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Il Covile - N.o 487 (1.1.2009) Praz urbanista commentato da Pietro Pagliardini

Buon 2009 a tutti


Iniziamo l’anno con l’abusata formula del rinnovamento nella continuità. Il rinnovamento, più volte annunciato, è quello della lista di distribuzione, la continuità è nell’indagine su Mario Praz: questa volta lo vediamo nei panni di urbanista, tant’è che abbiamo chiesto un commento all’amico architetto Pietro Pagliardini.
Per evitare che a qualche lettore disattento possa sfuggire, segnalo che in una nota viene intercettata una corrispondenza tra Mario Praz e Nicolás Gómez Dávila, corrispondenza peraltro già notata dal sempre acuto Stalker-Juan Asensio in Le monde que Mario Praz a vu. Ci ritorneremo tra pochissimo.
 

Due volti di Parigi (di Mario Praz)


Da Il mondo che ho visto, Adelphi, 1982, pp. 370-374.

Marly Le Roi

Parigi, Marly Le Roi, incrocio Rue Paul Leplat-Rue Thibault

Il “falansterio di Parly”?

«Quello là è il nostro appartamento» disse la principessa K. puntando il dito nella direzione d’un semicerchio di case nel nuovo complesso edilizio di Parly. La trancia edilizia era così uguale in tutti i punti della sua lunga estensione che era difficile distinguere una parte dall’altra. «Il nostro è quello dove han già messo i vetri». Cercammo invano nella monotonia. del cemento un luccichio di cristalli. Contro lo sfondo del parco di Versailles questo complesso di appartamenti eleganti faceva pensare a un quartiere residenziale d’un’università americana o australiana. Al centro sorgeva un grande ristorante, come tra i motels di Charlottesville. Eliminata ogni preoccupazione pei residenti: in comune i servizi, pulizia degli appartamenti, alimentazione, eccetera. Molto comodo. Abolizione del problema domestico, possibilità di cavalcate nel parco. All’ora dei pasti si entra nel grande anfiteatro del ristorante e ci si siede a uno dei tanti tavolini, sotto i lampioncini gialli e arancione che conferiscono un’aria di festa alla Renoir. Davanti ai gelati detti «piemontesi» di forma fallica, tutti i volti si estasiano. Lì vicino c’è Versailles, c’è il Grandi Trianon, dopo i restauri smagliante di mogano e di bronzi Impero. Questi sono i beaux contrastes — per dirla con una frase usata da Barrès per Siena — i contrasti, non so proprio se belli, della Parigi d’oggi. Poco prima avevamo visto, davanti alla basilica di Saint Denis, coi suoi innumerevoli gisants regali ricomposti dopo una rivoluzione, un’immagine stentorea di Lenin che copriva tutta la facciata d’un edificio pubblico tra bandiere rosse, con un missile che seguiva la direzione del suo colossale braccio teso: un cartellone pubblicitario simile ad altri che inculcavano altri prodotti di consumo. Il nome Drug-West era qua e là visibile nel falansterio di Parly. Forse la droga ha qualcosa a che vedere con molte manifestazioni contemporanee.
 
Parly

“La trancia edilizia era così uguale...”

Ad esempio, quale droga manca a me per apprezzare l’esposizione di sei pittori americani alla galleria Knoedler in Rue du Faubourg-Saint-Honoré? Gli sberleffi neri di Kline, gli sbadigli monocromi di Rothko, i formicolii policromi di Pollock, quale droga li fa apprezzare ai critici d’arte e al pubblico? E a quale pubblico poi? La gente che s’incontra per le vie di Parigi sembra normale, i capelloni son rari, stan passando di moda, dicono. Ma l’astrattismo non passa di moda così facilmente. L’astrattista Magnelli, che vive a Meudon-Bellevue e che mi ha fatto piacere d’incontrare di nuovo, dai lontani tempi delle Giubbe Rosse, ha i suoi ottant’anni, e come capita con l’età senile dimentica spesso i nomi. «Quel pittore di Ferrara... come si chiama?... Già, De Pisis...». De Pisis ha esaurito il suo ciclo mortale, poveretto, i suoi quadri hanno conquistato la fama fino al punto di provocare le falsificazioni, e Magnelli, che era astratto da giovane, seguita a essere astratto da vecchio. Oramai l’astrattismo è rispettabile, è d’età venerabile, quasi come i meravigliosi oggetti che adornano la casa del barone Elie de Rothschild.


