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Il Covile - N.o 485 (19.12.2008) Buon Natale

A tutti gli amici auguri di Buon Natale


Lorenzo Costa (1460-1535), Natività

Lorenzo Costa (1460-1535), Natività, Musée des Beaux-Arts, Lyon

Quest’anno il tradizionale racconto di Natale è all’insegna del Genius loci, ed è seguito da un ritratto dell’autore ad opera di un grande salvatico, Domenico Giuliotti.
 

Il rimedio pei topi (di Ferdinando Paolieri)


Da Novelle toscane

Il barrocciaio toscano è un tipo che finirà con lo scomparire, davanti all’incalzante quantità di reti tranviarie, di servizi automobilistici, di ‘bracci’ di ferrovie che s’incrociano in tutti i sensi, avanzando minacciosamente fra mezzo alla santa quiete delle boscaglie e all’operosa festività delle colline del Chianti.
Gli ultimi avanzi di questa strana stirpe di nomadi hanno, ora, un campo ristrettissimo dove muoversi coi loro pittoreschi traini carichi di fascine, di masserizie, ma per lo più di terrecotte, embrici, mattoni, orci, ornati di manici aggraziati e d’un bello stemma mediceo sulla curva del pancione rosso; un campo d’azione che non va oltre la Castellina, dalla parte di Siena, e oltre Pescia, dalla parte diametralmente opposta al gloriosissimo Chianti.
Di che cosa vive il barrocciaio? di vino, di questioni e d’intemperie. Contro queste poi è corazzato. Lo vedete, sotto un sole che spacca le pietre, con la frusta a tracolla, la pipa in bocca, seguire i muli, cantando l’ottava del Niccheri e segnando la cadenza con grandi scoppi di frusta; oppure, sotto un diluvio torrenziale, giacere sul veicolo, col capo ricoperto dall’ombrello aperto e le gambe fasciate da un cencio di lana inzuppato come una spugna, e dormire come fosse nella più adorna camera del mondo.
Quanto ai muli, sono ammaestrati. Il barrocciaio, che vive in uno stato di perpetua contravvenzione, non si cura di lanternino, di notte, né della ‘mano’ obbligatoria.
I muli, a gubbie, come si usa dire, o a tre, se ne vanno a capo basso, sempre della medesima andatura, scrollando le sonagliere lustre di ottone, per le quali i conducenti hanno una predilezione e una cura speciale.
Scansano gli ostacoli; si fermano quando sono stanchi; fanno stare un tranvai fermo mezz’ora, in piena via maestra; poi ripigliano il loro passo, come dominati da un’unica preoccupazione: quella d’arrivare a destino più tardi che sia possibile.
Il barrocciaio toscano e il suo mulo sono gli esseri meno impressionabili che esistano sulla terra.
‘Poverino’, detto così per ironia, per essere riuscito a metter da parte un gruzzolo col proprio lavoro e a diventare ‘padrone del suo’, era tanto vecchio, che si ricordava d’aver accompagnato i Francesi, quando calarono a Firenze, durante la lotta per l’indipendenza.
Uomo arguto e pronto al proverbio, segaligno, ossuto, colorito come una statua di bronzo patinata dal tempo, con due occhi furbi dentro una cavità orbitale inverosimile, ‘Poverino’ non la cedeva a nessuno in fatto di prontezza verbale e di orgoglio paesano.
Campanilista nell’anima, era rimasto col pensiero ai tempi ne’ quali l’Italia era divisa come uno scacchiere; e anche, se tornava dalla ‘gita’, aveva sempre da brontolare contro i ‘forestieri’.
«Gli Aretini aggrediscono: i Lucchesi rubano; a Siena mi hanno spogliato», e via dicendo.
