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Il Covile - N.o 481 (5.12.2008) Carlo Alberto Bassani e le cose ben fatte

Questo numero


Col racconto filosofico di Carlo Alberto Bassani che trovate sotto, il Covile torna sul tema del lavoro ben fatto e delle sue sottigliezze metafisiche. Ne abbiamo già parlato di tanto in tanto, cito qui per orientamento l’antologia Consonanze: fatica e orgoglio dei costruttori ripresentata nel N° 222 ed il breve saggio Difesa del lavoro, ricordato nel N° 330, ma questa volta sull’argomento ci resteremo per qualche numero: sarà chiamato a testimone anche il grande Mario Praz, ma ogni cosa a suo tempo.
 

Far bene (di Carlo Alberto Bassani)


Oggi ho avuto la soddisfazione di vedere un tale molto interessato alla punta del mio ombrello. Ne aveva ben donde visto che non è normale. L’ho sostituita col bossolo d’ottone di una calibro 9.
 
Lui guardava la punta con curiosità e io scrutavo il suo cuore con curiosità. Sono sempre contento quando incontro qualcuno dotato di spirito d’osservazione; anche se non lo vedrò più mi fa piacere sapere che esiste.
 
Sono pochi quelli che la notano e pertanto uso l’ombrello come stupidometro. La gente ha certo molti pensieri importanti da seguire e buone ragioni per essere indifferenti al mondo esterno, ma fa bene? Buona parte delle persone guardano in basso quando camminano, alcuni, peggio, guardano il vuoto. Nelle vie del centro, fra i negozi di lusso, il vuoto è senz’altro la cosa più osservata, non c’è spazio nemmeno per la punta di un ombrello. Pochi vedono quello che hanno davanti, eppure proprio nelle città moderne è più evidente la presenza del bello: succede che per confronto con il brutto invadente basta un particolare, un manufatto, una scelta intelligente, per risaltare sul resto. Come un grido nel silenzio questi Quadri inaspettati richiamano l’attenzione e parlano di gente dedita a fare quello che sa far bene; che sia un’opera di costruzione o una scelta di colore, l’addobbare con arte un balcone di fiori o un soffitto pregevole osservabile la sera mentre il locale è illuminato. Capita che dei particolari architettonici, nascosti all’osservazione superficiale, si trasformino in un “Inno alla Gioia” perché baciati dal sole del mattino, a volte solo per mancanza di concorrenza.
Questi tratti di bello possono solo essere cercati, non si impongono, attendono.

Al mio ombrello sono affezionato, il corpo è in legno e la copertura ... forse di seta (in realtà non credo sia seta, ma mi piace così tanto che vedo in esso più virtù che difetti). Lo possiedo da tempo e gli anni si sono fatti sentire; un giorno ha perso il copripunta in corno (hm ... forse era di plastica). Quale migliore occasione per impreziosirlo? Avevo questo bossolo che calzava perfettamente e che, grazie al mio attento lavoro, gli ha reso un ottimo servizio: lo ha fatto più bello e non si consuma.

Tant’era la soddisfazione di questa modifica che me lo portavo in giro anche quando non serviva; in questi casi non resisto, se nessuno mi guarda inizio improbabili movimenti da giocoliere che spesso terminano col raccoglierlo da terra; fu così che una volta si ruppe il manico. Questo fu per me una costernazione ma diventò poi uno stimolo per la riparazione: quando una cosa ti interessa veramente tutta la tua creatività si mette in moto.
La creatività è ciò che definisce l’umano, un lavoro per ottenere beneficio che va sempre oltre quello immediato. Osservo che quando non è così non si crea, il beneficio è apparente e svela nel tempo la sua natura maligna; cosa già conosciuta dalla saggezza popolare a proposito di certe pentole...
 
L’amore invece costruisce, anche quando il prodotto è poca cosa come nel caso dell’oggetto in questione. Così, con buone idee e tanto entusiasmo mi diedi da fare per tornire un manicotto in ottone che fungesse da congiunzione, studiato per raccordare le linee e fornire un appoggio alle bacchette. Era meglio di prima, bello e più prezioso.
Così diventò il Mio Ombrello; esso parla di me a chi lo sa osservare e io lo sento come un compagno, non una cosa. Altre riparazioni che gli ho fatto nel tempo sommano altri ricordi; si porta dietro una gran parte della mia vita e ogni segno che si aggiunge invece di essere un difetto dimostra un valore, per il ricordo, per la fatica nel mantenerlo, perché il tempo non è senza significato se è vissuto con significato.
Quando cammino non sono più io da solo, sono io e qualcosa; questo mi piace, mi valorizza. Penso che il valore aggiunto sia in minima parte disponibile anche per chi incontro, se sa osservare e riflettere.