Inutile aggiungere che io preferisco questi. Le tele di Rothko e di Pollock costano milioni; se io avessi i milioni, li spenderei piuttosto in oggetti antichi, come il vaso d’argento achemenide con stambecchi per anse, o il grande cammeo di sardonica d’epoca costantiniana in una montatura bizantina di filigrana dorata, o la preziosa legatura, opera dedalea di Benvenuto Cellini, della bibbia di Enrico VIII, o la granata di Salamanca o il Gioiello elefante, o la tabacchiera di Choiseul dai guazzi raffiguranti l’appartamento del duca in Rue de Richelieu, o perfino quel prezioso cucchiaio rinascimentale all’estremità del cui manico si snoda un piccolo acrobata. «I Rothschild sembrano crescere con un bisogno fisico di circondarsi delle più squisite e sontuose opere d’arte create dalla mano dell’uomo» scrisse Douglas Cooper parlando di questa collezione. E aggiungeva: «Se fosse possibile compilare un catalogo dei tesori artistici che sono stati salvati dalla distruzione e accumulati dai vari mèmbri di questa singolare famiglia, il mondo rimarrebbe attonito davanti a tanta ricchezza». I futuristi volevano distruggere i musei, e han distrutto tesori d’arte antica i cinesi di Mao. Da varie parti, con vari intenti, si cospira alla distruzione del retaggio del passato. «La Natura» scrisse il marchese di Sade in Justine «cammina a gran passi verso il suo scopo, dimostrando ogni giorno a coloro che la studiano che essa non crea che per distruggere, e che la distruzione, la prima di tutte le sue leggi, dal momento che senza di essa non giungerebbe ad alcuna creazione, le piace assai più della propagazione, che una setta di filosofi greci chiamava, con molta ragione, il risultato di assassinii». Da questo punto di vista i Rothschild son dunque innaturali, ma tutta la storia della civiltà non è forse un andare contro corrente rispetto a quello che è il corso della Natura: la storia dell’umanità non documenta forse uno sforzo costante di superare il caos primitivo, per creare una società in cui si possa vivere? Come nell’arte primitiva, vogliamo tornare ai costumi dei popoli primitivi, dal momento che ogni arte è espressione di un costume? Rothko, Kline, De Kooning, i capelloni, la messa yé-yé, l’arte Pop, l’arte Op, questo galoppo verso il caos potrà anche vincer la giornata, e come il protagonista della Nube purpurea di Shiel ci divertiremo a dar fuoco alle città. Ci divertiremo: ma in quanti siamo a volere questo galoppo al caos? Mica tanti, dopo tutto! Ma i più non hanno coraggio, si lasciano trascinare dalle cosidette avanguardie, lasciano correre, consentono. È la vecchia storia di tutte le rivoluzioni.

Rue Masseran

Parigi, Rue Masseran, 11 (fonte: Google Street)

Luoghi come questa casa dei Rothschild a Rue Masseran, costruita da Brongniart nel 1787-88 per il principe di Masserano ambasciatore di Carlo IV di Spagna alla corte di San Giacomo, non sono soltanto serre dove artificialmente si conservano in vita i tesori del passato; la baronessa Liliane, che tanto ha contribuito all’arricchimento di questa collezione, non è la pallida vestale d’un fuoco che si estingue (1). A guardar bene, c’è più vita, molta più vita in questo palazzo arredato con quanto di meglio han prodotto artisti, orefici, mobilieri e arazzieri nei secoli, che non nell’anonima struttura di Parly o nelle composizioni senza volto dei sei pittori americani che si confondono con le macchie, gli sgorbi, le bandiere, i sacchetti di coriandoli.
 
