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Il Covile - N.o 496 (18.2.2009) Siti freschi (17) Archiwatch

Siti freschi (17) Archiwatch, il blog di Giorgio Muratore


Era in lista da tempo la segnalazione di Archiwatch, Si autodefinisce “un Blog creato da Giorgio Muratore per pubblicare scritti, pensieri e articoli sull'architettura di oggi”, ma in realtà è diventato il principale, ed il più vivo (sia per la passione dei numerosi collaboratori sia per il tono scanzonato) spazio di riflessione in quella che sembrava diventata la morta gora del pensiero architettonico italiano, pensiero che era stato pur grande.
Come assaggio presentiamo una densa riflessione di Isabella Guarini, sollecitata da un commento di Nikos Salingaros.

In rilievo

A proposito di Nikos da non perdere Il Domenicale in edicola da oggi. Il paginone centrale presenta un’anteprima del libro No alle archistar: il Manifesto Contro le Avanguardie di Michael Mehaffy e Nikos A. Salingaros in uscita per i tipi della Libreria Editrice Fiorentina.
 

Una riflessione sul “Critical Regionalism” (di Isabella Guarini)


Interviene Nikos Salingaros

14 febbraio 2009
[...] Leggo i tuoi commenti su Regionalismo Critico ospitati nel blog del professor Muratore. Non ne sono d’accordo, ma voglio soltanto spedire un brano del saggio (*) che ho scritto sul questo tema. Forse tu non sei d’accordo con me, ma almeno abbiamo aperto una posizione esplicita.
Qui negli Stati Uniti, non consideriamo Frampton nessun’autorità, piuttosto un membro dell’establishment che ha fatto tanti danni all’architettura.
[...] Nikos
 

Prima risposta

16 febbraio
Nikos Salingaros non specifica le questioni da me poste su cui non sarebbe d'accordo, per cui la risposta, che sto elaborando dopo aver tradotto il testo, potrebbe ancora generare discussioni.
In primis, penso che sia stato il mio riferimento all'uso della geometria come base della composizione architettonica. A ciò Nikos Salingaros potrebbe opporre la sua teoria della "evolutionary compulsion" che nei millenni avrebbe indotto gli esseri umani a stabilire relazioni tra il corpo fisico e la percezione mentale. E sarebbero tali relazioni, tra il mondo fisico e la percezione della mente umana, che fanno sviluppare il senso di benessere, di appartenenza e riconoscibilità e consentono agli esseri umani di costruire strumenti artificiali per la vita (sopravvivenza), dagli utensili alla città.
“La costrizione evolutiva induce gli esseri umani a istituire un sistema dei rapporti fra il corpo fisico e la percezioni nella mente umana, che ci consentono di prendere coscienza del mondo e della nostra esistenza. Questi rapporti ci forniscono il senso di benessere, il senso dell’appartenenza ed il senso più profondo di chi siamo. Attraverso gli aspetti fisici e visivi della umana percezione, il corpo ha gestito le interazioni iniziali dell’umanità con il mondo. L’evoluzione ha sviluppato una struttura neurologica negli esseri umani con cui si potrebbero negoziare le condizioni immediate di vita. Attraverso i campi informativi circostanti – informazione visiva e fisica incastrata nella struttura naturale del mondo- gli esseri umani si sono evoluti con successo per costruire i manufatti utili per vivere. Queste creazioni variano da monili, a mobilia, alle costruzioni ed infine alle città.”
Tuttavia, quando gli esseri umani hanno abbandonato ogni rapporto con la realtà quotidiana della vita, come negli anni trenta, ispirandosi all'astrazione intellettuale, soggettiva, politica o filosofica, vi sono state catastrofi. e atrocità.
“Mentre la mente umana ha continuato a svilupparsi attraverso l’impulso dell’emozione, si è raggiunto un punto in cui gli esseri umani potevano fabbricare idee e pensieri astratti, fuori della realtà fisica che li aveva messo a confronto su base quotidiana. Lo scisma tra il soggetto/oggetto naturale della percezione consente la costruzione di una realtà alternativa. Questa capacità mentale è stata protagonista del pensiero e della ricerca umanai per millenni – conducendo ad alcuni dei più grandi successi della mente umana – altre volte ha condotto l’umanità verso le più grandi atrocità immaginabili. Durante il secolo scorso, l’architettura – come formazione del mondo fuori dei nostri corpi – è stata consegnata dalla dottrina contemporanea alle creazioni intellettuali di una mente puramente soggettiva.”
Penso che oggi permanga il distacco dalla realtà fisica sostituita dalla realtà virtuale di cui si nutrono i nostri studenti. Se ho ben interpretato la tesi posta dal saggio di Salingaros, dico subito che sono d'accordo, in generale, nell'ambito della definizione di realtà fisica a cui gli architetti debbono fare riferimenti. Per me, inoltre, la realtà è complessa, fatta di materialità naturale e storica, per cui intendo la storia, come materializzazione delle relazioni tra la fisicità della natura e sua percezione intellettuale, medium che ci consente di arricchirci della esperienza accumulata senza ripeterne le tappe evolutive. Insomma considero la storia come un facilitatore delle relazioni tra realtà fisica e percezione intellettuale con cui si sono esperiti il senso del benessere e dell’appartenenza e della riconoscibilità..
Il riferimento alla geometria è un esempio di astrazione dalle forme naturali, come strumento di conoscenza e progettazione, quando si rende necessario all'uomo di riprodurre artificialmente le forme naturali per costruire attrezzi e componenti costruttivi per il proprio benessere e per la loro riproducibilità nella società.
 
