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Il Covile - N.o 482 (7.12.2008) Praz faber — Carteggio preliminare

Questo numero


Come anticipato nel numero scorso, continuiamo la conversazione sul ben fare riaperta dal racconto di Carlo Alberto Bassani. Iniziamo dal carteggio preliminare.
 

Tornando da Roma


Sabato 22 novembre 2008
Caro Almanaccatore,
senza ritegno torno a disturbarla, ma la sua lezione su Chateaubriand è stata per il Covile un bottino troppo prezioso per non lasciare la voglia di altre collaborazioni. Ci pensavo proprio oggi pomeriggio in san Luigi dei Francesi davanti alla tomba di Pauline de Beaumont. Ma andiamo con ordine.
Oggi, con mia moglie, siamo scesi a Roma per vedere la mostra di Giovanni Bellini. Pur senza fiato dopo tanta bellezza, ne abbiamo approfittato per visitare la casa di Mario Praz (*). Le gentilissime custodi ci hanno guidati (eravamo tre, c’era anche un garbato signore inglese) attraverso le stanze, ed era come se il padrone di casa fosse soltanto assente.
Mi ha colpito un aspetto di Praz che non conoscevo: quello faber. Come per rendere più bello un oggetto o per combattere squallori moderni lo studioso si sia improvvisato tappezziere e architetto: penso alle geniali passamanerie rosse che nascondono le orrende cinghie degli avvolgibili, alle bellissime tende di sua ideazione, ai finti camini che coprono i termosifoni, al mobiletto contenitore della radio, ai veri e propri progetti architettonici: galleria, finte colonne ecc.
 
Casa museo Mario Praz - Sala delle biblioteche

Casa museo Mario Praz — Sala delle biblioteche

Non so se lei ha seguito qualcuno dei numerosi numeri del Covile dove presento le idee di Nikos Salingaros e Christopher Alexander: mi pare che l’intuito, il gusto, di Praz fosse nella stessa direzione.
Cosa ne pensa? Varrebbe forse la pena di raccogliere qualcosa di organico sull’argomento? [...]
 
Stefano Borselli
 

La tradizione sotto forma di arredamento


Lunedì 24 novembre
Caro Borselli,
mio quasi unico lettore e grande promotore di questo povero Almanacco, non potrei certo negare una risposta alle sue sottili sollecitazioni. Anche perché, passando sabato per via Zanardelli, con ancora nella testa e negli occhi la pittura dechirichiana del dopoguerra, mi veniva da pensare all’Eccelso Anglista — come perfino in una biblioteca di Vienna si sentì chiamare il nostro Praz, per paura di sfiorare il nome proibito dalla sinistra fama — e al suo ruolo in quella Roma di allora. Avrei voluto tirare fuori le bonarie polemiche tra Praz e Brandi a proposito di Burri o della Biennale, quando il devoto di Canova criticava sapidamente l’amico per le passioni bizzarre verso delle insensatezze, paragonando i suoi entusiasmi agli accecamenti di Don Chisciotte, per cui il generoso hidalgo celebrava come principesse delle misere serve. Oppure rievocare la sua erudizione oggi inimmaginabile con esempi scherzosi (in un programma radiofonico che collegava Roma e Londra, egli si divertiva a rispondere ai quiz su Shakespeare proposti da una giuria neutrale, stendendo con ripetute vittorie i colleghi britannici, professori a Oxford e a Cambridge). O limitarmi proprio a questo aspetto scherzoso che contraddistinse la vita e l’opera dell’Anglista, a dispetto della tetra aura che lo accompagnava, anzi giocandoci sopra come quando — lo raccontava nella Casa della vita, che già nel titolo è un bel gioco umoristico alludendo alle tombe dei faraoni che così si chiamavano — preparò una strana burla a Giovanni Macchia (o forse era Trompeo) facendolo entrare nelle sue stanze vuote e buie, appena arrossate dalla luce del camino, in mezzo a statue e cere cadaveriche e lasciandolo ad aspettare a lungo in questo lugubre ambiente (abitava allora a piazza dei Ricci) mentre il padrone di casa, nascosto, si godeva la scena. Del resto collaborava alacremente a costruire la nomea di iellatore, arrivando a scrivere con humour in quasi ogni pagina di alcuni suoi libri tutti i possibili sinonimi e varianti metaforiche della morte.
 