Madame du Barry

Elisabeth Louise Vigèe Le Brun, Madame du Barry, 1789-1820

Un quadro della Vigée-Lebrun (2), un ritratto di Madame du Barry, iniziato nel settembre del 1789, interrotto per lo scoppio della rivoluzione, e completato molto tempo dopo la tragica fine del modello, mostra l’antica favorita reale in una posa languida, con un giglio e una rosa nella mano abbandonata sul ginocchio. Il cielo roseo del tramonto all’orizzonte fu deliberatamente scelto come sfondo dalla pittrice che disse d’aver dipinto in quel quadro il tramonto della monarchia. E forse quest’impressione di tramonto resta anche dalla visita a questa casa che documenta un’epoca e un gusto molto diversi dalla civiltà delle masse e dei consumi. Tramonto non di un clima troppo raffinato per poter sussistere, ma semplicemente tramonto della qualità.
 
Rue de la Vrillière

Parigi, Rue de la Vrillière, 8 (fonte: Google Street)

Per questo non sentii un netto distacco visitando poco dopo una casa assai differente, quella di Leonor Fini e di Stanislao Lepri in Rue de la Vrillière, molte delle cui finestre danno su una di quelle corti dalle facciate bianco spento, dalle fitte persiane grigie e dai tetti d’ardesia, che sono un incanto della vecchia Parigi. L’arte dei due pittori non ha rotto col passato, e per questo forse la critica infeudata all’astrattismo non ha mai reso loro piena giustizia.
 
La guardiana delle sorgenti

Leonor Fini, La guardiana delle sorgenti

Ma non è solo come insuperabile illustratrice di volumi (le sue illustrazioni alle Fleurs du mal sono le più ispirate che io conosca) che Leonor è ammirevole: la sua ultima maniera, piena di suggerimenti dell’art nouveau, ha saputo distillare la quintessenza di questo stile, realizzarne espressioni perfette nella tradizione di Klimt, di Toorop, di Thorn Prikker. C’è un suo recentissimo quadro, la Guardiana delle sorgenti che, pei preziosi calici multicolori, fa pensare ai famosi versi di Sologub: «E due profondi calici di vetro delicatamente tintinnante tu ponesti sotto una lucente tazza, e versasti una soave spuma. Versasti, versasti, versasti, agitasti due cristalli carnicini; più bianca d’un giglio, più rossa d’un rubino, tu eri bianca e cremisi».


Nel suo appartamento Leonor ha raccolto oggetti liberty sorprendenti, come due lampade murali in forma di iris, di Jean Dampt, una torcerà di ferro battuto dai viticci serpentini e dal calice a fior di ninfea, un tavolino i cui tre sostegni son mostri dal capo di libellula, e agli oggetti s’intonano i parati e le stoffe: una moquette verdina a motivi di ninfee bianche e stocchi di Kniphofìa color zafferano, la copertura d’una chaise-longue color acquamarina costellata di iris bianchi. Con questa sapiente selezione di motivi liberty Leonor ha fatto risuscitare uno stile, facendo suo, si direbbe, un assioma di Petrarca nelle Senili, secondo cui la poesia altro non è che ricordo di cose sperimentate e provate. Una verità troppo spesso dimenticata oggi.
 
Mario Praz 1967
 

Note


(1) Balza alla mente Nicolás Gómez Dávila: “Non appartengo a un mondo che perisce. Prolungo e trasmetto una verità che non muore.” (In margine a un testo implicito, Adelphi).
(2) Su Elisabeth Louise Vigèe Le Brun (1755-1843) si veda il sito amorevolmente curato da Kevin J. Kelly a www.batguano.com/vigee.html.
 

