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Il Covile - N.o 477 (12.11.2008) Vicini a Riccardo

Lutto


È giunto stamani questo messaggio:
“A mezzanotte circa nostra madre, Rosa De Gennaro, ci ha lasciati.
Un grande amore l’ha accompagnata verso un altro Amore e un altro Infinito.
 
Emilio De Benedetti, Riccardo e Francesca con Lorenzo, Maria Lucia e Gianni, Damiana e Mauro lo annunciano con dolore e speranza ai parenti e agli amici di sempre.”
Gli amici del Covile si sentono vicini a Riccardo ed ai suoi familiari in questa dolorosa circostanza. Lo vogliamo testimoniare pubblicando queste considerazioni, scritte da Riccardo mesi fa, mentre la madre era già gravemente ammalata, in occasione del suicidio dello scrittore belga Hugo Claus. Il testo fu pubblicato nel blog di Valter Binaghi, seguirono disparati e prevedibili commenti con una considerazione finale dell’autore.
 

Sora nostra morte corporale (di Riccardo De Benedetti)


Fonte: http://valterbinaghi.wordpress.com

 
21 marzo 2008
Più di qualcosa non quadra nel racconto dell’eutanasia dello scrittore belga Hugo Claus, almeno da ciò che ne scrive Luigi Offeddu, stamane sul Corriere della sera.
Innanzitutto la lucidità della scelta. Il morbo di Alzheimer annulla la volontà e la degrada irreversibilmente e irrimediabil¬mente. Può essere stata una scelta preventiva, al momento della diagnosi e a cui si è dato corso in un secondo tempo o immediatamente dopo, giocando d’anticipo sugli effetti della malattia. Ma su questo l’articolo non è chiaro. Non solo, quando la moglie dice che ha voluto por termine alle sue sofferenze non so di cosa parla… l’Alzheimer non provoca sofferenze al paziente… Certo, modifica profondamente la vita di coloro che sono vicini al malato. Ma l’eventuale sofferenza dei propri cari non è menzionata tra le motivazioni che hanno spinto all’eutanasia lo scrittore.
Ben più veritiere, credo, siano quelle relative all’orgoglio dello scrittore. Ma l’orgoglio ha ben pochi rapporti con la malattia e le sofferenze. Ne può produrre, e di gravi e di intollerabili… ma l’Alzheimer non c’entra, la malattia in senso generico neppure.

L’orgoglio di non poter fare più ciò con cui si è alimentata una vita, una professione, una carriera… un produrre. L’uomo orgoglioso che si dà la morte è un uomo che si è esaurito tutto in ciò che ha fatto, ciò che non potrà più fare è motivo sufficiente e necessario per annullarsi. Ma così si dà ragione alla malattia. Non solo non la si combatte ma ci si consegna alla sconfitta rassegnata. Un orgoglio per nulla epico e per niente dignitoso, fondato sulla certezza di perdere la capacità di «creare le frasi», come se la vita sia costituita da frasi scritte e mandate a stampa, almeno secondo le parole dal ministro della cultura belga, Bert Anciaux, riportate da Offeddu. Orgoglio e dignità della vita risiedono solo in ciò che si riesce a fare. Una riduzione che rivela, ormai da tempo, la vera natura, dell’anarchismo trasgressivo o della sue rappresentazioni artistiche e culturali: uno dei più profondi e laceranti sì concessi alla dinamica del mondo così com’è, vale a dire una sommatoria di prestazioni che sole danno significato all’esistenza, finite quelle finisce questa. Il vero terrore è quello prodotto dall’ansia della prestazione.
Claus, citato da Offeddu, non si è mai voluto considerare figlio («Preferisco essere un santo idiota, come quello di Dostojevskji, piuttosto che un figlio») e ha condotto, del pari ad altri, tantissimi, rappresentanti della nostra cultura, una forsennata battaglia contro la famiglia. Da sette anni assistiamo, io e le mie sorelle, mia madre, anch’essa malata di Alzheimer. Mia madre ha la quinta elementare; le sue prestazioni sono state quella di una madre sollecita, amorosa e partecipe alle sorti dei figli. Mia madre non ci chiama più per nome da anni, ma ci riconosce. Lo capiamo da come ci guarda, dai suoi sorrisi, dal suo sguardo. Le sue non sono più prestazioni, è solo affetto e amore. Una persona resta una persona anche quando le cosiddette facoltà cognitive sono state azzerate: affetto e amore, di questo è costituita una persona, questo gli basta e di questo siamo fatti. Certo, se i figli e il marito glieli riservano, come il segno più importante di una relazione fondamentale che neppure il morbo può sospendere. Claus si è tolto la vita forse perché non sentendosi figlio non avrebbe potuto neppure sentirsi padre e soggetto di un amore al cui centro non c’è alcuna pubblicazione e alcun onore od orgoglio intellettuale ma solo i gesti del prendersi cura e della dedizione all’altro che ci ha messi al mondo.
La nostra cultura questi gesti non li considera più degni, non sono dignitosi e sceglie consapevolmente di attribuire la dignità alla scelta di annullare la vita con il trucco ideologico di considerarla indegna… Ma come fa la morte preventiva a restituire dignità a qualcosa che era già ridotto a mera prestazione?
 
