come De Simonis dal testo pubblicato sul tuo sito, ha da suggerirmi un editore interessato me lo faccia sapere. Gliene sarò grato, ma soprattutto gliene saranno grati i futuri lettori!
 
Antonello Colimberti

Una lettera di Paolo De Simonis


Plagio? ‘Impossibile’, mi son detto appena ricevuta l’accusa. ‘Verissimo’, invece, ho dovuto constatare appena ho verificato che nel mio Fissazioni. Tempi e metodi nell’accogliere e conservare voci e immagini di Toscana (In Alessandro Andreini e Pietro Clemente (a cura di), I custodi delle voci - Archivi orali in Toscana: primo censimento, Centro stampa Regione Toscana, 2007) è in effetti largo ed evidente, quanto senza citazione alcuna della fonte, il debito contratto con Antonello Colimberti, Un Maestro occulto del Novecento: padre Marcel Jousse, Covile, luglio 2003. Più precisamente, nella seconda parte di p. 317, scorrono varie citazioni da e attorno a Jousse chiaramente argomentate e chiosate proprio come appaiono nel testo di Colimberti.
Conseguenza: l’evidenza di una colpa inconsapevole, come in certi incubi angosciosi da cui si esce solo con il risveglio. Che è avvenuto solo in parte.
Dal testo a stampa sono ovviamente risalito a quello memorizzato nel mio PC e progressivamente ho potuto ricostruire il fatto.
La cartella ‘Testo censimento’ contiene 18 file identici (Fissazioni con nomi diversi) del settembre 2005. Ho aperto il primo, che pochi secondi dopo mi si è richiuso segnalando presenza di ‘errore’ che avrei potuto ‘comunicare’ a non so chi. Lo stesso è successo per tutti gli altri e allora ho cominciato a ricordare a proposito del riferimenti a Jousse: la cui Antropologia del gesto, per le Edizioni Paoline, è nel mio scaffale dal 1979. Mi attrasse, allora, l’atipicità del personaggio: e mi restò impresso il nesso tra la madre contadina (come la mia) e il bilanciamento della cullata. Per questo, lavorando alle mie Fissazioni, avevo a riguardo interrogato il web incontrando il bel lavoro di Colimberti. Ne trassi, come si fa, una scheda provvisoria che assemblai in fondo al primo capitolo: una nota appositamente lasciata in bianco avrebbe dovuto funzionare da promemoria affinché la scheda si trasformasse poi in testo rielaborato personalmente e doverosamente riconoscente a Colimberti.
Il panico creatosi poi con il file che mi si chiudeva nonostante i miei goffi tentativi di ‘salvarlo’ con nomi diversi si concluse finalmente con un salvataggio ‘senza note’. Le avrei recuperate in un secondo tempo, che divenne però decisamente sempre più lungo. Solo alla fine del 2006, dopo lunghe dilazioni e diversi rinvii, scattò infatti l’ultimatum dei curatori, come spesso avviene per i testi collettanei.
Nell’urgenza della consegna, imperdonabilmente, non rilessi con la dovuta attenzione il vecchio lavoro. Mi limitai a controllare la corrispondenza delle note e, quella bianca (vedi allegato) mi parve solo refuso da eliminare riordinando la numerazione progressiva.
Questo concatenarsi di vicende, naturalmente, non mi scusa o giustifica. Non sono ‘cose che accadono’ ma semmai ‘cose che NON devono accadere. Soprattutto se chi le commette è, come me, tenutario di troppe primavere.
Per quel che può valere, concludendo, mi scuso soprattutto con Colimberti ma non meno con Borselli: avendo coinvolto il suo Covile nella mia sciatteria. Comprendo bene quanto il primo si sia sentito ferito vedendosi innominato proprio attorno ad un lavoro di cui va giustamente orgoglioso. E come il secondo abbia sentito frustrata e tradita la generosa cura volontaria che dedica al suo sito.
Canizie, però, non ha davvero cercato di rimare con nequizie. Semmai con imperizie: colpa forse non meno grave ma sicuramente diversa.
Saluti che, mi rendo conto, non è facile aggettivare. Da parte mia, comunque, partono come sinceramente cordiali.
 
Paolo De Simonis