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Il Covile - N.o 480 (2.12.2008) Simboli

Questo numero


Mentre i lettori più zelanti cominciano ad inviare i loro rinnovi, il curatore si riposa e fa lavorare il fresco Armando Ermini, appena ritornato, beato lui, da un lungo e fruttuoso trekking in Nepal, dove il tempo per pensare non gli è certo mancato.
 
Uno sherpa col suo zaino affardellato

Uno sherpa col suo zaino affardellato

I giudici di Valladolid e il crocifisso proibito (di Armando Ermini)


Nel presentare per Il Covile i due articoli seguenti apparsi su Almanacco Romano, voglio riprendere due concetti che vi sono contenuti: “l’ossessione di neutralità” della magistratura e la sottolineatura di “limite” implicita nell’immagine del Cristo dolorante crocifisso.
Sul primo, imparentato strettamente con quello di relativismo culturale, molto è già stato scritto, e certamente meglio di quanto possa fare io, a partire dalla contraddizione implicita in quel pensiero che finisce per ammettere unicamente se stesso come l’unico veramente democratico e non oppressivo, ponendosi così al di sopra di ogni altra concezione, ossia assolutizzandosi. In questa sede vorrei sottolineare come gli esiti della pretesa neutralità e del relativismo sono sistematicamente contrari alle aspettative dei fautori del pensiero debole che ne sono accaniti propugnatori. Per quanto mi riguarda, una volta assunto come dato storico inoppugnabile che l’occidente cristiano ha improntato di sé il mondo intero, il punto non è quello di pronunciare sentenze di superiorità o inferiorità di una cultura rispetto ad un’altra. È invece quello del sentire l’appartenenza alla nostra cultura giudaico cristiana come parte integrante di noi stessi e come condizione necessaria per instaurare un dialogo fra pari con le altre culture. Dialogo e confronto, affinché possano essere fecondi e, perché no, anche portatori di contaminazioni, presuppongono rispetto reciproco e riconoscimento dell’identità dell’interlocutore, per quanto si parta da concezioni anche molto distanti fra loro. Il mito della neutralità, che non è appannaggio dei soli giudici spagnoli ma è proprio della corrente di pensiero dominante che per brevità definirò laicista, rinnegando la propria storia e identità non favorisce affatto il dialogo interculturale. Al contrario delle apparenze, l’Occidente fonda così una drammatica asimmetria colta al volo, per esempio, dalle correnti fondamentaliste islamiche. L’allora cardinale Ratzinger, in una memorabile conversazione con Galli della Loggia pubblicata su Il Foglio nell’ottobre 2004, coglieva benissimo questo aspetto della questione. Il disprezzo ed anche l’odio di cui l’occidente è fatto oggetto, scriveva in sostanza, non nascono affatto dal suo essere cristiano, ma al contrario dalla rinuncia alla propria identità. Mutuando d’altronde un concetto psicoanalitico, è impossibile per qualsiasi soggetto essere apprezzato/rispettato dagli altri se egli per primo non apprezza e rispetta se stesso e la propria storia. La neutralità, dunque, non solo non esiste di fatto, ma si rovescia nel suo contrario, ossia nel disarmo culturale di fronte ad altre identità forti, mentre riaffermare la nostra identità cristiana non significa affatto mancanza o rifiuto di uno sguardo autocritico su se stessi.
Di ancora più grande importanza è l’inconsueto significato simbolico attribuito al crocifisso nel secondo dei due articoli. Contrariamente alla vulgata corrente che legge il crocifisso come simbolo dell’affermazione trionfale dell’Occidente nel mondo, insomma il celebre “In hoc signo vinces”, la croce è vista piuttosto come ammonimento agli uomini, “segno del limite: della natura umana e del potere”. Elemento costitutivo dell’identità occidentale, dunque, ma nel senso della consapevolezza che l’uomo anche nel momento del suo massimo trionfo e potere, è elemento caduco che deve alfine fare i conti col dolore e con la morte che lo trascendono, così come quei conti li ha dovuti fare anche il Figlio del Padre. Questa lettura del Crocifisso spiega bene, secondo me, l’accanimento e l’odio di cui è divenuto oggetto. Per la cultura “moderna” e secolarizzata che rifiuta ogni riferimento al trascendente in quanto limitazione psichica della libertà che l’uomo troverebbe solo in se stesso, diventa intollerabile qualsiasi richiamo alla propria non onnipotenza. Sia dunque rimosso prontamente come fattore perturbante, così come in parallelo dolore e sofferenza siano cancellati alla vista onnipotente mediante l’eutanasia o la selezione eugenetica della specie. L’angoscia di morte, anziché essere elaborata con gli strumenti culturali che da sempre l’umanità si è data e di cui le religioni sono parte fondamentale, viene invece rimossa ed esorcizzata in un eterno presente attento solo alla così detta “qualità” della vita, definita peraltro secondo standard che finiscono per spingere quote crescenti di popolazione ai confini di ciò che si definisce “vita degna di essere vissuta”. Ed anche in questo caso, il rifiuto dei simboli cristiani si traduce non in maggiore inclusione ma nel suo opposto, mentre il rifiuto del Padre anziché liberare l’umanità dagli antichi vincoli induce a inventarne nuovi, terreni e psichicamente regressivi, come la sacralizzazione di Gea, la Madre Terra in nome del cui supposto equilibrio l’umanità si dovrebbe risottoporre a processi di selezione “naturale” questa volta nel segno e sotto gli auspici della moderna tecnologia genetica.
 