Nella cesta, sotto il barroccio, teneva il lanternino, che non era stato mai acceso; un canino pomero tutto pelo e tutta voce, e una vecchia pistola d’ordinanza, sempre carica, perché credeva, a certi sbocchi, di potersi incontrare negli assassini, come mezzo secolo prima, quando li vide giù alle ‘Strette’, radunati intorno al foco, vicino al masso dei ladri, che si scaldavano. Per fortuna aveva il barroccio vuoto; aveva scaricato una cesta di vino di dieci quintali (una meraviglia che aveva fatto correr la gente a vedere tutti quei fiaschi messi l’un sull’altro, fino a un’altezza straordinaria, senza che il peso di quelli di sopra rompesse il collo a nemmeno a uno di quelli di sotto), si che poté sferzare i muli e fuggire a trotto serrato, col cuore che gli batteva nel petto come un fringuello nello stacciolo.
Non si è mai saputo se quei briganti fossero dei semplici boscaioli, intenti ad asciugare l’acqua che aveva impregnato i loro giubboni!
Fatto sta che tutti volevano sentire dal ‘Poverino’ la storiella degli assassini; ed egli non si faceva pregare a raccontarla, tanto che ormai ci aveva fatto l’uso, e la diceva sempre dopo aver caricato la pipa di creta, con le stesse parole: «Io vi parlo di quando le capre portavano gli zoccoli, e i ragazzi nascevano a occhi chiusi...»
Un bel giorno d’agosto, il ‘Poverino’ ebbe la commissione d’una carica di vasi da giardino, per un signore che stava a Lucca: un ‘lorde’ russo, come diceva lui.
Si sentiva bene, nonostante i suoi settanta anni sonati, e volle andar da sé a far la ‘gita’.
Attaccò la più bella coppia di muli; mise una bella ciocca di convolvolo sul basto a chiodi d’ottone, lucidati con la polvere rossa de’ mattoni; le doppie sonagliere, le tirelle incerate di fresco, un fiocco rosso al canino pomero; mutò lo sverzino alla frusta, e... via!
— Badate all’‘utomòrbidi’, — gli raccomandò la nuora, giovine rubiconda e dispettosa, mentre il ‘Poverino’ stava per muoversi, dopo essersi assicurato che tutte le funi fossero annodate bene e che funzionasse la martinicca.
— Eh, lo so: — rispose — a’ tempi miei le un’ c’erano; il mondo peggiora tutti i giorni! aohé! —
E, con uno schiocco secco come una saetta a ciel sereno, s’avviò giù per la strada bianca, in mezzo a un polverone asfissiante, sotto un cielo turchino, che pareva tinto.
La notte fu dura.
Sui vasi non c’era modo di sdraiarsi; e il vecchio barrocciaio arrivò a un paesino, prima di Lucca, che il sole era alto; e i muli, sudati e stanchi; e lui, più stanco e più sudato dei muli.
A uno svolto, vicino a un muricciolo, c’era un caseggiato candidissimo e due cartelli, uno sotto l’altro.
Il ‘Poverino’ compitò: Veicoli al passo e Osteria delle forbici. «Più al passo di così — pensò il vecchio barrocciaio — non posso andare; mi fermo, perché il secondo cartello mi piace più del primo!» E schioccò la frusta per far più presto.
Un altro schiocco, giocondo quanto il suo, gli rispose.
Dalla parte opposta, ritto sul barroccio vuoto, a gambe larghe, con una mano infilata nella fuciacca rossa, brandendo coll’altra la frusta, cantando allegramente, vide venirsi incontro il suo figliolo.
— Guarda chi c’è!
— O che siete qui?
— Ho camminato tutta la notte.
— Anch’io!
— Ci si mangia bene, qui?
— Io non mi sono mai fermato.
— Vuol dire che ci fermeremo oggi! —
Scesero, tirarono i muli in un cantuccio ombroso; levarono loro le musoliere, e posero in quella vece il fascio del fieno. Poi, a braccetto come due amici, entrarono nell’osteria.
L’oste, che dalla parlata strascicata si rivelava del paese, si fece incontro premuroso ai due barrocciai.
— Vino? acquavite? tabacco?
— Meglio: da mangiare e da bere; s’ha una fame che la vediamo.
— Ho dei coniglioli teneri come il latte, uova, prosciutto e un vino che risuscita i morti. Di dove venite? —
Così, così, così: gli dissero ogni cosa, quel che avevano fatto e dove andavano e perché.
