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Il Covile - N.o 478 (16.11.2008) Roberto Corsi ci parla del divorzio

Questo numero


In questo numero abbiamo un lungo intervento di quello screanzato (lo dice lui e noi lo amiamo per questo) di Roberto Corsi, ma prima la breve lettera di Andreina Pavan, arrivata a commento del numero scorso. È di quelle che fanno pensare che forse questo nostro piccolo spazio non è inutile:
“[...] Grazie per questa bellissima testimonianza che sarà di sicuro conforto tra i miei amici che assistono i loro cari malati di Alzheimer. Grazie a Riccardo De Benedetti .” Andreina Pavan

Un recente libro sul divorzio (di Roberto Corsi)


É Wilma Goich che mi induce a rompere gli indugi e a scrivere su una questione delicata. Le cronache di oggi riferiscono che la cantante è rimasta vittima degli usurai. Voleva aiutare la figlia che deve pagare gli avvocati per la causa di separazione. “Il mio ex marito Edoardo Vianello – dice la cantante – ha aiutato solo le ex mogli, della quali io evidentemente non faccio parte”.
C’è chi legge gli ultimi 50 anni della nostra storia come una lotta per infrangere secolari tabù innalzati dall’oscurantismo religioso. Lotta per tanti versi vincente, quella che ha avuto per capofila il guru Marco Pannella. Adesso la strada è in discesa e la nostra società presenta solo alcune sacche di resistenza sul fronte dell’eutanasia e della clonazione, ma è questione di tempo: pazienti scalpellini sono in azione. Rimane solo un tabù intoccabile, quello della pedofilia, ma in Olanda esiste un partito dei pedofili. Se assumiamo come unico orizzonte quello del relativismo etico non si vede in virtù di che cosa anch’esso non possa essere infranto.
La mentalità edonistico borghese è come la lupa dantesca: dopo il pasto ha più fame che pria. Accettato tranquillamente il mio posto fra i vinti, ora posso rovesciare la frittata andando a toccare, io inguaribile bacchettone, i nuovi tabù, quelli innalzati dall’integralismo laicista.
Partendo da quello nemmeno nominabile senza il rischio di essere ricoverati nel reparto deliranti. Sull’eutanasia si può anche discutere, anche se c’è qualche giudice pioniere ad imporre la linea, imbracciando lui la bandiera che altri potranno seguire.
Sull’aborto si discute già meno, ben nascosti dietro il cinico realismo di chi afferma che con la 194 le interruzioni di gravidanza sono diminuite.
Ma trovatemi uno che si azzardi a pronunciare la parola divorzio in termini appena problematici.
Per la verità io, screanzato come sono, avevo inserito una parte del volantino ciellino in occasione del referendum sul divorzio (“riforma borghese”) come appendice al mio libro Lealtà vo cercando.
Immaginati la mia esultanza quando leggo dell’uscita del libro La fabbrica dei divorzi. Il diritto contro la famiglia, dell’avvocato Massimiliano Fiorin, edito dalla S. Paolo.
Essendo stato il divorzio di primo dei diritti civili rivendicato, cui sono seguiti quasi automaticamente tutti gli altri, bisogna partire da lì. Se in un tessuto c’è un buco, questo è destinato ad allargarsi, se non si prende ago e filo per ricucire.
C’è una domanda radicale cui non ci si può sottrarre senza rifugiarsi nell’ipocrisia. È la stessa per quanto riguarda l’aborto: é un diritto o un dramma? Se c’è un briciolo d’onestà intellettuale la risposta non può variare a seconda dell’interlocutore: un diritto quando si parla con un certo mondo della sinistra, un dramma quando di fronte abbiamo qualche cattolico.
Secondo la legge, il divorzio doveva essere un estremo rimedio per le crisi familiari altrimenti irrisolvibili, i famosi casi pietosi. A livello legislativo e nella prassi giudiziaria è invece diventato un sacrosanto diritto individuale. Infatti la legge iniziale prevedeva cinque anni di separazione prima di ottenere il divorzio, poi ridotti a tre. Se non si fosse chiusa anzitempo la scorsa legislatura, si sarebbe arrivati ad un solo anno. Quindi l’obiettivo del legislatore è diventato quello di renderlo più facile possibile.
Dopo 40 anni di sperimentazione della legge, i casi pietosi sono diminuiti o aumentati? È la domanda che non vogliono farsi quanti normalmente si appellano alla laicità, i cultori del dubbio metodico e sistematico, i fautori del pragmatismo assoluto, rivelando così la loro cattiva coscienza.
La situazione è sotto gli occhi di tutti. Oggi, in Italia, i fatti di sangue con motivazioni connesse alla separazione e al divorzio sono probabilmente più numerosi di quelli dovuti alla criminalità organizzata. Ci sono migliaia di persone, quasi tutti padri separati, che a causa della separazione hanno perso tutto, casa, lavoro, figli, e vivono alle soglie dell’indigenza. Tanti nella situazione di Wilma Goich. Ma il danno più grande è quello di aver creato una nuova mentalità, per la quale non esiste quasi più il concetto di matrimonio come di un impegno per tutta la vita.
L’assenza forzata del padre dalle famiglie ha causato i problemi più devastanti nel medio e lungo termine, specie oggi che la prima generazione dei figli del divorzio di massa è diventata adulta. Così, sono sempre meno quelli che riescono a resistere alle sirene divorziste, non appena subentrano le prime inevitabili difficoltà, che richiedono impegno e responsabilità. L’avere a portata di mano una soluzione in apparenza risolutiva non è un incentivo a cercare soluzioni alternative, più rispettose dell’interesse dei figli minori, che a parole tutti dicono di voler tutelare. Nello stesso tempo, nella società si è ormai diffusa una spaventosa carenza di educazione alla vita familiare. La possibilità di divorziare liberamente non ci ha resi tutti più liberi, e tantomeno più felici. Lo dimostra il malessere sociale, economico, ma 3 soprattutto psicologico che il divorzio ha diffuso endemicamente nella società occidentale. Negli ultimi quarant’anni, con un’accelerazione spaventosa a decorrere dall’ultimo decennio, si sono prodotti disagi e lacerazioni sociali assai profondi. A partire dalle bocciature e dagli abbandoni scolastici, per arrivare alla depressione, all’alcolismo e alla tossicodipendenza, fino alla disoccupazione e alla marginalità sociale, e così via fino ai casi più gravi di suicidio e criminalità. L’essere cresciuti senza il padre in casa è sempre il fattore statisticamente più ricorrente, tra i campioni di popolazione che si trovano coinvolti in questi problemi.
La scoperta successiva è stata che anche divorziare costa, in termini non solo economici. Pagare gli avvocati e sostenere le spese giudiziarie è il meno. Si tratta di mantenere due famiglie che poi, perché no? possono diventare anche tre. Allora si è trovato un altro sistema forse meno ortodosso, ma che almeno certe seccature le evita: non sposarsi affatto. Chi non si sposa non ha nemmeno il problema del divorzio.
È la mentalità prodotta dall’introduzione del divorzio a dare un colpo mortale alla famiglia e al matrimonio inteso come impegno per la vita: si sta insieme finché non ci viene a noia.
La giustificazione addotta da coloro che vogliono legiferare su queste – buoni ultimi Brunetta e Rotondi – è la stessa da un pezzo a questa parte: siccome esistono e sono in grande espansione bisogna regolarizzarle. Che significa? La legge ha un valore pedagogico o è una semplice registrazione del costume? Ecco la conseguenza della sparizione del concetto stesso di diritto naturale.
Onestà intellettuale vorrebbe che chi propone i Dico o i Didore nello stesso tempo affidi al ministro della Semplificazione Legislativa Roberto Calderoli l’abolizione della legge sul divorzio in quanto inutile e superata.
Ritorno con la mente alle obiezioni di quaranta anni fa, rivolte soprattutto ai cattolici. “Volete – dicevano – imporre per legge un valore (l’unità della famiglia) e non si può”.
La mia risposta era: “Quando uno si separa vuol dire che ha fallito. Pretende che una legge dica che non è così”.
Se la legge sul divorzio non fosse passata, certo ci sarebbero state ancora tante famiglie allo sfascio, tanti ragazzi in situazioni difficili. La gente avrebbe continuato a chiamare corna quella che oggi si chiama “rifarsi una vita”. La benedizione (laica) delle corna non ha salvato la famiglia, anzi ne ha minato le stesse fondamenta e ha creato tante, troppe situazioni come quella di Wilma Goich.
Tornare indietro? Difficile, quasi impossibile. Ma per lo meno poniamoci il dubbio su quali costi, anche economici, produca lo sfilacciamento del tessuto sociale determinato dall’incedere impetuoso della deresponsabilizzazione.
Come ha fatto, con il suo libro, l’avvocato Massimiliano Fiorin. E come fa, con questo intervento, anche questo screanzato, allergico al bon ton.
 