immagine-scansione di Isabella Guarini

immagine-scansione di Isabella Guarini, Napoli 15.2.2009

Nell’immagine della sezione di un tronchetto d’albero, come nella foto allegata, è riscontrabile la forma di un cerchio quasi perfetto che potrebbe aver dato l’impulso di riprodurlo quando se ne fosse determinata la considerazione di ricavarne un beneficio. Ma quanto tempo sia passato dalla percezione della forma naturale alla sua riproducibilità artificiale, non è dato saperlo perché si perde nella notte dei tempi, per cui a chi oggi studia il cerchio come astrazione geometrica e matematica non verrà mai in mente che la sua esistenza materiale è nelle forme naturali e che la sua perfezione in astratto è un compromesso stabilito per convenzione, per facilitarne la diffusione della conoscenza e l’applicabilità. Ma non è tutto così lineare e semplice, perché la realtà delle forme naturali è complessa e la traducibilità artificiale è un risultato a cui si perviene o per evoluzione delle forme semplici o per capacità percettiva fondata sulla divinazione delle relazioni tra il mondo fisico e mente umana.
 

Postilla. Il processo e l’evento

17 febbraio
Prima di esprimere il mio punto di vista in merito al “critical regionalism”, vorrei specificare il mio pensiero sul concetto di evoluzione delle forme architettoniche , necessario per non cadere nell’equivoco e nell’accusa di vano conservatorismo.
Se accettiamo che l’opera d’architettura sia determinata dalla mutazione prodotta dal processo di accumulo di eventi creativi, dobbiamo anche accettare l’assunto che per manifestarsi, processo evolutivo ed evento creativo, necessitano della mediazione di discontinuità.
Nel passaggio dal tempio greco in legno a quello in pietra la mediazione è costituita dagli incendi frequenti che, distruggendo gli eventi esistenti, favorirono il determinarsi di eventi creativi diversi da quelli che li avevano generati, conservando nell’articolazione della struttura il codice genetico originario.
Per verificare l’assunto teorico dell’origine complessa dell’arte non è importante stabilire le cause delle discontinuità, catastrofi naturali, guerre, imperfezioni costruttive ed esaurimento delle risorse naturali, bensì accertare l’esistenza delle discontinuità tra processo ed evento.
L’architettura romanica è un segmento di facile applicabilità dell’assunto teorico costituito da processo-discontinuità- evento. Con l’affermarsi del cristianesimo i templi pagani furono progressivamente ridotti in frammenti per la costruzione di basiliche cristiane. La differenza tra la mutazione del tempio greco, da ligneo in pietra, e quella del tempio pagano in basilica cristiana sta nella riconoscibilità o meno delle forme originarie. Nel tempio greco il codice genetico è rappresentato con l’intenzione di essere tramandato in forma riconoscibile, come nell’architettura rinascimentale, mentre nella basilica paleocristiana e romanica il codice genetico costituito dai frammenti dei templi pagani distrutti viene nascosto dalla metamorfosi, intesa come trasfigurazione.
Anche in età moderna e nel momento di maggior diffusione, l’architettura è stata rappresentata come un atto creativo senza legami con la sua stessa storia. Questa interpretazione basata sull’astoricità moderna costituisce un equivoco fatale per la qualità dell’architettura contemporanea delle città in cui viviamo.

