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Il Covile - N.o 486 (24.11.2008) Il Natale di Maria (di Roberto Corsi)

Questo numero


Gli auguri erano già stati fatti e il curatore era già in ferie, ma stamani si è fatto vivo Roberto Corsi con questo testo e mi sono sentivo in dovere di farvene partecipi.
Scuserete l'impaginazione un po' alla fuggiasca.
 

Il Natale di Maria (di Roberto Corsi)


Sarà un Natale diverso dal solito quello di Maria, la mia mamma. Come lo fu, duemila anni fa, anche quello della sua omonima ebrea, la Sua mamma. E quante similitudini nei due eventi! Per Maria di Nazareth, chiamata a svolgere le pratiche burocratiche con il suo castissimo sposo Giuseppe, a Betlemme non c’era posto dove partorire e dovette adattarsi ad una stalla.
Nemmeno per Maria, che l’anagrafe dichiara nata a Borgo S. Lorenzo (in una casupola di Montepulico) c’era posto nelle Residenze Sanitarie Assistenziali. Tante le mail inviate, sempre la stessa risposta: siamo al completo, la mettiamo in lista d’attesa.
Ma Maria ha bisogno ora, il cuore è ballerino, i reni insufficienti e le gambe “non mi portano più: hanno camminato tanto”.
S. Godenzo è lontana, ma è l’unica ad avere un posto libero e può benissimo svolgere la funzione di accoglienza che fu della stalla di Betlemme. Sia ben chiaro, non nella miseria, perché qui tutto è decoro e luminosità, pur senza gli sfarzi che striderebbero con la modestia dei suoi provvisori inquilini. Dalla facce di Maria Grazia e Martina, le addette alle relazioni esterne, emana un calore umano del tutto simile a quello del bue e dell’asinello sul bimbo nella mangiatoia. Questo rende più lieve l’intimo disagio che alberga nel mio animo per l’abbandono, dopo 88 anni, di mia madre.
Qualche giorno prima l’avevano informata che della stessa struttura era ospite la Gina. I suoi occhi si erano improvvisamente illuminati in una espressione di gioiosa sorpresa: “la Gina!”.
E giù a rievocare le tante giornate trascorse insieme a pascolare le pecore, un pezzetto di pane in tasca e l’acqua dei ruscelli per bere. La memoria, che ogni tanto ha qualche vuoto nell’oggi, diventa ricca di particolari riferendosi ad anni-luce fa. Se non fossero ricoperti dalle sterpaglie, saprebbe mostrare i sassi sotto i quali nascevano i funghi e indicare le assi mancanti in quella capanna, perché servirono a fare la bara ad un soldato morto durante la guerra.
Anche agli uomini dell’ambulanza che l’ha trasportata, Maria ha parlato della Gina.
Chiedo conferma a Martina che consulta i registri. La Gina non c’è. Indagini più approfondite rivelano che è a Villa Rio, ma è morta tre anni fa.
Il volto di Maria ha una lieve contrazione di dispiacere alla notizia, ma è di breve durata. Poi si immerge nella sua nuova realtà con naturalezza. Lì tutti sono la Gina, una generazione che va verso il crepuscolo di una vita operosa e faticosa ma che il dolore e le angustie non sono riuscite a scalfire nei suoi tratti forti.
Gente che, come Maria, riesce ancora a meravigliarsi davanti a un acquario, mentre le infermiere le misurano la pressione: “un pesce come quello non l’avevo mai visto”. La pura gratuità contro le crescenti e assurde pretese.
Appeso al muro trovo il cantico dell’anziano. Benedetti quelli che mi guardano con simpatia. Benedetti quelli che comprendono il mio camminare stanco. Benedetti quelli che parlano a voce alta per minimizzare la mia sordità. Benedetti quelli che stringono con calore le mie anime tremolanti.
Ripenso al cantico dell’altra Maria, il magnificat, all’annuncio di quella notte in quella stalla.
Si fa sera debbo accomiatarmi. Nell’animo mi frulla un altro cantico, quello del santo vecchio Simeone, che debbo appena riadattare: ora lascia che il tuo figlio vada in pace. Qui starai bene.
Prima di partire, a Maria hanno cambiato anche le pile del pace-maker. Quasi per strappare qualche attimo in più a quel cuore nel quale è divampato, per 88 anni, un incendio d’amore che ha riscaldato chiunque le si avvicinasse.
La sera di Natale, dopo il pranzo (“mi raccomando, i tortellini in brodo”), oltre a suo figlio saranno da lei anche Gabriele, Marco, Sara e Martina, i suoi 4 nipoti, per farsi raccontare ancora una volta le tante fiabe (vere) della sua vita.
Come al solito, ogni tanto si interromperà un po’ contrariata (“ma è vero, eh!”), come se qualcuno volesse iscrivere il suo racconto fra i vangeli apocrifi. Ti crediamo, Maria.
I pastori come te e come quelli di Betlemme raccontano sempre la buona novella, quella che rende bello il tramonto e sereno anche il crepuscolo. Non per niente la liturgia la chiama dies natalis.
 
Roberto Corsi