Il sorriso della Reggia (di Pietro Pagliardini)


Il non troppo celato disprezzo che traspare dalla descrizione dell’appartamento della Principessa K., e l’immagine aerea, largamente esplicativa di quello, non è bastato a togliermi la curiosità, ma direi il vizio, di andarne a cercare foto tridimensionali più dettagliate per meglio afferrare il senso dei due volti di Parigi.
 
Versailles


Eseguita la richiesta è inevitabile fermarsi sull’immagine delle Reggia di Versailles e domandarsi quale sia il significato dello sguardo vòlto verso il cielo, irridente e sicuro, di questa figura antropomorfa.

Muovo il mouse in ogni direzione, la rotellina zooma di continuo ma quello che riesco a trovare intorno al nostro amico sopra è questo:
 



e questo:
 



e perfino questa casuale e anoressica parodia del suo ben più nobile vicino:
 



Continuando nella mia ricerca, trovo canali, linee ferrate, strade, case e alberghi sotto lo stesso nome di Parly, ma del lombrico che accoglie in uno dei suoi anelli l’appartamento della Principessa K. nessuna traccia.


Rinuncio: quanto trovato giustifica da solo sia i due volti che la sardonica fissità del volto dell’opera di Le Notre, consapevole del fatto che nulla avrebbe potuto eguagliarla.
Certo, una cosa è il profondo convincimento di vincere ogni confronto nei secoli a venire, altro è ritrovarsi del tutto soli in campo senza plausibili avversari.
D’altronde, noblesse oblige, la Reggia di Versailles aveva l’obbligo dinastico di essere raffinata e superiore, vantando nobili natali come questo:
 



e, più lontano nel tempo, come questo:
 



Cerchiamo di afferrare meglio il perché i due volti siano così diversi.
Sia gli antenati che il nobile discendente sono rappresentazioni “astratte” dell’armonia e della bellezza del corpo umano, dove astrattismo sta per sintesi, generalizzazione di un canone di proporzioni umane che diventano unità di misura dell’universo (braccia, passi, piede, pollice, ecc). In questo modo l’uomo stabilisce una relazione intima e fisica tra sé stesso e la natura, si appropria dello spazio prendendone le misure in base alle misure del proprio corpo, fissa una “legge naturale” che determina i moduli di ogni cosa, una legge comprensibile tanto dall’architetto che erige templi quanto dal contadino che determina i confini e le superfici dei propri campi. Poi alla “legge naturale” si sostituirà la “legge positiva”, quella basata su convenzioni che la società accetta e modula nel tempo in funzione del comune sentire, cioè in funzione dei complessi rapporti che si instaurano nel corpo sociale, oggi regolati dal principio democratico della maggioranza. Tuttavia non vi è alcuna garanzia nella coincidenza tra scelta maggioritaria e scelta migliore, non a caso vi sono le minoranze che cercano di affermare scelte diverse.


Immagino che Praz una pur fuggevole quanto spontanea considerazione sui diversi quarti di nobiltà sia stato costretto a farla nel constatare la differenza dei riferimenti culturali tra il Re Sole e la Principessa K. e forse l’anonimato di questa non è solo rispetto di privacy ma un pietoso, amichevole velo di silenzio sul nome della decaduta la quale, al pari di un socio di cooperativa, va in cantiere a cercare il suo alloggio, riconoscendolo dalla presenza dei vetri.
Non riesce il nostro, e noi con lui, ad immaginare il Re Sole che, nel corso di un sopralluogo per verificare il procedere dei lavori, venga assalito dall’incertezza su quale possa essere la sua regale dimora e sia costretto a chiedere conferma al suo seguito.
E allora Praz volge lo sguardo verso la Reggia, non osando fare improponibili confronti e viene assalito da dubbi inconfessabili.
 
E in quel breve attimo in cui giudica, senza cattiveria verso l’amica, si vede scorrere davanti i nuovi riferimenti del lombrico, e si ricorda di Mondrian leggendovi un principio astratto che non è astrazione di regole dalla natura ma composizione di forme che hanno un lontano quanto cerebrale fondamento nel meccanismo di percezione visiva, incomprensibile ai più e sempre opinabile e sempre relativo.
 