— Bravo — disse l’oste al ‘Poverino’ — quel ‘lorde’ dove andate voi è ricco sfondato, e, se la mercanzia gli garba, vi darà una bella mancia e un trattamento da re.
— E quando ci arriverò? che è lontano?
— Poche miglia. Al tramonto sarete lassù.
— O via, oste, — disse il ‘Poverino’ tutto ringalluzzito all’idea della mancia e della cena risparmiata — o via fate presto! — E, voltandosi al figliolo, aggiunse: — Pago io! —
Nella stanzetta bassa era un fresco delizioso, un’ombra molle, che faceva apparire di fiamma le cose di fuori, lampeggianti sotto il sole, dietro i vetri della finestra.
In un momento, l’odore del fritto si sparse d’attorno, mentre i due barrocciai divoravano il pane e il prosciutto, e si mescevano il vino rosso, frizzante dai boccali gialli e turchini.
L’oste fece le cose in regola: servì un desinare da principi, e non lasciò i fornelli altro che quando gli avventori ebbero consumata ogni cosa. Mentre mangiavano il formaggio, si avvicinò, si mise a sedere accanto a loro, e intavolò un po’ di conversazione.
Ma il ‘Poverino’, ora che era sazio, si sentiva tornato come a vent’anni, e aveva fretta:
— Il conto, — chiese — e alla svelta! —
L’oste ubbidì a malincuore, azzardando:
— Ci vuol coraggio, con questo bollore... — e sparì nella retrostanza.
— Te, col barroccio scarico, — diceva il vecchio al figliolo — puoi essere a casa stanotte; uno di noi è bene che ci sia sempre. —
Tornò l’oste col conto, scritto col lapisse in un foglio unto, lo depose con noncuranza sulla tavola, parlottando.
Il giovanotto diede un’occhiata alla cifra, aggrottò le sopracciglia, passò la carta al babbo, con un movimento espressivo della mano.
Ora l’oste, quasi per divagare, chiacchierava, chiacchierava di mille cose inutili e insulse.
— V’è piaciuto il vino? Quel conigliolo doveva essere una delizia... Il cacio no, lo so da me; tanto è vero che non ve l’ho neppure messo in conto.
— Ah! ci manca il cacio, su questo conto? — interruppe con intenzione il ‘Poverino’, guardando fisso fisso l’oste negli occhi.
— Sì; che volete? ho una cantina magnifica, ariosa, fredda come una ghiacciaia, ma non ci posso serbar nulla, nulla! È infestata alla lettera dai topi. Topi di chiavica grossi come gatti, con degli unghielli lunghi come quelli delle faine e certi denti, certi denti, cari voi! Credete, io darei qualunque cosa per liberarmi da questo flagello, proprio non baderei alle spese...
— Mettete delle tagliole!
— Sono ammalizziti; non ci s’accostano!
— Fate delle polpette coll’arsenico.
— Hanno il naso fino. Fiutano il veleno lontano un miglio! Credetelo, se uno m’insegnasse il rimedio lo pagherei qualunque prezzo...
Il ‘Poverino’ diventò serio, e:
— Lo volete davvero — disse — il rimedio? Ce l’ho io, e sicurissimo.
— Ditemelo, per carità; vedrete se saprò ricompensarvi.
— Ecco: — e il barrocciaio si alzò — prima di tutto vo’ dovrete preparare un buon mangiare, un mangiare di lusso, pietanze che solletichino il gusto, qualcosa come quel che avete dato a noi...
— Lo farò! — interruppe l’oste, con la voce strozzata dalla commozione e gli occhi lucidi.
— Poi — continuò il ‘Poverino’ — vo’ dovete portare tutta questa grazia di Dio in cantina e lasciarla lì, ai signori topi, perché se la mangino tutta, tutta, tutta.
— E poi? e poi?...
— E poi, quando saranno ben sazi, vo’ dovete scendere in cantina e lasciare ai topi un conto da pagare come quello che avete fatto a noi; e Santa Lucia benedetta mi secchi tutti e due gli occhi, se vi ce ne ritorna più uno! —
L’oste, benché fosse di Lucca, non volle che i barrocciai gli pagassero, del desinare che aveva loro servito, neanche un centesimo!
 