Questo introduce un pensiero: se le mie scarpe passano, senza affezione, da nuove a essere gettate, se il mio vestito vale per la moda di un anno e poi si butta, se il mio ombrello è anonimamente economico sicché possa essere perso senza rimpianti, che valore porto con me? solo l’apparenza di un’estetica che non è mia, di cui sono un supporto. Potrei essere un manichino.
Che i bei manichini abbiano successo nella vita è un fatto, ma non basta, non sta lì la mia felicità.
Ho lottato per rendere la mia vita come la volevo, ho perso e vinto, porto nel cuore ferite e medaglie. Che tutto questo si esprima nel parlare e nel vivere è abbastanza, forse molto; però mi sembra un vantaggio che esistano oggetti o ambienti testimoni del mio fare. Il bello degli oggetti è che li porti con te, sono parte del tuo mondo; se conosciuti per il loro valore unico possono essere una bella presenza e un insegnamento anche per gli altri.

Mi è rimasta in eredità una piccola incudine. Fusa credo agli inizi del 900, ha subito il lavoro di mio nonno e poi di mio padre e per qualche tempo anche il mio; è consumata in certi posti ed ha dei segni in altri. Non la conservo solo per una questione sentimentale o di ricordi: è un oggetto che fa riflettere.
Nell’osservarla ci si trova a paragonare il tipo di lavoro di un tempo con quello di oggi: per consumare un’incudine ci vuole fatica, bisogna fare le stesse cose per innumerevoli anni. Il segno riporta ad altro: alla propria vita e al valore del lavoro. È così che un oggetto diventa buono e parla di vita. Vi sono oggetti potenti che gridano come l’incudine e altri più cheti; un fiore conservato nel libro ma col gambo spezzato, ricordo di quella volta che: “...non ci arrivo a prenderlo...”; anche un oggetto dei ricordi è afono se non porta i segni del suo vissuto, fa bene chi scrive dietro le foto, ne beneficeranno i posteri.

Pertanto ritengo vantaggioso per l’uomo avere oggetti suoi, che durino nel tempo.
Questo comporta uno stravolgimento del modo di vivere rispetto all’odierno, comune.
Un oggetto per durare nel tempo deve essere di qualità; la casa la scegliamo con questi criteri, proprio perché ci auguriamo di poterci vivere a lungo, ma la qualità richiede denaro e questo per i più vorrà dire meno cose anche se migliori; quindi una scelta su cosa è necessario e cosa no. Un modo più responsabile di vivere.
L’abitudine a tale giudizio porta inevitabilmente ad usare lo stesso criterio nella scelta dei discorsi da fare, anche delle parole, quanto la cultura lo permette, degli amici; modifica l’aspettativa sul futuro, visto come compagno e quindi non ansioso, e coinvolge anche il modo di lavorare.
 
Ricordo mia nonna: una cosa per lei preziosa era “il bastone”, pezzo unico, col quale girava la polenta nel paiolo, guai a toccarlo; non perché credesse che da quello veniva la polenta migliore, ma perché era essenziale per il suo modo di farla, che aveva affinato con arte e sapienza. In effetti il risultato era ottimo, con piacere suo e di tutti quanti ne partecipavano. Gli allocchi possono pensare che il bastone nascondesse chissà quale segreto, ma ciò che importava, di quello e di altri oggetti simili, era l’esistenza. Essi le davano la certezza di cose fatte con esito positivo; con quegli oggetti, e non altri, essa era rassicurata dalla “presenza” del passato.
Da noi ora si fa ancora la polenta, ma ogni volta in pentole diverse e con fuochi, ogni pochi anni, diversi, più moderni. Le cuoche arrancano per ottenere il meglio senza riuscire ad accumulare esperienza significativa, ne rapporti di conoscenza col passato. Gli scarsi risultati portano a sperare nei miracolosi ritrovati che la pubblicità propone, dando un altro giro, non alla polenta, ma alla perdita di sé.
 
Il senso dell’Io si rafforza nel rapporto con l’ambiente che noi costruiamo tramite il lavoro, col quale lasciamo opera e segni. In ciò il lavoro è contemporaneamente la crescita del mondo e di noi stessi.

Torniamo al mio ombrello. Non posso consigliare a tutti di sostituire la punta con un bossolo calibro 9; è vietato, anzi vietatissimo, portare a spasso anche solo parti di armi da guerra. La vostra dovrete sostituirla con i materiali che sin dalla nascita avete trovato congeniali. Con questi è più facile realizzare l’umano connubio fra materia e spirito e partecipare umilmente alla costruzione del mondo.
 
Carlo Alberto Bassani