Chi si accorgerebbe mai e soprattutto chi coglierebbe un senso di disordine o di diverso ordine se lo stesso quadro fosse questo accanto?
Se fosse un’autentica opera di Mondrian, invece che una mia veloce manipolazione della stessa, avrebbe avuto egual successo oppure sarebbe stata ritenuta un’opera minore, meno riuscita?
Indubbiamente, per modificare questo quadro anch’io ho cercato di leggervi un ordine, di afferrarne una regola, in modo da conservare una certa coerenza con l’originale; ma l’ordine consiste in un equilibrio di forme astratte e in una valutazione ottica del tutto individuale: se infatti avessi “sbagliato”, come probabile, chi potrebbe spiegarmi in cosa e perché?
Viceversa, chiunque avverte subito che qualcosa manca in questa statua, compresa la stabilità:
 



e tuttavia il cervello riesce a ricostruire e ad immaginare le parti mancanti. Dalle parti si può ricavarne il tutto, anche senza essere specialisti.
Per questo statue come la Nike di Samotracia conservano molto della loro bellezza, pur mancando della testa.


Ma qui ci siamo fermati al campo della pittura e della scultura le quali, in fondo, hanno il pregio di essere attaccate ad un muro o poste su un piedistallo e dal quale possono sempre essere rimosse senza problemi e collocate in cantina o in un museo, la visita del quale è scelta volontaria e consapevole (ad eccezione delle scolaresche e delle gite organizzate). Queste forme d’arte non sono fatte per essere abitate ma abitano loro stesse e possono essere spostate.
Ma che dire quando ragioniamo di architettura che consiste di manufatti duraturi e la cui scelta è privilegio del committente, ma la cui permanenza incombe, obtorto collo, su chiunque la abiti, la usi, vi passeggi solo davanti?
Si faccia una brevissima sosta con lo sguardo a queste due immagini:
 



 



Sono quadri astratti o edifici? (*)
 
Chi si accorgerebbe (oltre ai residenti) se cambiassi la trama delle finestre? Nessuno, probabilmente, perché se è pur sempre vero che (con grande generosità) una sorta di regola “compositiva” si riesce a trovarla in queste due immagini, è altrettanto sicuro che se vi inserissi elementi di “disordine” apprezzabile, questa scelta potrebbe essere accolta come consapevole deviazione da una regola, giustificata da criterio estetico del progettista, cioè scelta relativa, individuale e perciò non confutabile.
Dunque la logica di questa Parigi dell’astrattismo è completamente diversa da quella delle vie amate da Praz. E quel quadro di Mondrian, al pari di altri autori, è la matrice di quelle architetture del volto odierno: geometrie astratte, mancanza di ornamento, distacco totale dalla natura e dai luoghi, disegno frammentario che non ammette continuità di tessuto nel passaggio da un insediamento all’altro.


Io ho mostrato immagini aeree dicendo di averle tratte da un volo su Versailles; ma siete propri sicuri che non abbia mentito e che esse non provengano da un altro luogo?
No, non potete esserlo, dovete fidarvi di me, della mia parola, esattamente come coloro che abitano o transitano in quegli insediamenti: se a qualcuno sembrassero brutti, che si fidino, l’Architetto ha detto che sono bellissimi, rigorosi e adatti per viverci dentro.
“Ma lei dove abita, Architetto? — Ah, io vivo in un palazzo del ‘700 nel centro storico, eredità della mia famiglia e non volevo certo abbandonarlo. Sa, c’ero troppo affezionato! Ma se avessi potuto scegliere…”.
Tutte le città hanno due volti, perché gli Architetti che le progettano dovrebbero averne uno solo?
 
Pietro Pagliardini
 
(*) Si tratta di fotografie di edifici scattate da Michael Wolf.