Ferdinando Paolieri
 

Nando Paolieri nel ricordo di Domenico Giuliotti


Fonte: Tizzi e Fiamme, Vallecchi, 1925, pp. 89-98. Il testo è stato recentemente ristampato per le Edizioni Cantagalli

Ventisett’anni fa (dimentichiamo per un momento i suoi quarant’anni sonati, la sua lucida zucca a marzolino e le recenti nozze) era, in parola d’onore, assolutamente straordinario.
Per farsene un’ idea, bisognerebbe pensare a un tapperottolo fracassoso con un par di pantaloni a dadini, stretti in fondo, una giacchetta abbottonata alla becera, il cappello all’Oberdan, il colletto basso, il cordoncino rosso (allora di moda) con le nappe, e un bastone in pugno, piuttosto appannato, di bossolo, che ne rifiniva a perfezione «la mise en scène».
Quando usciva di casa, sbatacchiando (vizio di famiglia) la porta, tutta la strada era sua: andava a serpe, da un marciapiede all’altro, molleggiandosi sulle gambe ercoline, lanciando nuvole azzurre dal mezzo toscano stagionato, e sbattendo il bastone sulle lastre, e, tra un fuoco alternato di frizzi e di bottate, col tabaccaio, col giornalaio, con l’ortolana, col conduttore dell’«Onnibusse» o con quelli della «votatura inodora», arrivava, finalmente, tutto rosso (non senza comiche liti attaccate lungo il percorso) in Via de’ Martelli, «da Beltrami», dove eravamo ad aspettarlo, ridicoli refrattari di maniera, Guido Rubetti, Pietro Parenti ed io. [...]
Il Paolieri invece (ossia Nando, perché questo era — e gli è rimasto — il suo nomignolo di battaglia), artista dalla nascita, analfabeta in politica, e sfavillante come una girandola pazza nella più vertiginosa scapigliatura, improvvisava, da per tutto (specialmente al cesso!) le sue celeberrime poesie umoristiche, scritte e pupazzettate col lapis, e componeva, con la penna, nella patriarcale casa di Via Romana, sonetti e quartine, strofinati sull’«Isotteo e la Chimera», che, a detta del Prof. Gargano, suo profeta, già facevano intravedere, in quell’apprendista mercatino, un superatore di D’Annunzio.
Era questa, dunque, la breve e perfetta masnada che nel remoto biennio 1896-97, scorazzava, specie di notte, evitando per miracolo le coltellate e le guardie, nella nobile città di Fiorenza, quando non c’erano ancora i giovanotti novi, seriosamente cretini, e serpeggiavano ancora, per le strade, l’ultime beffe, e scoppiettava ancora, quasi da lastra a lastra, la mordente arguzia toscana.
Una sera, dopo cena (racconto questo lacchezzo perché c’incastra) eccoti Nando (s’era ad aspettarlo, in Piazza Vittorio, il Rubetti ed io) che sbocca, all’improvviso, dalla cantonata di Via dell’Arcivescovado, col cappellino alla «dighedoghe» e il passo a «dai», mezzo in cesta.
Aveva il grosso viso paonazzo e roteava, avanzandosi a onde, tartarinescamente, il bastone.
Il Rubetti, quando l’amico c’è a tre passi, lo guarda come per interrogarlo sul da farsi; io guardo l’uno e l’altro e rido. Ma Nando, piantatosi a gambe larghe, col bastone a traverso, come il Pippo Spano d’Andrea del Castagno, ci fa, tragicomico, che pareva la luna fra le nuvole: «Stasera sono a bufera!» E il Rubetti, spiccato, di scatto, il solito inverosimile salto con la gamba sana, aprendo la marcia, si mette a gridare, con la voce stridula, a strappo di cambrì: «allons! voyons!»; e ci ritroviamo, in un lampo, svoltando dal Gambrinus, di fianco a San Gaetano, proprio nel momento che un innocente scaccino scendeva, gobbon gobboni, dalla scaletta esterna della Chiesa, portando, in bilico, sulle spalle, un campanile di seggiole.
A Nando, al quale tra le fumosità della sbornia, non sfugge l’uomo, incominciano a brillar le pupille e a dilatarsi le narici. Noi, visto il lampo, s’aspetta il tuono. Ed ecco, una formidabile legnata casca, dopo un secondo, sulla baracca delle seggiole, e l’omarottolo che le portava è sparito sotto alla frana, come si voleva dimostrare.
Un altro giorno, d’estate, si passava da Via Guelfa, trattando di fare un certo aristofanesco giornale, il cui titolo, trovato non ricordo più se da me o dal Rubetti e accettato all’unanimità con grand’urla, consisteva nella profumata parola, sempre fatidica, attribuita a Cambronne.
Ma, Nando, avendo posto l’occhio sulle rotondità fluttuanti d’una procacissima serva che stacchettava lungo il marciapiede di faccia, le si slanciò contro, con intraducibili mugolii, a testa bassa, come un toro. E quella (che teneva un ragazzo per la mano e un paniere sotto il braccio) incominciò, tra impaurita e stizzita, a divincolarsi e a maltrattare. Ma Nando, duro. E come, infine, nel patassio, l’agguantò, pare, in qualche parte gelosa, volò repentinamente il paniere, come un uccello, al di sopra della testa del reo che fece cilecca, e cadde, con un gran fracasso di cocci rotti, senza colpo ferire, più in là. E noi, su quell’altro marciapiede, ci si reggeva la pancia. Ma la serva, furibonda, col marmocchio a strasciconi, raccattò il paniere che pisciava vino, ed entrò quasi di corsa, urlando come un’Ecuba, in una prossima macelleria.
Allora il Rubetti, intuito l’intuibile, disse al Paolieri in un orecchio: «Scappa Nando!». E mentre Nando, in un battibaleno, ha passato la cantonata, e noi si fa vista di nulla, eccoti (ma oramai troppo tardi) un tangano, sulla soglia della bottega, fra due cosci di vitella, col grembiule sanguinoso e la serva accanto. [...]
Ma, verso il novecento, ci sparpagliammo di nuovo: [...] il sottoscritto partì per Siena e Nando Paolieri, che s’era buttato furiosamente a dipingere, a cantare, a cacciare, e a sborniarsi da «Grillino», sul celeberrimo poggio dell’Impruneta, ridisceso, poco dopo, a Firenze, con la fregola di far quattrini, ed imbattutosi in certi matricolati raugei che trappoleggiavano in anticaglie, partito con loro per Parigi e ritornato senza un soldo, sdrucciolò finalmente nell’intestino cieco del giornalismo, e c’è ancora.
Ecco, intravista a lampi, dall’occhio amichevolmente malizioso della caricatura, la fisonomia dell’uomo.
 
Domenico Giuliotti Dicembre 1919