Armando Ermini

Le preoccupazioni di Almanacco Romano

La paura dei giudici (24 novembre 2008)

Fonte: almanaccoromano.blogspot.com
Il povero giudice di Valladolid e i suoi complici di mezza Europa, compiaciuti sotto i baffi, sono più onesti di molti estetologi che la fanno lunga e difficile sulle immagini insensate ed evanescenti per «rendere visibile» l’invisibile. Smentendo infatti gli spiritualismi iconoclasti, il povero giudice spagnolo e i suoi poveri aficionados, che verso l’astratto e l’«artistico» si chinerebbero riverenti, anzi bigotti, sembrano avere una maledetta paura di una figurina scolpita che rappresenta un ebreo morto molti secoli fa, ucciso con la terribile esecuzione della croce, prevista in alcuni casi dalla pur civile legge dell’Impero romano. Temono dunque che quella riproduzione possa turbare i giovanetti del terzo millennio. Nessuno nutrirebbe i medesimi timori per l’amena Testa di uomo di Paul Klee o per il brutto e animalesco Angelus Novus che dicono esprima velleità religiose. Quindi le immagini figurative non sono così neutre come ci raccontano da qualche tempo. Inquietano i giudici, per esempio. C’è il rischio – si legge nella sentenza – che lo studente, alzando lo sguardo sopra la cattedra, sospetti che lo Stato sia schierato con quell’uomo sanguinante. Guai a rompere l’equilibrio e dare l’aria di parteggiare per una vittima, anzi la vittima per eccellenza. La neutralità è il mito dei magistrati. Eppure, se venisse in mente a qualcuno di collocare, per ammonire, il ritratto di Anna Frank in ogni scuola europea, nessuno screanzato oserebbe proporne la rimozione. Ma nel caso del crocefisso, la vittima pare che abbia promesso anche il superamento della morte. Una simile notizia ai mortiferi magistrati, forse già morti annegati nel formalismo nichilista, risulta davvero minacciosa.
 

Se l’Occidente cancellasse la croce (26 novembre 2008)

Fonte: almanaccoromano.blogspot.com
Nonostante le ultime traversie, l’Occidente è opulento. Brillante, oggi più che mai, dopo aver messo a presiedere gli Stati Uniti (e il mondo) un giovanotto che si presenta da divo, elegante come nessun altro leader di laggiù, dall’aria vincente e dalle radici africane che coronano l’american dream. Militarmente ancora imbattibile, economicamente ancora strepitoso pur con qualche punto in meno, sempre più modello per gli altri, da tempo immemorabile dominatore culturale del pianeta. Orgoglioso perciò, talvolta a ragione. La croce che lo ha accompagnato da millenni nel superbo cammino non è però un simbolo di questo suo trionfo, un marchio identitario come dicono in molti, bensì un poderoso segno del limite: della umana natura e del potere. «Et in Arcadia ego», anche nello splendore occidentale la morte e il dolore, che le si accompagna, vogliono regnare; anche quell’impero romano che è alla base del diritto e dell’organizzazione politica, ha fatto innumerevoli vittime, deicida perfino secondo alcuni. Alla organizzazione umana che si crede imbattibile, alla giustizia di questo mondo, all’impero comunque chiamato, i seguaci della vittima contrappongono la loro Ecclesia. Tuttavia, un grande e faticoso compromesso ha permesso nei secoli all’Occidente di imporre anche allo Stato il simbolo dell’Ecclesia, la contraddizione per eccellenza, l’emblema del capro espiatorio. Sugli edifici pubblici, sulle armi nonché sui patiboli fu posta la croce: non impedì violenze e malvagità ma certamente limitò la natura umana che di per sé è piuttosto sfrenata. In ogni caso produsse una qualche inquietudine, un qualche rimorso.
 
Simboli solo apparentemente contrastanti

Simboli solo apparentemente contrastanti (Foto scattata in Nepal da Armando Ermini)

Ora, se questo mondo aggressivo decidesse davvero di far fuori quel simbolo, cancellasse solennemente ogni accenno alla morte e agli assassinati, non resterebbe che il totalitarismo edonista, di cui la Spagna della movida politico-giudiziaria è ancora soltanto una caricatura. Sappiamo comunque quello che è accaduto nel Novecento una volta buttata la croce alle ortiche, sostituita da un simbolo induista e poi buddista del ‘benessere’, la svastica, e dai simboli del lavoro umano troppo umano con cui i bolscevichi vollero rovesciare il mondo. Se viene a mancare «l’amuleto che placa le passioni», prevedeva Heine con un secolo di anticipo, il mondo sarà paralizzato dal terrore (v. Almanacco Romano del 27 settembre). Vennero infatti i Deutsche Christen, marcioniti mascalzoni, che avevano staccato Cristo dalla croce, e sostituito lo strumento di tortura con l’erotica svastica. Volevano pure modificare la vita di Gesù, non solo arianizzato, ma ridotto a un superman positivo, forte, risorto per energia da scientology. L’importante, secondo loro, era nascondere la sofferenza e la morte. Rimasuglio delle varie gnosi, Gesù veniva trasformato nell’immagine del sano, dell’eroe atletico, del fortunato. Ancora nell’ultimo dopoguerra Pio XII si preoccupava dei pericoli di tali immagini e ammoniva nella enciclica Mediator Dei, intervenendo anche nelle faccende artistiche che si vorrebbero neutrali: «Erra dalla retta via (…) chi impone di rendere l’immagine del divino Redentore sulla Croce in modo che il suo corpo non mostri le acerrime ferite che aveva sofferto», condannando questi errori come «falso misticismo e velenoso quietismo».
 
Almanacco Romano