Riccardo De Benedetti
 

Il successivo commento


Ho scelto di parlare dell’assistenza a mia madre di noi tre figli perché il dibattito pubblico, tale è diventato grazie all’articolo sull’eutanasia di Claus e non solo ovviamente, possa contemplare altre opzioni oltre a quella del darsi la morte. Avrei inviato alle associazioni che si dedicano a questi malati le mie parole ma Valter mi ha chiesto di poterle pubblicare. La condizione culturale in cui ci troviamo è davvero drammatica, a questo riguardo. È normale pensare alla morte, resistere e allentare la morsa della malattia con la vicinanza è invece qualcosa di anormale ed eroico. Non lo è, è semplicemente la nostra condizione di figli, ed è questa che la nostra cultura rifiuta. Se dovessi ammalarmi dello stesso male di mia madre non ho bisogno della benevolenza degli altri, perché mio figlio non sono gli altri; se mio figlio mi dedicherà attenzione e supporto come faccio con mia madre (favorito dall’essere in tre) sarà in virtù di qualcosa che sentirà come un dovere. Se per lui non sarà un dovere non lo farà; avrà scelto i suoi diritti. Ma da questo possibile ribaltamento dal diritto al dovere noi siamo ormai lontani. La nostra cultura ha rifiutato qualsiasi commistione con gli obblighi che dovremmo avere nei confronti delle creature, come si esprimeva Simone Weil (che non amo molto, ma che seguo nell’incipit alla Prima radice quando parla dei doveri nei confronti delle creature).
Ho scritto per partito preso, perché chi conosce la malattia sa che i malati di Alzheimer non sono violenti e se lo sono è perché si accorgono di come sono trattati, di come vengono abbandonati dai figli (non dagli altri… astrattamente). Ho parlato di prestazioni perché è sulla scrittura e sul suo rimpianto che la moglie e il ministro hanno battuto il loro necrologio. E la scrittura, la bella scrittura del buon letterato è, che piaccia o meno, una prestazione, anche contrattuale, di successo, monetizzata. Se fosse solo una prestazione umana troppo umana non ci sarebbe stato nulla da rimpiangere e a una fase della propria vita si sarebbe alternata un’altra più difficile, più drammatica, ma sempre una vita. L’orgoglio non è parola usata da me, ma è la definizione che del gesto ne hanno dato gli altri vicini di Claus… Per me ha un’inflessione negativa… per loro credo positiva… biblicamente è babelica… la torre crolla rovinosamente sugli orgogliosi…
 
Riccardo De Benedetti