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Il Covile - N.o 490 (23.1.2009) L’etica della vicenda Kakà (di Giuseppe Ghini)

Questo numero


Da Forlì, che in molti ci accingiamo a visitare a causa dell’imperdibile mostra su Antonio Canova, arriva un acuto commento ad una vicenda di cronaca. È preceduto da una breve segnalazione.
 

Art Bound


Gli amici più assidui sanno quanto il Covile sia debitore a William Morris per le decorazioni delle sue pagine. Di recente ho scoperto in rete Art Bound, una rassegna storica di copertine di libri veramente ben fatta e della quale Morris è protagonista. La mostra è stata creata dalla fondazione-museo The Athenaeum of Philadelphia ed è annunciata come in linea a dal 16 Giugno al 28 Agosto 2008, evidentemente l’hanno prorogata. Non ve la fate sfuggire!
 

L’etica della vicenda Kakà (di Giuseppe Ghini)


Fonte: blog Ghinetto, cartacea in La Voce di Romagna, 23 gennaio 2009

Il trasferimento di Kakà al Manchester City è stato il tormentone della settimana. Vale la pena parlarne. Ma c’è una riflessione ancora più importante della rinuncia di Kakà al mucchio di soldi offerto dalla squadra di calcio inglese. La cosa più interessante non è se Kakà abbia rinunciato per un ideale, oppure perché condizionato da Berlusconi, o perché spera nel rilancio dell’offerta da parte del Real Madrid o per mille altri motivi che i soliti dietrologi (interisti) hanno immediatamente individuato con assoluta certezza. La cosa più importante non è neanche se Kakà finirà poi effettivamente per giocare in Italia, in Inghilterra o in Spagna.


No. La cosa più interessante è la nostra unanime reazione davanti alla vicenda. Nel senso che, a parte gli invidiosi – gli invidiosi della potenza calcistica milanista, come pure gli invidiosi di questo talento giovane, bello, ricco, nonché felicemente sposato – dicevo, a parte gli invidiosi che non riescono a esprimere un giudizio sereno sulla sua rinuncia, tutti gli altri sono unanimi: Ricardo Kakà ha fatto bene. Come mi confermavano interisti e juventini non invidiosi questo non è un sentimento esclusivo dei milanisti. Tutti sono d’accordo: bravo Kakà.


Ora, mi chiedo. Perché questa reazione unanime? Il motivo è uno solo: noi siamo felici perché un uomo ha dimostrato che i soldi non sono tutto nella vita. Un uomo a cui era stata fatta un’offerta favolosa, ha dimostrato che si può rinunciare anche ad una montagna di soldi. Che ci sono altre cose che valgono più dei soldi. Vorrei anche dire che quando queste cose le dice Berlusconi, be’ perdono un po’ di significato… Ma – Berlusca o mica Berlusca – tutti noi abbiamo fatto il tifo perché Kakà, per una settimana diventato una sorta di eroe universale – vincesse la tentazione.


Sì, ci siamo detti in cuor nostro. C’è qualcosa che vale più dei soldi. E tu, Kakà, lo devi dimostrare davanti all’offerta più generosa mai fatta ad un calciatore. Cosa c’era sull’altro piatto della bilancia? In realtà su quel piatto immaginario noi avevamo messo molto di simbolico e poco di reale: la maglia del Milan, la fedeltà a un gruppo di amici, alla squadra che lo ha valorizzato…


Per una settimana abbiamo fatto finta che non si trattasse di un gruppo di professionisti dai guadagni spropositati, professionisti ognuno dei quali fattura come un’azienda di dimensioni non banali. Abbiamo invece immaginato un calcio inesistente, mitico, che non esiste più, ma che forse per questo è desiderato con ancora maggiore nostalgia. Il calcio di tanti anni fa, quando davvero una squadra era un gruppo di ragazzi e non una consociata di aziende, il calcio in cui Gigi Riva rinunciava a trasferirsi alla Juventus di Agnelli per restare a Cagliari, a condividere la sorte dei sardi. E rinunciava così a soldi e fama.


Il caso di Kakà è diverso. Kakà non rimane in Sardegna, rinuncia a mezza barca di soldi per restare in una squadra vincente e non è neanche detto che da un punto di vista utilitaristico questa scelta, tutto considerato, sia la meno conveniente.


Ma, ripeto, non sta qui il nocciolo morale della vicenda. Il nocciolo sta nel nostro atteggiamento. Noi conosciamo la fatica di andare d’accordo, la fatica e la bellezza di raggiungere un risultato di squadra, di gruppo. Sappiamo quanto è esaltante “fare squadra”, e squadra scelta, di specialisti. Lo sappiamo noi e lo sanno anche tutti i registi e i romanzieri che da secoli inventano storie su un gruppo di uomini scelti: dai Cavalieri di Re Artù a Una sporca dozzina, da I tre moschettieri a CSI, dai Nibelunghi ai Fantastici quattro.
E per una settimana abbiamo voluto vedere nel Milan un gruppo di specialisti, una squadra di questo tipo. E in Kakà l’ero capace di sputare sui soldi – sull’offerta che non si può rifiutare – in nome di quell’amicizia, di quei legami di squadra.


È così: noi vogliamo identificarci in qualcuno capace di sputare sui soldi. Anche chi in realtà è lì col cappello in mano davanti a 100 euro, anzi lui più di tutti vuole identificarsi in qualcuno capace di sputare sui soldi. È il segno che la morale, la morale vera, intesa rettamente, non è imposta dall’esterno, da un’autorità che ci è estranea. La morale viene da dentro di noi. Non ci ha detto papa Ratzinger – che, peraltro, sulla vicenda ha scelto il silenzio stampa – di tifare per il nobile rifiuto di Kakà. Ce lo ha imposto la morale che abbiamo dentro il nostro cuore. Dove sono scolpiti i valori per cui vivere e morire.
 
Giuseppe Ghini