Roberto Corsi
 
Vi è prima di tutto l’idea che un bel divorzio sia sempre meglio di un cattivo matrimonio, specialmente se tra i coniugi in crisi vi è conflittualità. La vera bestia nera degli operatori del diritto non è tanto il divorzio in sé, quanto la conflittualità che esso genera. Per non disturbare i manovratori della macchina divorzista, ci si illude che per i figli sia meglio essere preservati dall’assistere ai litigi dei genitori, piuttosto che dalla loro separazione. Ma ormai buona parte degli psicologi e dei neuropsichiatri devono ammettere che sembra piuttosto vero il contrario. La ferita prodotta dalla separazione dei propri genitori in se stessa produce danni permanenti all’equilibrio psichico, anche nei soggetti che sembrerebbero averne risentito di meno. Invece, l’essere cresciuti in una casa dove i genitori “non si amavano più” - secondo la visione romantica e tardo adolescenziale del matrimonio che ormai ha conquistato tutti - è un fattore di instabilità psichica molto meno grave. Oltretutto, la mia esperienza professionale, e non solo quella, dimostra che sono proprio le situazioni di grande conflitto tra coniugi, o comunque tra genitori, quelle che lascerebbero i maggiori margini di mediazione. Sempre che si convinca le parti a lasciarsi aiutare, invece di proporre loro il divorzio come unica panacea.da La fabbrica dei divorzi. Il diritto contro la famiglia, di Massimiliano Fiorin