Ritratto di giovane ricamatrice

Georg Friedrich Kersting, ca. 1814, Ritratto di giovane ricamatrice

Insomma, con queste minuzie aneddotiche pensavo di accostarmi su Almanacco al grande interprete di Piranesi, al collezionista degli emblemi, al maestro della Restaurazione, al decifratore dei misteri romantici. Un Benjamin italiano senza troppi contorcimenti hegeliani, che occultava la malinconia moderna in una sontuosa messa in scena neoclassica. Lei mi propone invece il Praz faber, quello addirittura con i ferri da calza o l’ago e il filo per nascondere i buchi del tempo (la moglie se ne fuggì inorridita anche per questo), restauratore costante della casa fuori del tempo, storico delle dimore altrui, dei loro interni, dei loro nascondimenti. La tradizione sotto forma di arredamento:
«dalle trascorse generazioni — scriveva — i moderni han ricevuto in credito due cose, osservava Hugo von Hofmannsthal, bei mobili antichi e nervi ipersensibili: “nei mobili v’è tutto il fascino che ci attira verso il passato, nei nervi il dramma dei dubbi del presente”. Ipersensibilità di nervi e amore per i mobili sono fenomeni connessi».
Un bel tema, non c’è dubbio, ma in queste settimane sono preso da un bel po’ di lavori e lavoretti. Ci penso su e mi farò risentire presto. Lei mi spiegherà come ha fatto a intuire il mio interessamento per l’inquilino di Palazzo Primoli. [...]
 
l’almanaccatore
 
Casa museo Mario Praz - Galleria

Casa museo Mario Praz — Galleria

Un nonsoché praziano


Mercoledì 25 novembre
Carissimo Almanaccatore,
le fornisco subito la spiegazione che chiede, è semplicissima: è stato lei a citare l’“eccelso anglista italiano (che praticava anche molto le lettere francesi)” nel testo su Chateaubriand che ci ha donato; ma per la verità devo confessare che quell’accenno non mi ha stupito: Chateaubriand, Canova, un certo gusto... per me è un insieme del quale Mario Praz è parte essenziale.
Piuttosto mi stupisco sempre di come io stesso ne sia restato affascinato. Lo scopersi casualmente nel 1980 tramite Fiori Freschi, trovato curiosando in una bancarella, i miei amici più colti ne parlavano con rispetto ma lo definivano un originale, sottolineando, come fanno ancora tutti a Firenze, soprattutto la fama di iettatore. A sinistra, si sa, sono così superstiziosi...
A ripensarci credo che in quel gusto aristocratico ci sia qualcosa di popolare, di artigiano. Forse bisognerebbe indagare, ma penso proprio che sia stato questo a contagiarmi, viste le mie origini: i miei nonni contadini non conoscevano il termine “arredamento”, ma per loro era scontato che nel lavoro ci aveva sempre da essere un piccolo sovrappiù “per bellezza”.
Quindi mi aspettavo certo che lei apprezzasse “l’anglista”, ma, di nuovo, lei è andato ben oltre. La mia piccola idea è di fare una presentazione per gli amici, con foto, di quello che ormai abbiamo chiamato Praz faber, ma aspetterò i suoi contributi. [...]
 
Stefano Borselli
 
(*) Casa museo Mario Praz — Palazzo Primoli, Via Zanardelli 1, Roma — Ingresso gratuito — Martedì- domenica 9-14 e 14.30-19.30; lunedì 14.30-19.30.