Seconda risposta. Critica al regionalismo critico

20 febbraio
Le premesse, contenute nella mia prima risposta con postilla, mi aiutano nel dire ciò che penso del “critical regionalism” e delle sue conseguenze sull’insegnamento dell’architettura, come disciplina storica e compositiva. Salingaros descrive bene il processo filosofico che sottende tale criterio di classificazione dell’architettura moderna, mentre io faccio esplicito riferimento al capitolo sul “critical regionalism” nella Storia dell’Architettura moderna di K. Frampton. Per me l’espressione “critical regionalism” è un ossimoro, ovvero affermazione e negazione al tempo stesso, che non è applicabile all’architettura in quanto costruzione concreta dell’esistenza stessa degli esseri umani: costruisco per abitare, quindi esisto. Da ciò escludo che si possa classificare un modo di essere dell’architettura nella combinazione di due termini che si elidono a vicenda. Nella introduzione al capitolo sul “critical regionalism” Frampton riporta la tesi di Paul Ricoeur sostenitore della necessità di modernizzazione delle culture regionali attraverso l’apporto esterno di altre culture. Dunque, si sostiene che per entrare nella modernità bisogna pagare il tributo alla diversità, o meglio bisogna farsi colonizzare pacificamente. Tuttavia, nell’applicazione di una proposizione filosofica al fare architettonico, il risultato appare limitato all’uso delle tecnologie industriali, uguali in tutto il mondo, associate con quelle locali. Il limite di una tale riduzione dell’architettura sta non solo nella negazione dell’autonoma capacità delle varie culture di evolversi, ma anche nel considerare l’architettura in sé come manufatto senza alcuna relazione con il paesaggio naturale e artificiale in cui risiede la memoria identitaria. Quando visitiamo la dissepolta città di Pompei , abbiamo la visione della casa e della città al momento dell’eruzione del 79 dopo Cristo. Se, invece, camminiamo per i Decumani di Napoli, quelli della sua fondazione che ancora esistono con tutto il peso delle trasformazioni in 2500 anni, non possiamo riconoscere l‘antica casa romana come era quella pompeiana, ma ne avvertiamo l’esistenza dalla relazione con la struttura urbanistica rimasta immutata. Penso sinceramente che il “critical regionalism” sia stato solo un anticipatore del decostruttivismo globalizzante attuale.
Il problema è come trasmettere tutto ciò agli studenti, dominati dall’establishment virtuale!
 
Isabella Guarini
 
(*) Nel post Salingaros pubblica un estratto, in inglese, di Politics, Philosophy, Critical Theory, and Human Perception (...) Section of “Intelligence-Based Design: A Sustainable Foundation for Worldwide Architectural Education” by Nikos A. Salingaros & Kenneth G. Masden II, ArchNet-IJAR: International Journal of Architectural Research, Volume 2, Issue 1 (March 2008), pages 129-188.